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L’Arabia Saudita e il difficile equilibrio tra diversificazione, identità e reputazione internazionale

Negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha lanciato un progetto di diversificazione economica sotto la spinta del principe ereditario Mohammed Bin Salman. Vision 2030 è il progetto su cui la casa saudita sta fortemente puntando per ottenere il risultato desiderato: rendere maggiormente indipendente l’economia saudita dal petrolio e dai settori che ne derivano. Ma il regno potrebbe essere intrappolato nella morsa di due necessità potenzialmente conflittuali: quella di modernizzare il suo sistema economico e quella di mantenere salda la legittimazione politica derivante dal wahhabismo. In aggiunta, a livello internazionale la casa saudita vive un momento di transizione di reputazione e si sta impegnando a rilanciare la sua immagine.

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La maledizione delle risorse nel futuro saudita 

Nel dibattito politologico si parla spesso di “maledizione delle risorse” per quelle economie che dipendono esclusivamente dalle risorse naturali. Il filone di ricerca che si concentra sulla maledizione delle risorse studia gli effetti che le risorse naturali esercitano sui regimi politici e le loro istituzioni (Auty, 1993). Uno degli effetti negativi studiati è la mancanza di diversificazione dell’economia (Venables, 2016) e a molti dei paesi che soffrono di questa carenza è consigliato attuare quelle riforme necessarie a rendere l’economia meno dipendente da un’unica risorsa (Ross, 2017). Sicuramente uno dei paesi che soffre di questa sorta di maledizione è l’Arabia Saudita. Secondo il Country report del Fondo Monetario Internazionale dedicato al regno saudita nel 2019 il petrolio è fonte diretta del 40% del PIL. Inoltre, equivale al 70% delle entrate fiscali del regno e all’80% dell’export. Le ultime vicende che riguardano il petrolio dimostrano quanto sia rischioso dipendere da un’unica risorsa naturale.

I due principali problemi legati a questa dipendenza sono l’esposizione agli shock temporanei nel mercato, e soprattutto i cambiamenti di lungo periodo che potrebbero portare a un costante calo della domanda di petrolio. Specialmente in questo momento storico in cui il prezzo del petrolio è sceso in modo considerevole, è evidente quanto sia importante diversificare la propria economia e cercare altre vie di sviluppo economico. Questo richiederà il cambiamento del paradigma di rentier state, che provvede al sostentamento della popolazione attraverso le risorse ricavate del petrolio con un ruolo marginale lasciato al settore privato. Secondo il report dell’FMI, milioni di posti di lavoro potrebbero essere necessari nei prossimi cinque anni, e questo incontrerebbe le esigenze di una crescente fetta di giovani sauditi pronti ad entrare nel mondo del lavoro.

Il difficile compito di conciliare Vision 2030 e il wahhabismo 

Proprio per rispondere alle esigenze di una diversificazione economica nel 2016 è stato lanciato il progetto Vision 2030. L’Arabia Saudita si propone come futuro attore internazionale di assoluta rilevanza anche a livello economico cercando di rendere maggiormente attrattivo il paese agli occhi degli investitori. Tra gli obiettivi possiamo scorgere la volontà dimigliorare la qualità della vita, anche attraverso lo sviluppo dell’intrattenimento e dello sport, la crescita di rilevanza del settore privato, e la promozione del turismo che dovrebbe avere come fulcro i luoghi di culto islamici. Inoltre, si specifica l’obiettivo di potenziare il settore industriale e di avvicinare il sistema educativo agli standard internazionali. L’emblema delle ambizioni di Mohammed Bin Salman è Neom, la città a cui dovrebbero spettare finanziamenti pari a circa 500 miliardi di dollari, che nelle intenzioni iniziali dovrà essere una colossale smart city affacciata sul Mar Rosso. Per portare avanti il piano di imponenti riforme Mohammed Bin Salman ha iniziato una lotta alla corruzione interna e al dissenso, ma questo ha portato anche alla eliminazione fisica e alla repressione degli oppositori. La violenza mostrata dal principe ereditario conferma come il cambiamento perseguito richieda uno scontro interno di non facile risoluzione. La fazione del paese che potrebbe osteggiare il percorso di riforme economiche nel lungo periodo è sicuramente quella wahhabita, che è anche la fonte identitaria per eccellenza del paese.

L’interpretazione ultraconservatrice dell’islam è la peculiarità del wahhabismo, il quale ha accompagnato le conquiste e la legittimazione dei Saud fin dalle origini del regno (Al-Rasheed, 2002). La legittimazione dello stato si fonda quindi sul conservatorismo religioso e l’obiettivo posto dalle riforme dal principe ereditario rende la stabilità politica interna (anche a livello di establishment) molto fragile. Proprio il principe ereditario si è posto l’obiettivo di ridimensionare il conservatorismo dell’Islam in Arabia Saudita, ritenuto un fattore anomalo e caratteristico dei soli ultimi trent’anni. Insomma, Mohammed Bin Salman sembra voglia rimodellare la narrazione identitaria dell’Arabia Saudita che ne ha caratterizzato fin qui storia, legittimazione e istituzioni. 

La difficile collocazione identitaria e la reputazione internazionale

Il riformismo di Salman che apre alla modernizzazione economica nel lungo periodo potrebbe scontrarsi con il rifiuto del clero wahhabita. Il principe ha già messo in atto la repressione nei confronti dell’islam più radicale, e il rapporto con il dissenso interno è complicato e motivo di imbarazzo per la casa Saudita. L’uccisione del giornalista Khasoggi nel consolato di Istanbul è stato un duro colpo per la reputazione internazionale dell’Arabia Saudita che si è ritrovata con i riflettori puntati dalla comunità internazionale e da varie organizzazioni per i diritti umani. Una immediata conseguenza è stata la mancata partecipazione all’evento “Davos in the desert” nel 2018 da parte di alcuni CEO di importanti aziende come Google. Anche la guerra in Yemen combattuta per arginare l’influenza iraniana nella penisola arabica è diventata oggetto di critica per gli attacchi indiscriminati sui civili. Una delle strategie che sembra aver messo in atto il regno per ripulire la sua immagine a livello internazionale è quella dello sportswashing. Infatti, l’Arabia Saudita ha cominciato ad ospitare finali nazionali calcistiche (come la Supercoppa Italiana) e incontri sportivi internazionali di assoluto rilievo, come per esempio il confronto tra Joshua e Ruiz per l’assegnazione del titolo mondiale di boxe.

Negli ultimi mesi un fondo sovrano saudita si sta impegnando per l’acquisto del Newcastle, squadra che milita nella Premier League inglese. L’obiettivo di questa strategia è quello di oscurare tutte le critiche legate alla repressione dei diritti umani e del dissenso interno offrendo l’immagine di un paese pronto ad aprirsi al mercato e agli investimenti esteri. Non sarà facile, perché la disapprovazione che ha travolto il regno dopo l’uccisione di Khasoggi è ancora oggi difficile da gestire. Inoltre, l’Arabia Saudita si ritrova a dover affrontare un indebolimento dell’alleanza storica con gli Stati Uniti che ha raggiunto uno dei punti più bassi con la guerra dei prezzi del petrolio. Un’alleanza che, dopo l’indipendenza energetica raggiunta negli ultimi anni dagli Stati Uniti, risulta ormai fondata principalmente sull’avversione al comune nemico nel Medio Oriente: l’Iran. Per concludere, si sottolinea come l’Arabia Saudita si trovi in un momento di delicata transizione e sia nel bel mezzo di un bivio decisivo. Identità e riformismo si stanno confrontando all’interno del regno e questo scontro mette in evidenza tutti i limiti dell’apertura riformista di Mohammed Bin Salman. La continua oscillazione tra mutamento e repressione violenta non aiuta l’immagine a livello internazionale dell’Arabia Saudita alla quale non può bastare il solo sportswashing per convincere gli stakeholders internazionali a fidarsi dei propri progetti.

Verso la fine del petrolio?

L’epidemia di Covid-19 ha colto alla sprovvista l’industria degli idrocarburi, spingendo il prezzo del petrolio ai suoi minimi storici. A peggiorare ulteriormente la situazione, la guerra dei prezzi combattuta tra Arabia Saudita e Russia, due tra i maggiori produttori di petrolio, ha avuto un forte impatto sul prezzo di mercato, il quale ha raggiunto i 20 dollari al barile. 

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Dopo intere giornate di negoziati, il gruppo di Stati che costituisce l’OPEC+, ossia una versione allargata del cartello economico fondato nel 1960, è giunta ad un accordo sui tagli da applicare al prezzo del petrolio. La domanda è se ciò sarà sufficiente a evitare il collasso totale dell’industria petrolifera, la quale deve fare i conti con nuove sfide.

Effetto COVID-19

Fin dalla sua comparsa nella cronaca internazionale, il COVID-19 ha destabilizzato l’economia mondiale, colpendo alcuni settori in maniera particolare, come il mercato del petrolio. Esso ha subito un vero e proprio shock, in particolar modo dal lato della domanda, diminuita di 30 milioni di barili al giorno, ossia circa il 30% della fornitura totale. Ciò è dovuto a due motivi principali. Innanzitutto, le misure di contenimento previste in 150 Paesi hanno imposto un rallentamento dell’attività produttiva dell’industria, principale consumatore dei prodotti petroliferi. Inoltre, le restrizioni agli spostamenti hanno prodotto un crollo imponente della domanda in quanto, negli ultimi anni, il settore dell’aviazione ha avuto un forte impatto sulla sua crescita. In secondo luogo, l’incertezza riguardo alla durata del lockdown dovuta al peggioramento dell’emergenza in Europa e Stati Uniti, unita ai segnali incerti sulla ripresa economica cinese, ha diffuso tra gli investitori un sentimento di sfiducia riguardo ad una ripresa della domanda globale di petrolio, portando ad un ulteriore abbassamento dei prezzi

L’azione dell’OPEC+

Davanti ad una situazione già critica, la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita ha innescato un peggioramento immediato della crisi. Tutto è iniziato i primi di marzo, con il vertice dell’OPEC+ a Vienna. Durante tale incontro, l’Arabia Saudita non è riuscita a convincere la Russia a aderire ad un accordo in grado di ridurre la produzione del gregge, necessario per affrontare il calo della domanda. Secondo la strategia russa, infatti, contenere la produzione avrebbe solo favorito gli avversari statunitensi nella produzione dello shale oil. D’altro canto, invece di armonizzare i prezzi, Riad ha deciso di rispondere alla Russia con l’annuncio di un aumento della produzione fino a 12.3 milioni di barili al giorno, offrendo sconti sul prezzo del suo petrolio. 

E gli Stati Uniti? Fin da subito il presidente Trump ha esercitato pressioni affinché si trovasse un accordo, proponendosi addirittura come mediatore tra le parti. Le motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti ad esercitare il loro potere di nazione egemone sono numerose. Con la scommessa fatta negli idrocarburi non convenzionali, Trump non può assolutamente permettere che tale industria fallisca. Con il prezzo del petrolio così basso, infatti, le entrate non sarebbero sufficienti a ricoprire gli ingenti costi derivanti dal fracking, ossia la metodologia utilizzata per l’estrazione di shale oil e gas. Inoltre, le grandi società petrolifere statunitensi subiscono da anni una riduzione dei propri profitti, dovuti sia alla competizione con la succitata estrazione non tradizionale, sia per motivi logistici derivanti dagli elevati costi di trasporto. Considerato che molte di queste compagnie sono quotate sui mercati finanziari, la questione dei prezzi potrebbe avere serie ripercussioni anche in campo finanziario. 

Dopo una lunga serie di videochiamate e di negoziati serrati tra i vari leader dell’OPEC+, si è giunti ad un accordo senza precedenti. Oltre ad avere messo fine agli scontri tra Russia ed Arabia Saudita, esso prevede una delle maggiori riduzioni nella storia, pari a 9,7 milioni di barili al giorno, il doppio di quanto previsto dopo la crisi del 2008. I tagli inizieranno nel mese di maggio e dureranno fino a giugno, per poi diminuire a 8 milioni da luglio a dicembre e a 6 milioni da gennaio 2021 ad aprile 2022. Nonostante la portata storica dell’accordo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è convinta che nessun intervento sarà in grado di limitare le perdite nel breve periodo. Ciò è ancora più difficile a causa della scarsa partecipazione dei Paesi del G20 agli impegni nel contenere l’offerta del gregge tramite la riduzione della produzione e l’accumulo di risorse strategiche. Al di fuori dell’Opec plus, infatti, solo Stati Uniti, Canada, Brasile e Norvegia effettueranno tagli di 3,5-3,6 milioni di barili al giorno, mentre le uniche potenze che acquisteranno gregge saranno Stati Uniti, Cina, India e Corea del Sud, per un totale di 200 milioni di barili.

Verso la fine del petrolio?

Ad intervenire sulle sorti del petrolio vi è la questione della transizione energetica verso fonti più sostenibili. Secondo un’analisi del think tank inglese Carbon Tracker, il picco del petrolio si sarebbe dovuto verificare nel 2023, ma l’epidemia potrebbe aver anticipato tale evento. Secondo questa teoria, quindi, il 2019 sarebbe stato l’anno con il più alto numero di emissioni e, nonostante la possibilità di ulteriori aumenti nel 2022, ormai gli idrocarburi subiranno una riduzione della domanda irreversibile. Inoltre, secondo le analisi della Wood MacKenzie, assumendo un pezzo del petrolio a 35$, il 75% dei progetti globali non riuscirebbe a ricoprire il costo del capitale investito. Ciò comporterebbe un crollo del tasso di rendimento interno (IRR) dal 20% al 6%, ossia una percentuale molto simile a quella derivante da progetti su energie rinnovabili. Secondo questa analisi, quindi, gli investimenti nei progetti legati al petrolio diventerebbero poco convenienti a causa dei rendimenti ridotti, dei grandi rischi connessi e delle emissioni. 

Ciononostante, ciò potrebbe non significare necessariamente un’accelerazione della transizione energetica. Innanzitutto, i prezzi bassi potrebbero favorire un aumento nell’utilizzo del petrolio, come verificatosi dopo la crisi finanziaria del 2008. Inoltre, negli ultimi anni, molte compagnie impegnate nel campo degli idrocarburi hanno aumentato il loro impegno nella riduzione delle emissioni per un duplice motivo: da un lato, rispettare le misure adottate da molti Paesi per favorire soluzioni più rispettose dell’ambiente; dall’altro, incontrare il favore degli investitori soddisfando i criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Di conseguenza, il crollo dei profitti dovuto al prezzo del petrolio potrebbe portare le compagnie a decidere di sacrificare gli investimenti in progetti più sostenibili, favorendo soluzioni più convenienti ma maggiormente impattanti sull’ambiente. Tale possibilità diventa ancora più concreta se si considerano i provvedimenti intrapresi da alcuni Stati: il governo canadese sta programmando una serie di prestiti al settore petrolifero, mentre nel pacchetto emergenza degli Stati Uniti sono stati previsti 60 miliardi dollari alle compagnie aree e prestiti agevolati all’industria senza vincoli riguardanti l’adozione di misure per il clima. 

Nonostante l’incertezza derivante dalla situazione emergenziale attuale, una cosa è certa: l’azione dei governi avrà un forte impatto sul destino del petrolio. I vari Stati stanno pianificando numerosi provvedimenti mirati al contenimento dei danni economici derivanti dalla pandemia, stanziando ingenti quantità di denaro, di cui cinquemila miliardi di dollari solo nei Paesi del G20. Questi pacchetti sono un’opportunità enorme per la questione ambientale, la quale rischia di essere oscurata da logiche dettate dall’immediatezza, noncuranti dei risvolti del lungo periodo. In qualunque modo andrà a finire, l’industria petrolifera non sarà più la stessa. E neanche il mondo come siamo abituati a conoscerlo.

Arabia Saudita e Qatar: storia di uno scontro inevitabile

Sono passati quasi tre anni dalla decisione di Arabia Saudita, EAU, Bahrein ed Egitto di rompere i rapporti diplomatici con il Qatar. L’accusa di sostenere il terrorismo islamico è solo uno specchietto per le allodole, il reale bersaglio dell’embargo è l’autarchia strategica del Qatar. Ad essere particolarmente preoccupata è l’Arabia Saudita che, considerandosi il leader dei Paesi del Golfo, non tollera disallineamenti o alcuna politica concorrenziale ai suoi obiettivi strategici. Doha, invece, non sembra più voler vestire i panni del vassallo saudita e da decenni punta a diventare un attore regionale di primo piano.

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Avvenuta nel 2017, la rottura delle relazioni tra il Qatar e il Quartetto arabo, costituito da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrein ed Egitto, rappresenta l’ultimo atto di una crisi in corso da tempo. Il pomo della discordia è la politica regionale del Qatar, percepita dagli altri Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) come indipendente e concorrenziale rispetto ai loro interessi. 

Le 13 richieste presentate al Qatar  nel 2017 rappresentano quindi uno strumento di pressione volto a ridimensionare la politica regionale di Doha e riallinearla a quella degli altri Paesi del CCG. Per comprendere le motivazioni della crisi è dunque necessario analizzare l’evoluzione della politica regionale del Qatar negli ultimi decenni.  

Fino agli anni Novanta, Doha è rimasta sotto l’ombrello saudita allo scopo di garantirsi sicurezza e stabilità. Il Qatar, sunnita, monarchico, dinastico e adagiato su immense risorse naturali, è stato a lungo considerato dall’Arabia Saudita un importante alleato regionale. Infatti, Doha rappresenta per Riyadh un tassello imprescindibile per completare l’arco di protezione orientale che va dal Kuwait all’Oman, passando da Bahrein, EAU e appunto Qatar. Questo arco rappresenta per l’Arabia Saudita la prima linea di difesa dall’Iran e, in seguito alla rivoluzione Khomeinista del 1979, Riyadh ha voluto rafforzarlo creando il CCG, organizzazione regionale nata nel 1981 per suggellare l’alleanza con le altre monarchie sunnite in ottica anti-iraniana.  

Doha ha quindi seguito per decenni la traiettoria impostale da Riyadh. Ne è derivata una politica estera limitata e conservativa che ha relegato il Qatar in una posizione subalterna e marginale.  

La politica regionale del Qatar inizia a cambiare dai primi anni Novanta. Innanzitutto, il fratello maggiore saudita attraversa una fase di forte crisi in seguito alla Guerra del Golfo del 1990-1991. La decisione di appoggiare la coalizione a guida statunitense e di ospitare circa 500 mila soldati “infedeli” sul suolo sacro dell’Islam scatena una forte opposizione interna alla monarchia degli Al Saud. Con Riyadh occupata dalle turbolenze interne, il Qatar si trova esposto a possibili pressioni esterne e decide, quindi, di rafforzare i suoi rapporti con gli Stati Uniti, con cui viene siglato un accordo per la costruzione dell’imponente base militare di Al Udeid. Tale scelta permette al Qatar di eliminare qualsiasi preoccupazione o minaccia esterna e di concentrarsi sulla ridefinizione del suo ruolo regionale. 

È in questo contesto che emerge la figura di Hamad bin Khalifa Al Thani. Salito al potere nel 1995, Hamad delinea un nuovo obiettivo strategico per il Qatar: uscire dalla condizione di sudditanza e marginalizzazione per ottenere un ruolo di primo piano nello scenario Medio Orientale.  

Il Qatar inizia quindi ad allontanarsi dai diktat sauditi e cerca di diversificare i suoi partner. In primo luogo, Doha intensifica i suoi rapporti con Teheran, sia per non finire schiacciata nella competizione tra Arabia Saudita e Iran, sia per definire lo sfruttamento del giacimento di gas naturale di South Pars/North Dome, condiviso con Teheran e principale fonte della ricchezza qatariota. Doha rafforza inoltre i suoi legami con entità non statuali legate all’Islam politico, come la Fratellanza Musulmana e Hamas, e gruppi di resistenza, come l’organizzazione di opposizione libica Lybian Islamic Fighting Group (LIFG). 

Contemporaneamente, Doha riesce a sfruttare le sue risorse naturali per integrarsi nel sistema economico e finanziario globale, rafforzando così i suoi rapporti con l’Occidente. Il benessere e la ricchezza derivanti dalle rendite gasiere permettono alla monarchia degli Al Thani di assicurarsi la fedeltà della popolazione e di presentarsi al mondo come un Paese ricco, moderno e stabile. 

In questa fase, il Qatar fa un ampio ricorso alla diplomazia e agli strumenti di soft power. Ad esempio, Doha si inserisce nei principali negoziati regionali presentandosi come attore super partes e neutrale tra i contendenti. Un ruolo spesso interpretato dall’Arabia Saudita che Doha cerca di imitare allo scopo di mostrarsi impegnata in sforzi multilaterali, così da guadagnarsi la fiducia e il rispetto della comunità internazionale.   

Un ultimo fattore chiave è quello mediatico. Ad Hamad bin Khalifa si deve l’intuizione aver creato Al Jazeera, un network che ha l’obiettivo di creare un nuovo modo di raccontare gli eventi nel mondo arabo e in quello musulmano. Presentata come indipendente, in realtà Al Jazeera diventa ben presto uno strumento di eccezionale propagazione per il Qatar, che gli consente di annullare l’handicap delle sue limitate dimensioni geografiche o demografiche per ottenere una visibilità mondiale.  

La nuova strategia regionale del Qatar si delinea quindi già negli anni Novanta. Essa si caratterizza per essere fluida, reattiva e capace di adattarsi tempestivamente alle evoluzioni regionali. Inoltre, appare slegata da questioni ideologiche o confessionali, consentendo al regno degli Al Thani di appoggiare di volta in volta attori diversi e spesso in competizione tra loro. Tutto questo ha permesso in pochi anni di aumentare il grado di influenza e di riconoscimento esterno del Qatar, ma ha anche provocato molte inimicizie. Una prima avvisaglia del nervosismo saudita si verifica nel 2002, quando Riyadh ritira il suo ambasciatore nel Qatar fino al 2008 a causa di un servizio di Al Jazeera sulla dissidenza saudita.  

Le rivolte arabe del 2011 rappresentano un ulteriore punto di svolta. Doha decide infatti di mettere da parte la precedente linea diplomatica, preferendole un atteggiamento più interventista che la porta ad inserirsi nei vari teatri di instabilità mediorientali. Questo cambio tattico non modifica però l’obiettivo strategico ultimo qatariota, che rimane quello di aumentare il grado di influenza e riconoscimento esterno. Viene anche mantenuto l’approccio fluido e ondivago già menzionato, che porta Doha ad appoggiare attori diversi in contesti diversi: nel teatro libico Doha supporta i ribelli e il suo sostegno finanziario, politico, militare e mediatico è risultato un fattore fondamentale per la capitolazione di Gheddafi. Tramite Al Jazeera, il Qatar si è presentato al mondo come un Paese favorevole alla resistenza e alla caduta dei regimi autocratici regionali. Tuttavia, questa linea è stata misconosciuta nei confronti del Bahrein e dell’Oman, le cui dinastie regnanti sono state sostenute da Doha e dagli altri membri del CCG durante le rivolte del 2011. Ancora diverso il caso siriano, in cui il Qatar ha appoggiato i ribelli in funzione anti-Assad ma ha cercato di muoversi indipendentemente rispetto agli Al Saud e ha finito per legarsi progressivamente alla Turchia. 

Dalle rivolte arabe i rapporti tra il Qatar e il CCG sono quindi peggiorati progressivamente, nonostante la decisione di Hamad di cedere il potere al figlio Tamim nel 2013 per allentare la pressione esterna.  Una primi crisi è arrivata nel marzo 2014, quando Arabia Saudita, EAU e Bahrein decidono di ritirare i loro ambasciatori dal Qatar accusandolo di non avere implementato le misure previste dal vertice del CCG di Riyadh del 2012, riguardanti il miglioramento della coordinazione strategica tra i Paesi membri. In realtà, la crisi era già iniziata nel 2013 a causa delle posizioni diametralmente opposte riguardo la situazione egiziana. Il golpe militare del 3 luglio 2013 ha destituito il presidente Morsi e ha messo fine all’esperimento governativo della Fratellanza Musulmana in Egitto. Il Qatar ha criticato duramente il golpe e la successiva repressione, offrendo riparo ad alcuni membri della Fratellanza. Il duo saudo-emiratino invece ha riconosciuto e supportato il nuovo corso egiziano e Riyadh nel marzo 2014 ha dichiarato la Fratellanza Musulmana organizzazione terroristica.  

Il caso egiziano dimostra come la politica interventista del Qatar abbia posto Doha in aperta concorrenza con gli altri Paesi del Golfo. L’autarchia strategica qatariota impensierisce soprattutto l’Arabia Saudita, vero artefice della crisi del 2017. Il tentativo di proporsi come mediatori regionali, lo spazio dato da Al Jazeera agli oppositori degli Al Saud, i legami con gruppi dell’Islam politico come la Fratellanza Musulmana, l’avvicinamento all’Iran e alla Turchia sono visti da Riyadh come tentativi di sfidare apertamente la sua leadership nel Golfo. La crisi diplomatica del 2017 e il conseguente embargo terrestre, marittimo e aereo imposto dal Quartetto arabo al Qatar avevano, quindi, l’obiettivo di isolare Doha e costringerla a riallinearsi con la politica regionale del CCG

Tale pressione si è tuttavia rivelata in gran parte inefficace e ha ulteriormente allontanato il Qatar dai Paesi vicini. Doha è riuscita a spezzare l’isolamento politico ed economico rivolgendosi ad altri attori regionali come l’Iran e la Turchia. In particolare, con Ankara si è sviluppata una vera e propria partnership che ha permesso al Qatar di giocare un importante ruolo in Libia e in Siria, così da aumentare la sua influenza nel Nord Africa e nel Levante. Le ambizioni qatariote sono state ulteriormente confermate dall’investimento da 15 milioni di dollari stanziato a favore della Striscia di Gaza e un altro da 500 milioni di dollari in bond libanesi nel tentativo di sostenere l’economia del Libano. 

In ambito energetico, Doha è uscita il 1° gennaio 2019 dall’OPEC e ha in seguito annunciato un piano per aumentare entro il 2024 del 43% la propria produzione di gas naturale. Tale incremento gonfierebbe oltremodo le casse della piccola monarchia e le permetterebbe di acquisire una posizione preminente nel mercato energetico mondiale.  

Alcuni segnali di riavvicinamento ci sono stati nel 2019, come la presenza del primo ministro qatariota al vertice del CCG tenutosi a Riyadh a dicembre, ma tra le parti permane una certa distanza. 

Dati gli importanti risultati ottenuti in questi anni di resistenza, sembra difficile che il Qatar possa riallinearsi completamente agli altri Paesi del Golfo. Tra questi, i sauditi rappresentano senza dubbio l’attore più intransigenteRiyadh è disposta ad un riavvicinamento ma vuole in cambio delle concessioni, senza le quali il suo ruolo di leader regionale, già in fase di declino, rischierebbe di essere ulteriormente compromesso a vantaggio di Iran e Turchia.  

Nel breve periodo solo una minaccia comune potrebbe portare ad una normalizzazione dei rapporti. Ad esempio, un’escalation tra USA e Iran potrebbe riportare Qatar e Arabia Saudita sotto lo stesso tetto (statunitense). In assenza di una minaccia condivisa, l’evoluzione più plausibile è la cristallizzazione della situazione di stallo e un riavvicinamento a piccoli passi e nel lungo periodo. Ciò non toglie che Riyadh e Doha dovranno prima o poi fare delle concessioni. Il Qatar potrebbe prendere spunto dagli EAU, che sono riusciti progressivamente ad affiancare i sauditi, svolgendo in alcuni casi azioni parallele e non sempre allineate con quelle di Riyad, come in Yemen. Il Qatar potrebbe puntare su un processo simile, riconoscendo il ruolo del colosso saudita ma contemporaneamente non rinunciando alla sua politica regionale. Riyadh invece dovrà ammettere che la formula tradizionale del CCG a trazione saudita è ormai anacronistica e che il coordinamento tra i vari Paesi necessiti di una riforma dell’organizzazione in senso più inclusivo e paritario. Gli Al Saud, in fase di affanno e con l’impellenza del G20, potrebbero essere disposti a fare delle concessioni in questo senso. 

Se invece la situazione di stallo continuasse, tutti i Paesi coinvolti rischierebbero di vedere le loro posizioni intaccate, anche alla luce del nuovo interventismo turco. Ankara punta a esercitare un ruolo egemonico sull’intera regione, e difficilmente vorrà condividere i suoi successi con i rivali sauditi o gli alleati qatarioti.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC)

Doveva essere, secondo le parole del presidente americano Donald Trump, una semplice “diatriba tra Mosca e Riad” ma si è capito (quasi) subito che la guerra intorno al prezzo del petrolio avrebbe assunto ben presto una dimensione mondiale, tanto da arrivare a coinvolgere i Paesi del G20 in quello che è il più grande taglio della produzione di petrolio della storia.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC) - Geopolitica.info

Lo scontro tra Russia e Arabia Saudita 

Ad inizio marzo, davanti all’inarrestabile crollo del prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita aveva proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno, di cui 500.000 barili in capo ai Paesi non Opec. Una scelta, quella di Riad, dettata dal fatto di non poter sopportare a lungo un costo del greggio inferiore (di troppo) agli 80 dollari al barile, un prezzo che rappresenta il break-even per i sauditi. La proposta dell’Arabia Saudita si è scontrata però contro l’opposizione di Mosca che, forte di un break-even intorno ai 40 dollari al barile, ha provato a sfruttare l’occasione per eliminare dal mercato, per quanto possibile, i produttori di shale oil americani, già fortemente indebitati. La contromossa di Riad che ha deciso a quel punto di incrementare la propria produzione giornaliera ha dato inizio ad una vera e propria guerra dei prezzi, che ha portato il costo del petrolio addirittura intorno ai 20 dollari al barile e messo in crisi il meccanismo dell’Opec Plus.   

Un mercato del petrolio in crisi 

Lo scontro tra Mosca e Riad si è inserito in un contesto in cui il mercato petrolifero risultava già fortemente indebolito dagli effetti della diffusione a livello globale del virus Covid-19. Senza alcuna certezza circa i tempi necessari a neutralizzare la minaccia sanitaria in corso, l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha già ridotto, per l’intero 2020, di un terzo la previsione di crescita della domanda: ci si aspetta, in particolare, un aumento di (solo) 825 mila barili al giorno, che sarebbe il più basso dal 2011. Le misure per contenere il contagio, infatti, non solo hanno semiparalizzato la Cina, un gigante che assorbe oltre il 10% dell’offerta totale di greggio, ma stanno provocando ripercussioni a catena su scala internazionale, con un impatto significativo sui trasporti e sul turismo. In una simile situazione, solo un accordo tra i principali protagonisti del mondo petrolifero avrebbe potuto fornire qualche garanzia di ripresa per il settore.  

Il petrolio “sotto zero” 

Il crollo del prezzo del petrolio intorno ai 20 dollari al barile ha aperto la strada verso quella che da più parti viene vista come una catastrofe, ovvero una discesa dei prezzi in territorio negativo. Una situazione da scongiurare, sia perché per l’Europa, nonostante la crescita della domanda di gas, il petrolio resta ancora la principale fonte utilizzata per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, sia perché a fondarsi sul petrolio sono le economie di quei Paesi del Medio Oriente dove fondamentale è garantire la stabilità della regione. Prezzi negativi significa che i produttori possono liberarsi del greggio solo pagando. In realtà, non sarebbe la prima volta che succede nel settore energetico: anche prima della pandemia è già successo più volte di vedere il segno meno davanti al prezzo dello shale negli Stati Uniti, così come sui mercati dell’elettricità. Ma nel caso del petrolio la questione sarebbe più complessa, dal momento che l’eccesso di offerta rischia di terminare rapidamente lo spazio disponibile per il suo stoccaggio. E conservare il petrolio costa sempre più caro.  

L’accordo mondiale per il petrolio 

Ed è così che dopo una settimana di negoziati, sempre sull’orlo del fallimento a causa delle (rigide) posizioni di alcuni Paesi, si è arrivati ad un accordo che ha visto il coinvolgimento non solo del sistema Opec Plus ma anche dei Paesi del G20. Più precisamente, secondo un primo accordo, si era deciso che a maggio e a giugno la produzione mondiale di petrolio sarebbe diminuita di 10 milioni di barili al giorno. A fronte della perdurante opposizione del Messico, si è arrivati alla decisione di tagliarne una quantità leggermente inferiore, pari a 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta comunque di un dato molto significativo, che rappresenta ben un decimo dell’offerta totale attuale e quasi il doppio rispetto alla quantità tagliata in occasione della crisi finanziaria globale del 2007-2009.  

L’attivismo di Donald Trump 

Determinante per l’intesa è stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È stato lui, infatti, a spingere sin dall’inizio verso un possibile nuovo incontro dell’Opec Plus, trovando anche una soluzione all’opposizione messicana. La diffusione del Covid-19 sta mettendo a dura prova il sistema sanitario americano e, soprattutto, la tenuta della sua economia, tanto che recenti sondaggi accreditano lo sfidante di Trump alla Casa Bianca, Joe Biden, in vantaggio di ben 11 punti. Il vantaggio intravisto da Trump in un prezzo del petrolio così basso, ovvero una sensibile diminuzione del costo della benzina per i consumatori (ed elettori) americani, si è rivelato ben presto relativo, dal momento che a causa del lockdown i cittadini americani non possono circolare. Ed è così che Trump ha presto messo da parte i meri calcoli elettorali, per concentrarsi sui possibili (devastanti) effetti provocati da un eventuale crollo dell’industria petrolifera americana sulla sicurezza nazionale.  

L’incognita messicana 

L’accordo è stato a rischio sino all’ultimo a causa dell’opposizione messicana. Il ministro dell’Energia messicano Rocio Nahle, infatti, ha chiesto e, alla fine, ottenuto un compromesso in base al quale potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto previsto all’inizio. Il Messico, inoltre, rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Dietro all’opposizione messicana, la volontà del presidente Lopez-Obrador di incrementare gli investimenti nel settore petrolifero per portare la produzione di greggio sino a 2 milioni di barili al giorno, unico modo per poter sostenere le politiche sociali annunciate durante la campagna elettorale. Il compromesso si è reso possibile solo grazie all’intervento del presidente americano Trump, che ha proposto di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico. Per fare ciò, però, è stato necessario superare a sua volta l’opposizione dell’Arabia Saudita, intimorita che altri paesi avrebbero potuto avanzare richieste simili. Alla fine, però, a prevalere è stato il buon senso di tutti e, soprattutto, la volontà di salvare, ancora una volta, l’Opec.

Fabrizio Anselmo,
Geopolitica.info

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche

Il Corno d’Africa rappresenta una delle regioni più instabili del mondo e al tempo stesso quella dove è più evidente la ‘regia’ delle grandi potenze i cui interessi divergenti e le guerre per procura emergono con tutte le loro contraddizioni.  

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche - Geopolitica.info

Nell’area è in corso da tempo un processo di trasformazione dovuto principalmente all’attivismo e al coinvolgimento dei paesi mediorientali che hanno accentuato l’interdipendenza tra le due sponde del mar Rosso. Contestualmente, essi hanno favorito cambiamenti non soltanto nelle dinamiche interne ai singoli paesi della regione ma hanno anche cristallizzato attriti e tensioni, diretto riflesso dei conflitti che coinvolgono i paesi della penisola arabica e non solo.  

Alla base di questo nuovo allargamento del raggio d’azione degli attori regionali c’è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, strategia dettata dalla volontà dell’amministrazione Bush, intrisa di ideologia neocon, di ridisegnare su scala globale l’egemonia americana e di creare i presupposti di un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Al fallimento di quella strategia ha fatto seguito il disengagement promosso dalla nuova amministrazione Obama che ha così favorito l’affacciarsi su nuovi teatri delle potenze regionali specie quelle che ambivano a rafforzare la loro leadership come Arabia SauditaIran Turchia. Le rivolte del 2011 hanno fatto il resto cristallizzando la tripolarità e creando assetti nuovi come la vicinanza tra Turchia e Qatar contro le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti incapaci sin qui di assumere un ruolo di leadership nonché di resistere alle ambizioni dell’Iran sciita e dei suoi satelliti (Hezbollah su tutti).  

Eppure, proprio il regno wahabita (l’Arabia Saudita) fu il primo a tentare di cambiare le carte in tavola delle relazioni nell’area: dopo lo choc delle primavere arabe e l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, Riyad ha trasformato il suo approccio rendendolo un vero e proprio rollback e applicando questa nuova strategia proprio nel Corno d’Africa anche a causa delle rivolte in Yemen che stavano assumendo proporzioni preoccupanti. La situazione di caos nel paese ha consentito al movimento degli Houthi di divenire un fattore decisivo nel conflitto grazie anche all’occupazione della capitale San’a. La presenza di una forza sciita a pochi chilometri dai suoi confini è per i sauditi un fatto inaccettabile e così da allora il regno, anche grazie al dinamismo del principe Mohammed Bin Salman, si è posto a capo di una coalizione che ha iniziato a condurre operazioni militari contro gli Houthi, misure a cui hanno partecipato anche alcuni stati africani come il Sudan. La presenza degli Houthi in Yemen viene vista da Riyad come una sfida diretta al suo prestigio da parte dell’internazionale sciita a guida iraniana, fatto questo che intriso ancor di più le rivalità regionali di matrici tipicamente settarie.  

L’Iran orienta la sua azione nella regione in modo diverso: a differenza delle monarchie del golfo Teheran ha sin qui adottato una politica attendista basata più sulla volontà di ridurre i margini di manovra dei rivali che su azioni dirette. Teheran in sintesi punta a limitare le scelte e le possibilità dei rivali, una strategia rivelatasi fin qui vincente in Iraq (tranne forse per l’omicidio del generale Qassem Suleimani) e che risponde al concetto di ‘profondità strategica’ più volte ribadito dalla guida suprema Ali Khamenei. Ciò consente all’Iran di allontanare potenziali conflitti dai propri confini e di selezionare quegli obiettivi capaci di incidere sulle prospettive politiche dei nemici. Corrisponde pienamente a questa strategia la politica adottata dall’Iran in Yemen.  

Un attivismo diverso da quello saudita ma non meno muscolare è quello invece adottato dalla Turchia imperniata sulla ‘dottrina Erdogan’ volta a compattare il consenso interno al leader attraverso la politica estera. Alla base di questa concezione c’è la volontà da parte di Ankara di adottare politiche preventive che presuppongono anche l’utilizzo dell’esercito: da qui l’installazione di una base militare in Qatar nel 2015 (in funzione anti emiratina) e il dispiegamento di truppe nel Sudan orientale. L’utilizzo dell’esercito nello scacchiere della penisola arabica se da un lato cristallizza l’asse privilegiato con il Qatar dell’emiro Al-Thani dall’altro lato enfatizza lo scontro con gli Emirati Arabi Uniti, rivalità allargatasi anche al Corno d’Africa. Proprio la sponda qatarina ha permesso a Erdogan un accesso pieno alla regione del Golfo e all’altra sponda del mar Rosso: una penetrazione prima umanitaria, grazie agli aiuti che Ankara (via Doha) ha fornito alle popolazioni dell’area ciclicamente colpite da siccità e carestie e poi propriamente politica con il sostegno al governo di Mogadiscio conseguente alla visita di Erdogan in terra somala nel 2011. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato dei veri e propri avamposti strategici, mezzo necessario per la proiezione strategica del regno di Mohammed bin Zayed. Gli emiratini, settimo produttore mondiale di greggio, sono impegnati principalmente a proteggere le rotte commerciali marittime e in particolari lo stretto di Bab al-Mandeb. Da ciò la necessità delle basi militari e, all’inizio della sua penetrazione nell’area, di rapporti privilegiati con Gibuti. Gli emiratini hanno scelto questa linea sia per controbilanciare il crescente peso di altri attori regionali come la Turchia e il Qatar, sia per rafforzare la loro posizione all’interno della stessa Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Fondamentale resta però l’aspetto economico e cioè la ‘protezione’ delle rotte del greggio e in special modo dello stretto di Bab al Mandeb privilegiando la logistica marittima attraverso la propria ‘testa di ponte’, la società DP World e l’hub del porto di Dubai divenuto ponte tra i mercati asiatici e quelli dell’Africa orientale. L’obiettivo è quello di contendere alla Turchia la maggior parte degli investimenti nella regione, settori chiave come le costruzioni, il turismo, i generi alimentari (Abu Dhabi è importatore per quasi il 75% del proprio fabbisogno alimentare). Dopo una prima fase in cui gli Emirati hanno investito massicciamente a Gibuti è stata l’Eritrea l’oggetto di un sempre maggior interesse in funzione anti-iraniana: da qui la decisione di aprire una base militare ad Assab dopo la normalizzazione delle relazioni del paese africano con le monarchie sunnite. L’Eritrea in tale fase si è distinta per la capacità di giocare su più fronti anche se poi il suo presidente, Isaias Afewerki, è divenuto sempre più sponsor di Teheran nella regione divenendo di fatto testa di ponte per gli attacchi degli Houthi in Yemen. Politica cambiata nuovamente alla fine del 2015 quando l’Eritrea ha deciso di sposare la causa saudita in cambio di generose elargizioni da casa Saud visto il pessimo stato delle finanze del paese del Corno d’Africa. Un passo che è stato ‘apripista’ ad un altro evento, la normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia fortemente sponsorizzata proprio da Rihad e Abu Dhabi.  

Il loro comune nemico nella regione, oltre all’Iran, resta l’ambizioso Qatar. Quest’ultimo ha iniziato la sua penetrazione grazie al finanziamento di Ong islamiche e scuole coraniche, elemento che l’ha resa, agli occhi degli attori del Corno, un partner affidabile. Proprio le buone relazioni sia con l’Eritrea che col Sudan ha permesso all’emiro Khalifa bin Hamad di giungere ad un accordo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi, accordo siglato nella capitale qatarina Doha a suggello del ruolo svolto dal paese. Un ruolo svolto anche in occasione dei negoziati tra il Sudan e i ribelli del Darfur e tra il Gibuti e l’Eritrea  per la disputa territoriale di Ras Doumeria. Gli interessi qatarini vanno però oltre e coinvolgono direttamente anche la Somalia. Qui grazie alla diaspora e al ruolo delle scuole islamiche il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano di condanna delle azioni del governo federale di transizione (appoggiato dall’Etiopia) divenendo polo di attrazione per tutte le forze somale (anche estere) che condannarono l’invasione di Addis Abeba. Fondamentale la campagna lanciata da Al Jazeera in cui si condannavano gli abusi imposti alla popolazione dell’Ogaden dalle truppe etiopi, condanna che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Etiopia e Qatar spingendo il paese dell’emiro sempre più dalla parte dell’Eritrea.  

Alleanze e accordi che nel Corno d’Africa sono improntate alla flessibilità e a durata variabile, segni tangibili che il nuovo ‘fronte caldo’ del mondo potrebbe essere nel futuro prossimo quello tra le due sponde del Mar Rosso.  

La guerra del petrolio tra Mosca e Riad: verso la fine dell’OPEC Plus?

Con il rifiuto della Russia di aderire alla proposta saudita, formulata in sede Opec, di tagliare la produzione di petrolio nel tentativo di arrestare il crollo del prezzo del greggio, si apre un (nuovo) fronte di scontro tra Mosca e Riad, che potrebbe portare alla definitiva sepoltura dell’Opec Plus, l’alleanza tra il cartello dei principali paesi produttori di petrolio e la Russia, il maggiore esportatore di greggio non appartenente all’organizzazione.  

La guerra del petrolio tra Mosca e Riad: verso la fine dell’OPEC Plus? - Geopolitica.info

Il mancato accordo tra Opec e Russia sui tagli alla produzione di petrolio ha innescato uno scontro tra Riad, Mosca e Washington che sta sfociando in un vero e proprio “tutti contro tutti”, con conseguenze immediate sul mercato dell’energia senza escludere però, nel lungo periodo, effetti sul piano strettamente geopolitico e non ristretto al solo mondo arabo. Ma come si è arrivati alla rottura di quella che si presentava come la nuova architettura di riferimento per la gestione del mercato petrolifero? 

La nascita dell’Opec Plus 

Nel novembre 2016 l’Opec decise di tagliare la produzione di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno, con l’obiettivo di risollevare le quotazioni che all’inizio dell’anno erano precipitate sotto i 30 dollari al barile a causa dell’eccesso di offerta sul mercato. Per la prima volta ai tagli si unirono anche altri paesi esterni al cartello, Russia in primis. Nasceva così l’Opec Plus, l’alleanza tra il cartello dei principali paesi produttori di petrolio e la Russia, il maggiore esportatore di greggio non appartenente all’organizzazione, che prevedeva un piano di tagli concordati della produzione allo scopo di mantenere i prezzi del petrolio sopra  i 50-60 dollari al barile. Ma, soprattutto, con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di mettere in difficoltà l’industria dello shale oil americano, che stava trasformando gli Stati Uniti da importatore a paese esportatore di petrolio.  

Russia e Arabia Sauditauna relazione controversa 

L’alleanza tra Mosca e Riad si è quindi basata, sin dall’inizio, su una reciproca convenienza. Troppo diversi, se non opposti, gli interessi geopolitici dei due paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita è il tradizionale alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo mentre, dall’altro lato, la Russia in Siria combatte a fianco del peggior nemico di Riad, l’Iran sciita, contro il quale il regno saudita combatte da anni una guerra a distanza in Yemen. Ma a fare la differenza, soprattutto in questo frangente, è la diversa tenuta del sistema paese a fronte di una eventuale crisi economico-petrolifera. Russia e Arabia Saudita appartengono entrambe a quella categoria di nazioni la cui capacità di tenuta del budget statale dipende dagli introiti petroliferi. Anni di sanzioni internazionali e conseguenti politiche di autarchia hanno consentito a Mosca di abbassare in maniera significativa il proprio break-even point, che si aggira oggi intorno ai 42 dollari al barile. Diverso il caso dell’Arabia Saudita, che, anche se meno dipendente di un tempo dai ricavi petroliferi, necessita di un prezzo del greggio intorno agli 80 dollari.  

Il recente scontro tra Mosca e Riad 

Nel mezzo della crisi globale causata dal coronavirus, che ha portato l’Agenzia internazionale per l’energia a rivedere al ribasso le stime sulla domanda di greggio nel mondo (previsione negativa per il 2020), e a fronte del continuo crollo del prezzo del petrolio, il regno saudita ha proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno: una riduzione della produzione mondiale di circa il 3,6%, di cui 500.000 barili in capo ai paesi non OPEC. Di fronte al rifiuto di Mosca di aderire alla proposta saudita, Riad ha deciso di aprire i rubinetti del greggio, inondando il mercato di offerta, e vendendo con sconti di listino soprattutto ai partner commerciali europei. Immediata, a quel punto, la risposta di Mosca, che ha annunciato di essere pronta a bruciare tutte le riserve valutarie del fondo sovrano pur di non cedere terreno agli avversari e di essere in grado di resistere fino a dieci anni con il petrolio a 25-30 dollari. E’ così che ha avuto inizio una vera e proprio guerra dei prezzi, che ha causato il maggior crollo del prezzo del petrolio (arrivato a poco meno di 30 dollari al barile) dai tempi della Guerra del Golfo del 1991.  

Le ragioni di Putin 

Due sono essenzialmente le ragioni che hanno spinto la Russia a rompere la relazione con l’Opec. Innanzitutto, Putin non ha gradito l’atteggiamento di Riad che ha cercato di mettere Mosca davanti al fatto compiuto: una sorta di “prendere o lasciare”, con il chiaro intento di costringere di fatto Mosca, trattata alla stregua di un partner di “serie b”, a ulteriori tagli di produzione. Ma, soprattutto, alla base della decisione del presidente russo vi è il desiderio di colpire gli interessi dei produttori shale americani, soffocati da un alto livello di indebitamento accumulato negli anni precedenti. E non va dimenticato che per gli Usa questo è un anno elettorale. Mosca potrebbe infatti avere accarezzato con il suo rifiuto il proposito di indebolire il presidente Donald Trump, uno dei principali sostenitori delle sanzioni contro la compagnia petrolifera nazionale russa Rosneft (per gli affari con il Venezuela) e forte oppositore del gasdotto Nord Stream 2. Una scommessa, quella di Mosca, dovuta alla propria capacità di poter sopportare un prezzo del petrolio relativamente basso in un contesto, tra l’altro, dove l’interscambiabilità tra petrolio e gas è molto limitata, sebbene storicamente il prezzo del gas sia stato spesso indicizzato a quello del petrolio, specialmente proprio dai russi.  

La reazione degli USA 

Dinanzi all’offensiva russa, il presidente Donald Trump ha cercato di minimizzare l’accaduto, rimandando il tutto ad una semplice diatriba tra Mosca e Riad. In realtà, Trump è fortemente combattuto tra il difendere uno dei più importanti settori dell’industria nazionale e guadagnare il consenso degli elettori per i prezzi ribassati della benzina. Formalmente, dalle dichiarazioni rilasciate di recente, sembra aver scelto la seconda ipotesi, forte anche delle affermazioni del capo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, per il quale i produttori shale americani, divenuti negli anni sempre più efficienti, potrebbero resistere fino a un livello di 25 dollari al barile prima di andare in crisi finanziaria. Ma nulla esclude che possa cambiare idea. Perché il crollo della produzione di greggio estratto dalle rocce viene visto come uno dei tre elementi che potrebbero scatenare una recessione economica negli Stati Uniti. E a novembre Trump correrà per un secondo mandato, con ben scolpite nella mente le famose parole dell’allora candidato Bill Clinton: “It’s the economy, stupid”.  

Vincitori e vinti 

L’intento saudita è chiaro: costringere i russi a tornare sui propri passi e a raggiungere così un accordo. Ed in effetti, proprio nei giorni scorsi, Mosca ha proposto di fissare un nuovo incontro dell’Opec Plus nel mese di maggio o di giugno. Ma cosa potrebbe succedere nel frattempo in assenza di una tregua? L’attuale prezzo del greggio risulta essere al di sotto del break-even point di chiunque: ad esserne quindi maggiormente colpiti, oltre ai produttori americani, sarebbero soprattutto i paesi caratterizzati da un bilancio statale dipendente dalle entrate petrolifere come tutti i paesi Opec e i principali produttori al di fuori del cartello, soprattutto la stessa Russia, l’Azerbaigian e il Kazakhstan. Chi potrebbe invece trarre giovamento dai prezzi favorevoli sono i paesi asiatici, per lo più importatori netti di petrolio, come Cina, Giappone e Corea del Sud. Ma ad esserne soprattutto intaccata sarebbe la stabilità e, soprattutto, la credibilità dell’Opec, già orfana da oltre un anno del Qatar, e che in quel novembre 2016, ricorrendo al supporto di Mosca, ha già dovuto ammettere la propria incapacità di stabilizzare, da sola, il mercato del petrolio.  

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi?

Le notizie che ci giungono, in questi giorni, da Idlib mostrano più che mai come l’ascesa egemonica nel MENA si traduca in una temibile “sfida a due”, che vede protagonisti il Sultano Erdoğan e lo zar Putin. Una sfida tra una Turchia ambivalente che si muove nella veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana, ma che persegue malcelati fini espansionistici e, un Cremlino interessato a manifestare le riconquistate doti di mediatore regionale.

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La guerra civile siriana

Una guerra civile, quella siriana, che è andata internazionalizzandosi contestualmente all’emergere del pericolo ISIS. Di fronte all’incontenibile Stato islamico solo la discesa in campo delle forze militari russe e iraniane ha permesso di risollevare le sorti del regime siriano. All’indomani, infatti, della sconfitta del califfato, durante il 2017, Assad sostenuto dalle forze aeree russe e dalle milizie sciite di Teheran, ha potuto riconquistare numerosi territori controllati dai ribelli come Darāyā, Aleppo est e il Ġūṭa orientale. Tranne Idlib capace di resistere altri due anni grazie al sostegno militare ed economico garantito da Arabia Saudita, Qatar,e Turchia. I principali competitors mediorientali si sono, così, trovati a fronteggiarsi sul terreno siriano generando una miscela “geopolitica” esplosiva.

Le ambizioni russe

Il progressivo rafforzamento militare di Assad ha corrisposto, al contempo, alla volontà di abbandonare ogni possibile via negoziale per la risoluzione della crisi siriana. Soltanto, l’ingresso di una potenza politica terza ed autorevole avrebbe consentito di aprire un tavolo di confronto. A fronte della politica americana di selective engagement, quel ruolo è automaticamente spettato al Cremlino. Putin si è prontamente attivato ad aprire un parallelo processo diplomatico, ad Astana, tra i contendenti. Il migliore risultato del processo di Astana è stata la approvazione, nel corso del 2017, di aree di de-escalation tra ribelli e forze governative, ovvero di aree protette ove consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. Le zone di de-escalation hanno incluso la provincia di Idlib, alcune parti delle sue zone limitrofe nelle province di Latakia, Hama e la zona nord della città di Homs, il sobborgo damasceno di Ghouta, nonché le province di Daraa e al-Quneitra nel sud della Siria. Garanti del rispetto di tali zone sarebbero stati precipuamente i rispettivi alleati, la Russia e l’Iran, da un lato, e la Turchia dall’altro. Mediante l’attivazione del Processo di Astana il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso e interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss

Le ambizioni turche

Nel corso della guerra profili di inadempimento dell’accordo di Astana sono stati individuati nella condotta di uno dei garanti, la Turchia. Già nell’autunno 2018 la Turchia ha schierato proprie truppe ad Idlib formalmente con l’obiettivo di far rispettare le clausole dell’accordo. In realtà, anziché schierarsi tra ribelli e regime, le truppe di Ankara hanno proceduto verso l’enclave curda di Afrin, con il fine di usare l’accordo per spingersi sempre più a Sud nella Siria, e riaffermare il potere su ex-domini ottomani. D’altronde, Erdoğan, è stato il primo presidente ad aver politicamente sfruttato la ricostruzione storiografica delle gesta imperiali ottomane, riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. La guerra di Siria ha, dunque, rappresentato per Ankara il presupposto per la ricostruzione della Grande Turchia dei primi del ‘900. Non a caso, molteplici sono state le operazioni condotte oltreconfine: dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” del 2016, alla operazione “Ramo d’Ulivo” del 2018 sino all’operazione “Fronte di pace”, di vero e proprio sventramento del Rojava. In questo modo Ankara impedisce l’unificazione delle zone dell’Antico Kurdistan, mentre si riappropria di ampie zone della vecchia area di influenza ottomana in Siria a ridosso del confine turco. Zone di influenza esclusivamente turca come conferma il contenuto dell’accordo di Sochi, tra il presidente Putin e il presidente turco Erdoğan in merito alla creazione di una”safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia. Dall’autunno 2019, Ankara mantiene, infatti, il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn. Ma auspica di proseguire verso sud ovvero verso Idlib per creare una zona cuscinetto ancora maggiore ove, in primis, collocare, i milioni di profughi siriani assiepati sul confine e, in secundis, allontanare il più possibile le truppe di Assad dal proprio territorio. Infatti, Erdoğan teme ritorsioni da parte di colui che si è scelto, politicamente, come primo nemico nella Regione. Ne costiuisce una riprova la risoluzione approvata, nelle scorse ore, dal parlamento siriano volto a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dagli ottomani dal 1915. La approvazione è stata accompagata da una puntigliosa dichiarazione del presidente del Parlamento siriano Hammouda Sabbagh “Ora vediamo l’aggressione turca come basata sull’ideologia razzista ottomana”. Una provocazione, al momento, soltanto formale ma che preannuncia ulteriori scintille sul campo di battaglia.

Arabia Saudita, Iran e Usa

L’esuberante politica turca ha fatto sì che altri autorevoli attori regionali si svincolassero dalla questione siriana. L’Arabia Saudita ha preferito occuparsi delle problematiche interne e della instabilità yemenita. L’Iran, invece, dopo le rappresaglie attuate, in territorio iracheno, in risposta alla uccisione del comandante Qasem Soleimaini, preferisce attendere restando ad osservare le prossime mosse dell’”odiata” America e del Cremlino. Dal canto suo, Washington mantiene ufficialmente la linea adottata di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente. Una politica che ha spinto in questi anni le principali potenze mediorientali a tentare l’ascesa ad egemonia regionale. Una rincorsa egemonica che, però, al momento ha visto l’emergere di una inarrestabile Turchia e di una attenta ma poco efficace Russia. Chi ne uscirà vincitore? Lo deciderà solo la battaglia di Idlib.

La contesa di Idlib

La contesa di Idlib sta vedendo protagonisti sul campo l’esercito di Ankara e quello Damasco. E per quanto le rispettive fila hanno contato anche dei morti, la resa dei conti non vedrà partecipe il regime di Assad ormai sfiancato e sull’orlo del fallimento economico, bensì il Sultano Erdoğan e lo zar Putin, principale sostenitore di Assad. Entrambi presentano il desidero di contrapporsi egemonicamente a Washington. Entrambi sono stati gli artefici dei negoziati diplomatici in Siria ma non necessariamente entrambi sapranno contenere i propri egoismi e conservare la giusta lucidità di risoluzione delle problematiche regionali. Di certo, la politica “neo-imperialistica” di Ankara costituisce la principale ragione di crisi e Putin ha tutto l’interesse di paventare le doti di mediatore. Allo stesso tempo, le truppe turche stanno operando per la prima oltre i propri confini manifestando spesso un certo grado di impreparazione. A loro favore propende, però, il possibile stanziamento di nuove risorse dalla capitale a fronte della consolidata ripresa economica, dopo la svalutazione della lira turca. Diversamente, il Cremlino teme ancora l’acutizzarsi della stagnazione economica difficile da contenere se si prosegue con l’esborso di risorse nei principali focolai regionali. Non solo. A favore di Ankara gioca la duplice veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana. Infatti, la NATO ha invitato Assad e il suo principale alleato, la Russia, a interrompere gli attacchi, alla luce delle precarie condizioni in cui si ritrovano le popolazioni civili della zona. Contrariamente, Erdoğan ha giustificato il movimento di circa 9000 uomini nelle zone di Latakia, limitrofa a idlib, come funzionale al controllo dell’area e al consolidamento del cessate il fuoco. Una perversa ambivalenza che cela gli effettivi fini della politica estera del Sultano. Dal canto suo, Trump auspica che si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors di dimensione regionale che tengano sotto controllo i focolai in corso, riservando, però, a sé soltanto la facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi falliscono nell’adempimento del loro compito. Ne deriva la sottesa volontà di conservare sempre una attenzione particolare verso la zona del MENA: lo dimostra il dispiegamento di ben 14mila unità militari durante il 2019, unità aumentate di 3500 unità dopo l’avvio dell’escalation Iraniana. Dunque, la volontà di Washington di selezionare le aree geopolitiche di intervento militare diretto non si è tradotto sino ad ora in un totale disinteresse per il Medio Oriente. Perciò, non può escludersi un futuro intervento, nella Regione, americano volto a limitare possibili rovinosi esiti da questa perversa “sfida a due” di Russia e Turchia.

L’accordo di Riyadh: cosa nasconde la pax saudita in Yemen

L’accordo siglato il 5 novembre a Riyadh tra il governo internazionalmente riconosciuto di Hadi e le milizie separatiste del Southern Transitional Council (SCT) sembra risolvere finalmente almeno uno dei conflitti interni allo Yemen. L’intesa tra lealisti e separatisti da una parte apre le speranze verso una risoluzione della guerra in Yemen, ma dall’altra presenta delle sfaccettature controverse. L’accordo, infatti, permette all’Arabia Saudita di godere di una nuova posizione di forza nello Yemen meridionale e non incide direttamente sul conflitto tra la coalizione a guida saudita e le milizie Houthi.

L’accordo di Riyadh: cosa nasconde la pax saudita in Yemen - Geopolitica.info

 

L’intesa prevede la creazione di un futuro governo in cui confluiranno le forze lealiste e quelle separatiste. Esso sarà guidato dall’attuale presidente Hadi e avrà come capitale ad interim Aden. Viene inoltre stabilito che i ministri saranno scelti attraverso delle consultazioni tra le due forze, sotto la supervisione saudita. Riyadh quindi ottiene un importante ruolo, che è ulteriormente rafforzato dalle clausole dell’accordo che riguardano i ministeri dell’Interno e della Difesa. Entrambi infatti prenderanno direttive da Riyadh, che avrà ad esempio il potere di vigilare sulla smilitarizzazione di Aden e sulla ricollocazione delle unità militari.

Date queste premesse, non stupisce che gli yemeniti interpretino l’accordo come una cessione della propria sovranità ai sauditi. L’intesa sembra infatti permettere all’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante all’interno dello Yemen e di ricondurre sotto la sua direzione un fronte anti-Houthi più compatto che mai, anche grazie alla progressiva uscita di scena degli Emirati Arabi Uniti che lasciano in eredità ai sauditi le forze del STC.

Nonostante i toni trionfalisti di Muhammad bin Salman, l’accordo rappresenta per Riyadh il primo vero successo da quando è incominciata la guerra in Yemen. Quest’ultima, nelle speranze saudite, doveva essere una ambiziosa e vincente campagna militare in grado di attestare la forza della monarchia e assestare una spallata decisiva al competitor iraniano. Accanto alle aspirazioni di dominio regionale, l’operazione nasceva anche dalla necessità di mettere in sicurezza il confine meridionale e dalla volontà dell’attuale principe ereditario Muhammad bin Salman di dimostrare le capacità e il coraggio per poter guidare la monarchia. In questo senso, una vittoria militare sarebbe stata una perfetta cartolina di presentazione.

L’intervento in Yemen non è stata però un’azione isolata. Rappresentava invece il culmine di un processo che il regno aveva iniziato a percorrere dal 2011. All’indomani delle cosiddette “primavere arabe”, la famiglia reale saudita aveva dovuto far fronte ad una serie di sviluppi che ne avevano aumentato il senso di vulnerabilità e accerchiamento.

Il primo di questi è l’indebolimento delle relazioni con gli Stati Uniti, già in crisi dagli anni Novanta sia per il ruolo poco chiaro svolto da Riyadh nell’ascesa del terrorismo islamico che per la volontà statunitense di differenziare i propri fornitori energetici ed essere meno dipendente dal petrolio arabo. Successivamente, con l’amministrazione Obama, gli USA mostrarono una crescente volontà di disimpegnarsi in Medio Oriente per ridirigere le proprie strategie verso altre regioni, in particolare il Sud-Est asiatico. Le preoccupazioni saudite sono state confermate dal mancato intervento statunitense in difesa di due storici alleati di Washington, l’Egitto di Mubarak e il Bahrein degli Al Khalifa, e dalla propensione del Presidente Obama di aprire all’Iran. Tutto questo ha eroso le certezze saudite sulla protezione fornita tradizionalmente dagli Stati Uniti e ha innestato negli Al Saud il timore di vedere irreparabilmente intaccati i loro principali obiettivi strategici.

Un altro fattore decisivo è il peggioramento dei rapporti con Teheran. La competizione tra Iran e Arabia Saudita ha come punto di svolta il 1979, in quanto la rivoluzione Khomeinista ridefinì completamente i rapporti tra i due Paesi: da una parte esacerbò le differenze strutturali già esistenti, come le disparità demografiche, culturali, etniche e geopolitiche; dall’altra, l’emergere della Repubblica Islamica politicizzò le identità settarie dei due Paesi sovrapponendo la rivalità ideologica a quelle politiche ed economiche. Nel nuovo millennio, Teheran ha rafforzato la sua posizione grazie all’arretramento statunitense, e ha poi sfruttato le “primavere arabe” del 2011 per inserirsi nei principali teatri mediorientali e contendere a Riyadh il titolo di superpotenza regionale.

Il terzo e ultimo fattore è rappresentato proprio dallo scoppio delle rivolte arabe del 2011. Queste hanno prodotto una destabilizzazione generale del Medio Oriente, moltiplicando gli scenari di confronto e di scontro tra Riyadh e Teheran. Gli Al Saud appaiono spaventati non solo dalle agitazioni interne (che colpiscono in particolare la regione orientale dell’Ahsa, in cui vive la maggioranza della comunità sciita saudita e dove sono presenti i grandi giacimenti petroliferi) ma soprattutto dalle turbolenze nelle aree limitrofe ai confini del regno, cioè in quei Paesi che tradizionalmente fanno parte della sua sfera di influenza e rappresentano la prima linea di difesa. Non a caso i due interventi sauditi più importanti avvengono in Bahrein e in Yemen.

Il combinarsi di questi sviluppi ha spinto la casa reale saudita a reagire formulando una nuova linea di politica estera sempre più assertiva e interventista. Si tratta di un cambio di passo epocale per Riyadh, che di fatto ha scelto una nuova strategia nella sfida per la supremazia regionale accantonando il suo tradizionale approccio cauto e poco appariscente.

Intervenendo in Bahrein nel marzo del 2011 a difesa della dinastia regnante degli Al Khalifa, Riyadh ha potuto presentarsi alle altre monarchie sunnite come garante dello status quo e della stabilità del Medio Oriente. In questo modo, i sauditi sono riusciti a rafforzare la loro leadership all’interno del mondo sunnita, come dimostra il miglioramento dei rapporti con l’Egitto, la Tunisia, la Giordania e il Marocco. Questa fase positiva viene condensata da Riyadh nella Coalizione anti-Houthi che nel marzo 2015 dà inizio alle operazioni in Yemen. Come già detto, l’operazione denominata Decisive Storm doveva attestare da una parte l’ascesa saudita e del suo enfant prodige Muhammad bin Salman, e dall’altra impedire che un’altra capitale mediorientale cadesse sotto l’influenza di Teheran.

Ben presto però le difficoltà incontrate sul campo hanno rallentato l’impeto saudita e il teatro yemenita si è trasformato in una palude dove le certezze e le promesse saudite sono affondate lentamente e inesorabilmente. Riyadh, infatti, dopo quasi 5 anni, non ha risolto nessuno dei nodi che hanno portato al suo intervento. Tra questi vi era la questione frontaliera, che tuttavia è peggiorata sensibilmente dall’inizio della guerra, come dimostrano i ripetuti attacchi messi a segno dagli Houthi all’interno del suolo saudita, tra i quali il recente attacco avvenuto il 14 settembre 2019 agli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais. L’offensiva della Coalizione ha inoltre messo a repentaglio la sicurezza del Bab el Mandeb, lo stretto dal quale passa buona parte del greggio saudita e la cui importanza è aumentata dopo la crisi dello stretto di Hormuz dovuta ai contrasti tra USA e Iran.

L’aspetto più importante del conflitto è che quest’ultimo ha intaccato la leadership saudita nel mondo arabo. Il protrarsi della guerra ha infatti fatto emergere la discrasia interna alla Coalizione e Riyadh ha perso progressivamente buona parte della sua capacità coagulante. Oltre alle note tensioni con il Qatar, l’Arabia Saudita ha dovuto far fronte a un peggioramento delle relazioni con il Marocco e ha sperimentato crescenti divergenze con gli EAU che sono apparse palesi proprio in Yemen, dove i due Paesi hanno interessi diversi e hanno appoggiato attori rivali, gli stessi che l’accordo di Riyadh aspira a ricomporre sotto la guida saudita. Inoltre, la campagna yemenita si è rivelata particolarmente dispendiosa in termini di uomini e risorse, e ha quindi impedito all’Arabia Saudita di intervenire in altri scenari altrettanto importanti nei quali invece l’Iran ha ottenuto un vantaggio significativo, come in Iraq e in Siria. Un altro aspetto preoccupante è che la brutalità della guerra ha finito per minare il consenso saudita in Occidente e, cosa ben più importante per gli Al Saud, nel mondo arabo e in quello musulmano, le due aree che rappresentano il fulcro e l’obiettivo ultimo della strategia saudita.

Questi scarsi risultati sembravano essere confermati alla fine dell’estate scorsa. Lo scoppio del conflitto tra forze governative e separatiste ad Aden appariva essere il segnale definitivo che il conflitto stesse definitivamente sfuggendo di mano a Riyadh. Eppure, solo 3 mesi dopo, grazie a un grande impegno diplomatico, gli Al Saud sono riusciti a ricomporre questa frattura e rinsaldare la loro posizione in Yemen.

L’accordo in sé è quindi una dimostrazione delle capacità saudite e un tentativo di rilanciare la credibilità e la politica estera del regno. È possibile che Riyadh possa sfruttare questa nuova posizione di forza per sferrare una nuova offensiva contro gli Houthi, ma questa ipotesi sarebbe deprecabile sia per le conseguenze che avrebbe verso la popolazione yemenita, sia per gli stessi intessi sauditi, dato che i diversi anni di conflitto hanno dimostrato quanto difficile possa essere sconfiggere le milizie di Ansar Allah, arroccate nelle zone montagnose del Nord e che mantengono il controllo delle principali città e zone strategiche, come la capitale Sana’a e il porto di Hodeida.

Il vero valore quindi dell’accordo è quello di compattare il fronte anti-Houthi nello Yemen meridionale e metterlo sotto l’ombrello saudita. In questo modo, Riyadh potrà giocare negli eventuali e futuri negoziati un ruolo centrale e ottenere quei risultati tangibili che finora l’approccio muscolare non è stato in grado di assicurare. Tuttavia, l’apertura verso una possibile soluzione politica del conflitto ha una pesante ipoteca: la questione yemenita infatti è solo una parte di una partita più grande che si gioca tra Riyadh e Teheran e che ha come fine ultimo la leadership in Medio Oriente.

Dato che, se da un lato, la risoluzione della rivalità saudo-iraniana è propedeutica a qualsiasi vera e propria soluzione del conflitto, e dall’altro i rapporti tra i due Stati continuano oggi ad essere tesi, la conseguenza più probabile dell’accordo potrebbe essere una fase di stallo, con gli Houthi e le forze governative arroccate nelle proprie posizioni con sporadici attacchi reciproci e un conflitto a bassa intensità. In questo caso, non solo la questione yemenita rimarrebbe irrisolta, ma rischierebbe di aumentare lo iato tra le due fazioni allontanando ancora di più l’ipotesi dei negoziati e, in ultima analisi, della pace.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione

Giorno 29 ottobre, durante la sessione di apertura del nuovo mandato del Parlamento, l’emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah ha chiesto la fine della disputa diplomatica regionale. Egli ha affermato che l’embargo all’emirato qatarino ha indebolito notevolmente l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che comprende Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Bahrein.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione - Geopolitica.info Reuters

“È indispensabile attirare l’attenzione sui disordini che irrompono nella nostra regione, il che pone gravi minacce e ripercussioni non solo sulla nostra stabilità e sicurezza, ma anche sulle nostre generazioni future”, ha detto l’emiro novantenne. “Non è più accettabile né tollerabile avere una disputa in corso tra i nostri stati del GCC. Ha indebolito le nostre capacità e minato i nostri guadagni”.

Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno imposto un blocco marittimo, terrestre e aereo sul Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’emirato qatarino, infatti, ha da un lato stabilito solidi legami economici con l’Iran sciita, nemico per eccellenza di Riyadh; dall’altro è intervenuto nelle dinamiche geopolitiche regionali supportando sia la fazione sciita e filoiraniana degli Houthi yemeniti sia i Fratelli Musulmani, organizzazione islamista politica dichiarata terroristica, tra gli altri, da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Siria. Nell’emirato qatarino sono poi passati leader di Hamas, come Khaled Meshal, e i Talebani, che proprio a Doha si sono posizionati con un ufficio di rappresentanza. Questi atteggiamenti di vicinanza alle formazioni dell’islam politico hanno favorito accuse, nei confronti del Qatar, di finanziamento del terrorismo internazionale di stampo islamista.

Da un punto di vista geopolitico, l’embargo ha spinto il Qatar a rafforzare l’alleanza con la Turchia e l’Iran, mentre l’Oman si è dichiarato neutrale e il Kuwait ha assunto la posizione di mediatore. In questa mediazione, i paesi del Golfo hanno proposto al Qatar un elenco di 13 condizioni tra cui la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, di sospendere i legami con le organizzazioni terroristiche, di chiudere la stazione mediatica Al-Jazeera, di non intrattenere rapporti di cooperazione militare con la Turchia, di vietare la cittadinanza in Qatar a persone provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti Emirati, dall’Egitto, dal Bahrein. Il Qatar ha risposto respingendo le 13 condizioni, esacerbando così la crisi con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha annunciato il piano SALWA. Con questo piano l’Arabia Saudita intende scavare un canale lungo il confine che il Qatar ha con la terraferma. Qui, i sauditi realizzerebbero un nuovo polo economico costituito da porti commerciali, una base militare, resort, spiagge private e un sito per lo smaltimento di scorie nucleari dalle future centrali elettriche che l’Arabia Saudita sta progettando di costruire. Tale canale si estenderebbe da Salwa a Khor al-Adeed, per una lunghezza di 60 chilometri sull’unico confine terrestre del Qatar; dovrebbe avere una profondità tra i 15 e i 20 metri e sarebbe largo 200 metri, per consentire a navi mercantili – fino a 33 metri di larghezza e 295 metri di lunghezza – di passare. L’aspetto geopolitico di questo piano è che il Qatar verrebbe trasformato in un’isola, in quanto privato del suo unico confine terrestre.

La dimensione economica ha senz’altro il suo peso. Basti pensare ai rapporti fra l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi e su come Riyadh abbia influito sulle loro scelte di politica regionale. Le implicazioni economiche e commerciali della rottura diplomatica con il Qatar sono un precedente in grado di rendere l’Arabia Saudita un attore ancora più dominante in questi rapporti di dipendenza.

Ma Doha non dipende economicamente da Riyadh e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’impatto dell’embargo sull’economia di Doha è stato temporaneo: nonostante il crollo delle importazioni la crescita del PIL del Qatar lo dimostra, dal momento che nel 2017 era del 2,1% ed è rimasta quasi invariata rispetto al 2,2% del 2016. Il Qatar, quindi, ha reagito bene al boicottaggio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti e continua a fare affari con vecchi e nuovi partner commerciali, dimostrando una notevole capacità di ripresa. Gli investimenti finanziari del Qatar all’estero continuano ad essere massicci: l’emirato continua a mantenere il suo posizionamento tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo (il primo è l’Arabia Saudita seguita dalla Russia); le risorse energetiche rappresentano il 56% delle entrate statali e il 92% delle esportazioni. La composizione del PIL e i livelli di crescita per settori economici sono petrolio e gas, servizi finanziari, costruzioni, industria manifatturiera, commercio e turismo.

Il Qatar, nello sforzo di evitare l’isolamento regionale, si è quindi ritrovato a dover rivedere le proprie politiche, al fine di attrarre paesi occidentali e asiatici. Per esempio, Doha ha avviato con Washington un progetto di cooperazione nel settore antiterrorismo nel luglio 2017, oltre ad aver provveduto ad attuare una più ferrea legislazione in materia di lotta al finanziamento del terrorismo internazionale; o, ancora, ha emanato la legge sul lavoro, a seguito delle critiche da parte della comunità internazionale in merito alla manodopera impegnata nella realizzazione della World Cup 2022.

Il Kuwait ha da sempre assunto una posizione di mediatore tra il Qatar e i paesi favorevoli al blocco. L’emiro kuwaitiano al-Sabah ha invitato le nazioni del Golfo a “elevarsi immediatamente al di sopra delle differenze, riparare recinzioni e ripristinare le relazioni amichevoli”. Come Ministro degli esteri dal 1963 al 2003 e come emiro dal 2006 a oggi, al-Sabah ha sempre agito mantenendo una certa distanza dai turbolenti vicini regionali, posizionando il Kuwait come mediatore in numerose crisi. Ciò è da sempre stato motivato dalla consapevolezza della vulnerabilità del Kuwait dinnanzi alle crisi regionali, vulnerabilità che lo ha condotto ad assumere il ruolo di donor in diverse situazioni di conflitto (a partire dal 2013 ha finanziato una serie di conferenze per il coordinamento dell’assistenza umanitaria in Siria, nel febbraio 2018 la conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq, etc.).

La resistenza da parte del Kuwait a unirsi al fronte saudita-emiratino nel blocco del Qatar non ha comunque messo a repentaglio la relazione con Riyadh, che rimane un partner irrinunciabile. Nonostante i rapporti tra Kuwait e Arabia Saudita non si siano modificati, sono diverse le questioni sospese tra i due stati, non ultima la riapertura della zona neutrale condivisa in cui sono presenti due giacimenti petroliferi, uno onshore e l’altro offshore, chiusi tra il 2014 e il 2015, eliminando circa 500.000 barili al giorno dal mercato globale del petrolio.

Kuwait e Oman, con sfumature diverse, temono che le tensioni in corso possano minare la stabilità geopolitica della regione danneggiando gli interessi di tutti i membri GCC. La crisi tra Qatar e Arabia Saudita rappresenta infatti una complicazione per la politica estera neutrale di Kuwait e Oman, che potrebbero subire ripercussioni dalla frattura qatarino-saudita. La ricchezza di questi paesi dipende quasi interamente dalle risorse energetiche, e le conseguenze geopolitiche possono stravolgere i già delicati equilibri dell’area. Nella regione passa infatti circa il 33.5% della produzione mondiale di petrolio e il 18% di quella di gas: i paesi che guardano all’area con un certo interesse sono diversi, in particolare Cina, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Russia e USA, considerati drivers della geo-economia energetica dell’area.

Il Kuwait è quindi il mediatore riconosciuto, mentre Musca pratica da sempre una mediazione più sottile e informale, motivo per cui l’Oman incute sospetto negli Emirati arabi Uniti e nell’Arabia Saudita.

A giocare sempre un ruolo sostanziale alla base di tutte queste tensioni, poi, vi è il conflitto interconfessionale tra Sunniti e Sciiti: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contrapposti all’Iran, hanno in atto uno scontro religioso e militare con un peso importante soprattutto nello Yemen.

La crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha evidenziato tutte le debolezze relative alla vera e propria incapacità di risoluzione delle controversie al proprio interno. Nonostante ripetuti appelli Kuwait e Oman, il GCC, di fatto, non ha avuto la possibilità di avviare negoziati credibili, soprattutto a causa dell’intransigenza da parte degli stati contrapposti. Senza dimenticare, poi, che la diffusione di narrazioni ostili relative agli stati dello schieramento opposto, attraverso strumenti di soft power come fake news e propaganda cyber, favorisce certamente l’incremento di sentimenti di nazionalismo a danno della creazione di un’identità condivisa tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

 

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata

Da oltre quattro anni in Yemen si consuma una tra le più gravi crisi umanitarie degli anni duemila: una guerra ignorata ma destinata ad attirare in misura crescente l’attenzione della comunità internazionale.

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata - Geopolitica.info

È il 19 marzo 2015 quando la guerra civile irrompe in Yemen, preannunciando l’inizio di una delle catastrofi umanitarie peggiori del nuovo millennio. Un conflitto tanto cruento quanto ignorato, relegato a una posizione di estrema marginalità a livello mediatico. Certamente non sorprende che le vicende dello Stato più povero del Medio Oriente abbiano sempre trovato poco spazio nei libri di storia occidentali. Quello che stupisce è il fatto che nonostante gli occhi della comunità internazionale siano puntati sull’escalation della tensione nel Golfo Persico, il suo sguardo continui a rimanere inerte dinanzi alla crisi umanitaria che si consuma appena più ad ovest, nella penisola arabica. Sconvolge il fatto che neppure lo scoppio della più grave epidemia di colera documentata in epoca moderna abbia permesso allo Yemen di venire alla ribalta.

Quella che devasta lo Yemen è senza dubbio una guerra ignorata, ma non necessariamente destinata a rimanere tale in futuro. In primis per l’importanza geopolitica del Paese, che occupa un’intera sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita l’8% delle forniture mondiali di petrolio. In secondo luogo, per la forte presenza di al-Qaeda e dell’Isis all’interno della penisola, che giustifica i continui interventi aerei e gli attacchi con i droni statunitensi. E infine per il ruolo che il conflitto in Yemen ricopre nella “guerra fredda” mediorientale, rappresentando una delle principali valvole di sfogo delle tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

Comprendere cosa stia accadendo a Sana’a significa andare oltre le ostilità tra il governo legittimo di Abdrabbuh Mansur Hadi e i ribelli Houthi. Significa fare chiarezza su un conflitto decisivo per l’equilibrio geopolitico mediorientale, ma soprattutto per l’attuale e futura stabilità della penisola arabica.

Cosa sta accadendo in Yemen?
Tra antiche rivalità tribali, divisioni regionali e intolleranze religiose, la guerra in Yemen dipinge uno scenario bellico complesso e difficile da raccontare. Un conflitto troppo ampio per rimanere ancorato all’immagine di una mera guerra civile. Per questa ragione, uno dei modi più efficaci di ricostruire le vicende belliche è l’analisi degli interessi che muovono i singoli belligeranti.

Il primo attore da prendere in considerazione è il movimento “Ansar Allah”, meglio noto come Houthi. Presenti in Yemen sin dagli anni ’90, gli Houthi rappresentano un’entità eterogenea capace di raggruppare sotto un’unica bandiera interessi estremamente diversi tra loro. Pur nascendo come movimento della Gioventù Credente, gli Houthi sono ormai molto più di un gruppo di seguaci dello zaidismo – una corrente della religione sciita diffusa esclusivamente in Yemen – intenzionati ad arginare la minaccia salafita (sunnita). Come dimostra la presenza di un nutrito gruppo di sunniti tra le file dei suoi combattenti, il movimento Ansar Allah è soprattutto un’organizzazione politica e paramilitare, insorta con l’obiettivo di assicurare al Paese un governo meno corrotto.

Il casus belli dell’attuale guerra civile è proprio l’insurrezione degli Houthi, che il 21 settembre 2014 hanno occupato la capitale Sana’a costringendo il Presidente della Repubblica Abdrabbuh Mansur Hadi a rifugiarsi ad Aden, seconda città più importante dello Stato.

Adottando una visione semplicistica, la guerra in Yemen potrebbe essere ricondotta allo scontro tra questi due importanti attori, i ribelli Houthi e il governo legittimo, ma per comprendere appieno la situazione attuale occorre ribadire il ruolo di altri soggetti rilevanti.

Non è un caso che la comunità internazionale riconosca come data di inizio del conflitto quella del lancio dell’operazione Decisive Storm, un intervento militare condotto da una coalizione di Paesi arabi in risposta alla richiesta d’aiuto del Presidente Hadi nel marzo 2015. Questa evidenza consente di capire come la guerra civile yemenita abbia immediatamente assunto dimensioni transnazionali, trascendendo i confini dello Stato e mettendo in campo interessi ben diversi da quelli degli Houthi e del governo di Hadi.

In primo luogo, l’intervento dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con l’unica eccezione dell’Oman, vicino pacifico dello Yemen – ha luogo per soddisfare alcuni precisi interessi dell’Arabia Saudita. Questa non interviene semplicemente in qualità di Paese limitrofo, intenzionato a mantenere stabili i propri confini meridionali. Il Regno di Salman si schiera in prima linea per bloccare l’insorgenza di un attore così ideologicamente vicino all’Iran come gli Houthi. Il supporto evidente di Teheran al movimento zaidita, attraverso la vendita di armi e tecnologie militari, viene interpretato dai sauditi come un tentativo minare il loro ascendente sulla penisola arabica, da sempre considerata come parte della loro esclusiva sfera di influenza.

In questo senso, spesso, la guerra civile dello Yemen diviene un pretesto per giustificare l’escalation della tensione tra le due grandi nemesi del quadrante geopolitico mediorientale: la monarchia sunnita di Riad e la repubblica sciita di Teheran.

Dalla prospettiva saudita, l’intervento della coalizione araba in Yemen è strettamente legato anche alle ambizioni personali del Ministro della Difesa del Regno. La partecipazione attiva alla guerra civile yemenita è infatti la più importante tra le politiche che hanno consentito a Muhammad bin Salman di scalare la gerarchia reale e superare il cugino Muhammad bin Nayef nella linea di successione, divenendo così legittimo erede al trono della monarchia saudita.

Se per Riad l’insorgenza degli Houthi in Yemen costituisce al contempo una minaccia e una grande opportunità, per Teheran rappresenta un ottimo diversivo. L’Iran continua a mantenere un profilo basso. Pur essendo evidente il supporto che la Repubblica di Hassan Rouhani fornisce ai ribelli zaiditi, l’endorsement iraniano rimane implicito per almeno due ragioni. Innanzitutto, per l’eccessiva instabilità dello Yemen che richiederebbe degli sforzi eccessivi per assicurare un intervento realmente efficace. In secondo luogo, perché gli interessi dell’Iran nella regione sono comunque molto limitati. Lo Yemen non è una priorità di Teheran, come lo sono invece la Siria, il Libano e l’Iraq, ma resta un buon diversivo per tenere impegnata su più fronti la nemesi saudita.

Al di là dello scontro tra gli Houthi e il governo legittimo, e della proxy war tra l’Arabia Saudita e l’Iran, un ultimo fronte – ma non per importanza – è quello aperto dalle rivendicazioni del movimento indipendentista al-Janub al-Hurr, che rivelano con chiarezza la fragilità di uno Stato di recente formazione come lo Yemen. Affermatosi come entità statale indipendente nel 1990, la repubblica yemenita rappresenta il risultato di un lungo processo di unificazione tra due Stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, da molti considerato come la mera annessione del secondo da parte del primo.
In quest’ottica l’obiettivo del movimento indipendentista è quello di assicurare la secessione della Repubblica dello Yemen del Sud, riportando lo Stato ai confini preunitari. L’organizzazione secessionista sfrutta l’attuale debolezza del governo per perseguire il proprio obiettivo e i finanziamenti che riceve dagli Emirati Arabi Uniti non possono che complicare la situazione.

Quella in Yemen è dunque una guerra combattuta da più parti, tutti contro tutti, per soddisfare interessi assolutamente antitetici tra loro. Come ogni conflitto contemporaneo, non è solo difficile da raccontare ma soprattutto da risolvere, specialmente in un momento in cui l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico rischia di peggiorare la situazione. L’unica certezza risiede nella necessità di porre fine alla crisi umanitaria che devasta il Paese da oltre quattro anni. Una catastrofe che secondo l’UNDP potrebbe contare 233.000 vittime entro la fine del 2019: cifra che per il 60% sarebbe composta esclusivamente da bambini al di sotto dei 5 anni d’età.