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La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione

Giorno 29 ottobre, durante la sessione di apertura del nuovo mandato del Parlamento, l’emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah ha chiesto la fine della disputa diplomatica regionale. Egli ha affermato che l’embargo all’emirato qatarino ha indebolito notevolmente l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che comprende Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Bahrein.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione - Geopolitica.info Reuters

“È indispensabile attirare l’attenzione sui disordini che irrompono nella nostra regione, il che pone gravi minacce e ripercussioni non solo sulla nostra stabilità e sicurezza, ma anche sulle nostre generazioni future”, ha detto l’emiro novantenne. “Non è più accettabile né tollerabile avere una disputa in corso tra i nostri stati del GCC. Ha indebolito le nostre capacità e minato i nostri guadagni”.

Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno imposto un blocco marittimo, terrestre e aereo sul Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’emirato qatarino, infatti, ha da un lato stabilito solidi legami economici con l’Iran sciita, nemico per eccellenza di Riyadh; dall’altro è intervenuto nelle dinamiche geopolitiche regionali supportando sia la fazione sciita e filoiraniana degli Houthi yemeniti sia i Fratelli Musulmani, organizzazione islamista politica dichiarata terroristica, tra gli altri, da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Siria. Nell’emirato qatarino sono poi passati leader di Hamas, come Khaled Meshal, e i Talebani, che proprio a Doha si sono posizionati con un ufficio di rappresentanza. Questi atteggiamenti di vicinanza alle formazioni dell’islam politico hanno favorito accuse, nei confronti del Qatar, di finanziamento del terrorismo internazionale di stampo islamista.

Da un punto di vista geopolitico, l’embargo ha spinto il Qatar a rafforzare l’alleanza con la Turchia e l’Iran, mentre l’Oman si è dichiarato neutrale e il Kuwait ha assunto la posizione di mediatore. In questa mediazione, i paesi del Golfo hanno proposto al Qatar un elenco di 13 condizioni tra cui la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, di sospendere i legami con le organizzazioni terroristiche, di chiudere la stazione mediatica Al-Jazeera, di non intrattenere rapporti di cooperazione militare con la Turchia, di vietare la cittadinanza in Qatar a persone provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti Emirati, dall’Egitto, dal Bahrein. Il Qatar ha risposto respingendo le 13 condizioni, esacerbando così la crisi con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha annunciato il piano SALWA. Con questo piano l’Arabia Saudita intende scavare un canale lungo il confine che il Qatar ha con la terraferma. Qui, i sauditi realizzerebbero un nuovo polo economico costituito da porti commerciali, una base militare, resort, spiagge private e un sito per lo smaltimento di scorie nucleari dalle future centrali elettriche che l’Arabia Saudita sta progettando di costruire. Tale canale si estenderebbe da Salwa a Khor al-Adeed, per una lunghezza di 60 chilometri sull’unico confine terrestre del Qatar; dovrebbe avere una profondità tra i 15 e i 20 metri e sarebbe largo 200 metri, per consentire a navi mercantili – fino a 33 metri di larghezza e 295 metri di lunghezza – di passare. L’aspetto geopolitico di questo piano è che il Qatar verrebbe trasformato in un’isola, in quanto privato del suo unico confine terrestre.

La dimensione economica ha senz’altro il suo peso. Basti pensare ai rapporti fra l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi e su come Riyadh abbia influito sulle loro scelte di politica regionale. Le implicazioni economiche e commerciali della rottura diplomatica con il Qatar sono un precedente in grado di rendere l’Arabia Saudita un attore ancora più dominante in questi rapporti di dipendenza.

Ma Doha non dipende economicamente da Riyadh e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’impatto dell’embargo sull’economia di Doha è stato temporaneo: nonostante il crollo delle importazioni la crescita del PIL del Qatar lo dimostra, dal momento che nel 2017 era del 2,1% ed è rimasta quasi invariata rispetto al 2,2% del 2016. Il Qatar, quindi, ha reagito bene al boicottaggio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti e continua a fare affari con vecchi e nuovi partner commerciali, dimostrando una notevole capacità di ripresa. Gli investimenti finanziari del Qatar all’estero continuano ad essere massicci: l’emirato continua a mantenere il suo posizionamento tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo (il primo è l’Arabia Saudita seguita dalla Russia); le risorse energetiche rappresentano il 56% delle entrate statali e il 92% delle esportazioni. La composizione del PIL e i livelli di crescita per settori economici sono petrolio e gas, servizi finanziari, costruzioni, industria manifatturiera, commercio e turismo.

Il Qatar, nello sforzo di evitare l’isolamento regionale, si è quindi ritrovato a dover rivedere le proprie politiche, al fine di attrarre paesi occidentali e asiatici. Per esempio, Doha ha avviato con Washington un progetto di cooperazione nel settore antiterrorismo nel luglio 2017, oltre ad aver provveduto ad attuare una più ferrea legislazione in materia di lotta al finanziamento del terrorismo internazionale; o, ancora, ha emanato la legge sul lavoro, a seguito delle critiche da parte della comunità internazionale in merito alla manodopera impegnata nella realizzazione della World Cup 2022.

Il Kuwait ha da sempre assunto una posizione di mediatore tra il Qatar e i paesi favorevoli al blocco. L’emiro kuwaitiano al-Sabah ha invitato le nazioni del Golfo a “elevarsi immediatamente al di sopra delle differenze, riparare recinzioni e ripristinare le relazioni amichevoli”. Come Ministro degli esteri dal 1963 al 2003 e come emiro dal 2006 a oggi, al-Sabah ha sempre agito mantenendo una certa distanza dai turbolenti vicini regionali, posizionando il Kuwait come mediatore in numerose crisi. Ciò è da sempre stato motivato dalla consapevolezza della vulnerabilità del Kuwait dinnanzi alle crisi regionali, vulnerabilità che lo ha condotto ad assumere il ruolo di donor in diverse situazioni di conflitto (a partire dal 2013 ha finanziato una serie di conferenze per il coordinamento dell’assistenza umanitaria in Siria, nel febbraio 2018 la conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq, etc.).

La resistenza da parte del Kuwait a unirsi al fronte saudita-emiratino nel blocco del Qatar non ha comunque messo a repentaglio la relazione con Riyadh, che rimane un partner irrinunciabile. Nonostante i rapporti tra Kuwait e Arabia Saudita non si siano modificati, sono diverse le questioni sospese tra i due stati, non ultima la riapertura della zona neutrale condivisa in cui sono presenti due giacimenti petroliferi, uno onshore e l’altro offshore, chiusi tra il 2014 e il 2015, eliminando circa 500.000 barili al giorno dal mercato globale del petrolio.

Kuwait e Oman, con sfumature diverse, temono che le tensioni in corso possano minare la stabilità geopolitica della regione danneggiando gli interessi di tutti i membri GCC. La crisi tra Qatar e Arabia Saudita rappresenta infatti una complicazione per la politica estera neutrale di Kuwait e Oman, che potrebbero subire ripercussioni dalla frattura qatarino-saudita. La ricchezza di questi paesi dipende quasi interamente dalle risorse energetiche, e le conseguenze geopolitiche possono stravolgere i già delicati equilibri dell’area. Nella regione passa infatti circa il 33.5% della produzione mondiale di petrolio e il 18% di quella di gas: i paesi che guardano all’area con un certo interesse sono diversi, in particolare Cina, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Russia e USA, considerati drivers della geo-economia energetica dell’area.

Il Kuwait è quindi il mediatore riconosciuto, mentre Musca pratica da sempre una mediazione più sottile e informale, motivo per cui l’Oman incute sospetto negli Emirati arabi Uniti e nell’Arabia Saudita.

A giocare sempre un ruolo sostanziale alla base di tutte queste tensioni, poi, vi è il conflitto interconfessionale tra Sunniti e Sciiti: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contrapposti all’Iran, hanno in atto uno scontro religioso e militare con un peso importante soprattutto nello Yemen.

La crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha evidenziato tutte le debolezze relative alla vera e propria incapacità di risoluzione delle controversie al proprio interno. Nonostante ripetuti appelli Kuwait e Oman, il GCC, di fatto, non ha avuto la possibilità di avviare negoziati credibili, soprattutto a causa dell’intransigenza da parte degli stati contrapposti. Senza dimenticare, poi, che la diffusione di narrazioni ostili relative agli stati dello schieramento opposto, attraverso strumenti di soft power come fake news e propaganda cyber, favorisce certamente l’incremento di sentimenti di nazionalismo a danno della creazione di un’identità condivisa tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

 

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata

Da oltre quattro anni in Yemen si consuma una tra le più gravi crisi umanitarie degli anni duemila: una guerra ignorata ma destinata ad attirare in misura crescente l’attenzione della comunità internazionale.

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata - Geopolitica.info

È il 19 marzo 2015 quando la guerra civile irrompe in Yemen, preannunciando l’inizio di una delle catastrofi umanitarie peggiori del nuovo millennio. Un conflitto tanto cruento quanto ignorato, relegato a una posizione di estrema marginalità a livello mediatico. Certamente non sorprende che le vicende dello Stato più povero del Medio Oriente abbiano sempre trovato poco spazio nei libri di storia occidentali. Quello che stupisce è il fatto che nonostante gli occhi della comunità internazionale siano puntati sull’escalation della tensione nel Golfo Persico, il suo sguardo continui a rimanere inerte dinanzi alla crisi umanitaria che si consuma appena più ad ovest, nella penisola arabica. Sconvolge il fatto che neppure lo scoppio della più grave epidemia di colera documentata in epoca moderna abbia permesso allo Yemen di venire alla ribalta.

Quella che devasta lo Yemen è senza dubbio una guerra ignorata, ma non necessariamente destinata a rimanere tale in futuro. In primis per l’importanza geopolitica del Paese, che occupa un’intera sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita l’8% delle forniture mondiali di petrolio. In secondo luogo, per la forte presenza di al-Qaeda e dell’Isis all’interno della penisola, che giustifica i continui interventi aerei e gli attacchi con i droni statunitensi. E infine per il ruolo che il conflitto in Yemen ricopre nella “guerra fredda” mediorientale, rappresentando una delle principali valvole di sfogo delle tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

Comprendere cosa stia accadendo a Sana’a significa andare oltre le ostilità tra il governo legittimo di Abdrabbuh Mansur Hadi e i ribelli Houthi. Significa fare chiarezza su un conflitto decisivo per l’equilibrio geopolitico mediorientale, ma soprattutto per l’attuale e futura stabilità della penisola arabica.

Cosa sta accadendo in Yemen?
Tra antiche rivalità tribali, divisioni regionali e intolleranze religiose, la guerra in Yemen dipinge uno scenario bellico complesso e difficile da raccontare. Un conflitto troppo ampio per rimanere ancorato all’immagine di una mera guerra civile. Per questa ragione, uno dei modi più efficaci di ricostruire le vicende belliche è l’analisi degli interessi che muovono i singoli belligeranti.

Il primo attore da prendere in considerazione è il movimento “Ansar Allah”, meglio noto come Houthi. Presenti in Yemen sin dagli anni ’90, gli Houthi rappresentano un’entità eterogenea capace di raggruppare sotto un’unica bandiera interessi estremamente diversi tra loro. Pur nascendo come movimento della Gioventù Credente, gli Houthi sono ormai molto più di un gruppo di seguaci dello zaidismo – una corrente della religione sciita diffusa esclusivamente in Yemen – intenzionati ad arginare la minaccia salafita (sunnita). Come dimostra la presenza di un nutrito gruppo di sunniti tra le file dei suoi combattenti, il movimento Ansar Allah è soprattutto un’organizzazione politica e paramilitare, insorta con l’obiettivo di assicurare al Paese un governo meno corrotto.

Il casus belli dell’attuale guerra civile è proprio l’insurrezione degli Houthi, che il 21 settembre 2014 hanno occupato la capitale Sana’a costringendo il Presidente della Repubblica Abdrabbuh Mansur Hadi a rifugiarsi ad Aden, seconda città più importante dello Stato.

Adottando una visione semplicistica, la guerra in Yemen potrebbe essere ricondotta allo scontro tra questi due importanti attori, i ribelli Houthi e il governo legittimo, ma per comprendere appieno la situazione attuale occorre ribadire il ruolo di altri soggetti rilevanti.

Non è un caso che la comunità internazionale riconosca come data di inizio del conflitto quella del lancio dell’operazione Decisive Storm, un intervento militare condotto da una coalizione di Paesi arabi in risposta alla richiesta d’aiuto del Presidente Hadi nel marzo 2015. Questa evidenza consente di capire come la guerra civile yemenita abbia immediatamente assunto dimensioni transnazionali, trascendendo i confini dello Stato e mettendo in campo interessi ben diversi da quelli degli Houthi e del governo di Hadi.

In primo luogo, l’intervento dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con l’unica eccezione dell’Oman, vicino pacifico dello Yemen – ha luogo per soddisfare alcuni precisi interessi dell’Arabia Saudita. Questa non interviene semplicemente in qualità di Paese limitrofo, intenzionato a mantenere stabili i propri confini meridionali. Il Regno di Salman si schiera in prima linea per bloccare l’insorgenza di un attore così ideologicamente vicino all’Iran come gli Houthi. Il supporto evidente di Teheran al movimento zaidita, attraverso la vendita di armi e tecnologie militari, viene interpretato dai sauditi come un tentativo minare il loro ascendente sulla penisola arabica, da sempre considerata come parte della loro esclusiva sfera di influenza.

In questo senso, spesso, la guerra civile dello Yemen diviene un pretesto per giustificare l’escalation della tensione tra le due grandi nemesi del quadrante geopolitico mediorientale: la monarchia sunnita di Riad e la repubblica sciita di Teheran.

Dalla prospettiva saudita, l’intervento della coalizione araba in Yemen è strettamente legato anche alle ambizioni personali del Ministro della Difesa del Regno. La partecipazione attiva alla guerra civile yemenita è infatti la più importante tra le politiche che hanno consentito a Muhammad bin Salman di scalare la gerarchia reale e superare il cugino Muhammad bin Nayef nella linea di successione, divenendo così legittimo erede al trono della monarchia saudita.

Se per Riad l’insorgenza degli Houthi in Yemen costituisce al contempo una minaccia e una grande opportunità, per Teheran rappresenta un ottimo diversivo. L’Iran continua a mantenere un profilo basso. Pur essendo evidente il supporto che la Repubblica di Hassan Rouhani fornisce ai ribelli zaiditi, l’endorsement iraniano rimane implicito per almeno due ragioni. Innanzitutto, per l’eccessiva instabilità dello Yemen che richiederebbe degli sforzi eccessivi per assicurare un intervento realmente efficace. In secondo luogo, perché gli interessi dell’Iran nella regione sono comunque molto limitati. Lo Yemen non è una priorità di Teheran, come lo sono invece la Siria, il Libano e l’Iraq, ma resta un buon diversivo per tenere impegnata su più fronti la nemesi saudita.

Al di là dello scontro tra gli Houthi e il governo legittimo, e della proxy war tra l’Arabia Saudita e l’Iran, un ultimo fronte – ma non per importanza – è quello aperto dalle rivendicazioni del movimento indipendentista al-Janub al-Hurr, che rivelano con chiarezza la fragilità di uno Stato di recente formazione come lo Yemen. Affermatosi come entità statale indipendente nel 1990, la repubblica yemenita rappresenta il risultato di un lungo processo di unificazione tra due Stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, da molti considerato come la mera annessione del secondo da parte del primo.
In quest’ottica l’obiettivo del movimento indipendentista è quello di assicurare la secessione della Repubblica dello Yemen del Sud, riportando lo Stato ai confini preunitari. L’organizzazione secessionista sfrutta l’attuale debolezza del governo per perseguire il proprio obiettivo e i finanziamenti che riceve dagli Emirati Arabi Uniti non possono che complicare la situazione.

Quella in Yemen è dunque una guerra combattuta da più parti, tutti contro tutti, per soddisfare interessi assolutamente antitetici tra loro. Come ogni conflitto contemporaneo, non è solo difficile da raccontare ma soprattutto da risolvere, specialmente in un momento in cui l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico rischia di peggiorare la situazione. L’unica certezza risiede nella necessità di porre fine alla crisi umanitaria che devasta il Paese da oltre quattro anni. Una catastrofe che secondo l’UNDP potrebbe contare 233.000 vittime entro la fine del 2019: cifra che per il 60% sarebbe composta esclusivamente da bambini al di sotto dei 5 anni d’età.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità - Geopolitica.info

L’evento

Per la precisione, i due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. Con una dichiarazione del portavoce dei ribelli, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco, anche nei giorni successivi, attribuendone la ratio ad una strategia difensiva in risposta agli strike sauditi nello Yemen.

In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Si è andato via via affermando, quindi, l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro gli impianti sauditi, nonostante i principali esponenti di Teheran abbiano negato sin dal primo momento questa eventualità.

Il pregresso

I mesi precedenti all’attacco si erano caratterizzati da una serie di alti e bassi tra l’Iran e gli Stati Uniti: ad un punto di scontro molto alto, avvenuto con il sequestro della petroliera britannica nel Golfo Persico il 19 luglio, che aveva comportato il reale rischio di un attacco militare convenzionale contro l’Iran, si era passati nelle scorse settimane ad un ammorbidimento dei toni da ambo i lati. Un tentativo diplomatico di mediare tale che alcune fonti riportavano imminente (anche se smentito dalle parti in causa) un incontro tra Rouhani e Trump, che sarebbe potuto avvenire a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU prevista nei prossimi giorni.

Dopo l’attacco

Sin da subito alti funzionari americani hanno lasciato trapelare il dubbio relativo ai mezzi usarti nell’attacco: le prime informazioni dai media arabi parlavano, infatti, di uno strike degli Houthi tramite l’utilizzo di droni, mentre da Washington si è chiarito come l’attacco si fosse svolto tramite l’utilizzo anche di cruise.
Per la precisione 18 droni contro l’impianto di Abqaiq, e 7 cruise, di cui 4 che hanno raggiunto l’obiettivo a Khurais.

Anche la base di partenza dell’attacco, secondo l’intelligence statunitense, sarebbe stata utile a smentire l’ipotesi Houthi, in quanto inquadrata in un’area a nord dell’Arabia Saudita: Iran o Iraq, quindi, con il secondo paese immediatamente tirato fuori dal tavolo delle opzioni direttamente da Mike Pompeo in una dichiarazione pubblica.
Nonostante la convinzione del coinvolgimento iraniano, le prime dichiarazioni di Trump sono state attendiste, e hanno rimandato la decisione sul da farsi all’alleato saudita. Da Riad, tramite una conferenza stampa a seguito di una prima inchiesta, diversi funzionari hanno mostrato alcuni resti di missili coinvolti nell’attacco, e hanno parlato di un “attacco sponsorizzato dall’Iran”, senza accusare direttamente Teheran.
Dall’Iran hanno continuato a smentire, e il ministro degli esteri Zarif ha accusato il cosiddetto “B-Team” (Israele, Arabia Saudita ed Emirati) di voler trascinare Trump in una guerra contro l’Iran per i loro interessi. Ha inoltre dichiarato, riprendendo l’esempio dello Yemen, che un conflitto diretto contro Teheran sarebbe una follia, con la Repubblica Islamica pronta a combattere una “guerra totale” contro i suoi nemici.

Gli scenari

La linea di Washington in politica estera, dopo l’allontanamento di Bolton, sembra essere sempre più una “linea Trump”: nessuna volontà di andare a uno scontro diretto, e di impegnarsi militarmente in uno scenario instabile come quello mediorientale.
Delle risposte ci saranno, questo sembra inevitabile, ma saranno su un piano indiretto: un inasprimento delle sanzioni economiche (già annunciato dall’inquilino della Casa Bianca su Twitter), e probabilmente saranno colpiti asset strategici iraniani in Libano o in Iraq.
La capacità di proiezione iraniana nella regione, tramite il proprio sistema missilistico e l’uso di milizie dislocate nei vari paesi, non è sottovalutata dalle parti di Washington, consapevole che un conflitto aperto con l’Iran sarebbe tutt’altro che semplice e avrebbe ripercussioni nell’intera area mediorientale. Difficile credere che, in vista delle prossime elezioni presidenziali, Trump avalli una decisione così drastica: più probabile una riposta simbolica, come quella vista nell’aprile del 2018 con il lancio di cruise in Siria, dopo i presunti attacchi chimici perpetrati dall’esercito siriano.
Anche l’Arabia Saudita, al momento, non sembra intenzionata ad entrare in un conflitto diretto con Teheran, che non solo potrebbe essere inconveniente per la nuova immagine che MBS vuole fornire a Riad, ma sarebbe soprattutto disastroso dal punto di vista militare, come dimostrano le tante guerre per procura a bassa intensità che i due paesi già combattono nella regione.
C’è motivo di credere, quindi, che l’episodio delle raffinerie non sia ancora decisivo per innescare una guerra totale in Medio Oriente, ma vada interpretato nell’insieme delle azioni che gli attori regionali compiono per salvaguardare i propri interessi e per accrescere la propria posizione di forza nella gerarchia dell’area. L’episodio, inoltre, va inserito in una partita che supera i confini della regione mediorientale, dove i nuovi Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di assumere il ruolo di gendarme, ma quello di superpotenza che bada ai propri interessi reali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad

Il recente attacco sferrato (presumibilmente) sotto la regia dell’Iran al cuore petrolifero dell’Arabia Saudita s’inserisce nella crescente scia di tensioni che interessano l’intera regione del Golfo Persico e che seguono alla strategia della “massima pressione” avviata dal presidente Donald Trump contro Teheran. Con (imprevedibili) effetti sulle dinamiche petrolifere ed energetiche mondiali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad - Geopolitica.info (ap)

Nonostante regni ancora parecchia incertezza su quanto avvenuto sabato 14 settembre, in termini di reale entità dei danni e quanto ai responsabili, certo è che un attacco combinato, effettuato da droni e missili cruise, ha messo in ginocchio la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita, un paese che, nonostante i recenti tentativi del principe ereditario Mohammed Bin Salman di diversificare l’economia di Riad, fa perno sulla vendita del petrolio per “mantenere in vita” lo stato sociale.

Un attacco al cuore della produzione saudita
I centri petroliferi di Abqaiq e Khurais non sono due obiettivi scelti a caso dai ribelli yemeniti Houthi o da eventuali altri responsabili. Si tratta, infatti, del cuore pulsante della produzione petrolifera saudita e mondiale. Se quello di Khurais è il secondo giacimento del paese con 1,5 milioni di barili al giorno (mbg) di capacità, l’impianto di Abqaiq, situato nella Provincia Orientale, è il centro nevralgico della politica energetica saudita, l’impianto dove viene effettuato il trattamento di quasi la metà del greggio estratto nel paese. Difficile calcolare con precisione l’entità dei danni, che sembrano però essere di gran lunga maggiori rispetto a quanto lascia trapelare il governo saudita.

Un evento traumatico per l’industria petrolifera
L’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais rappresenta il più grande danno provocato da un singolo evento per i mercati petroliferi. Con una perdita di circa 5,7 milioni di barili al giorno, l’evento di sabato supera la rivoluzione iraniana  del 1979, che portò ad una diminuzione della produzione di 5,6 mgb, nonché l’invasione, nel 1990, del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein e la guerra, nel 1973, dello Yom Kippur tra Israele e Paesi arabi quando in entrambi i casi la produzione crollò di 4,3 milioni di barili.

Le reazioni sul mercato del petrolio
La maggiore interruzione nella storia della produzione petrolifera mondiale ha provocato un immediato e drastico aumento dei prezzi del greggio (brent) di circa il 20% rispetto alle quotazioni del giorno precedente all’attacco. Un fenomeno di tale entità non si verificava dai tempi dell’invasione irachena del Kuwait ordinata da Saddam Hussein nel 1990. Se nel breve periodo la situazione sembra essere sotto controllo (le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Energia saudita hanno riportato i prezzi del greggio a livelli molto vicini a quelli precedenti l’attacco), qualche preoccupazione potrebbe emergere qualora Riad non riuscisse a ripristinare in tempi brevi la propria produzione.

Il sostegno alla produzione mondiale di greggio
Per far fronte al calo della produzione conseguente all’attacco di sabato scorso, da un lato Riad ha attinto alle proprie riserve, che potrebbero essere però molto più limitate rispetto a quanto dichiarato ufficialmente. Dall’altro lato, Washington ha autorizzato l’impiego delle riserve strategiche americane ma ha chiarito come il ricorso allo shale oil non potrà essere una soluzione di lungo periodo dal momento che ci si aspetta a breve un incremento della domanda interna per far fronte all’inverno. Nessuna azione, per il momento, è stata intrapresa dall’Opec: sarebbe stata la stessa Arabia Saudita a frenarne l’intervento, preoccupata che altri produttori possano sottrarle quote di mercato. Al netto di ciò, però, i margini di manovra dell’Opec sarebbero alquanto ristretti, dato che solo gli Emirati Arabi e il Kuwait sarebbero in grado di aumentare la propria produzione in tempi brevi.

Lo scenario energetico
Quanto accaduto nei giorni scorsi s’inserisce in un preciso scenario globale e in uno scenario nazionale, quello di Riad, alquanto complesso. A livello globale, infatti, il calo della produzione saudita avviene in un momento in cui il mercato petrolifero si caratterizza per un surplus di offerta rispetto alla domanda, come dimostrato dal prezzo del petrolio che sino alla vigilia degli attentati si era assestato intorno ai 60 dollari al barile, ben lontano dagli 80 dollari che costituiscono il breakeven per il regno saudita. A ciò si aggiunga, come sottolineato anche dal Ministro dell’energia russo, che è possibile contare su un sistema di riserve strategiche e commerciali in grado di far fronte alla diminuita produzione saudita per il medio periodo. Nulla vieta, però, che movimenti speculativi possano portare, come ipotizzato da alcuni analisti finanziari, ad un prezzo del petrolio intorno a 100 dollari, soprattutto se Riad tardasse a ripristinare la propria produzione, un obiettivo che i sauditi confidano di raggiungere entro novembre.

Cosa succede a Riad
Più complicato è quanto sta avvenendo nel panorama energetico nazionale. Proprio recentemente, infatti, si è assistito all’avvicendamento al vertice del Ministero dell’Energia, dove Khalid al Falih è stato rimpiazzato dal principe Abdulaziz bin Salman, fratello del più giovane erede al trono, nonché alla guida di Aramco, la più importante compagnia energetica al mondo, dove è stato designato Yasir al-Rumayan, responsabile del principale fondo saudita d’investimento. Significativa la nomina di bin Salman alla guida della politica energetica del paese: la nomina di un membro della famiglia regnante è sicuramente un indice di preoccupazione per quanto sta accadendo nel paese e non solo.

La quotazione di Saudi Aramco
Quanto avvenuto nei giorni scorsi rappresenta una “minaccia” per il progetto del principe ereditario di quotare in borsa la compagnia Saudi Aramco, uno dei pilastri del programma “Vision 2020” lanciato nell’aprile 2016 e finalizzato alla diversificazione del comparto economico. È verosimile, infatti, che si assista ad un rallentamento del processo di quotazione e che difficilmente possa andare in porto nel mese di novembre. Un rischio che si materializza proprio quando i cambi ai vertici della politica energetica saudita avevano portato ad un’accelerazione del processo. Sarà infatti complicato per il principe ereditario convincere i potenziali investitori internazionali della stabilità della compagnia e della sua capacità di ripristinare la produzione in tempi brevi. Se c’è una cosa che emerge da questa vicenda, è proprio l’estrema vulnerabilità delle infrastrutture energetiche del paese, obiettivi strategici di eventuali (nuovi) attacchi terroristici.

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La Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita

C’è davvero molto su cui ragionare in merito alle polemiche degli ultimi giorni legate all’impossibilità, da parte della popolazione femminile, di poter partecipare alla finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus, che si svolgerà in Arabia Saudita il prossimo 16 gennaio.

La  Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita - Geopolitica.info La Stampa

Il panorama politico italiano da destra a sinistra, accortosi dell’accordo sottoscritto dalla Lega Italiana che riceverà più di 20 milioni di euro per far disputare tre partite sul suolo saudita, ha chiesto l’annullamento del match o quanto meno la sostanziale modifica organizzativa che possa permettere alle donne sole e appassionate di sport (quelle accompagnate dai mariti possono parteciparvi, ma solo in determinate zone) di poter sedere sulle tribune del King Abdullah Sports City Stadium a Gedda.

Come è noto a tutti, se non agli sprovveduti, l’Arabia Saudita non è particolarmente incline ai ripensamenti e le concessioni nei confronti del gentil sesso non arrivano dal cielo con particolare facilità. Pensare che la Lega Italiana non fosse a conoscenza della cosa è ridicolo ma, d’altra parte, “pecunia non olet” e per un calcio come il nostro -non particolarmente appetibile- pare sia meglio sacrificare il celebre “segno rosso” dalla faccia di tutti i calciatori sostenitori dei diritti femminili, pur di accaparrarsi qualche decina di milioni di euro.

Lo scandalo in realtà è che ci si scandalizzi. L’Arabia Saudita è un partner commerciale di primo livello per l’Italia e che i giornalisti scomodi vengano uccisi e fatti a pezzi nelle proprie sedi diplomatiche non sembra aver mai scosso nessuno fino in fondo. Secondo i dati ufficiali del ministero per lo Sviluppo Economico nel 2017 abbiamo esportato verso i Paesi del Golfo più di venti mila milioni di euro e, nella fattispecie, lo stato saudita ha comprato dall’Italia 3,9 miliardi di euro, una cifra di certo non secondaria. Abbiamo venduto principalmente cibo, vino, mobili, elettronica e armi, la quale cosa non è di certo un particolare segreto. Anzi. Il punto è, però, che tutti questi prodotti, che solo la manifattura italiana è in grado di produrre, li esportiamo, in ogni parte del mondo e, talvolta, proprio quei paesi in cui il rispetto dei diritti umani è più che discutibile, sono i nostri principali acquirenti. Pensiamo ad esempio a ciò che accade in India dove le donne, o meglio le bambine, in giovane età sono obbligate a contrarre in matrimonio uomini adulti scelti dai genitori. Discorso medesimo sarebbe da fare riferendosi alla Cina che giusto pochi giorni fa ha annunciato con preoccupante serenità l’intenzione di conquistare una giovane e compiuta democrazia come Taiwan. La stessa Cina, giusto ricordarlo, che non concede democratiche elezioni, che non permette la divulgazione della religione cristiana e che nega il diritto di esistere al popolo tibetano. Ma le cose per cui scandalizzarsi sarebbero molte altre. I prossimi mondiali di calcio del 2022 si svolgeranno nel Qatar che da qualche anno è considerato uno dei più grandi sponsor del terrorismo islamico nel mondo; lo stesso Paese che, dopo essersi aggiudicato l’assegnazione della competizione calcistica, ha “importato” manovalanza orientale per costruire le infrastrutture a costi irrisori e con condizioni lavorative vicine alla schiavitù.

Il clamore per il prossimo match è quindi ipocrita? Assolutamente no. Nessuno può ergersi giudice tanto da poter condannare un’imprenditore che decide di vendere il suo Franciacorta in un paese arabo, così come nessuno può sentenziare contro quell’azienda che dà lavoro grazie ad una commessa saudita. Ma una partita di calcio tra alcune delle più grandi squadre italiane è un patrimonio che dovremmo pensare bene se svendere per una manciata di milioni di euro. È una parte di noi, della nostra società e della nostra storia che da sempre ha diviso ma ancor di più unito il paese. Pensare di guardarla in uno stadio infinitamente lontano da noi, dove le donne sono confinate come animali in un angolo, è il più grande autogoal che il calcio italiano possa fare. Ed allora il rosso sulle guance dei calciatori dovrà essere per la vergogna.

Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica

Riyad punta a diversificare la sua economia entro il 2030, a riscoprire le sue riserve minerarie e a sviluppare i settori del servizio pubblico. Tra forti difficoltà, le riforme del principe Mohammed Bin Salman puntano a modernizzare il paese e a tenere testa all’Iran nella regione.

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Obiettivi e prospettive

Il progetto Saudi Vision 2030 è stato annunciato nel 2016 dalla Casa saudita come principale piano per ridurre la dipendenza dal petrolio dell’Arabia Saudita e diversificare la sua economia entro il 2030. Gli obiettivi includono anche il rafforzamento delle attività estrattive, l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e gli armamenti, l’aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, l’efficientamento dei trasporti e dell’industria aerospaziale, la privatizzazione del settore elettrico, idrico, ospedaliero, aeroportuale e infine l’avvio di finanziamenti a sostegno delle PMI. La recessione economica, il calo del PIL, la diminuzione del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017, che ha comportato la diminuzione di circa il 40% degli introiti erariali, ha spinto la Casa saudita a progettare la diversificazione dell’economia nazionale, slegandola dalla sola rendita petrolifera, oltre a elaborare investimenti miranti la creazione di 450 mila posti di lavoro, per permettere di svincolarsi dai cospicui sussidi erogati ai disoccupati. La roadmap operativa di Vision è contenuta nel National Transformation Program 2020, che prevede il rafforzamento dell’industria estrattiva, in particolare oro, zinco, fosfati, uranio e alluminio e il finanziamento di grandi opere infrastrutturali. La più importante è NEOM, città futuristica con un’estensione di 26 mila km2, che sarà ubicata sulla costa settentrionale del Mar Rosso. La nuova città sarà il centro dello sviluppo tecnologico mediorientale e volano dell’economia saudita, il cui costo si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari, concepita con servizi completamente automatizzati e interamente alimentata da fonti rinnovabili. Di notevole importanza anche il progetto del Red Sea Project, un resort turistico di lusso sviluppato su cinquanta isole del Mar Rosso e il parco tematico di Al-Qidiya, a 40 km a sud di Riyad. Un ruolo fondamentale per la realizzazione di Vision 2030 sarà compiuto dal Public Investment Fund (PIF), un fondo sovrano di proprietà dell’Arabia Saudita, con un portafoglio di 200 investimenti, di cui 20 quotati su Tadawul, la borsa saudita. Riyad, per realizzare i suoi progetti, ha intrapreso misure di attrazione degli investimenti esteri, di semplificazione burocratica delle procedure autorizzative e amministrative e un piano di privatizzazioni per il settore privato. Quest’ultimo, prevede la vendita di asset governativi nel 2019 per circa 300 miliardi di dollari, di cui circa 100 miliardi per il collocamento sul mercato del 5% di Saudi Aramco, la società petrolifera di Stato. Sono, inoltre, previsti investimenti per i servizi di e-government, i cui miglioramenti dovrebbero tradursi in procedure amministrative gradualmente più snelle e agevoli, automazione e semplificazione delle procedure di rilascio del visto, assenza di tassazione sul reddito personale e sono stati firmati numerosi accordi per evitare la doppia imposizione fiscale.

Le difficoltà e i rischi

Saudi Vision 2030 è un progetto politico nato dalla consapevolezza che fosse necessario riformare il modello economico del Regno, basato sulla “rentier economy” e su un patto sociale tra la casa reale e il clero wahabita. La difficoltà principale del regno, insieme alle su citate problematiche economiche, sono legate alle nuove generazioni di sudditi sauditi, che aspirano a una maggiore inclusione sociale e lavorativa, oltre alla necessità di coinvolgere la componente femminile nel mercato del lavoro. Quest’ultimo, nel paese, è spesso rimasto chiuso per una serie di motivazioni, tra cui i sussidi elargiti ai disoccupati (la cui abolizione è osteggiata dai conservatori chierici wahabiti) e una carenza nell’istruzione. Essa, rientra sotto il controllo del clero wahabita che tende a concentrare la maggior parte dei fondi destinati all’istruzione nel finanziamento di scuole e università coraniche, non permettendo ai giovani una maggiore istruzione nelle materie scientifiche e ingegneristiche. Per questo motivo, la riuscita di Vision 2030, passa anche per la rinegoziazione del patto sociale tra il clero wahhabita e i regnanti di casa Saʿūd, attualmente la sfida più ardua che attende Riyad, poiché potrebbe condurre allo scontro con il clero wahabita, da sempre protettore e leggittimatore del potere dei regnanti. Nuove difficoltà sono emerse, inoltre, nelle ultime settimane, dopo il caso del giornalista Khashoggi, ucciso all’interno del consolato saudita a Instabul, per mano di agenti segreti del Regno. Dopo l’accadimento e le accuse indirizzate al principe bin Salman, le crescenti polemiche e le tensioni verificatesi, hanno condotto molti AD di importanti aziende a non presentarsi al forum “Davos in the Desert” organizzato dal PIF, nel contesto di Vision 2030, tenuto a Riyadh il 23 ottobre. Tra le aziende che hanno deciso di non inviare i propri CEO al summit vi erano Google, KKR & Co. L.P., Ford Motor, JPMorgan Chase, BlackRock, Uber, The Blackstone Group, oltre a importanti case mediatiche che non hanno partecipato come partner con i loro giornalisti, come la CNN, Bloomberg, CNBC, New York Times, Fox Business Network, Financial Times, Los Angeles Times e Huffington Post. Ostacolo potenziale al rilancio saudita è l’età avanzata di Re Salman, con la relativa questione della successione al trono che potrebbe condizionare lo scenario politico del Regno negli anni successivi. Un altro aspetto interessante è la lotta alla corruzione che può essere molto difficile da raggiungere in una società in cui i legami familiari e tribali sono molto forti e potrebbero compromettere alcuni investimenti. Possibili altre fonti di instabilità potrebbero giungere da atti terroristici contro cittadini o interessi stranieri. Sia al-Qāʿida nella Penisola Arabica (AQAP), che lo Stato Islamico (IS), hanno negli ultimi anni incoraggiato i propri militanti a realizzare attacchi contro obiettivi e interessi occidentali nel paese. Infine, una causa di presumibile instabilità da non sottovalutare è il malcontento delle comunità sciite condensate nella provincia orientale, in particolare nell’area di Qatif, dove si trovano la gran parte delle riserve di gas e petrolio dell’Arabia Saudita.

L’impatto geopolitico

Il progetto saudita ha anche un profonda importanza geopolitica e geostrategica. La città NEOM, ad esempio, sarà posizionata su uno snodo cruciale del commercio, vi transita un decimo dei flussi commerciali mondiali, e la sua posizione più a nord rispetto a Riyad, sposterà il baricentro economico del Regno verso occidente e vicino a Israele e al porto di Eilat. Il progetto NEOM, inoltre, una volta concluso, si estenderà su un’area di 26 mila km2 comprendente i territori di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, diventando una zona speciale indipendente estesa su tre diversi Stati. Per l’area, il governo saudita in accordo con l’Egitto, ha già previsto iniziative di sviluppo, tra cui la realizzazione del King Salman Bridge, un ponte da realizzare all’imbocco del Golfo di Aqaba che unirà la costa saudita alla penisola del Sinai. NEOM si ritroverebbe quindi ad essere l’anello di collegamento tra Asia, Europa e Africa. L’Arabia Saudita, infine, punta a divenire attore cardine, a livello ideologico, economico e militare del Medio Oriente, cosa che inevitabilmente condurrà all’acuirsi della rivalità con Iran. Tra gli obiettivi di Vision 2030, infatti, vi è anche l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e per gli armamenti, con l’obiettivo di divenire fornitore militare degli alleati della regione, migliorando le relazioni con alcuni partner che condividono la minaccia iraniana.

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Dall’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno iniziato un processo di disimpegno dal Medio Oriente, che il nuovo presidente Trump ha, nella redazione della National Strategy Security, dichiarato di voler perseguire. In questo capitolo verranno sottolineate le analogie e le differenze tra le due amministrazioni nell’approccio alla regione, in special modo nel rapporto con i due attori principali: l’Iran e l’Arabia Saudita. In seguito verranno analizzati i diversi fattori che costituiscono potenzialità e criticità dei due paesi, che contribuiscono a delineare le possibili traiettorie future di un conflitto perenne per l’egemonia del Medio Oriente e del mondo islamico. -> LEGGI IL PAPER

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump - Geopolitica.info
Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan?

Mentre Israele è impegnato in una guerra di logoramento sul confine della striscia di Gaza e i media internazionali raccontano annoiati la solita routine di lanci di razzi e palloni incendiari da una parte e incursioni di rappresaglia e distruzioni di tunnel dall’altra, la situazione al confine nord e in particolare sulle Alture del Golan, sta inesorabilmente procedendo verso scenari molto più preoccupanti. La Russia, garante del regime di Assad, sfruttando l’incidente dello IL 21, settimana dopo settimana sta permettendo alle milizie iraniane di installarsi stabilmente in Siria. La zona cuscinetto che va dal confine giordano fino al monte Hermon, rappresenta il terreno in cui gli iraniani saggeranno la tenuta del perimetro israeliano e su cui l’amministrazione Trump potrebbe prendere nuove decisioni clamorose.

Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan? - Geopolitica.info Arab News

Il tema lo avevamo trattato già nel mese di Agosto, da allora ad oggi la situazione si è ulteriormente evoluta, e non nel migliore dei modi per Israele. L’incidente che il 18 settembre ha visto l’abbattimento dello IL 20 russo, operato per errore dalla contraerea siriana, ma causato nei fatti, secondo la versione di Mosca, dall’azione dell’aviazione israeliana impegnata in un raid nella zona di Latakia, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accelerazione del cambiamento strategico in atto. Molti analisti, anche israeliani, mettono oramai in dubbio la possibilità per Israele di far “sloggiare” gli iraniani dalla Siria, al punto che, sigillare anche politicamente il Golan, può rappresentare una necessità oramai ineludibile per Israele.

L’incidente dello IL 20: conseguenze

Israele fino alla notte del 18 settembre ha compiuto sul suolo siriano oltre 200 attacchi contro obiettivi iraniani, ovvero combattenti Pasdaran o proxy Hizb’Allah. A scriverlo citando fonti attendibili, è il Jerusalem Post (si veda l’articolo a firma Anna Ahronheim del 4 settembre scorso).

Tali attacchi, orientati a bloccare la penetrazione iraniana in Siria, dalla notte del 18 settembre sono cessati. I russi fin da subito, tramite le agenzie ufficiali e i vari canali di propaganda come ad esempio Sputnik dello stesso 18 settembre, hanno affermato che “nascondendosi dietro l’aereo russo, i piloti dei caccia israeliani hanno provocato l’abbattimento da parte di un missile del sistema siriano di contraerea S-200” dello IL 21, aereo spia attrezzato per la guerra elettronica. Fatto sta che da allora non c’è più traccia di azioni israeliane in Siria, evidenza di cui la penetrazione iraniana ne ha beneficiato.

Secondo Debka File, sito ben informato su questioni di sicurezza dello stato ebraico, il blocco delle azioni è una misura precauzionale per evitare il rischio di ulteriori incidenti che coinvolgano militari di Mosca presenti sul territorio siriano. Inoltre dopo l’incidente e un primo momento in cui Putin sembrava aver “perdonato” Israele per l’errore (Sputnik il 21 settembre, annunciava al mondo che l’incidente in Siria non avrebbe compromesso i rapporti fra Russia e Israele), Mosca ha improvvisamente cambiato rotta dialettica nei confronti dello stato ebraico. In poche settimane si è passati dalla telefonata tra Putin e Netanyahu in cui il premier russo aveva parlato di una “tragica catena di circostanze accidentali“, all’invio in Siria di diverse batterie di missili di difesa aerea S-300.

Sarebbero infatti quattro i battaglioni di difesa aerea S-300, e a questi Mosca ha aggiunto una ulteriore linea di difesa a protezione delle città siriane e strutture essenziali per il regime, vale a dire il rinnovato sistema anti-missile M2 a corto raggio (conosciuto come Neva S-125). Il Neva è stato potenziato per intercettare aerei a bassa quota, missili da crociera ed elicotteri da combattimento. A completamento di queste due linee di difesa, la Russia ha schierato in Siria sistemi avanzati di guerra elettronica (EW).

Mosca sta sigillando i cieli della Siria e la situazione sta tornando ad essere simile a quella degli anni 70 e 80, in cui il regime di Hafiz al Assad, padre di Bashir, era protettorato russo. Quello di Mosca in Siria non è quindi più solo un intervento a difesa di un alleato d’area. La Siria rappresenta sempre più una propaggine del tentativo russo di rientrare a pieno titolo nella partita mediterranea.

Altro segnale interessante è rappresentato dal fatto che i sistemi S-300 sarebbero stati collegati direttamente al sistema di comando, comunicazione e controllo dello spazio aereo della Russia e non solo alla base in suolo siriano di Khmeimim a Latakia. In verità Sergei Shoigu, ministro della difesa russo, lo scorso 2 ottobre aveva detto solo che sistemi di difesa aerea “unificati” S-300 sarebbero stati installati in Siria entro il 20 ottobre, menzionando 49 unità di radar, sistemi di acquisizione target, posti di comando e quattro lanciatori, senza fare riferimento ad integrazioni con i sistemi di difesa russi. Detto ciò se la notizia fosse confermata, secondo alcuni analisti la Siria verrebbe utilizzata per testare la capacità del sistema S-300 aggiornato di “agganciare” i sistemi stealth F-35.

Le ripercussioni sull’area del Golan

Lo scorso agosto il ministro degli esteri russo Lavrov in visita a Gerusalemme, aveva promesso una ulteriore fascia di sicurezza di 100 km sul Golan, zona che andava ad aggiungersi alla zona cuscinetto pattugliata dall’ONU (e da soldati russi dallo scorso 20 settembre, ovvero due giorni dopo l’abbattimento dello IL 20), entro cui gli iraniani non sarebbero potuti penetrare. La Russia quindi da un lato si fa garante degli equilibri e dall’altro dichiara al mondo che il Golan è ancora una questione aperta.

Il 17 Luglio dopo il vertice tra Trump e Putin ad Helsinki, l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Dore Gold, è comparso davanti alla sottocommissione della Camera sulla sicurezza nazionale, il tema dell’audizione era il “Riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan”. Poche settimane dopo, lunedì 8 Ottobre, era lo stesso premier Netanyahu a ribadire la posizione di Israele, legandola alla questione dei trasferimenti di armi dall’Iran alle milizie sciite sul territorio siriano.

Evenienza di tale presa di posizione è stata una cerimonia per l’apertura di una nuova sinagoga proprio sul Golan. In tale occasione senza mezzi termini, il premier ha dichiarato “Vediamo il Golan come un baluardo di stabilità sul nostro confine. [Il Golan] deve restare sempre sotto la sovranità israeliana, altrimenti l’Iran e l’Hizb’Allah raggiungeranno presto le coste del Kinneret” (uno dei nomi biblici del lago Tiberiade a poche decine di miglia in linea d’aria dalla linea dell’armistizio del 1974, dove oggi la forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite – UNDOF garantisce la zona cuscinetto fra Israele e Siria).

Appena due giorni dopo, il 10 Ottobre, Lavrov rispondeva a Netanyahu affermando che “Lo status delle alture del Golan è determinato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, e aggiungeva quindi che “modificare questo stato di cose, scavalcando il Consiglio di sicurezza, sarebbe una violazione diretta delle risoluzioni ONU“. La Russia non ha alcuna intenzione di accettare un altro caso Gerusalemme, rimane da capire se e quanto permetterà agli iraniani di avviare una guerra d’attrito sulle alture, al pari di quella che in queste settimane si sta consumando sul confine di Gaza.

A tale proposito preme dire che il 27 Ottobre l’IDF ha apertamente accusato le Brigate al-Quds di aver supportato Hamas per il massiccio lancio di missili contro i villaggi israeliani che si affacciano sulla Striscia di Gaza. Il portavoce dell’esercito israeliano ha promesso rappresaglie contro le milizie iraniane sul suolo siriano. Potrebbe avvicinarsi il momento in cui gli aerei con la Stella di David si troveranno ad affrontare i nuovi sistemi russi.

Altri segnali di riallineamento nella regione

Lo scorso fine settimana, il re di Giordania Abdullah ha informato Israele della volontà di non rinnovare due allegati del trattato di pace che suo padre Re Hussein aveva firmato con l’armistizio siglato insieme al primo ministro Yitzhak Rabin nel 1994 nella località di Wadi Araba, a nord di Eliat. Nell’ambito dello storico accordo che poneva ufficialmente fine ad una situazione di guerra che, seppur non più combattuta da anni, si protraeva dal 1948-49 e quindi dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, i giordani avevano concesso a Israele il diritto di proprietà per 25 anni di alcune aree agricole, i villaggi di Al-Baqoura, nel nord della Valle del Giordano e di Al-Ghumar, nei pressi del Golfo di Aqaba che, seppur rimasti sotto la sovranità giordana, potevano essere gestiti e sfruttati da agricoltori israeliani.

La scelta di Amman, annunciata con un tweet da re Abdullah, rappresenta un segnale di debolezza della casa regnate hascemita, alle prese con il malcontento dei ceti più popolari. Tale decisione è infatti arrivata dopo una grande manifestazione anti israeliana ad Amman, dove il regime in difficoltà per la crisi economica con crescente incapacità riesce a tenere sotto controllo la rabbia dei manifestanti. Nello giugno scorso si erano già manifestate forti proteste contro l’austerity imposta da un piano del Fondo Monetario Internazionale, poi bloccato dal re con relative dimissioni del primo ministro Hani Fawzi Mulki.

In quell’occasione un intervento riluttante dei paesi del golfo aveva garantito una forte immissione di liquidità nelle casse del paese: Arabia Saudita, EAU e Kuwait avevano garantito un pacchetto di aiuti fino a 2,5 miliardi di dollari di versamenti in cinque anni, altri 500 milioni erano arrivati da Doha. Tali aiuti sono arrivati, non tanto per un sentimento di fratellanza araba, quanto per evitare che in Giordania s’innescasse un nuovo pericoloso focolaio di primavera araba.

In realtà quella delle zone agricole è poco più che un dettaglio, una concessione all’opposizione vicina ai Fratelli Musulmani giordani legati ad Hamas. La partita in atto è molto più complessa, gli analisti israeliani temono un riavvicinamento fra re Abdullah e Assad e assistono ad un riallineamento del regno hascemita al blocco rappresentato da Turchia e Qatar. Israele rischia di restare ancora più isolato nella regione, per di più in compagnia dell’alleato più impensabile fino a pochi anni fa, il regno Saudita di un Moḥammad bin Salman indebolito in seguito al caso Khashoggi.

Guerra e crisi idrica in Medio Oriente: il caso dello Yemen

Nel marzo del 2015 l’intervento di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita dava inizio alla guerra dello Yemen. A distanza di tre anni dall’inizio delle ostilità l’impatto sulla popolazione e sulle infrastrutture del Paese, in particolare quelle idriche, è stato devastante. Secondo alcuni esperti dell’ONU, lo Yemen potrebbe diventare il primo Paese al mondo a ritrovarsi senza acqua.

Guerra e crisi idrica in Medio Oriente: il caso dello Yemen - Geopolitica.info

Lo Yemen, Paese situato all’estremità sud-occidentale della Penisola Arabica, è caratterizzato da un clima secco e semi arido. A differenza di molti paesi del Medio Oriente, l’antica “Arabia Felice” non è attraversata da nessun fiume, potendo contare solo sull’apporto idrico proveniente dall’acqua piovana e dagli strati acquiferi. Simili condizioni fanno sì che lo Yemen sia considerato tra i Paesi più poveri in acqua del pianeta.

Alcuni fattori hanno aggravato questa situazione. Essi sono per lo più dovuti al forte aumento della popolazione, alla cattiva gestione dello sviluppo agricolo unito all’uso dell’acqua nella coltivazione del Qat, all’assenza di un’autorità che eserciti il controllo della gestione idrica, e all’impatto del cambiamento climatico.

Il Paese è caratterizzato da una forte crescita demografica. Il numero di abitanti, pari a 29,04 milioni di abitanti, è quintuplicato dal 1950. Secondo alcune stime, dovrebbe raddoppiare nel 2050. Questa crescita demografica interessa soprattutto le zone urbane, provocando un forte aumento della domanda di acqua.

L’agricoltura, in un territorio tanto arido, drena una parte consistente del fabbisogno idrico nazionale. I sussidi pubblici, finanziando gli investimenti nell’irrigazione in superficie, hanno aumentato lo spreco delle risorse idriche. Inoltre, l’aumento delle terre agricole, tra il 1970 e il 2004 sarebbe stato del 1000%.

Ciononostante, una delle peculiarità del settore agricolo riguarda la produzione di una droga, il qat. Questa droga, che provoca effetti simili alla cocaina, è molto usata nei paesi della regione del Corno d’Africa. Essa viene assunta dai consumatori per rimanere svegli e alleviare gli effetti della stanchezza e della fame. Secondo alcune stime, le superficie che coltivano il qat rappresentano il 30% del totale.  Inoltre, consumerebbero il 90% dell’acqua proveniente dagli acquiferi. Il problema appare di ancor più difficile soluzione se si considera che la produzione e vendita di qat genera il 60% del PIL del Paese. Paese già sull’orlo del collasso economico.

La terza ragione va ricercata nell’assenza di istituzioni forti per garantire un uso ragionevole dell’oro azzurro. L’instabilità cronica nella quale versa il Paese, in particolare dall’intervento della coalizione, non permette alle autorità di impedire lo spreco dell’acqua. Di conseguenza, le infrastrutture non vengono riparate e molta acqua viene sprecata per via di buchi presenti nelle tubature. Inoltre, lo scavo di pozzi illegali è cresciuto in modo allarmante.

Infine, non si può non menzionare l’effetto dei cambiamenti climatici sulle risorse idriche del Paese. Essendo localizzato sotto il 25° parallelo, lo Yemen potrebbe diventare più umido per via del riscaldamento climatico. L’aumento delle precipitazioni dovrebbe generare fenomeni più violenti, come, ad esempio, delle tempeste simili ai monsoni, provocando gravi danni alle infrastrutture. Inoltre, un aumento di 2°C permetterebbe alle ondate di calore di colpire le zone costieri di bassa altitudine.

La guerra tra il governo Hadi sostenuto dalla coalizione a guida saudita e i ribelli Houthi, accusati dal vicino settentrionale di essere sostenuti dall’Iran, ha fortemente peggiorato questa situazione. Il controllo delle risorse idriche è diventato per le parti in causa un obiettivo strategico. Sia gli Houthi che i sauditi hanno bloccato aiuti umanitari in acqua e derrate alimentari per colpirsi a vicenda. Inoltre, molte infrastrutture idriche sono state danneggiate o distrutte. Nelle vicinanze di Sana’a, diversi rapporti indicano che i raid sauditi nel distretto di al-nahdin abbiano distrutto un serbatoio di acqua potabile che forniva acqua a 30.000 persone.

Uno degli effetti più immediati di questi scontri è stato di ridurre fortemente l’approvvigionamento in acqua potabile della popolazione civile. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA, 16 milioni di yemeniti non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici. Di conseguenza, vi sono state epidemie di colera e diarrea, che hanno causato 1,115,378 casi sospetti e 2,310 morti tra l’aprile del 2017 e luglio del 2018.

Un altro effetto del disperato bisogno di avere accesso all’acqua è stato di rinforzare il consenso di alcuni strati della popolazione nei confronti di gruppi jihadisti come Al Qaeda. Al Qaeda è presente nelle regioni meridionali del Paese, dove si trovano le sue roccaforti.  Essendo state a lungo ignorate dalle autorità governative, le comunità locali trovano una spalla nel gruppo terroristico che fornisce loro un accesso all’acqua, insegnando loro a scavare pozzi. Simili azioni hanno fatto crescere in modo esponenziale la popolarità del gruppo.

Il conflitto per il controllo della risorsa sta inasprendo le rivalità a livello locale. Secondo alcune stime, i due terzi delle violenze rurali sarebbero legati al tentativo di accaparrarsi l’oro azzurro. Queste tensioni contribuiscono in modo decisivo all’instabilità del Paese.

Lo Yemen fornisce un triste esempio dell’impatto devastante che può avere un conflitto armato in un Paese che non ha né la capacità politica, né le risorse economiche per fronteggiare una sfida impellente come la carenza d’acqua potabile. Nel corso della guerra, i problemi idrici preesistenti al conflitto sono peggiorati. Vista la questione centrale dell’acqua negli equilibri strategici del Paese, l’inizio di un negoziato sulla ripartizione equa delle risorse idriche tra le varie fazioni è l’unica strada percorribile per giungere a una riconciliazione nazionale.