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Il ruolo dell’Arabia Saudita nella Geopolitica Mediorientale

Dal punto di vista geopolitico, l’Arabia Saudita gode oggi di una posizione di assoluta centralità nello scenario mediorientale, legata non solo al possesso delle più grandi riserve petrolifere ed al suo ruolodi leader del mondo panarabo, maanche all’evoluzione della c.d. “questione islamica”, ovvero alla relazione sempre più stretta tra le attività della famiglia regnate e l’espansione del sunnismo islamista nella sua interpretazione più conservatrice (ilwahhabismo)in Africa ed in tutto il Medio Oriente.

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Riad ha infatti assunto negli ultimi anni il ruolo di supervisore e sostenitore del sunnismo combattente appoggiando, prima, la resistenza mujāhidīnin Afghanistan e la causa dei talebani pakistani, e, successivamente, le attività di diversi gruppi terroristiciattraverso il trasferimento di fondi e armamenti che hanno alimentato radicalismi e insurrezioni e aumentato il peso geopolitico saudita.

 

Il conflitto siriano e i rapporti dei sauditi con Daesh

È in tale contesto che la monarchia sunnita ha scelto di seguireuna politica estera sempre più orientata all’interventismo che ha coinvolto Riad in tutti i principali scenari di guerra aperti in Medio Oriente e prodotto un indiscutibile rafforzamentodei legami tra il Regno e il terrorismo di matrice jihadista-sunnita in chiaveanti-sciita.

È in quest’otticache deve essere letto l’intervento saudita nella guerra civile siriana a sostegno degli insorti islamisti a maggioranza sunnita e dei gruppi terroristici nati e cresciuti intorno all’ispirazione wahhabita, contro il regime sciita guidato dal Presidente Bashar al-Assad.

Al desiderio saudita di contenerei rivali sciiti in Medio Oriente, grazie anche alle iniziative del Califfato in Siria e Iraq, si è unitaperò la volontà degli al-Saud di non perdere il sostegno dei ricchi partner economici occidentali (Stati Uniti in primis) e di scongiurare una vittoria dell’Isis che non risparmierebbe, infatti,neanche i governanti dei Paesi arabi oggi suoi alleati.

 

L’antagonismo saudita nei confronti di Iran e Hezbollah

Sono stati coinvolti nel conflitto sirianoanche Hezbollah, il movimento politico-militare libanese armato da Teheran, e l’Iran sciita, storico rivale dell’Arabia Saudita nonché una delle principali potenze musulmane della regione.

Entrambi garantiscono appoggio strategico al regime di Damasco, rappresentante della minoranza alawita del Paese, contro le monarchie del Golfo sunnite.

Per il Governo di Riad il partito sciita libanese èdiventato in tempi recentiun problema primario, non solo a causa del suo intervento in Siria, ma anche per l’aumento del consenso di cui gode a livello nazionale e per il sostegno politico che sta fornendo agli Houthiyemenitinemici deisauditiche questi ultimistanno combattendo dal 2015 conuna campagna di bombardamenti aerei nel tentativodi mantenere salda la propria influenza nella Penisola araba.

Mentre il Libano del Presidente Aoun sembrerebbe intenzionato ad eliminare letensioni accumulate con i vicini sauditi in vista di un riavvicinamento strategico a Riad, la Repubblica iraniana parrebbe invece decisa a non allentare la tensione con i sauditi, per evitare che questi ultimi riescano nel loro intento di ridimensionarel’influenza sciita,e di estendere la propria influenza su Libano e Siria.

 

I rapporti con al-Sīsī e gli interessi sauditi in Bahrein

Un’altra partita che ha orientato la geopolitica contemporanea di Riad è quella con i Fratelli musulmani, organizzazione islamistaavversaria del regime wahhabita saudita, che ha portato l’Arabia a soffocare sul nascere moltidei disordini scoppiati alle soglie del Regno e ad aumentare la propria presenza in Nord Africa per garantirsi un’influenza maggiore anche nel continente nero.

Riad è infatti intervenuta militarmentesia in Bahrein, contro l’insurrezione sciita, che in Egitto, dove ha appoggiato il colpo di stato di al-Sīsīper chiudere la breve esperienza al potere dei Fratelli musulmani.

Nonostante ciò, il regime egiziano, da anni impegnato nel Sinai in una guerra sanguinosa contro l’islamismo (da quello politico della Fratellanza a quello jihadista sunnita del Califfato), ha deciso di mantenerestretti rapporti con al-Assad.

Ciò, insieme allanuovapolitica egiziana di riavvicinamento al Cremlino ed ai contatti tra al-Sīsī e i governi sciiti iracheno e iraniano, ha provocatouna profonda crisi tra Riad e il Cairoche stadeterminando un importante rimescolamento degli equilibri regionali.

 

Il nuovo asse Israele-Arabia Saudita

È nel quadro di questa crisi geopolitica del Medio Orienteche si inserisceanche il graduale avvicinamento tra Riad e Tel Aviv.

Nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali e la distanza culturale tra il Regno degli al-Saud, faro dell’Islam sunnita, e Israele, tempio del giudaismo, i due Paesi, entrambi storici alleati degli States, hanno cominciato ad intensificare i propri contatti, soprattutto a livello militare e di intelligence, da quando i rispettivi obiettivi strategici hanno iniziato a sovrapporsi.

Entrambi i Governi condividono infatti simili priorità tra cui l’isolamento dell’Iran sciita e di Hezbollah edil controllo dell’Egitto di al-Sīsī, i cui interventi in Siria, Yemen e Libia sono risultati ambigui e in alcuni casi contrari agli interessi israeliani e sauditi nell’area.

Questa apertura tra Israele e Arabia, fatta di contatti informali sempre più intensi, si sta scontrando però con ilprogressivo rafforzamento dell’assesciita avversario e con la contestuale e parziale perdita di controllo dei sauditisulle formazioni jihadiste.

La nuova alleanza tra Riad e Tel Aviv, che potrebbe aggravare le divisioni regionali,sembrerebbe, dunque,rispondere, da un lato, alla volontà degli al-Saud di impedire che Teheran riesca a consolidare la sua posizione regionale, e, dall’altro, agli interessi di Israele che, orfano dell’asse privilegiato con la Turchia, è in cerca di nuovi alleati.

 

Conclusioni

Le attuali dinamiche geopolitiche mediorientali sembrerebbero prospettare, innanzitutto, un disegno strategico di Riad teso alla divisionedella Siria per favorire la creazione di un’area sunnita tra la costa mediterranea e la Mesopotamia e alla formazione di una grande coalizione a guida saudita che permetta al Regno di estendere il proprio dominio regionale su tutti i Paesi islamici.

È in un simile scenario che si inserisce la storicaconflittualità tra Iran e Arabia Saudita, impegnate in una guerra per procura chesta spingendo il mondo islamico verso una continua e più profonda polarizzazione, la quale nasconde, dietro le questioni teologiche, un’importante partita geopolitica che interessa gli equilibri globali e che si è arricchita di nuovi significati a seguito della crescita del fondamentalismo islamico, la fine dell’isolamento internazionale dell’Iran e la destabilizzazione di aree storicamente in equilibrio.

La sempre maggiore influenza di Teheran quale capofila dei Paesi a trazione sciita e la sua tendenza ad interferire negli affari arabi con intenti di destabilizzazione(così come sostenuto da Riad), non sembrano poi facilitareil raggiungimento della stabilità regionale né la riappacificazione dei due Paesi, entrambi in lotta per assicurarsi il ruolo di potenza egemone.

È proprio questo caos mediorientale che sembra aver spinto Riad e Gerusalemme verso una conveniente e temporanea alleanza animata principalmente dalla comune ostilità verso Teheran e dal timore per le scelte americane nella regione, che sembra aver contribuito ad un nuovocambiamento della geopolitica mediorientale, ormai sempre più mutevole e complessa.

 

 

La crisi tra Arabia Saudita e Qatar nel risiko energetico mondiale

La rottura delle relazioni diplomatiche tra Qatar, da un lato, e Arabia Saudita, insieme ad altri cinque Paesi, dall’altro lato, pone l’attenzione sulle possibili conseguenze della crisi sul mercato petrolifero e su quello del gas naturale. Doha, infatti, è un Paese membro dell’Opec nonché principale esportatore al mondo di gas naturale liquefatto (Gnl). Con l’Italia, che dipende per il 9% dalle forniture che provengono dal Qatar, spettatrice interessata.

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 La decisione dell’Arabia Saudita di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato, in particolare, di avere un rapporto troppo stretto con l’Iran e di essere uno dei principali finanziatori del terrorismo islamico, sembra al momento non avere avuto alcuna seria ripercussione sul piano energetico. Ma qualora la tensione dovesse acuirsi o, comunque, durare nel tempo, allora potrebbe essere il settore del gas naturale a pagarne le conseguenze più importanti, soprattutto dal punto di vista dei trasporti via mare.

Nessun impatto immediato sul mercato petrolifero

Storicamente, una crisi di simile portata in Medio Oriente avrebbe comportato conseguenze negative per il settore petrolifero. All’indomani della rottura dei rapporti tra Doha e Riad, invece, il prezzo del petrolio sembra non avere risentito minimamente delle tensioni tra i due Paesi. Ciò è dovuto principalmente all’eccesso di produzione che ha caratterizzato gli anni passati (e che sta alla base degli accordi in sede Opec per la riduzione della produzione) nonché all’aumento della produzione di shale oil da parte degli Stati Uniti, i quali hanno resistito ai numerosi tentativi, falliti, dei Paesi membri dell’Opec di estromettere i produttori americani mantenendo basso a lungo il prezzo del petrolio.

Una crisi in ambito Opec ?

Sia il Qatar che l’Arabia Saudita sono entrambi Paesi membri dell’Opec. Secondo alcuni osservatori, quindi, le tensioni tra i due Paesi potrebbero portare ad una rottura degli accordi presi a ottobre 2016 e a maggio 2017 per la riduzione della produzione di petrolio, con una conseguente diminuzione del prezzo del barile. Un simile scenario appare però inverosimile. Tale mossa, infatti, spetterebbe al Qatar (e non all’Arabia Saudita e neppure agli Emirati Arabi, altro Paese membro dell’Opec che ha seguito Riad sulla via della rottura delle relazioni diplomatiche), Paese che però occupa un ruolo di scarso rilievo all’interno dell’Organizzazione con una produzione di appena 620 mila barili al giorno. Inoltre, la storia, e l’esperienza, dimostrano come gli accordi Opec difficilmente risentano delle tensioni tra i singoli Stati membri. Persino, infatti, nel corso del conflitto tra Iraq ed Iran così come in occasione dell’invasione del Kuwait, gli accordi che prevedevano quote di produzione non vennero messi in discussione.

Qatar ed Iran uniti dal gas

Si chiama South Pars/North Dome ed è il più grande giacimento di gas al mondo. Ma, soprattutto, sta alla base delle buone relazioni che intercorrono tra Doha e Teheran. Se la parte principale del giacimento si trova sotto la sovranità del Qatar, la parte rimanente appartiene invece all’Iran. Un giacimento, in particolare, che contiene da solo circa l’8% delle riserve mondiali di gas e che fa del Qatar il terzo produttore al mondo di gas naturale e, soprattutto, il primo fornitore al mondo di gas naturale liquefatto. Doha, infatti, ha esportato poco meno di 80 milioni di tonnellate di Gnl nel 2016.

Il Gnl al centro degli interessi di Doha

Il Qatar fornisce quindi circa il 30% dell’offerta di Gnl al mondo. Ma chi sono i principali clienti del piccolo Paese del Golfo ? Solamente il 10% di questo quantitativo finisce a Paesi dell’area, di cui per altro due non sono coinvolti nella crisi di questi giorni (Kuwait, Oman, Giordania, Emirati Arabi Uniti ed Egitto). La maggior parte del gas naturale liquefatto viene infatti trasportata verso i mercati asiatici, in particolare Giappone e India, i quali hanno subito ricevuto rassicurazioni sulla stabilità delle forniture all’indomani dello scoppio della crisi. Paradossalmente, potrebbero essere proprio alcuni dei Paesi coinvolti nella crisi a subire le conseguenze peggiori. Doha, infatti, quale rappresaglia potrebbe decidere di interrompere il flusso del gasdotto Dolphin, che con i suoi 364 km trasporta il gas verso gli Emirati Arabi (un Paese che utilizza il gas per far fronte alla crescente domande interna di elettricità) e da lì, poi, verso l’Oman.

Possibili problemi per i trasporti

Se sul fronte della produzione, quindi, la crisi attuale non dovrebbe avere alcuna ripercussione, è sul piano del trasporto del gas che questa crisi potrebbe produrre i propri effetti.  Poco dopo l’annuncio della rottura delle relazioni diplomatiche, le autorità saudite così come quelle degli Emirati Arabi hanno bloccato tutte le navi cisterna provenienti da e verso il Qatar, con particolare riferimento al terminal di Fujairah, postazione strategica per l’esportazione del gas di Doha situata all’esterno dello Stretto di Hormuz. Non mancano, ovviamente, soluzioni e rotte alternative per il Qatar, come quelle che prevedono il passaggio attraverso l’Iran e l’Oman, con un aumento, però, dei tempi di percorrenza e, soprattutto, dei costi di trasporto. Che in ultima istanza andrebbero a ripercuotersi sul costo del gas trasportato.

Il rapporto tra Italia e Qatar

Il Qatar si è dimostrato, nel tempo, un fornitore affidabile di gas tanto da essere diventato, oramai il terzo fornitore di gas per il nostro Paese, avendo superato oggi la Libia. Nel 2016, infatti, secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, Doha a consegnato all’Italia 5,8 miliardi di metri cubi di gas, coprendo pressoché la totale fornitura di gas naturale liquefatto per il nostro Paese. Il gas qatarino, infatti, è diretto in gran parte verso il rigassificatore situato al largo di Rovigo, Adriatic Lng, controllato da Qatar Petroleum assieme a ExxonMobil Italiana ed Edison. E anche qualora dovessero verificarsi problemi nella fornitura di Gnl da parte di Doha, il nostro Paese potrebbe temporaneamente sopperire a questo inconveniente incrementando le forniture di gas provenienti da altri Paesi quali, ad esempio, Russia ed Algeria, sfruttando la situazione di sottoutilizzo dei relativi gasdotti.

Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita: scenari di disordine regionale

Analizzando i fatti delle ultime settimane, si può tracciare un filo comune che fa emergere problematiche e criticità di non poco conto: da una parte il viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, con il conseguente accordo per 110 miliardi di dollari per la vendita di armi ai sauditi. Poi, gli attacchi terroristici a Manchester e Londra, con quello fallito di Parigi. E ancora l’esclusione – in termini politici, economici e diplomatici – del Qatar dalle dinamiche del golfo e mediorientali, guidata anzitutto della grande potenza regionale saudita. Infine, gli attacchi odierni a Teheran rivendicati dallo Stato Islamico.

Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita: scenari di disordine regionale - Geopolitica.info

Ora, il quadro che a molti fino a ieri risultava nebuloso appare assai più chiaro. Pochissimi tra gli osservatori di questioni geopolitiche si sono posti la questione della reale destinazione d’uso di quelle armi. Molti hanno letto l’accordo Usa-Arabia Saudita solo nei termini di un prolungamento degli storici e proficui rapporti tra i due paesi. Alcuni hanno sottolineato anche l’ipocrisia del legame, stipulato sulla scorta di un discorso chiaro del Presidente Trump, poiché sebbene il contributo all’Isis da parte delle monarchie del Golfo sia stato negli ultimi anni noto a tutti, si è trattato di una sorta di consegna della questione del terrorismo islamista al principale paese regionale, col fine ultimo di sconfiggere ogni germe dello Stato Islamico.

L’obiettivo dichiarato era questo, anche se in molti hanno rimarcato la strategia, in profonda discontinuità rispetto all’Amministrazione Obama, di ridimensionamento del ruolo dell’Iran a favore di un’affermazione dell’Arabia Saudita nelle dinamiche politiche, economiche e religiose della regione mediorientale.

I fatti di Teheran ci chieriscono ancor più lo scenario, che rischia di diventare incontrollabile nel breve e medio periodo. Tra i molti insuccessi della politica estera di Obama, infatti, si poteva contare almeno su una mossa positiva: la distensione dei rapporti con l’Iran, ora minacciati dalle mosse di Trump. Gli accordi con l’Arabia Saudita e la relativa vendita di armi sembrano servire infatti a supportare il governo saudita per il controllo di quell’area geopolitica, demandando quasi del tutto al mondo islamico la risoluzione delle questioni islamiste, poste anche dal conflitto interno all’Islam tra sciiti e sunniti, a favore di questi ultimi. Con un azzardo enorme, che diventa un rischio potenzialmente incontrollato: portare in rilievo un’unica leadership, alla quale si richiede di ripristinare l’ordine regionale, nel tentativo di limitare i danni provocati dall’Occidente e dall’interventismo statunitense prima in Iraq e Afghanistan, poi in Siria e Libia.

Il rischio, però, appare assai maggiore rispetto alle scommesse: anzitutto di gettare benzina su un fuoco che è già molto alto e di accendere micce di ulteriore disordine regionale. Appoggiando militarmente l’Arabia Saudita si celano infatti due enormi criticità che hanno nel rafforzamento del fronte sunnita il loro comun denominatore. Da una parte questo può comportare l’apertura di un ulteriore fronte bellico in Iran, come anche i fatti delle ultime ore ci stanno a dimostrare. E, dall’altra parte, il contributo militare a Riad può significare un rafforzamento del Califfato e delle sue postazioni grazie all’implicito supporto dei paesi del Golfo, con l’apertura di un ulteriore fronte – fatto di attacchi e incursioni terroristiche – proprio in Iran. Questo potrebbe significare una maggiore polarizzazione delle posizioni tra Iraq e Siria, con il rischio di ulteriore difficoltà nel dirimere i nodi della guerra civile siriana, con il ruolo della Russia nella regione che non potrà non essere considerato.

L’appoggio degli Usa all’Arabia Saudita e il rifornimento di mezzi militari fanno presagire dunque un aumento della crisi mediorientale, più che una sua più rapida risoluzione, con un pericolo su tutti: che a divenire potenza regionale leader sia chi, in questa o in una fase successiva, sarà pronto a finanziare le azioni dello Stato Islamico e a favorirne l’affermazione.

 

Potere e Visione nella terra dei Sa’ud

Il futuro dell’Arabia Saudita tra guerre e visioni. Dal successo o meno dell’ambizioso vice principe ereditario Mohammad Bin Salman dipende il destino di un paese. Il progetto Saudi Vision 2030.

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Mohammad Bin Salman Al Sa’ud è un ragazzo arabo di 32 anni, figlio del re dell’Arabia Saudita Salman Bin ’Abd Al-Aziz Al Sa’ud, ed èl’ideatore del più grande progetto di svolta economica e sociale del paese. Saudi Vision 2030.

L’Arabia Saudita dipende dagli idrocarburi per il 46% del suo PIL dagli idrocarburi e per l’88% delle entrate erariali. Dunque, periodi in cui il prezzo del petrolio si abbassa possono portare le finanze del regno in forte crisi, soprattutto perché lo Stato ha creato una forma di largo assistenzialismo nei confronti della popolazione, la quale, dipendente in gran parte dal settore pubblico, non ha sviluppato finora una adeguata capacità imprenditoriale.

Il progetto Saudi Vision 2030, presentato il 26 aprile 2016 dal vice principe ereditario al trono Bin Salman, mira, in primo luogo, alla diversificazione dell’economia. L’obiettivo è la riduzione della dipendenza dal petrolio sia permitigare la volatilità dell’economia nazionale, evitando dolorose recessioni dovute a schock esogeni, sia per sviluppare una classe imprenditoriale privata nel paese, coinvolgendo l’enorme numero di giovani in un processo di cambiamento del tessuto economico e sociale che porterà il paese a non essere più quello di prima: Our nation holds strong investment capabilities, which we will harness to stimulate our economy and diversify our revenues.”(Saudi Arabia’s Vision 2030).

Secondo il piano del giovane principe, il contributo delle piccole e medie imprese del settore privato crescerà dall’11% al 35% del PIL. L’obiettivo è anche far scendere la disoccupazione, attualmente all’11,5%, a circa il 7%. In special modo quella giovanile, straordinariamente alta (circa 30%). Tra gli obiettivi chiave c’è l’aumento del contributo al PIL del settore privato, dal 40 al 65%, incrementando gli introiti dai comparti non petroliferi. Ad essere coinvolta nella visione del principe saudita ci sarebbe anche un’altra categoria, ancora in buona parte emarginata: le donne. Infatti, secondo il piano queste dovranno essere più coinvolte nel mercato del lavoro, passando dall’attuale 22% al 30%.Il ribaltamento dei tradizionali assi su cui si regge la pax saudita (petrolio e assistenzialismo)passa anche dal valorizzamento del Fondo d’investimento pubblico saudita, il fondo sovrano che finanzia gli investimenti all’estero. Il fondo ammonta a circa 2 mila miliardi di dollari, ma dovrebbe essere incrementato per altri 2 mila miliardi derivanti dalla parziale quotazione del 5% del più grande gigante petrolifero del mondo, Aramco. Così facendo, il fondo saudita sarà il più grande a livello mondiale, ed avrà l’obiettivo di arrivare a controllare più del 10% degli investimenti mondiali. Il progetto punta inoltre a sviluppare l’industria della difesa, cercando di ridurre la dipendenza dalle forniture estere. Questo punto si sposa perfettamente con l’altro grande asse dalla politica di Bin Salman: l’intervento in Yemen, e la definizione di una postura internazionale offensiva come non lo era mai stata. Un’industria della difesa sviluppata godrà infatti di un enorme mercato bellico nella regione. Il piano è incredibilmente ambizioso, e per certi versi, irrealistico. Certo è che su di esso il vice principe ereditario ha scommesso tutto, e da ciò dipende il futuro della sua carriera. La sfida è di rendere l’Arabia Saudita un centro economico e politico di rilevanza mondiale, sganciandola dalla “maledizione” del petrolio.

Questo piano ha trovato e troverà molte resistenze nella società del regno, e in particolare nella classe giuridico-religiosa degli Ulama, teorici e intellettuali islamici custodi della legge sacra nelle sue interpretazioni più conservatrici.La Vision promette, infatti, un aumento delle spese per attività culturali e ricreative, come musei, teatri, e associazioni. La valorizzazione del settore privato, sia a livello sociale che sul piano economico, potrebbe portare allo sviluppo di una consolidata classe media, svincolata dallo Stato, e che abbia una maggiore coscienza e forza contrattuale con il governo sui propri diritti. Forti resistenze vengono anche dalla stessa famiglia reale: parte del piano, come è già stato detto, è quello di quotare il 5% dell’Aramco per destinare i proventi al Fondo d’investimento pubblico Saudita. Ciò porterà allo scrutinio dei libri contabili dell’ente, mettendo fine all’opacità dei modi con cui i principi hanno gestito il patrimonio societario. La trasparenza è parte della campagna di riqualificazione del sistema-paese.Questa mossa ha inevitabilmente portato a uno scontro interno alla famiglia, che si delinea su una cornice più larga, quella della lotta per il trono tra il principe Bin Salman e il principe ereditario, nonché nipote del re, Muhammad Bin Nayef Al Sa’ud. Le chiavi dell’attuale indirizzo politico di Bin Salman sono Saudi Vision e il sostegno all’intervento militare in Yemen contro l’espansionismo persiano. Se entrambi avessero successo, l’entusiasmo popolare e la predilezione del re per il figlio potrebbero portare alla promozione di Bin Salman a primo ministro, avvantaggiandolo contro Bin Nayef, vice-primo ministro, nella lotta per la successione al trono.Il fallimento di Saudi Vision potrebbe comportare non solo la sconfitta di Bin Salman in questo personale scontro per il potere, ma il collasso di tutto il paese.

L’Arabia Saudita e il governo della dinastia Sa’ud si basano largamente sui proventi petroliferi, elargiti sotto forma di generosi sussidi alla popolazione. Il progetto saudita ha in mente di ridurre i sussidi, sostituendoli con il lavoro fornito dal settore privato, e finanziato da investimenti esteri. Se ciò però non dovesse funzionare si avrebbe solo un impoverimento delle più basse fasce sociali, che farebbe scricchiolare la legittimità della stessa dinastia Sa’ud. Di questo potrebbero approfittare leader tribali che tenterebbero di aprirsi un varco di autonomia in alcune porzioni territoriali del regno, spezzando il patto sociale concluso con la dinastia. Le tensioni aumenterebbero soprattutto tra gli sciiti, portando a manifestazioni di larga scala che colpirebbero il regno, indebolito dall’allontanamento delle elitè che vedrebbero nel giovane Bin Salman la causa delle tensioni in atto. L’instabilità dell’Arabia Saudita avrebbe un impatto in una dimensione regionale, per cui permetterebbe all’Iran di aprirsi ulteriori varchi d’ influenza, e in una dimensione mondiale: l’instabilità del regno potrebbe causare un forte taglio della produzione petrolifera, e dunque il rialzo dei prezzi che metterebbe in crisi diversi paesi, dipendenti da quelle importazioni per il loro fabbisogno.

La scommessa è ormai stata posta. Quella di Saudi Vision 2030 è una sfida che sarà affrontata nel prossimo decennio e che, in un modo o nell’altro, cambierà il volto della penisola arabica.

Geopolitica dello sciismo

L’Iran si propone come faro degli sciiti, e reclama un posto primario nella gerarchia del potere regionale. Il contrasto con l’Arabia Saudita, la guerra in Siria, le nuove elezioni: i piani di Tehran nel prossimo futuro.

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Gli sciiti
Lo sciismo (da Shi’a: “partito” di Alì) rappresenta la più importante divisione all’interno del mondo islamico. La divisione nacque per motivi politici, quando nel 661 la dinastia Omayyade di Damasco (in principio avversa alla famiglia di Maometto), nella figura di Mu’awiya, conquistò la guida del Califfato.
Sconfitto politicamente da questo episodio fu Alì, quarto califfo, cugino e genero di Maometto, e di conseguenza la famiglia del Profeta fu estromessa dalla guida della Umma islamica.
Attorno alla famiglia del Profeta (ahl al-bayt: “le genti della Casa”), in particolare alla figura di Al-Husayn, figlio di Alì e nipote di Maometto, si costituì un partito (Shi’a) che reclamava il ruolo di guida della Umma, in nome della sacra discendenza. Nel 680 Mu’awiya designò come suo successore Yazid, suo figlio, rendendo ereditario il titolo di Califfo e evidenziando l’estromissione dei discendenti di Alì dal centro del potere islamico. A questo punto Husayn tentò di tornare in Iraq per riconquistare il comando, insieme ai seguaci del padre, ma a Karbala, un villaggio sull’Eufrate, venne raggiunto dalle truppe governative e rimase ucciso dopo un combattimento, dove trovarono la morte la maggior parte dei suoi seguaci. “Il massacro di Karbala” segna un punto di non ritorno per la componente sciita: è il giorno in cui una mano musulmana, proclamatasi rappresentante della Umma islamica, ha ucciso un membro della famiglia del Profeta.

La distribuzione
Oggi lo sciismo rappresenta circa il 15-20% dei musulmani: è maggioritario in Iran (dove gli sciiti rappresentano la quasi totalità della popolazione), in Azerbaijan, in Iraq e in Bahrein. Grandi percentuali di sciiti sono presenti in Libano (circa la metà della popolazione islamica), in Yemen, in Kuwait e in generale in tutti i paesi arabi. Anche in India, in Pakistan e in Tajikistan sono presenti buone percentuali di sciiti. In Siria, dove la maggioranza della popolazione è islamica sunnita, governa la famiglia Assad, che appartiene al ramo degli alawiti, divenuti parte della galassia dello sciismo solo nel 1973, a seguito di una fatwa pronunciata dall’Imam sciita Musa al-Sadr.

L’Iran come “faro” dello sciismo
Il principale rappresentante dell’universo sciita contemporaneo è l’Iran: la popolazione iraniana è composta per circa il 90% da sciiti, e ad oggi è l’unico stato appartenente a questa fazione islamica in grado di proiettare la propria influenza sulla regione mediorientale.
L’Iran ha abbracciato la religione sciita come religione di Stato con l’avvento della dinastia Safavide nel XVI secolo, generalmente considerata la dinastia che ha creato l’Iran moderno. Shah Ismai’il, fondatore della dinastia Safavide e grande re iraniano, ha imposto lo sciismo alla nazione in funziona anti-turca. Erano infatti  gli Ottomani i nemici dell’Iran safavide, visti come impedimento per la ristrutturazione della Grande Persia. A quel punto lo sciismo, nato in Iran per motivi politici, si diffuse e divenne parte fondante del nuovo stato.

Dopo la rivoluzione del 1979, l’Iran è stato per molti anni una fonte di ispirazione per l’Islam politico: la rivoluzione di Khomeini, e il suo conseguente progetto, ebbe un grande impatto sull’universo islamico, trovando il terreno già fertile grazie al ruolo che l’Islam aveva avuto in tutte le lotte di decolonizzazione dell’area MENA. Ma la lunga guerra contro l’Iraq, e le continue frizioni con l’Occidente arrivate al culmine con le due presidenze di Ahmadinejad, relegarono il nuovo Iran all’interno dei propri confini. Il progetto di diventare il “faro” dell’Islam sciita era però solo rimandato: con la presidenza Rouhani, e con l’inizio della guerra in Siria, l’Iran ha di nuovo rivolto il suo sguardo sulla cosiddetta “Mezzaluna sciita”. Ha rafforzato i mai sopiti rapporti con Hezbollah, deterrente iraniano nei confronti di Israele, ha approfittato del nuovo corso sciita iracheno , ha supportato attivamente gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen, in una guerra per procura all’Arabia Saudita (stesso dicasi della  parentesi tra il 2011 e il 2014 in Bahrein), ma soprattutto ha inviato i Pasdaran per sostenere Assad in Siria.
La Siria, infatti, rappresenta l’hub strategico di Teheran per il progetto di influenza nel mondo sciita. Il clan alawita degli Assad, al potere dal 1970, è la garanzia di uno stato amico che unisce il puzzle di alleanze che porta l’Iran sino al Mediterraneo. Uno stato arabo che condivide ufficialmente gli stessi interessi geopolitici di Tehran, dal rapporto con Washington a quello con Tel Aviv. Un ponte con il Libano, nonché il teatro di guerra nel quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di presentarsi come attore principale della regione. Gli sviluppi del nucleare, e il ritrovato dialogo con l’Occidente sino alla presidenza Trump, avvalorano questa tesi.

L’Iran ha sancito nella sua costituzione una legittimazione alla proiezione, se non globale, quantomeno regionale: negli articoli 152 e 154 si legge che la Repubblica Islamica ha l’obiettivo di proteggere “i deboli della Terra” e i musulmani ai 4 angoli del globo.
Obiettivi che risultano più ideali che altro, ma analizzando lo squilibrio di potenza che c’è a favore dell’apparato militare di Teheran rispetto al suo principale avversario nella regione (l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo), si può scorgere il perché l’Iran reclami un ruolo di primaria importanza nella gerarchia di potere nella penisola arabica e nei territori limitrofi.
I paesi arabi del Golfo possiedono un totale di 368.000 unità delle Forze Armate, capitanate dai sauditi che ne possiedono 227.000. L’Iran, da solo, possiede 475.000 uomini, suddivisi in 350.000 uomini dell’esercito e 125.000 della Guardia Rivoluzionaria Nazionale.
Quest’ultima, che usufruisce della maggioranza della quota destinata alla spesa militare, è l’apparato dell’esercito destinato a difendere, e di conseguenza a diffondere, i precetti della rivoluzione khomeinista, ed è presente in 3 stati fuori dai confini iraniani: Siria, Iraq e Yemen.
Oltre al fattore militare, l’Iran possiede un vantaggio geografico non indifferente: possiede integralmente il controllo dello Stretto di Hormuz, dove transitano giornalmente 17 milioni di barili di petrolio al giorno.
Inoltre, da quando gli Houthi, ribelli filo-sciiti, hanno preso il controllo della zona sud-occidentale dello Yemen, Tehran si ritrova un potenziale controllo indiretto anche sullo stretto di Bab al-Mandab, dove transitano 25.000 navi l’anno, il 7% della navigazione globale. Per controbilanciare la costruzione della base militare saudita nel Gibuti, volta proprio a ripristinare un controllo di Ryad nelle acque yemeniti, l’Iran ha ottenuto la concessione ad usare diverse isole e un porto in Eritrea. E’ la conferma dell’interessa strategico della Repubblica Islamica verso lo Yemen, prolungamento della mezzaluna sciita e potenziale “Vietnam militare” per la casa reale saudita, impegnata ufficialmente a difendere il governo di Sana’a tra le mille difficoltà, data la scarsa esperienza di Ryad nei conflitti militari.

La contrapposizione con Ryad
L’Iran sta quindi costruendo un soft power fatto di alleanze strategiche con alcuni paesi e attori dell’area, con una presenza militare nelle zone di conflitto e ribadendo il ruolo di faro sciita mondiale.
Da questo punto di vista soffre di una distanza incolmabile rispetto allo sfidante saudita: la casa reale dei Saud, infatti, ha dalla sua un vettore di proiezione globale che, negli ultimi 30 anni, le ha permesso di sviluppare un notevole soft power in diversi zone del globo. Si tratta dell’egemonia costruita dall’esportazione del wahabismo, particolare diramazione integralista del sunnismo che si richiama ad una interpretazione letterale del Corano e degli hadith. Dagli anni ’70, infatti, con il boom delle esportazioni di petrolio che hanno portato l’Arabia Saudita a divenire uno degli stati più ricchi della regione, Ryad ha iniziato, tramite erogazione di fondi, di invio di materiale didattico e con la costruzione di moschee e madrase (scuole coraniche), ad esportare il marchio wahabita in tutto il mondo.
La Lega Musulmana Mondiale e il Fondo per lo Sviluppo Saudita sono due esempi di come la casa reale ha influenzato milioni di fedeli in tutto il mondo, dallo Yemen alla Cina passando per la California. Miliardi di dollari destinati ai quattro angoli del globo che hanno aumentato la capacità dell’Arabia Saudita di espandere il proprio marchio.
Inoltre, i sauditi, posseggono un secondo elemento di soft power sul mondo islamico: la sovranità sulle due città sante di La Mecca e Medina. Le due culle dell’Islam sono una fonte di legittimità importantissima, ma anche un onere per Ryad che ogni anno deve organizzare il pellegrinaggio (haji) a La Mecca, e quindi gestire un flusso di milioni di pellegrini. Proprio su questo punto ci sono state frizioni rilevanti con l’Iran, dopo numerosi incidenti che hanno coinvolto cittadini iraniani, e che ha portato al boicottaggio ufficiale della Repubblica Islamica dell’haji del 2016. I diversi incidenti hanno portato alcuni studiosi e membri di spicco della comunità islamica a richiedere una sovranità internazionale sulle due città sacre, ipotesi assolutamente non presa in considerazione dalle autorità saudite.
La religione ancora come terreno di scontro geopolitico, usata come fattore di legittimazione e di proiezione globale.

Il futuro di Tehran
Il difficile compito iraniano è quello di costruire una contro-egemonia alla casa reale saudita, sfruttando le difficoltà militari che Ryad sta incontrando nello Yemen. Dalla sua l’Iran può contare sulle diverse minoranze sciite nei paesi del Golfo (è importante la minoranza presente in Arabia Saudita, che negli ultimi anni è stata protagonista di diversi disordini all’interno del paese) e su una perdita di reputazione che Ryad sta scontando sul panorama internazionale.
La poca trasparenza dell’elargizione dei fondi sauditi, l’ambiguo legame che la casa reale ha con alcuni gruppi estremisti della galassia jihadista, il wahabismo come principio di radicalizzazione verso forme di salafismo estreme, sono alcuni dei fattori che hanno acceso il dibattito internazionale sull’Arabia Saudita.
L’Iran, con fatica, negli ultimi anni ha cercato di scalare posizioni nelle gerarchie regionali: la lotta allo Stato Islamico in Siria, che coinvolge migliaia di Pasdaran iraniani; l’influenza crescente sulla mezzaluna sciita; un ritrovato dialogo con l’Occidente grazie alla figura di Rouhani sono i 3 punti che hanno caratterizzato la Repubblica Islamica negli ultimi 4 anni, e che formano la base degli obiettivi geopolitici del futuro.
Proprio tra due settimane l’Iran andrà al voto per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, o per confermare l’attuale Rouhani: la scelta del Consiglio dei Guardiani di escludere dalla corsa Ahmadinejad, sembra andare nella direzione tracciata, cioè quella di evitare una polarizzazione politica non solo interna, ma anche sul piano internazionale.

Quanto è coinvolta l’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre

Poco tempo fa il Senato degli Stati Uniti ha dato il via libera ad una proposta di legge che, se approvata anche dalla Camera dei Rappresentanti, darà ai parenti delle numerosissime vittime e ai sopravvissuti del’11 settembre 2001 la facoltà di fare causa al governo saudita per coinvolgimento in grave atto terroristico.

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Una commissione bipartisan del Congresso ha proposto, infatti, di modificare una vecchia legge del 1976 che impediva agli Stati Uniti di portare in tribunale un altro Stato aggiungendo una clausola che rende legale il processo contro un altro Paese nel caso in cui quest’ultimo sia coinvolto in gravi atti che abbiano causato la morte di cittadini statunitensi sul suolo statunitense.

La propota che più fa discutere nell’ambiente dell’alta politica statunitense è quella di rendere pubblico il dossier di 28 pagine stilato subito dopo l’attentato dalla Commissione d’inchiesta del Congresso creata appositamente per chiarire le responsabilità degli attacchi. In quelle 28 pagine ci sarebbero nero su bianco le prove che alcuni alti funzionari sauditi impiegati presso le rappresentanze diplomatiche di Riyad negli Stati Uniti hanno finanziato gli autori di quella carneficina e che erano in contatto con le alte sfere di Al Qaeda.  Il capo della Commissione dell’epoca, l’ex Senatore Bob Graham, ha più volte detto in interviste pubbliche di essere sicuro del coinvolgimento dei sauditi negli attentati del 2001 che portarono al crollo delle Twin Towers. Sempre secondo Graham è molto significativo che su 19 attentatori ben 15 fossero di nazionalità saudita. Ci sarebbero anche le trascrizioni di un fitto scambio di telefonate tra addetti dell’Ambasciata saudita e l’uomo considerato uno dei capi addestratori dei dirottatori che portarono gli aerei a schiantarsi contro le Torri e contro il Pentagono.

La decisone di rendere segreto il dossier sull’11 settembre venne presa dal presidente degli Stati Uniti in carica al momento del fatto, George W. Bush, per paura di svelare i metodi di lotta al terrorismo delle forze armate statunitensi a troppe persone e mettere così in pericolo la vita dei militari.

Il presidente Obama ha detto che porrà il veto contro questo disegno di legge perchè non vuole creare nuova tensione nei rapporti, già ridotti al minimo, tra Washington e Riyad e perchè non vuole rischiare di perdere i tanti investimenti che la famiglia reale saudita ha in territorio statunintese. I sauditi hanno fatto saper che, se Washington approverà la legge e porterà il governo di Riyad in tribunale, sono pronti a vendere tutti i titoli di Stato e gli asset statunitensi in loro possesso, per un totale di circa 750 miliardi di dollari, un grande danno per l’economia statunitense. Obama ha anche sottolineato il grave rischio che altri Paesi possano prendere come esempio la nuova legge e portare in tribunale il governo statunitense per atti commessi all’estero, creando così un pericolosissimo precedente.

In questo clima i rapporti tra Washington e Riyad si stanno deteriorand osempre di più e si rischia di andare verso un duro scontro diplomatico tra i due Paesi; questo potrebbe danneggiare anche la lotta al terrorismo dell’ISIS perchè i due governi stanno collaborando alla coalizione internazionalenelle dure e lunghe battaglie contro il sedicente Stato islamico.

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale

Mentre l’Iran, con la fine delle sanzioni, sembra avere riconquistato il proprio peso economico sui mercati petroliferi internazionali, l’Arabia Saudita denuncia l’appeasement statunitense nei confronti del programma nucleare di Teheran. La nuova leadership di Riyad, sempre più decisa a giocare in Medio Oriente il ruolo di Paese guida degli arabi sunniti, punta, insieme ad Ankara, a rovesciare il governo di Damasco, se necessario anche con un intervento diretto sul campo. Il rischio è che quella che fino ad ora si è manifestata come una guerra per procura tra Riyad e Teheran (quest’ultima impegnata nel supporto a Bashar al-Assad, insieme alle milizie sciite di Hezbollah) possa trasformarsi nella prima guerra regionale del Medio Oriente, con tutti i rischi che un simile scenario può comportare sul piano della sicurezza globale

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale - Geopolitica.info Proteste a Teheran per l'esecuzione di Nimr al Nimr, gennaio 2016 (cr: Mohammed Al-Shaikh / AFP)

Obiettivi divergenti e corsa agli armamenti

Lo scenario mediorientale sembra percorso da dubbi circa la validità dell’accordo sul cessate il fuoco in Siria (che si sarebbe) raggiunto, con la mediazione dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Siria (Staffan de Mistura), tra Stati Uniti e Federazione Russa durante la 52° Conferenza di Monaco sulla sicurezza (Munich Security Conference, 12-14 febbraio 2016). Intanto, tra Arabia Saudita e Iran comincia a farsi udire un pericoloso tintinnio di sciabole. I prodromi di questa diatriba, tra (quello che aspira ad essere) il Paese guida del mondo arabo sunnita e lo Stato capofìla della famiglia confessionale sciita, erano già sorti alla vigilia dell’accordo tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano. Riyad, preoccupata dalle possibili implicazioni militari, aveva rivelato di volere acquisire know-how nucleare dal Pakistan, trovando in Islamabad un partner compiacente e agitando lo spettro della corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Secondo il Global Defence Trade Report del gruppo di consulenza strategica IHS Inc., nel 2014 il regno saudita ha sostituito l’India come principale acquirente di sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Un altro studio, The Military Balance 2014, (dell’International Institute for Strategic Studies -IISS), rivelava come Riyad, nel 2013, avesse superato il Regno Unito nella lista dei Paesi che investono maggiormente nel settore delle forze armate, posizionandosi, (con una spesa pari a 60 miliardi di Dollari), al quarto posto dopo Stati Uniti, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. Spalleggiati dalle ambizioni neo-ottomane della leadership turca, i sauditi si sono inoltre imbarcati, insieme ad altre petromonarchie del Golfo (Qatar in primis), nell’avventura siriana, ponendosi in aperto contrasto con l’alleanza sciita che sostiene il governo di Damasco composta, oltre che dagli iraniani, dalle milizie libanesi di Hezbollah e dagli alawiti (Nusairi) del presidente siriano Bashar al-Assad.

A completare lo schieramento delle diverse forze in campo ha contribuito l’intervento militare russo in Siria, che, come rivelato da immagini satellitari israeliane mostrate il 2 febbraio dal Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies della Israel Air Force Association, recentemente è stato potenziato con il dispiegamento di nuovi mezzi, tra cui batterie missilistiche terra-aria S-400 “Triumph” e il sistema combinato missili/artiglieria anti aerea a corto-medio raggio Pantsir S-1 (nome in codice NATO SA-22 Greyhound). Dal canto suo l’Iran ha insistito con l’alleato russo perché venisse rispettato il contratto siglato nel 2007 (del valore di 800 milioni di Dollari, circa) per la fornitura di cinque sistemi difensivi missilistici mobili terra-aria S-300, che, con molta probabilità, saranno consegnati nella versione VM “Antey 2500” (nome in codice NATO, SA-23 Gladiator/Giant). Il 5 febbraio 2004, secondo la Federation of American Scientists, l’Iran avrebbe inoltre testato un siluro Shkval di fabbricazione russa, in grado, grazie all’effetto della supercavitazione, di raggiungere una velocità di 370 km/h.

Religione e politica di potenza

Quella che nel gennaio scorso sembrava essere nata come una sorta di guerra diplomatica dopo la rottura delle relazioni tra le rispettive rappresentanze di Riyad e Teheran a seguito degli incidenti presso la sede dell’ambasciata saudita nella capitale iraniana, (a loro volta innescati dalla condanna a morte del capo religioso sciita Nimr al-Nimr, giustiziato insieme ad altri 46 cittadini sauditi con l’accusa di terrorismo), rischia di trasformarsi in una sorta di guerra inter-religiosa per l’egemonia nel mondo islamico mediorientale. Tuttavia, l’aspetto confessionale, sebbene di considerevole importanza, non deve essere assunto come unico fattore di valutazione dei sommovimenti geopolitici attualmente in corso in Medio Oriente.

Accanto a quello religioso vanno considerati almeno altri due elementi: gli interessi economici e finanziari, legati soprattutto alle oscillazioni del prezzo del greggio, e la politica di potenza perseguita da alcuni esponenti della nuova leadership saudita venutasi a formare dopo la morte di Re ‘Abd Allah (23 gennaio 2015), in particolare dal ministro della Difesa, Sua Altezza il Principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud. Il 12 febbraio scorso la Saudi Press Agency riportava la dichiarazione con la quale il consigliere militare del ministro saudita, Brigadiere Generale Ahmed Hassan Asiri, confermava come il regno fosse pronto ad inviare forze militari (ground troops) in Siria per contrastare il terrorismo.

Asiri, che parlava da Bruxelles, dove si era recato con una delegazione guidata dal Principe Mohammed bin Salman per un incontro convocato nel Quartier Generale della NATO tra i ministri della Difesa di ventotto Paesi (tra cui l’Italia) con lo scopo di discutere la strategia di contrasto all’ISIL (Daesh), aveva sottolineato come tale scelta fosse da ritenersi una “irreversible decision”. Sulla base di questi presupposti politico-militari, il copione della guerra “per procura” tra sauditi e iraniani combattuta nel teatro (solo apparentemente) periferico dello Yemen rischia dunque di potersi replicare anche in Siria? Le parole di Asiri sembrano suggerirlo.

Soprattutto se si considera che esse sono giunte quale conferma di quanto già dichiarato il 9 febbraio dal ministro degli Esteri saudita, Adel bin Ahmed Al-Jubeir, circa l’invio in territorio siriano di un contingente composto da forze speciali; decisione accolta con favore dal Dipartimento di Stato di Washington, ma con toni minacciosi dal governo di Damasco. Dovrebbe essere proprio l’Arabia Saudita infatti il Paese leader della Islamic Military Alliance avente, all’interno della più vasta coalizione internazionale, il mandato di contrastare Daesh, specialmente in Siria.

Equilibri regionali e petrodiplomazia

Se il dato delle diverse appartenenze confessionali può apparire immediatamente comprensibile, meno definito sembra invece essere quello degli equilibri geopolitici, tanto che il confine tra (vecchi) alleati e (nuovi) nemici risulta labile. E’ il caso, ad esempio, di alcune anomalie che sembrano interessare la “special relationship” tra sauditi e statunitensi, le quali possono confondere anche l’osservatore più attento. L’alleanza tra Washington e Riyad affonda le sue radici negli anni Trenta del secolo trascorso, quando i capitali della Standard Oil Company of California fecero il loro ingresso nel mercato petrolifero degli Al Saud, fino alla creazione (il 31 gennaio 1944) di quella che ancora oggi è la compagnia petrolifera di Stato, la Saudi Aramco (contrazione dell’originario Arabian American Oil Company).

Sopra tutte, due novità recenti sembrano minare questa intesa. Da un lato il dato (peraltro contrastato da differenti analisi statistiche) secondo cui gli Stati Uniti sarebbero divenuti, grazie anche alla tecnica della fratturazione idraulica (hydraulic fracturing), che consente loro di estrarre shale-oil, il primo produttore mondiale di petrolio (sebbene l’Arabia Saudita rimanga ancora il principale produttore all’interno del consorzio OPEC), e dall’altro il ritorno sui mercati internazionali, dopo la fine delle sanzioni, del greggio iraniano, la cui quota di mercato era stata (in buona parte) acquisita da Riyad durante il regime sanzionatorio. Se inoltre si aggiunge la decisione (dicembre 2015) del Congresso di abolire il divieto di esportazione del petrolio estratto negli Stati Uniti (contenuto, in particolare, nell’Energy Policy and Conservation Act del 1975 e nell’Export Administration Act del 1979), l’esistenza di indizi circa una (possibile) spaccatura negli equilibri mediorientali sembra trovare riscontro, sebbene il recente (16 febbraio 2016) accordo a quattro, tra Russia, Arabia Saudita, Qatar e Venezuela per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio (2016), stabilizzando così il livello dei prezzi al barile, riveli da parte di Riyad un timido dietro front.

Al netto dell’accordo raggiunto dalla petrodiplomazia russo-saudita a Doha, (che in ogni caso dovrà trovare una ratifica formale e unanime tra i Paesi OPEC per essere rispettato, a cominciare da Iran e Iraq, che avrebbero invece interesse ad aumentare le rispettive quote di produzione), pare comunque che oltre il velo degli schieramenti ufficiali, in Medio Oriente, si stia consumando anche una partita economica, condotta sopra tutti dai sauditi, per rendere poco conveniente lo shale oil made in US, i cui costi di estrazione risultano essere alti rispetto alle tecniche tradizionali, e, nel medesimo tempo, escludere il greggio iraniano dai lucrosi traffici delle rotte petrolifere internazionali. Benché il primo obiettivo appaia maggiormente realizzabile, solo gli sviluppi futuri saranno in grado di fornire un quadro esaustivo di una situazione che oggi presenta ancora molte incognite.

Gli iraniani, infatti, dopo i colloqui di Teheran (17 febbraio) con i ministri del petrolio di Qatar, Iraq e Venezuela, hanno mostrato di assumere un atteggiamento ambiguo, dicendosi pronti ad appoggiare l’iniziativa russo-saudita, senza però specificare se siano anche intenzionati a bloccare de facto la propria produzione, in merito alla quale avevano affermato, invece, di essere intenzionati a portarla ai livelli precedenti all’applicazione delle sanzioni.

Saudi Arabia: a country between secular alliance and fundamental obligations

The recent executions in Saudi Arabia are not only a hotly debated subject of International Human Rights but symbolize a duality of contemporary international relations with a country that is a key player in the alliance against terrorism with its very own conflicts between the powerbase of Wahhabism and confessional opposition.

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In early January the Kingdom of Saudi Arabia officially executed 47 terrorists and members of the opposition – a dynamic that rightfully caused broad international attention and diplomatic resonance. Although this event is indeed of international relevance, most of those convictions were targeting domestic members of al-Qaeda who were declared to be responsible for a wave of terror that hit the Gulf state in the years between 2003 and 2006. Considering multiple terrorist attacks of the so-called Islamic State (or “Daesh”) in recent times these convictions are used as a clear message stating that the royal family is determined to track down any activity or conspiracy of jihadists that are carried out to fight the regime actively. Accordingly the media resonance in the Kingdom focused on the stories of these jihadists – most prominently on one of al-Qaeda’s top religious leaders Faris al-Zahrani who had been in custody ever since his detention near the Yemeni border in 2004.

However the main subject of international reports was prominent Shia cleric Nimr al-Nimr who had been a persistent critic of Saudi Arabia’s Sunni royal family and a vocal supporter of the mass anti-government protests that erupted in the country’s east in 2011 where the Shia majority wanted to follow the call of the Arab Spring.

The motive of his execution – and those of three other Shia prisoners – was to please the conservative Sunni power base, which constitutes the stronghold of the House of Saud’s reign. The facts that these conservative Wahhabi often sympathize with the jihadist movement and define Shia protesters as the real enemy complete the domestic policy’s nightmare.

The complex relationship with fundamentalism

Clearly these executions and the political situation in Saudi Arabia confirm that the country is a very difficult and complex partner for the international counterterrorist agenda of the European Union and it’s allies. On the one hand the KSA remains an important ally in the fight against groups like al-Qaeda and Daesh but simultaneously strengthens militant Sunni and Shia groups through it’s promotion of Wahhabism and the duality of politics towards those actors as seen in the example of the executions in early January.

Saudi Arabia remains one of the most important countries of origin of militant terrorists who are internationally active and joining armed conflicts like in the most significant case of Syria. Since the 1990s Saudi jihadists played an important part in the most dynamic and crucial fractions of international terrorism but the royal family didn’t intervene until 2003 when al-Qaeda started to attack targets within the Kingdom. With professional help of their US allies, Saudi Arabia managed to crush the roots of al-Qaeda by expanding security measures and services in 2006 under the leadership of Muhammad bin Naif Al Saud who is also crown prince since 2015. In recent years the collaboration of security authorities and secret services of Saudi Arabia, the United States and member countries of the European Union is intensive and helped to prevent terrorist attacks on Europe and the Middle East in a number of cases. It seems only logical that this collaboration increases since today’s terror cells operate internationally connected and organized.  In order to contain and fight the mentioned terrorist organizations an on-going collaboration with Saudi Arabia will be mandatory and a partnership equally important.

Nonetheless this collaboration should not disguise the fact that the governments of Saudi Arabia and those of it’s allies in the West are worlds apart when it comes to the understanding of moral values and the understanding of Human Rights.

The oppression of the Shia minority in the country’s east could eventually result in the formation of new armed terror cells that are not necessarily a threat to Western allies but would increase the destabilization of the Middle East which is already plagued by multiple proxy wars between Shia and Sunni forces. About 3 Million Shia are living in Saudi Arabia’s Eastern region – a minority that is openly declared as non-believers, kuffār, by the state religion Wahhabism. The conflict between those two confessional fronts has existed for decades but since 2011 the situation has become more intense and developed the character of an open uprising. The execution of cleric Nimr al-Nimr is a clear message to this regional revolt and is definitely not sitting well with Iran, who has been supporting fellow Shia to strengthen their influence and to destabilize the Kingdom.

In this context the domestic tensions could affect the alliance with the West who is seeking a closer approach to Iran after the country reopened it’s doors to the global economy and community with sanctions lifted after the UN nuclear deal.

However, Saudi Arabia’s policies against the Shia minority and the severe violations of Human Rights are not the only obstacles for an equal partnership with the European Union but most importantly the relationships and coalition of the royal family with the Wahhabi clerics. Wahhabism constitutes the ideological base of modern day Salafism in all it’s variations and is fueling confessional and religious conflicts among Muslims and other religious entities. Without Wahhabism and it’s promotion through the government of Saudi Arabia the formation of modern Jihadism would have not been possible.

This understanding should guide the pragmatic cooperation between Brussels and Riyadh. Naturally the West will not be able to take influence on this matter although the international community and the European Union should condemn any fundamental Wahhabi activity, demand the political and religious equality of the Shia minority and prevent any funding of salafistic institutions in Europe.

As long as the Kingdom doesn’t succeed in cutting ties with the Wahhabi, the fight against terrorism will remain a fight against symptoms and will leave the relevant root untouched.

Saudi Arabia remains an essential key player and an important ally but the fostering of internal political and religious tensions as well as its involvement in recent proxy wars could eventually backfire and increase the chaos in the Middle East beyond imagination.