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Il Golfo e la diversificazione economica

Il petrolio, come tutte le risorse del nostro pianeta, non è infinito. Esso però è divenuto, durante gli anni, indispensabile per le economie di molti paesi del mondo. Alcuni di loro infatti, come i paesi del Golfo, sono riusciti a sfruttare tutto il suo potenziale e ad aumentare il proprio prodotto interno lordo soprattutto grazie all’export degli idrocarburi. Il cambiamento climatico e l’esplosione della green economy, però, hanno ridimensionato il ruolo dell’oro nero all’interno dell’economia mondiale. Quale strategia stanno attuando i paesi del Golfo per reagire a questi cambiamenti?

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Gli attori in gioco

Il Golfo Persico, o Arabico, e i paesi che bagna sono stati importanti nell’arco della storia sia sotto il punto di vista economico, sia sotto quello strategico. La sua rilevanza, oltre che in relazione alle numerose riserve petrolifere presenti sul territorio, deriva anche dalle vie marittime per il trasporto di esso. Nello specifico, quando si parla di paesi del Golfo, si parla degli stati toccati da entrambe le sponde. Per quanto riguarda la zona “occidentale” quindi, si tratta di quei paesi che costituiscono il “blocco sunnita”: Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Tutti i paesi sopra citati hanno una forma di governo monarchica con, ovviamente, un basso tasso di democrazia. Gli unici organi elettivi hanno una natura puramente consultiva e non legislativa. In questi paesi quindi vige il diktat di “no taxation without representation”: non essendo rappresentati politicamente, i cittadini non sono obbligati a pagare le tasse. Per questo motivo, infatti, le monarchie del Golfo sono anche chiamate Rentier States. Date le numerose somiglianze, sia religiose, sia economiche, sia ordinamentali, nel 1981 viene costituito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (o Gulf Cooperation Council, GCC). Esso può essere definito come una sorta di alleanza tra i vari stati membri, che ad ora ha portato scarsissimi risultati, soprattutto per via delle differenti strategie politiche dei suoi membri (basti pensare al recente braccio di ferro tra Sauditi e Qatarioti).

Dall’altra sponda del Golfo troviamo invece l’Iraq e l’Iran, che non possono essere definiti un blocco unico per diverse ragioni. In primis, per la varietà delle comunità religiose presenti sul territorio: mentre l’Iran infatti ha una sua identità sciita, l’Iraq, nonostante la maggioranza della popolazione sia sciita (il 60% circa), ha al suo interno molte altre comunità religiose. L’altro motivo è in relazione alla natura ordinamentale dei due stati: l’Iran ha un ordinamento cd. dualistico, in quanto sono presenti sia istituzioni elettive che non elettive; l’ordinamento costituzionale dell’Iraq invece, è ancora caotico e disordinato, soprattutto per via delle numerose guerre succedutesi negli ultimi decenni.

Saudi Vision 2030: l’ambizioso piano Saudita

Bin Salman, attuale principe Saudita e futuro erede al trono del regno, per uscire da una situazione di deficit che aumenta anno dopo anno, ha ideato un piano denominato Saudi Vision 2030. I motivi scatenanti il costante deficit sono riconducibili ad un’eccessiva spesa militare su fronti inconcludenti (Yemen e Siria su tutti), e ad un’elevata disoccupazione giovanile. Oltre a generiche promesse quali la lotta alla corruzione e il progressivo abbassamento della disoccupazione (abbassandola dal 11,6 al 7%), nella Vision 2030 sono presenti misure concrete molto innovative per l’Arabia Saudita. La grande novità è soprattutto verso le donne ed il loro inserimento nel mondo del lavoro: il permesso alla guida, l’apertura attività lavorativa senza permesso del guardiano, l’apertura di posizioni importanti all’interno delle forze armate e del corpo diplomatico, il divieto di discriminazione di genere sul luogo di lavoro e la promulgazione di una nuova legge anti molestie, entrata in vigore ad inizio 2018, la quale prevede fino a 300 mila riyal (80 mila $ circa) e fino a 5 anni di reclusione, sono solo alcune delle promesse che il principe propone di attuare.
Le altre innovazioni riguardano l’intrattenimento (si prevede di investire circa 64 miliardi in 10 anni per l’apertura di cinema, i quali sono vietati dal 1979, l’organizzazione di concerti, che permetterò alle donne sia di visionare che di partecipare, di spettacoli ed eventi sportivi), investimenti esteri, sul turismo, sull’imprenditoria privata e nuove norme sulla tassazione.

Le strategie del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti

Gli altri due paesi del Golfo che stanno attuando la diversificazione economica, cioè la variazione degli introiti che ha come obiettivo il raggiungimento di un’economia stabile, sono gli Emirati Arabi ed il Qatar.
Il primo sta cercando di creare nelle sue maggiori città, Dubai in primis, dei veri e propri hub finanziari, creando un ambiente in cui è facile investire sul piano finanziario, commerciale e immobiliare. Per esempio, mentre in precedenza per aprire una qualsiasi attività era necessaria la presenza di un socio locale, ora serve solo l’intermediazione di un agente locale.
Il Qatar invece ha costruito un sistema di rendite alternative basato su investimenti a lungo termine. Il piccolo stato del Golfo, che ha circa 400 mila abitanti, sta acquistando quote di società (come Volkswagen o Harrods), edifici strategici nel mondo (come il grattacielo Shard e la HSBC Tower di Londra) e addirittura club sportivi (quali il Paris Saint-German). Tutto ciò sta garantendo a Tamim bin Hamad al-Thani, l’attuale emiro del Qatar, non solo di resistere all’embargo Saudita di un anno fa, ma anche di creare l’immagine di un paese innovativo su cui investire.

L’oro nero non può essere più considerato come una valida forma di sostentamento. I paesi del Golfo hanno appreso come un cambiamento radicale sia importante, se non indispensabile. Oltre a cambiare gli asset economici però, i paesi del Golfo dovrebbero anche modificare la propria struttura ordinamentale, passando da monarchie a dittature carismatiche che trovano la loro legittimità sul consenso popolare.
Soprattutto l’Arabia Saudita deve invertire il deficit che oramai affligge da anni la sua economia. La Saudi Vision rappresenta l’ultima opportunità per il regime di Riyadh, e si è già in ritardo sulla tabella di marcia.

Tutti contro l’Iran

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha accusato apertamente l’Iran di violare l’accordo sul nucleare, e ha dichiarato di possedere 55 mila documenti che dimostrano la volontà di Teheran di sviluppare ordigni atomici. Il 12 maggio Trump si pronuncerà sull’accordo sul nucleare. Intanto il giovane leader dell’Arabia Saudita, bin Salman, critica Abu Mazen e apre ufficialmente a Israele. Le convergenze di interessi e le alleanze sono oramai palesi: quali scenari futuri ci saranno tra l’Iran e la regione mediorientale?

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“Credo che ogni popolo, ovunque, abbia il diritto di vivere nella sua nazione pacificaCredo che i palestinesi e gli israeliani abbiano il diritto di avere la loro terra”. L’intervista di inizio aprile rilasciata dal giovane leader saudita al giornale The Atlantic, non ha fatto altro che evidenziare una convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele, in chiave anti iraniana, che molti analisti avevano ipotizzato dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il viaggio nel maggio del 2017 del neo presidente statunitense in Medio Oriente aveva chiarito in maniera netta le intenzioni dell’attuale amministrazione repubblicana sulla regione: il ritorno alle alleanza tradizionali di Washington e la sfida aperta alla Repubblica Islamica. La grande differenza con l’amministrazione Obama, che dell’Iran aveva fatto un interlocutore internazionale con la firma dell’accordo sul nucleare del 2015.
Dopo diversi mesi di trattative, e diversi cambi di poltrona all’interno dell’amministrazione, il presidente statunitense è riuscito a posizionare le pedine sulla scacchiera immaginata a inizio mandato: la convergenza tra l’Arabia Saudita e Israele è oramai palese. Le dichiarazioni di Bin Salman sono storiche, per portata e impatto mediatico, e le critiche ad Abu Mazen degli ultimi giorni rafforzano il messaggio di apertura verso Israele.
Nel frattempo, il primo ministro israeliano Netanyahu ha apertamente attaccato l’Iran, accusandolo di non rispettare l’accordo sul nucleare. Il premier israeliano ha dichiarato che il Mossad possiede oltre 55mila documenti che provano la volontà e il progetto iraniano di costruire ordigni atomici da installare su vettori balistici in grado di attaccare ogni stato della regione. Inoltre, il parlamento israeliano ha approvato una legge che consente al premier di dichiarare guerra “in circostanze eccezionali” con il solo consenso del ministro della difesa. Toni incandescenti e provvedimenti politici che denotano una volontà di agire in maniera rapida, e che probabilmente anticiperanno la futura uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.
Mike Pompeo, neo segretario di stato americano che sembra essere in completa simbiosi con il presidente Trump, al centro di numerose trattative diplomatiche (non ultimo il dossier coreano), nel corso di un incontro con il presidente Netanyahu ha affermato di condividere la paura e il timore che le azioni iraniane nella regione siano di intralcio alla pacificazione dell’aerea, ribadendo il suo appoggio al leader israeliano.

Il nuovo corso in politica estera inaugurato da Donald Trump riporta quindi le alleanze degli Stati Uniti in Medio Oriente nel percorso più tradizionale: Israele e Arabia Saudita tornano ad essere i pilastri delle politiche di Washington della regione. L’obiettivo è quello di responsabilizzare gli storici alleati nel contrastare l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente, giunta ai massimi livelli dopo l’inizio delle Primavere Arabe. Il tutto nel paradigma teorico e politico di Trump che spinge per una convergenza tra i due paesi alleati al fine di disimpegnare gran parte delle risorse americane dalla regione, come promesso a più riprese in campagna elettorale.
Impedire un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente fondato, tra gli altri, anche sul ruolo dell’Iran è l’imperativo strategico degli Stati Uniti e degli alleati regionali.
E’ un obiettivo perseguibile? Uno dei tasselli che avrebbero senza dubbio aiutato il raggiungimento del risultato sarebbe stata la capitolazione del regime di Assad in Siria, che avrebbe certamente minato nelle fondamenta l’influenza iraniana nel territorio siriano, tagliando il cosiddetto “corridoio sciita” che da Teheran arriva a Beirut.
Un obiettivo che, a detta dei principali analisti, è oramai difficilmente perseguibile: al contrario l’Iran e le sue milizie hanno consolidato un potere notevole in diverse zone del territorio siriano.

Una nuova strategia per raggiungere l’obiettivo, per Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, è quella che prevede l’annullamento, o quanto meno la delegittimazione, dell’accordo sul nucleare. Le accuse di Netanyahu all’Iran, pochi giorni prima dell’annuncio (previsto il 12 maggio) di Trump sul futuro dell’accordo, vanno lette in questa ottica.
La pianificazione di nuove sanzioni economiche da parte di Washington, unita alla postura militare maggiormente aggressiva di Israele e Arabia Saudita, è una seconda strategia che può colpire l’Iran, costretto a fronteggiare economicamente il rischio di nuove sanzioni e insieme a concentrare gli sforzi di bilancio sulla spesa nella difesa. Una doppia pressione che può mettere in difficoltà gli sforzi iraniani di integrazione al sistema economico internazionale da una parte, e di mantenimento di una posizione militare di vertice nelle gerarchie regionali.
Ipotizzare un first strike israeliano, o saudita, in territorio iraniano è invece difficilmente prevedibile: l’Iran ha una grande forza di deterrenza schierata vicina ad entrambi i confini dei due paesi. Da una parte con Hezbollah e diverse milizie sciite in Siria, dall’altra con gli Houthi nello Yemen, ribelli che controllano larga parte del territorio e che non di rado effettuano lanci di missili contro Riyadh. Oltre a questo è sempre bene ricordare che l’Iran possiede un arsenale balistico in grado di poter colpire entrambi i paesi considerati nemici.

L’equilibrio di potere nel Medio Oriente continua a mantenersi, seppur in bilico, tramite il ruolo delle due potenze maggiori esterne alla regione, Stati Uniti e Russia, garanti dei due diversi schieramenti presenti sul campo. I futuri scenari vanno ancora analizzati tramite un approccio sistemico che guardi con attenzione alle decisioni e alle mosse delle potenze esterne,  ricordandosi però contemporaneamente di non sottovalutare gli interessi degli attori locali. L’ultimo rapporto SIPRI, uscito in questi giorni, evidenzia un significativo aumento nella spesa militare da parte di Arabia Saudita (9,2%) e Iran (19%) rispetto allo scorso anno. Un dato da evidenziare, che conferma come i toni incandescenti delle dichiarazioni siano accompagnati da reali scelte politiche a lungo termine.

L’Arabia Saudita e l’obiettivo di costruire il consenso internazionale anti-Iran

In Medio Oriente, un altro anno carico di turbolenze è terminato. Tuttavia, a causa del caos regionale alimentato dall’accesa rivalità fra Arabia Saudita ed Iran, il 2018 si preannuncia altrettanto turbolento.

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Poche cose sono esplosive come la combinazione fra ambizione e nervosismo strategico – e a Riyadh, sotto la leadership indiscussa del potente Principe della Corona Mohammad bin Salman, si respirano entrambi. Per questo gli esiti del viaggio di marzo del Principe in Europa e negli Stati Uniti potrebbero essere sorprendenti.

Obiettivo principale resta, in primis, il contenimento dell’Iran. L’Iran, dal punto di vista del Principe Mohammed, sta diventando la potenza dominante dall’Iraq al Libano. Teheran, anche se non in pieno controllo di Baghdad, Damasco e Beirut, può decisamente modellare i loro scenari politici – e, nel caso siriano, militari – grazie ai suoi proxies ed alleati. Gli iraniani stessi sono stati chiari sul loro punto di vista riguardo alla regione: “E’ possibile prendere qualsiasi decisione rilevante riguardo all’ Iraq, Siria, Libano, Africa del Nord o Golfo Persico senza l’Iran?” ha tuonato pochi mesi fa Hassan Rouhani, Presidente dell’Iran.

Mohammad bin Salman, evidentemente pensa di sì, e di questo vuole convincere i sui alleati a Londra e Washington. Addirittura, pur di raggiungere l’obiettivo di escludere Teheran dalla politica regionale, la politica estera e di sicurezza saudita sembra essere andata in “overdrive” – mentre l’Iran rimane un passo avanti. L’intervento saudita in Yemen è stato costoso e inconclusivo, anche dopo più di tre anni. La situazione potrebbe evolversi in ciò che Riyadh ha maggiormente cercato di prevenire: la trasformazione del movimento degli Houthi in qualcosa di molto simile ad Hezbollah in Libano. L’isolamento del Qatar guidato dall’Arabia Saudita ha avuto, parzialmente, più successo: lo sforzo di addomesticare le risolute politiche regionali di questo paese ha funzionato, ma la crisi è stata di fatto una sconfitta di pubbliche relazioni per Riyadh. L’ultima avventura saudita – la forzata consegna delle dimissioni, poi ritirate, di Saad Hariri come Primo Ministro del Libano – ha creato sconcerto in Libano e oltre. Se l’obiettivo è chiaramente contenere l’Iran, le strategie su come agire sono state finora, inefficaci. Lo Yemen è un terreno strategico estremamente spinoso, dove le guerre sono costose e complesse ed i risultati ambigui. E’, inoltre, un teatro periferico. L’equilibrio di potere in Medio Oriente è tradizionalmente determinato in Siria ed Iraq, dove tuttavia, l’Iran è un passo avanti.

Contenere l’Iran, richiederebbe piuttosto un vasto consenso internazionale, per cui non sembrano esserci i presupposti: ad esempio le potenze asiatiche emergenti così come gli stati europei, difendono a spada tratta l’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran nel 2015. In questo senso, però, sta lavorando Mohammad bin Salman.

In primis con tentativi di avvicinamento tattico con Mosca, la maggiore alleata dell’Iran in uno dei principali teatri mediorientali, la Siria. Nonostante Russia e Arabia Saudita siano caratterizzate da un passato di reciproca sfiducia e ostilità risalente alla Guerra Fredda, le due nazioni condividono oggi anche interessi strategici reciproci, innanzitutto, nel mercato energetico, nel quale solo un’alleanza tra Russia e Arabia Saudita è riuscita a risollevare i prezzi del petrolio in caduta libera tra il 2014 e il 2016.

Altro alleato fondamentale nello sforzo anti-iraniano, sta emergendo in Israele. Da una parte, il conflitto storico tra Israele e Palestina è sempre stato di rilevanza centrale per consolidare il potere dei leader arabi. L’Arabia Saudita ha tradizionalmente guidato la comunità arabo-islamica nella questione del riconoscimento della Palestina come Stato. Tuttavia, negli ultimi anni, Riyadh ha sempre di più tentato di fare ciò cercando di non compromettere i rapporti con Israele, paese cardine per fermare l’avanzata iraniana. Questo è emerso chiaramente nei recenti avvenimenti politici riguardo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico da parte dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Infatti il Principe Ereditario Mohammad bin Salman negli ultimi anni si sarebbe mostrato incline a supportare l’ascesa della leadership palestinese di Mohammad Dahlan, prevedendo la stipulazione di un patto di pace con Israele nel quale verrebbero riconosciuti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania in cambio del riconoscimento dello Stato palestinese, senza Gerusalemme come capitale. Ovviamente questo patto avvicinerebbe il Regno ad Israele piuttosto che alla Palestina. Il Regno saudita infatti è ben consapevole che la capacità strategica israeliana e la sua influenza sull’attuale amministrazione statunitense sono due “armi” fondamentali per la lotta di potere con l’Iran.

Soprattutto, il Principe Mohammad bin Salman sa di poter contare sull’amministrazione statunitense, pur se in pieno arretramento strategico, per azioni di escalation contro Teheran. L’ultima riprova, inconfutabile, si è avuta con gli ultimi ricambi all’interno dell’amministrazione stessa. Con Mike Pompeo al posto di Rex Tillerson a capo del Dipartimento di Stato e John Bolton al posto di H.R. McMaster al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, due politici moderati lasciano il posto a due falchi tradizionalmente anti-Iran. Interessante è come questi sviluppi siano avvenuti, entrambi, in concomitanza del viaggio del Principe Mohammad bin Salman negli Stati Uniti.

Tirando le somme, questa rafforzata alleanza con gli USA, il programma segreto di distensione portato avanti con Israele e il possibile avvicinamento alla Russia, avvicinerebbero Riyadh alla costruzione di un consenso internazionale anti-Teheran. Si può in un certo senso dire che il Regno si starebbe già preparandosi su questa strada, ambendo a ristabilire la centralità del Regno nella vita geopolitica del Medio Oriente. Gli obiettivi sono certamente ambiziosi, Mohammad bin Salman sta tentando di gettarne i presupposti, ma è tutto fuorché certo che il Principe saudita potrà trasformare le sue aspirazioni in realtà.

Marco Siniscalco e Silvia Marcelli, Euro-Gulf Information Center

 

Perché un Saud visita il Cremlino

Il Russian Energy Week, convegno annuale che si svolge tra Mosca e San Pietroburgo, ha riunito anche nel 2017 i maggiori esponenti del settore del petrolio e del gas di tutto il mondo. Il forum però, come spesso accade in queste occasioni, non è stato solo un’occasione per siglare accordi commerciali ma anche stata un’arena di dibattito e di incontro tra i leader dei più grandi paesi della scena internazionale. Per questo motivo tra gli invitati si è registrata la presenza dei rappresentanti di tutti quegli stati delle aree più calde del panorama internazionale,  i quali sono giunti in Russia principalmente per incontrare il presidente federale Vladimir Putin.

Perché un Saud visita il Cremlino - Geopolitica.info

Il 5 ottobre scorso, nonostante l’onda mediatica del referendum Catalano abbia catalizzato gran parte delle attenzioni del mondo mediatico, non è passato in sordina l’incontro avvenuto tra re Salman di Arabia e il Presidente Federale Vladimir Putin. Non a caso giovedì 5 ottobre  è stato il giorno più atteso ed importante di tutta la Russian Energy Week, e forse, da un punto di vista geopolitico, anche uno dei più significativi dell’intero 2017. A conferire un tocco storico alla visita di  re Salman, oltre al fatto che egli rappresenta il primo membro della dinastia Saud a visitare la capitale russa, è stato anche il commento che il presidente russo Vladimir Putin si è lasciato scappare, prima dell’incontro, circa l’alleanza tra U.S.A. e l’Arabia Saudita «Nulla dura per sempre a questo mondo››.

Infatti, la duratura alleanza transatlantica tra Ryad e Washington, che sembrava più salda che mai, soprattutto dopo la  visita di Trump nella capitale saudita avvenuta nel maggio 2017, quando venne  annunciato da entrambe le parti l’impegno di raggiungere la cifra record di 350 miliardi in cooperazione per la difesa entro il 2027, ad oggi sembra mostrare qualche crepa. Nella corsa all’armamento dell’Arabia di recente si è aggiunto prepotentemente anche il Cremlino, infatti Ryad ha firmato un accordo preliminare con Mosca che prevede l’acquisto di sistemi russi per la difesa antiaerea S-400, ma anche di missili anti-carro Kornet-Em, lanciagranate Tos-1A e Ags-30 e fucili d’assalto kalashinkov Ak-103 (come annunciato in un comunicato stampa delle industrie militari dell’Arabia Saudita). Questi  accordi, del   valore complessivo di oltre tre miliardi di dollari, aprono la strada alla produzione di armi nel ricco regno petrolifero, interferendo in quei rapporti, preferenziali, esclusivi e quasi monopolistici che l’Arabia dei Saud da anni intrattiene solo con gli  Stati Uniti.

Tra gli obiettivi di Re Salman figurava una possibile collaborazione tra Arabia Saudita e Mosca nell’ambito dell’energia nucleare, in modo tale che la stessa Arabia possa eguagliare, senza subire un ulteriore gap, il programma dell’Iran in questo settore. Ryad pianifica infatti di coprire il fabbisogno interno di elettricità con il nucleare, in modo tale da destinare l’intera produzione petrolifera solamente all’esportazione.  Pianificazione questa già in atto da diversi anni, tanto che già nel 2015 l’Arabia Saudita aveva firmato un accordo preliminare con la Russia per costruire i suoi primi reattori nucleari, poi confermato dalla sottoscrizione, a margine del Forum economico di San Pietroburgo, di un’intesa per la cooperazione bilaterale sull’uso pacifico dell’energia nucleare.

Analizzando invece quanto accaduto da un punto di vista prettamente geopolitico, si può evincere che re Salman abbia riconosciuto il ruolo assunto dalla Russia nello scacchiere mediorientale. Il governo di Mosca è divenuto,  dapprima con la gestione dell’escalation militare siriana, poi con la sconfitta del Califfato Nero, uno dei protagonisti di maggior peso e rilievo nell’area mediorientale. Per Mosca il fatto di avere stretto una solida e preventiva alleanza con l’Iran, all’alba della crisi siriana si sta dimostrando una mossa accorta e si sta trasformando soprattutto in un vantaggio, dato che i paesi dell’area, anche quelli più ostili a Tehran,  sono costretti a passare da Mosca per far sì che le loro istanze e preoccupazioni vengano ascoltate.

Di tale visione si trova facilmente conferma nelle parole del Presidente russo Putin, il quale ha dichiarato durante il forum della “Settimana energetica russa”, che è consapevole delle preoccupazioni sia dell’Iran che dell’Arabia Saudita circa la crisi siriana, ma vuole assicurare ad entrambe le nazioni che la Russia è determinata nel cercare un compromesso soddisfacente per tutti gli attori regionali.

 

Who is who: Mohammed Bin Salman

Nome: Mohammed Bin Salman
Nazionalità: Araba Saudita
Data di nascita: 31 agosto 1985
Chi è: Principe ereditario della Corona dell’Arabia Saudita

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Il 21 giugno 2017 Mohammed Bin Salman è stato nominato dal padre, re Salman, principe ereditario al trono. Ma chi è davvero questo giovane arabo che vuole cambiare i paradigmi della politica saudita?

Bin Salman nasce il 31 agosto 1985 a Riyad, figlio del re saudita e della terza moglie Falah Al Hithalayn. Frequenta giurisprudenza all’Università Re Sa’ud a Riyad. Dopo la laurea lavora nel settore privato, ma lui è un predestinato e viene chiamato a corte dal padre (che non era ancora re) come suo assistente personale. E’ la primissima tappa del cursus honorum che lo porterà ai vertici della politica nazionale.

Nel 2009 diventa Segretario Generale del Consiglio di Riyad, ma la vera e propria ascesa al potere inizia nel 2011 con la morte del principe ereditario Sultan, diventando Vice Primo ministro e ministro della difesa. L’anno successivo, la morte del nuovo principe ereditario Nayef spiana la strada all’attuale sovrano, che viene nominato principe ereditario. In questa posizione Salman comincia a plasmare la corte che gli ruota attorno a sua discrezione. Di questa riforma ne beneficia il figlio, che diventa il Capo della Corte del Principe ereditario, e viene nominato ministro di Stato. Il 23 gennaio 2015 il re ‘Abd Allah muore, e suo padre ascende al trono. Nello stesso giorno Bin Salman viene nominato ministro della difesa e Segretario Generale della Corte.

Come ministro della difesa si attiva per avviare il primo pilastro da cui dipenderà la sua credibilità politica: la guerra in Yemen a sostegno del presidente filo-saudita Mansour Hadi con l’obiettivo di schiacciare la rivolta Huthi e far retrocedere l’influenza sciita-iraniana dall’area. L’intervento militare non si rivela propriamente un successo e l’Arabia Saudita rimane in un pantano dal quale non riesce a districarsi, e che farà attirare verso Bin Salman innumerevoli critiche. Intanto il 29 aprile 2015 il re nomina suo nipote Muhammad Bin Nayef principe ereditario, e il figlio diventa il vice.

Il 26 agosto 2016 Bin Salman mette sul tavolo l’altra grande scommessa della sua azione politica: il colossale progetto di riforma economica e sociale del paese Saudi Vision 2030 (che abbiamo analizzato in un precedente articolo). Si tratta di un piano strategico mirante alla diversificazione economica e all’indipendenza dalle entrate da vendita del greggio entro il 2020. Questo tramite la costituzione di un fondo sovrano di minimo 2.000 miliardi di dollari e la vendita di alcune quote del gigante petrolifero Aramco, per finanziare investimenti sui settori non petroliferi. Un’Arabia Saudita imprenditoriale, borghese e culturalmente più vicina ai modelli occidentali. Questa è la rivoluzionaria idea del giovane delfino.

La grande popolarità tra le masse del regno sia per lasua dinamica personalità che per le sue idee, e la predilezione del re per il figlio,lo portano alla nomina a principe ereditario della Corona, scavalcando Nayef, e proiettandolo verso un futuro apparentemente assicurato. Ma il suo destino è legato a doppio filo con quello del conflitto in Yemen, e soprattutto di Saudi Vision 2030. Se disastro i due disegni andranno incontro, la sedia del principe ereditario e la stabilità (se non la sopravvivenza) del regno scricchioleranno pericolosamente.