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La guerra del petrolio tra Mosca e Riad: verso la fine dell’OPEC Plus?

Con il rifiuto della Russia di aderire alla proposta saudita, formulata in sede Opec, di tagliare la produzione di petrolio nel tentativo di arrestare il crollo del prezzo del greggio, si apre un (nuovo) fronte di scontro tra Mosca e Riad, che potrebbe portare alla definitiva sepoltura dell’Opec Plus, l’alleanza tra il cartello dei principali paesi produttori di petrolio e la Russia, il maggiore esportatore di greggio non appartenente all’organizzazione.  

La guerra del petrolio tra Mosca e Riad: verso la fine dell’OPEC Plus? - Geopolitica.info

Il mancato accordo tra Opec e Russia sui tagli alla produzione di petrolio ha innescato uno scontro tra Riad, Mosca e Washington che sta sfociando in un vero e proprio “tutti contro tutti”, con conseguenze immediate sul mercato dell’energia senza escludere però, nel lungo periodo, effetti sul piano strettamente geopolitico e non ristretto al solo mondo arabo. Ma come si è arrivati alla rottura di quella che si presentava come la nuova architettura di riferimento per la gestione del mercato petrolifero? 

La nascita dell’Opec Plus 

Nel novembre 2016 l’Opec decise di tagliare la produzione di petrolio di 1,2 milioni di barili al giorno, con l’obiettivo di risollevare le quotazioni che all’inizio dell’anno erano precipitate sotto i 30 dollari al barile a causa dell’eccesso di offerta sul mercato. Per la prima volta ai tagli si unirono anche altri paesi esterni al cartello, Russia in primis. Nasceva così l’Opec Plus, l’alleanza tra il cartello dei principali paesi produttori di petrolio e la Russia, il maggiore esportatore di greggio non appartenente all’organizzazione, che prevedeva un piano di tagli concordati della produzione allo scopo di mantenere i prezzi del petrolio sopra  i 50-60 dollari al barile. Ma, soprattutto, con l’obiettivo, neanche troppo nascosto, di mettere in difficoltà l’industria dello shale oil americano, che stava trasformando gli Stati Uniti da importatore a paese esportatore di petrolio.  

Russia e Arabia Sauditauna relazione controversa 

L’alleanza tra Mosca e Riad si è quindi basata, sin dall’inizio, su una reciproca convenienza. Troppo diversi, se non opposti, gli interessi geopolitici dei due paesi. Da un lato, infatti, l’Arabia Saudita è il tradizionale alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo mentre, dall’altro lato, la Russia in Siria combatte a fianco del peggior nemico di Riad, l’Iran sciita, contro il quale il regno saudita combatte da anni una guerra a distanza in Yemen. Ma a fare la differenza, soprattutto in questo frangente, è la diversa tenuta del sistema paese a fronte di una eventuale crisi economico-petrolifera. Russia e Arabia Saudita appartengono entrambe a quella categoria di nazioni la cui capacità di tenuta del budget statale dipende dagli introiti petroliferi. Anni di sanzioni internazionali e conseguenti politiche di autarchia hanno consentito a Mosca di abbassare in maniera significativa il proprio break-even point, che si aggira oggi intorno ai 42 dollari al barile. Diverso il caso dell’Arabia Saudita, che, anche se meno dipendente di un tempo dai ricavi petroliferi, necessita di un prezzo del greggio intorno agli 80 dollari.  

Il recente scontro tra Mosca e Riad 

Nel mezzo della crisi globale causata dal coronavirus, che ha portato l’Agenzia internazionale per l’energia a rivedere al ribasso le stime sulla domanda di greggio nel mondo (previsione negativa per il 2020), e a fronte del continuo crollo del prezzo del petrolio, il regno saudita ha proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno: una riduzione della produzione mondiale di circa il 3,6%, di cui 500.000 barili in capo ai paesi non OPEC. Di fronte al rifiuto di Mosca di aderire alla proposta saudita, Riad ha deciso di aprire i rubinetti del greggio, inondando il mercato di offerta, e vendendo con sconti di listino soprattutto ai partner commerciali europei. Immediata, a quel punto, la risposta di Mosca, che ha annunciato di essere pronta a bruciare tutte le riserve valutarie del fondo sovrano pur di non cedere terreno agli avversari e di essere in grado di resistere fino a dieci anni con il petrolio a 25-30 dollari. E’ così che ha avuto inizio una vera e proprio guerra dei prezzi, che ha causato il maggior crollo del prezzo del petrolio (arrivato a poco meno di 30 dollari al barile) dai tempi della Guerra del Golfo del 1991.  

Le ragioni di Putin 

Due sono essenzialmente le ragioni che hanno spinto la Russia a rompere la relazione con l’Opec. Innanzitutto, Putin non ha gradito l’atteggiamento di Riad che ha cercato di mettere Mosca davanti al fatto compiuto: una sorta di “prendere o lasciare”, con il chiaro intento di costringere di fatto Mosca, trattata alla stregua di un partner di “serie b”, a ulteriori tagli di produzione. Ma, soprattutto, alla base della decisione del presidente russo vi è il desiderio di colpire gli interessi dei produttori shale americani, soffocati da un alto livello di indebitamento accumulato negli anni precedenti. E non va dimenticato che per gli Usa questo è un anno elettorale. Mosca potrebbe infatti avere accarezzato con il suo rifiuto il proposito di indebolire il presidente Donald Trump, uno dei principali sostenitori delle sanzioni contro la compagnia petrolifera nazionale russa Rosneft (per gli affari con il Venezuela) e forte oppositore del gasdotto Nord Stream 2. Una scommessa, quella di Mosca, dovuta alla propria capacità di poter sopportare un prezzo del petrolio relativamente basso in un contesto, tra l’altro, dove l’interscambiabilità tra petrolio e gas è molto limitata, sebbene storicamente il prezzo del gas sia stato spesso indicizzato a quello del petrolio, specialmente proprio dai russi.  

La reazione degli USA 

Dinanzi all’offensiva russa, il presidente Donald Trump ha cercato di minimizzare l’accaduto, rimandando il tutto ad una semplice diatriba tra Mosca e Riad. In realtà, Trump è fortemente combattuto tra il difendere uno dei più importanti settori dell’industria nazionale e guadagnare il consenso degli elettori per i prezzi ribassati della benzina. Formalmente, dalle dichiarazioni rilasciate di recente, sembra aver scelto la seconda ipotesi, forte anche delle affermazioni del capo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, per il quale i produttori shale americani, divenuti negli anni sempre più efficienti, potrebbero resistere fino a un livello di 25 dollari al barile prima di andare in crisi finanziaria. Ma nulla esclude che possa cambiare idea. Perché il crollo della produzione di greggio estratto dalle rocce viene visto come uno dei tre elementi che potrebbero scatenare una recessione economica negli Stati Uniti. E a novembre Trump correrà per un secondo mandato, con ben scolpite nella mente le famose parole dell’allora candidato Bill Clinton: “It’s the economy, stupid”.  

Vincitori e vinti 

L’intento saudita è chiaro: costringere i russi a tornare sui propri passi e a raggiungere così un accordo. Ed in effetti, proprio nei giorni scorsi, Mosca ha proposto di fissare un nuovo incontro dell’Opec Plus nel mese di maggio o di giugno. Ma cosa potrebbe succedere nel frattempo in assenza di una tregua? L’attuale prezzo del greggio risulta essere al di sotto del break-even point di chiunque: ad esserne quindi maggiormente colpiti, oltre ai produttori americani, sarebbero soprattutto i paesi caratterizzati da un bilancio statale dipendente dalle entrate petrolifere come tutti i paesi Opec e i principali produttori al di fuori del cartello, soprattutto la stessa Russia, l’Azerbaigian e il Kazakhstan. Chi potrebbe invece trarre giovamento dai prezzi favorevoli sono i paesi asiatici, per lo più importatori netti di petrolio, come Cina, Giappone e Corea del Sud. Ma ad esserne soprattutto intaccata sarebbe la stabilità e, soprattutto, la credibilità dell’Opec, già orfana da oltre un anno del Qatar, e che in quel novembre 2016, ricorrendo al supporto di Mosca, ha già dovuto ammettere la propria incapacità di stabilizzare, da sola, il mercato del petrolio.  

La sfida a due nella contesa di Idlib: ma tra chi?

Le notizie che ci giungono, in questi giorni, da Idlib mostrano più che mai come l’ascesa egemonica nel MENA si traduca in una temibile “sfida a due”, che vede protagonisti il Sultano Erdoğan e lo zar Putin. Una sfida tra una Turchia ambivalente che si muove nella veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana, ma che persegue malcelati fini espansionistici e, un Cremlino interessato a manifestare le riconquistate doti di mediatore regionale.

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La guerra civile siriana

Una guerra civile, quella siriana, che è andata internazionalizzandosi contestualmente all’emergere del pericolo ISIS. Di fronte all’incontenibile Stato islamico solo la discesa in campo delle forze militari russe e iraniane ha permesso di risollevare le sorti del regime siriano. All’indomani, infatti, della sconfitta del califfato, durante il 2017, Assad sostenuto dalle forze aeree russe e dalle milizie sciite di Teheran, ha potuto riconquistare numerosi territori controllati dai ribelli come Darāyā, Aleppo est e il Ġūṭa orientale. Tranne Idlib capace di resistere altri due anni grazie al sostegno militare ed economico garantito da Arabia Saudita, Qatar,e Turchia. I principali competitors mediorientali si sono, così, trovati a fronteggiarsi sul terreno siriano generando una miscela “geopolitica” esplosiva.

Le ambizioni russe

Il progressivo rafforzamento militare di Assad ha corrisposto, al contempo, alla volontà di abbandonare ogni possibile via negoziale per la risoluzione della crisi siriana. Soltanto, l’ingresso di una potenza politica terza ed autorevole avrebbe consentito di aprire un tavolo di confronto. A fronte della politica americana di selective engagement, quel ruolo è automaticamente spettato al Cremlino. Putin si è prontamente attivato ad aprire un parallelo processo diplomatico, ad Astana, tra i contendenti. Il migliore risultato del processo di Astana è stata la approvazione, nel corso del 2017, di aree di de-escalation tra ribelli e forze governative, ovvero di aree protette ove consentire l’arrivo degli aiuti umanitari. Le zone di de-escalation hanno incluso la provincia di Idlib, alcune parti delle sue zone limitrofe nelle province di Latakia, Hama e la zona nord della città di Homs, il sobborgo damasceno di Ghouta, nonché le province di Daraa e al-Quneitra nel sud della Siria. Garanti del rispetto di tali zone sarebbero stati precipuamente i rispettivi alleati, la Russia e l’Iran, da un lato, e la Turchia dall’altro. Mediante l’attivazione del Processo di Astana il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso e interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss

Le ambizioni turche

Nel corso della guerra profili di inadempimento dell’accordo di Astana sono stati individuati nella condotta di uno dei garanti, la Turchia. Già nell’autunno 2018 la Turchia ha schierato proprie truppe ad Idlib formalmente con l’obiettivo di far rispettare le clausole dell’accordo. In realtà, anziché schierarsi tra ribelli e regime, le truppe di Ankara hanno proceduto verso l’enclave curda di Afrin, con il fine di usare l’accordo per spingersi sempre più a Sud nella Siria, e riaffermare il potere su ex-domini ottomani. D’altronde, Erdoğan, è stato il primo presidente ad aver politicamente sfruttato la ricostruzione storiografica delle gesta imperiali ottomane, riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. La guerra di Siria ha, dunque, rappresentato per Ankara il presupposto per la ricostruzione della Grande Turchia dei primi del ‘900. Non a caso, molteplici sono state le operazioni condotte oltreconfine: dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” del 2016, alla operazione “Ramo d’Ulivo” del 2018 sino all’operazione “Fronte di pace”, di vero e proprio sventramento del Rojava. In questo modo Ankara impedisce l’unificazione delle zone dell’Antico Kurdistan, mentre si riappropria di ampie zone della vecchia area di influenza ottomana in Siria a ridosso del confine turco. Zone di influenza esclusivamente turca come conferma il contenuto dell’accordo di Sochi, tra il presidente Putin e il presidente turco Erdoğan in merito alla creazione di una”safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia. Dall’autunno 2019, Ankara mantiene, infatti, il controllo di un territorio di 120 km di estensione e 30 di profondità, compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn. Ma auspica di proseguire verso sud ovvero verso Idlib per creare una zona cuscinetto ancora maggiore ove, in primis, collocare, i milioni di profughi siriani assiepati sul confine e, in secundis, allontanare il più possibile le truppe di Assad dal proprio territorio. Infatti, Erdoğan teme ritorsioni da parte di colui che si è scelto, politicamente, come primo nemico nella Regione. Ne costiuisce una riprova la risoluzione approvata, nelle scorse ore, dal parlamento siriano volto a riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato dagli ottomani dal 1915. La approvazione è stata accompagata da una puntigliosa dichiarazione del presidente del Parlamento siriano Hammouda Sabbagh “Ora vediamo l’aggressione turca come basata sull’ideologia razzista ottomana”. Una provocazione, al momento, soltanto formale ma che preannuncia ulteriori scintille sul campo di battaglia.

Arabia Saudita, Iran e Usa

L’esuberante politica turca ha fatto sì che altri autorevoli attori regionali si svincolassero dalla questione siriana. L’Arabia Saudita ha preferito occuparsi delle problematiche interne e della instabilità yemenita. L’Iran, invece, dopo le rappresaglie attuate, in territorio iracheno, in risposta alla uccisione del comandante Qasem Soleimaini, preferisce attendere restando ad osservare le prossime mosse dell’”odiata” America e del Cremlino. Dal canto suo, Washington mantiene ufficialmente la linea adottata di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente. Una politica che ha spinto in questi anni le principali potenze mediorientali a tentare l’ascesa ad egemonia regionale. Una rincorsa egemonica che, però, al momento ha visto l’emergere di una inarrestabile Turchia e di una attenta ma poco efficace Russia. Chi ne uscirà vincitore? Lo deciderà solo la battaglia di Idlib.

La contesa di Idlib

La contesa di Idlib sta vedendo protagonisti sul campo l’esercito di Ankara e quello Damasco. E per quanto le rispettive fila hanno contato anche dei morti, la resa dei conti non vedrà partecipe il regime di Assad ormai sfiancato e sull’orlo del fallimento economico, bensì il Sultano Erdoğan e lo zar Putin, principale sostenitore di Assad. Entrambi presentano il desidero di contrapporsi egemonicamente a Washington. Entrambi sono stati gli artefici dei negoziati diplomatici in Siria ma non necessariamente entrambi sapranno contenere i propri egoismi e conservare la giusta lucidità di risoluzione delle problematiche regionali. Di certo, la politica “neo-imperialistica” di Ankara costituisce la principale ragione di crisi e Putin ha tutto l’interesse di paventare le doti di mediatore. Allo stesso tempo, le truppe turche stanno operando per la prima oltre i propri confini manifestando spesso un certo grado di impreparazione. A loro favore propende, però, il possibile stanziamento di nuove risorse dalla capitale a fronte della consolidata ripresa economica, dopo la svalutazione della lira turca. Diversamente, il Cremlino teme ancora l’acutizzarsi della stagnazione economica difficile da contenere se si prosegue con l’esborso di risorse nei principali focolai regionali. Non solo. A favore di Ankara gioca la duplice veste di alleato NATO e di garante dell’accordo di Astana. Infatti, la NATO ha invitato Assad e il suo principale alleato, la Russia, a interrompere gli attacchi, alla luce delle precarie condizioni in cui si ritrovano le popolazioni civili della zona. Contrariamente, Erdoğan ha giustificato il movimento di circa 9000 uomini nelle zone di Latakia, limitrofa a idlib, come funzionale al controllo dell’area e al consolidamento del cessate il fuoco. Una perversa ambivalenza che cela gli effettivi fini della politica estera del Sultano. Dal canto suo, Trump auspica che si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors di dimensione regionale che tengano sotto controllo i focolai in corso, riservando, però, a sé soltanto la facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi falliscono nell’adempimento del loro compito. Ne deriva la sottesa volontà di conservare sempre una attenzione particolare verso la zona del MENA: lo dimostra il dispiegamento di ben 14mila unità militari durante il 2019, unità aumentate di 3500 unità dopo l’avvio dell’escalation Iraniana. Dunque, la volontà di Washington di selezionare le aree geopolitiche di intervento militare diretto non si è tradotto sino ad ora in un totale disinteresse per il Medio Oriente. Perciò, non può escludersi un futuro intervento, nella Regione, americano volto a limitare possibili rovinosi esiti da questa perversa “sfida a due” di Russia e Turchia.

L’accordo di Riyadh: cosa nasconde la pax saudita in Yemen

L’accordo siglato il 5 novembre a Riyadh tra il governo internazionalmente riconosciuto di Hadi e le milizie separatiste del Southern Transitional Council (SCT) sembra risolvere finalmente almeno uno dei conflitti interni allo Yemen. L’intesa tra lealisti e separatisti da una parte apre le speranze verso una risoluzione della guerra in Yemen, ma dall’altra presenta delle sfaccettature controverse. L’accordo, infatti, permette all’Arabia Saudita di godere di una nuova posizione di forza nello Yemen meridionale e non incide direttamente sul conflitto tra la coalizione a guida saudita e le milizie Houthi.

L’accordo di Riyadh: cosa nasconde la pax saudita in Yemen - Geopolitica.info

 

L’intesa prevede la creazione di un futuro governo in cui confluiranno le forze lealiste e quelle separatiste. Esso sarà guidato dall’attuale presidente Hadi e avrà come capitale ad interim Aden. Viene inoltre stabilito che i ministri saranno scelti attraverso delle consultazioni tra le due forze, sotto la supervisione saudita. Riyadh quindi ottiene un importante ruolo, che è ulteriormente rafforzato dalle clausole dell’accordo che riguardano i ministeri dell’Interno e della Difesa. Entrambi infatti prenderanno direttive da Riyadh, che avrà ad esempio il potere di vigilare sulla smilitarizzazione di Aden e sulla ricollocazione delle unità militari.

Date queste premesse, non stupisce che gli yemeniti interpretino l’accordo come una cessione della propria sovranità ai sauditi. L’intesa sembra infatti permettere all’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante all’interno dello Yemen e di ricondurre sotto la sua direzione un fronte anti-Houthi più compatto che mai, anche grazie alla progressiva uscita di scena degli Emirati Arabi Uniti che lasciano in eredità ai sauditi le forze del STC.

Nonostante i toni trionfalisti di Muhammad bin Salman, l’accordo rappresenta per Riyadh il primo vero successo da quando è incominciata la guerra in Yemen. Quest’ultima, nelle speranze saudite, doveva essere una ambiziosa e vincente campagna militare in grado di attestare la forza della monarchia e assestare una spallata decisiva al competitor iraniano. Accanto alle aspirazioni di dominio regionale, l’operazione nasceva anche dalla necessità di mettere in sicurezza il confine meridionale e dalla volontà dell’attuale principe ereditario Muhammad bin Salman di dimostrare le capacità e il coraggio per poter guidare la monarchia. In questo senso, una vittoria militare sarebbe stata una perfetta cartolina di presentazione.

L’intervento in Yemen non è stata però un’azione isolata. Rappresentava invece il culmine di un processo che il regno aveva iniziato a percorrere dal 2011. All’indomani delle cosiddette “primavere arabe”, la famiglia reale saudita aveva dovuto far fronte ad una serie di sviluppi che ne avevano aumentato il senso di vulnerabilità e accerchiamento.

Il primo di questi è l’indebolimento delle relazioni con gli Stati Uniti, già in crisi dagli anni Novanta sia per il ruolo poco chiaro svolto da Riyadh nell’ascesa del terrorismo islamico che per la volontà statunitense di differenziare i propri fornitori energetici ed essere meno dipendente dal petrolio arabo. Successivamente, con l’amministrazione Obama, gli USA mostrarono una crescente volontà di disimpegnarsi in Medio Oriente per ridirigere le proprie strategie verso altre regioni, in particolare il Sud-Est asiatico. Le preoccupazioni saudite sono state confermate dal mancato intervento statunitense in difesa di due storici alleati di Washington, l’Egitto di Mubarak e il Bahrein degli Al Khalifa, e dalla propensione del Presidente Obama di aprire all’Iran. Tutto questo ha eroso le certezze saudite sulla protezione fornita tradizionalmente dagli Stati Uniti e ha innestato negli Al Saud il timore di vedere irreparabilmente intaccati i loro principali obiettivi strategici.

Un altro fattore decisivo è il peggioramento dei rapporti con Teheran. La competizione tra Iran e Arabia Saudita ha come punto di svolta il 1979, in quanto la rivoluzione Khomeinista ridefinì completamente i rapporti tra i due Paesi: da una parte esacerbò le differenze strutturali già esistenti, come le disparità demografiche, culturali, etniche e geopolitiche; dall’altra, l’emergere della Repubblica Islamica politicizzò le identità settarie dei due Paesi sovrapponendo la rivalità ideologica a quelle politiche ed economiche. Nel nuovo millennio, Teheran ha rafforzato la sua posizione grazie all’arretramento statunitense, e ha poi sfruttato le “primavere arabe” del 2011 per inserirsi nei principali teatri mediorientali e contendere a Riyadh il titolo di superpotenza regionale.

Il terzo e ultimo fattore è rappresentato proprio dallo scoppio delle rivolte arabe del 2011. Queste hanno prodotto una destabilizzazione generale del Medio Oriente, moltiplicando gli scenari di confronto e di scontro tra Riyadh e Teheran. Gli Al Saud appaiono spaventati non solo dalle agitazioni interne (che colpiscono in particolare la regione orientale dell’Ahsa, in cui vive la maggioranza della comunità sciita saudita e dove sono presenti i grandi giacimenti petroliferi) ma soprattutto dalle turbolenze nelle aree limitrofe ai confini del regno, cioè in quei Paesi che tradizionalmente fanno parte della sua sfera di influenza e rappresentano la prima linea di difesa. Non a caso i due interventi sauditi più importanti avvengono in Bahrein e in Yemen.

Il combinarsi di questi sviluppi ha spinto la casa reale saudita a reagire formulando una nuova linea di politica estera sempre più assertiva e interventista. Si tratta di un cambio di passo epocale per Riyadh, che di fatto ha scelto una nuova strategia nella sfida per la supremazia regionale accantonando il suo tradizionale approccio cauto e poco appariscente.

Intervenendo in Bahrein nel marzo del 2011 a difesa della dinastia regnante degli Al Khalifa, Riyadh ha potuto presentarsi alle altre monarchie sunnite come garante dello status quo e della stabilità del Medio Oriente. In questo modo, i sauditi sono riusciti a rafforzare la loro leadership all’interno del mondo sunnita, come dimostra il miglioramento dei rapporti con l’Egitto, la Tunisia, la Giordania e il Marocco. Questa fase positiva viene condensata da Riyadh nella Coalizione anti-Houthi che nel marzo 2015 dà inizio alle operazioni in Yemen. Come già detto, l’operazione denominata Decisive Storm doveva attestare da una parte l’ascesa saudita e del suo enfant prodige Muhammad bin Salman, e dall’altra impedire che un’altra capitale mediorientale cadesse sotto l’influenza di Teheran.

Ben presto però le difficoltà incontrate sul campo hanno rallentato l’impeto saudita e il teatro yemenita si è trasformato in una palude dove le certezze e le promesse saudite sono affondate lentamente e inesorabilmente. Riyadh, infatti, dopo quasi 5 anni, non ha risolto nessuno dei nodi che hanno portato al suo intervento. Tra questi vi era la questione frontaliera, che tuttavia è peggiorata sensibilmente dall’inizio della guerra, come dimostrano i ripetuti attacchi messi a segno dagli Houthi all’interno del suolo saudita, tra i quali il recente attacco avvenuto il 14 settembre 2019 agli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais. L’offensiva della Coalizione ha inoltre messo a repentaglio la sicurezza del Bab el Mandeb, lo stretto dal quale passa buona parte del greggio saudita e la cui importanza è aumentata dopo la crisi dello stretto di Hormuz dovuta ai contrasti tra USA e Iran.

L’aspetto più importante del conflitto è che quest’ultimo ha intaccato la leadership saudita nel mondo arabo. Il protrarsi della guerra ha infatti fatto emergere la discrasia interna alla Coalizione e Riyadh ha perso progressivamente buona parte della sua capacità coagulante. Oltre alle note tensioni con il Qatar, l’Arabia Saudita ha dovuto far fronte a un peggioramento delle relazioni con il Marocco e ha sperimentato crescenti divergenze con gli EAU che sono apparse palesi proprio in Yemen, dove i due Paesi hanno interessi diversi e hanno appoggiato attori rivali, gli stessi che l’accordo di Riyadh aspira a ricomporre sotto la guida saudita. Inoltre, la campagna yemenita si è rivelata particolarmente dispendiosa in termini di uomini e risorse, e ha quindi impedito all’Arabia Saudita di intervenire in altri scenari altrettanto importanti nei quali invece l’Iran ha ottenuto un vantaggio significativo, come in Iraq e in Siria. Un altro aspetto preoccupante è che la brutalità della guerra ha finito per minare il consenso saudita in Occidente e, cosa ben più importante per gli Al Saud, nel mondo arabo e in quello musulmano, le due aree che rappresentano il fulcro e l’obiettivo ultimo della strategia saudita.

Questi scarsi risultati sembravano essere confermati alla fine dell’estate scorsa. Lo scoppio del conflitto tra forze governative e separatiste ad Aden appariva essere il segnale definitivo che il conflitto stesse definitivamente sfuggendo di mano a Riyadh. Eppure, solo 3 mesi dopo, grazie a un grande impegno diplomatico, gli Al Saud sono riusciti a ricomporre questa frattura e rinsaldare la loro posizione in Yemen.

L’accordo in sé è quindi una dimostrazione delle capacità saudite e un tentativo di rilanciare la credibilità e la politica estera del regno. È possibile che Riyadh possa sfruttare questa nuova posizione di forza per sferrare una nuova offensiva contro gli Houthi, ma questa ipotesi sarebbe deprecabile sia per le conseguenze che avrebbe verso la popolazione yemenita, sia per gli stessi intessi sauditi, dato che i diversi anni di conflitto hanno dimostrato quanto difficile possa essere sconfiggere le milizie di Ansar Allah, arroccate nelle zone montagnose del Nord e che mantengono il controllo delle principali città e zone strategiche, come la capitale Sana’a e il porto di Hodeida.

Il vero valore quindi dell’accordo è quello di compattare il fronte anti-Houthi nello Yemen meridionale e metterlo sotto l’ombrello saudita. In questo modo, Riyadh potrà giocare negli eventuali e futuri negoziati un ruolo centrale e ottenere quei risultati tangibili che finora l’approccio muscolare non è stato in grado di assicurare. Tuttavia, l’apertura verso una possibile soluzione politica del conflitto ha una pesante ipoteca: la questione yemenita infatti è solo una parte di una partita più grande che si gioca tra Riyadh e Teheran e che ha come fine ultimo la leadership in Medio Oriente.

Dato che, se da un lato, la risoluzione della rivalità saudo-iraniana è propedeutica a qualsiasi vera e propria soluzione del conflitto, e dall’altro i rapporti tra i due Stati continuano oggi ad essere tesi, la conseguenza più probabile dell’accordo potrebbe essere una fase di stallo, con gli Houthi e le forze governative arroccate nelle proprie posizioni con sporadici attacchi reciproci e un conflitto a bassa intensità. In questo caso, non solo la questione yemenita rimarrebbe irrisolta, ma rischierebbe di aumentare lo iato tra le due fazioni allontanando ancora di più l’ipotesi dei negoziati e, in ultima analisi, della pace.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione

Giorno 29 ottobre, durante la sessione di apertura del nuovo mandato del Parlamento, l’emiro del Kuwait Sabah al-Ahmad al-Jaber al-Sabah ha chiesto la fine della disputa diplomatica regionale. Egli ha affermato che l’embargo all’emirato qatarino ha indebolito notevolmente l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) che comprende Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Kuwait e Bahrein.

La crisi del Golfo: schieramenti e tentativi di mediazione - Geopolitica.info Reuters

“È indispensabile attirare l’attenzione sui disordini che irrompono nella nostra regione, il che pone gravi minacce e ripercussioni non solo sulla nostra stabilità e sicurezza, ma anche sulle nostre generazioni future”, ha detto l’emiro novantenne. “Non è più accettabile né tollerabile avere una disputa in corso tra i nostri stati del GCC. Ha indebolito le nostre capacità e minato i nostri guadagni”.

Nel giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno imposto un blocco marittimo, terrestre e aereo sul Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’emirato qatarino, infatti, ha da un lato stabilito solidi legami economici con l’Iran sciita, nemico per eccellenza di Riyadh; dall’altro è intervenuto nelle dinamiche geopolitiche regionali supportando sia la fazione sciita e filoiraniana degli Houthi yemeniti sia i Fratelli Musulmani, organizzazione islamista politica dichiarata terroristica, tra gli altri, da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Siria. Nell’emirato qatarino sono poi passati leader di Hamas, come Khaled Meshal, e i Talebani, che proprio a Doha si sono posizionati con un ufficio di rappresentanza. Questi atteggiamenti di vicinanza alle formazioni dell’islam politico hanno favorito accuse, nei confronti del Qatar, di finanziamento del terrorismo internazionale di stampo islamista.

Da un punto di vista geopolitico, l’embargo ha spinto il Qatar a rafforzare l’alleanza con la Turchia e l’Iran, mentre l’Oman si è dichiarato neutrale e il Kuwait ha assunto la posizione di mediatore. In questa mediazione, i paesi del Golfo hanno proposto al Qatar un elenco di 13 condizioni tra cui la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, di sospendere i legami con le organizzazioni terroristiche, di chiudere la stazione mediatica Al-Jazeera, di non intrattenere rapporti di cooperazione militare con la Turchia, di vietare la cittadinanza in Qatar a persone provenienti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti Emirati, dall’Egitto, dal Bahrein. Il Qatar ha risposto respingendo le 13 condizioni, esacerbando così la crisi con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha annunciato il piano SALWA. Con questo piano l’Arabia Saudita intende scavare un canale lungo il confine che il Qatar ha con la terraferma. Qui, i sauditi realizzerebbero un nuovo polo economico costituito da porti commerciali, una base militare, resort, spiagge private e un sito per lo smaltimento di scorie nucleari dalle future centrali elettriche che l’Arabia Saudita sta progettando di costruire. Tale canale si estenderebbe da Salwa a Khor al-Adeed, per una lunghezza di 60 chilometri sull’unico confine terrestre del Qatar; dovrebbe avere una profondità tra i 15 e i 20 metri e sarebbe largo 200 metri, per consentire a navi mercantili – fino a 33 metri di larghezza e 295 metri di lunghezza – di passare. L’aspetto geopolitico di questo piano è che il Qatar verrebbe trasformato in un’isola, in quanto privato del suo unico confine terrestre.

La dimensione economica ha senz’altro il suo peso. Basti pensare ai rapporti fra l’Arabia Saudita e i suoi alleati arabi e su come Riyadh abbia influito sulle loro scelte di politica regionale. Le implicazioni economiche e commerciali della rottura diplomatica con il Qatar sono un precedente in grado di rendere l’Arabia Saudita un attore ancora più dominante in questi rapporti di dipendenza.

Ma Doha non dipende economicamente da Riyadh e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’impatto dell’embargo sull’economia di Doha è stato temporaneo: nonostante il crollo delle importazioni la crescita del PIL del Qatar lo dimostra, dal momento che nel 2017 era del 2,1% ed è rimasta quasi invariata rispetto al 2,2% del 2016. Il Qatar, quindi, ha reagito bene al boicottaggio di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti e continua a fare affari con vecchi e nuovi partner commerciali, dimostrando una notevole capacità di ripresa. Gli investimenti finanziari del Qatar all’estero continuano ad essere massicci: l’emirato continua a mantenere il suo posizionamento tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo (il primo è l’Arabia Saudita seguita dalla Russia); le risorse energetiche rappresentano il 56% delle entrate statali e il 92% delle esportazioni. La composizione del PIL e i livelli di crescita per settori economici sono petrolio e gas, servizi finanziari, costruzioni, industria manifatturiera, commercio e turismo.

Il Qatar, nello sforzo di evitare l’isolamento regionale, si è quindi ritrovato a dover rivedere le proprie politiche, al fine di attrarre paesi occidentali e asiatici. Per esempio, Doha ha avviato con Washington un progetto di cooperazione nel settore antiterrorismo nel luglio 2017, oltre ad aver provveduto ad attuare una più ferrea legislazione in materia di lotta al finanziamento del terrorismo internazionale; o, ancora, ha emanato la legge sul lavoro, a seguito delle critiche da parte della comunità internazionale in merito alla manodopera impegnata nella realizzazione della World Cup 2022.

Il Kuwait ha da sempre assunto una posizione di mediatore tra il Qatar e i paesi favorevoli al blocco. L’emiro kuwaitiano al-Sabah ha invitato le nazioni del Golfo a “elevarsi immediatamente al di sopra delle differenze, riparare recinzioni e ripristinare le relazioni amichevoli”. Come Ministro degli esteri dal 1963 al 2003 e come emiro dal 2006 a oggi, al-Sabah ha sempre agito mantenendo una certa distanza dai turbolenti vicini regionali, posizionando il Kuwait come mediatore in numerose crisi. Ciò è da sempre stato motivato dalla consapevolezza della vulnerabilità del Kuwait dinnanzi alle crisi regionali, vulnerabilità che lo ha condotto ad assumere il ruolo di donor in diverse situazioni di conflitto (a partire dal 2013 ha finanziato una serie di conferenze per il coordinamento dell’assistenza umanitaria in Siria, nel febbraio 2018 la conferenza sulla ricostruzione dell’Iraq, etc.).

La resistenza da parte del Kuwait a unirsi al fronte saudita-emiratino nel blocco del Qatar non ha comunque messo a repentaglio la relazione con Riyadh, che rimane un partner irrinunciabile. Nonostante i rapporti tra Kuwait e Arabia Saudita non si siano modificati, sono diverse le questioni sospese tra i due stati, non ultima la riapertura della zona neutrale condivisa in cui sono presenti due giacimenti petroliferi, uno onshore e l’altro offshore, chiusi tra il 2014 e il 2015, eliminando circa 500.000 barili al giorno dal mercato globale del petrolio.

Kuwait e Oman, con sfumature diverse, temono che le tensioni in corso possano minare la stabilità geopolitica della regione danneggiando gli interessi di tutti i membri GCC. La crisi tra Qatar e Arabia Saudita rappresenta infatti una complicazione per la politica estera neutrale di Kuwait e Oman, che potrebbero subire ripercussioni dalla frattura qatarino-saudita. La ricchezza di questi paesi dipende quasi interamente dalle risorse energetiche, e le conseguenze geopolitiche possono stravolgere i già delicati equilibri dell’area. Nella regione passa infatti circa il 33.5% della produzione mondiale di petrolio e il 18% di quella di gas: i paesi che guardano all’area con un certo interesse sono diversi, in particolare Cina, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Russia e USA, considerati drivers della geo-economia energetica dell’area.

Il Kuwait è quindi il mediatore riconosciuto, mentre Musca pratica da sempre una mediazione più sottile e informale, motivo per cui l’Oman incute sospetto negli Emirati arabi Uniti e nell’Arabia Saudita.

A giocare sempre un ruolo sostanziale alla base di tutte queste tensioni, poi, vi è il conflitto interconfessionale tra Sunniti e Sciiti: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contrapposti all’Iran, hanno in atto uno scontro religioso e militare con un peso importante soprattutto nello Yemen.

La crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha evidenziato tutte le debolezze relative alla vera e propria incapacità di risoluzione delle controversie al proprio interno. Nonostante ripetuti appelli Kuwait e Oman, il GCC, di fatto, non ha avuto la possibilità di avviare negoziati credibili, soprattutto a causa dell’intransigenza da parte degli stati contrapposti. Senza dimenticare, poi, che la diffusione di narrazioni ostili relative agli stati dello schieramento opposto, attraverso strumenti di soft power come fake news e propaganda cyber, favorisce certamente l’incremento di sentimenti di nazionalismo a danno della creazione di un’identità condivisa tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

 

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata

Da oltre quattro anni in Yemen si consuma una tra le più gravi crisi umanitarie degli anni duemila: una guerra ignorata ma destinata ad attirare in misura crescente l’attenzione della comunità internazionale.

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata - Geopolitica.info

È il 19 marzo 2015 quando la guerra civile irrompe in Yemen, preannunciando l’inizio di una delle catastrofi umanitarie peggiori del nuovo millennio. Un conflitto tanto cruento quanto ignorato, relegato a una posizione di estrema marginalità a livello mediatico. Certamente non sorprende che le vicende dello Stato più povero del Medio Oriente abbiano sempre trovato poco spazio nei libri di storia occidentali. Quello che stupisce è il fatto che nonostante gli occhi della comunità internazionale siano puntati sull’escalation della tensione nel Golfo Persico, il suo sguardo continui a rimanere inerte dinanzi alla crisi umanitaria che si consuma appena più ad ovest, nella penisola arabica. Sconvolge il fatto che neppure lo scoppio della più grave epidemia di colera documentata in epoca moderna abbia permesso allo Yemen di venire alla ribalta.

Quella che devasta lo Yemen è senza dubbio una guerra ignorata, ma non necessariamente destinata a rimanere tale in futuro. In primis per l’importanza geopolitica del Paese, che occupa un’intera sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita l’8% delle forniture mondiali di petrolio. In secondo luogo, per la forte presenza di al-Qaeda e dell’Isis all’interno della penisola, che giustifica i continui interventi aerei e gli attacchi con i droni statunitensi. E infine per il ruolo che il conflitto in Yemen ricopre nella “guerra fredda” mediorientale, rappresentando una delle principali valvole di sfogo delle tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

Comprendere cosa stia accadendo a Sana’a significa andare oltre le ostilità tra il governo legittimo di Abdrabbuh Mansur Hadi e i ribelli Houthi. Significa fare chiarezza su un conflitto decisivo per l’equilibrio geopolitico mediorientale, ma soprattutto per l’attuale e futura stabilità della penisola arabica.

Cosa sta accadendo in Yemen?
Tra antiche rivalità tribali, divisioni regionali e intolleranze religiose, la guerra in Yemen dipinge uno scenario bellico complesso e difficile da raccontare. Un conflitto troppo ampio per rimanere ancorato all’immagine di una mera guerra civile. Per questa ragione, uno dei modi più efficaci di ricostruire le vicende belliche è l’analisi degli interessi che muovono i singoli belligeranti.

Il primo attore da prendere in considerazione è il movimento “Ansar Allah”, meglio noto come Houthi. Presenti in Yemen sin dagli anni ’90, gli Houthi rappresentano un’entità eterogenea capace di raggruppare sotto un’unica bandiera interessi estremamente diversi tra loro. Pur nascendo come movimento della Gioventù Credente, gli Houthi sono ormai molto più di un gruppo di seguaci dello zaidismo – una corrente della religione sciita diffusa esclusivamente in Yemen – intenzionati ad arginare la minaccia salafita (sunnita). Come dimostra la presenza di un nutrito gruppo di sunniti tra le file dei suoi combattenti, il movimento Ansar Allah è soprattutto un’organizzazione politica e paramilitare, insorta con l’obiettivo di assicurare al Paese un governo meno corrotto.

Il casus belli dell’attuale guerra civile è proprio l’insurrezione degli Houthi, che il 21 settembre 2014 hanno occupato la capitale Sana’a costringendo il Presidente della Repubblica Abdrabbuh Mansur Hadi a rifugiarsi ad Aden, seconda città più importante dello Stato.

Adottando una visione semplicistica, la guerra in Yemen potrebbe essere ricondotta allo scontro tra questi due importanti attori, i ribelli Houthi e il governo legittimo, ma per comprendere appieno la situazione attuale occorre ribadire il ruolo di altri soggetti rilevanti.

Non è un caso che la comunità internazionale riconosca come data di inizio del conflitto quella del lancio dell’operazione Decisive Storm, un intervento militare condotto da una coalizione di Paesi arabi in risposta alla richiesta d’aiuto del Presidente Hadi nel marzo 2015. Questa evidenza consente di capire come la guerra civile yemenita abbia immediatamente assunto dimensioni transnazionali, trascendendo i confini dello Stato e mettendo in campo interessi ben diversi da quelli degli Houthi e del governo di Hadi.

In primo luogo, l’intervento dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con l’unica eccezione dell’Oman, vicino pacifico dello Yemen – ha luogo per soddisfare alcuni precisi interessi dell’Arabia Saudita. Questa non interviene semplicemente in qualità di Paese limitrofo, intenzionato a mantenere stabili i propri confini meridionali. Il Regno di Salman si schiera in prima linea per bloccare l’insorgenza di un attore così ideologicamente vicino all’Iran come gli Houthi. Il supporto evidente di Teheran al movimento zaidita, attraverso la vendita di armi e tecnologie militari, viene interpretato dai sauditi come un tentativo minare il loro ascendente sulla penisola arabica, da sempre considerata come parte della loro esclusiva sfera di influenza.

In questo senso, spesso, la guerra civile dello Yemen diviene un pretesto per giustificare l’escalation della tensione tra le due grandi nemesi del quadrante geopolitico mediorientale: la monarchia sunnita di Riad e la repubblica sciita di Teheran.

Dalla prospettiva saudita, l’intervento della coalizione araba in Yemen è strettamente legato anche alle ambizioni personali del Ministro della Difesa del Regno. La partecipazione attiva alla guerra civile yemenita è infatti la più importante tra le politiche che hanno consentito a Muhammad bin Salman di scalare la gerarchia reale e superare il cugino Muhammad bin Nayef nella linea di successione, divenendo così legittimo erede al trono della monarchia saudita.

Se per Riad l’insorgenza degli Houthi in Yemen costituisce al contempo una minaccia e una grande opportunità, per Teheran rappresenta un ottimo diversivo. L’Iran continua a mantenere un profilo basso. Pur essendo evidente il supporto che la Repubblica di Hassan Rouhani fornisce ai ribelli zaiditi, l’endorsement iraniano rimane implicito per almeno due ragioni. Innanzitutto, per l’eccessiva instabilità dello Yemen che richiederebbe degli sforzi eccessivi per assicurare un intervento realmente efficace. In secondo luogo, perché gli interessi dell’Iran nella regione sono comunque molto limitati. Lo Yemen non è una priorità di Teheran, come lo sono invece la Siria, il Libano e l’Iraq, ma resta un buon diversivo per tenere impegnata su più fronti la nemesi saudita.

Al di là dello scontro tra gli Houthi e il governo legittimo, e della proxy war tra l’Arabia Saudita e l’Iran, un ultimo fronte – ma non per importanza – è quello aperto dalle rivendicazioni del movimento indipendentista al-Janub al-Hurr, che rivelano con chiarezza la fragilità di uno Stato di recente formazione come lo Yemen. Affermatosi come entità statale indipendente nel 1990, la repubblica yemenita rappresenta il risultato di un lungo processo di unificazione tra due Stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, da molti considerato come la mera annessione del secondo da parte del primo.
In quest’ottica l’obiettivo del movimento indipendentista è quello di assicurare la secessione della Repubblica dello Yemen del Sud, riportando lo Stato ai confini preunitari. L’organizzazione secessionista sfrutta l’attuale debolezza del governo per perseguire il proprio obiettivo e i finanziamenti che riceve dagli Emirati Arabi Uniti non possono che complicare la situazione.

Quella in Yemen è dunque una guerra combattuta da più parti, tutti contro tutti, per soddisfare interessi assolutamente antitetici tra loro. Come ogni conflitto contemporaneo, non è solo difficile da raccontare ma soprattutto da risolvere, specialmente in un momento in cui l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico rischia di peggiorare la situazione. L’unica certezza risiede nella necessità di porre fine alla crisi umanitaria che devasta il Paese da oltre quattro anni. Una catastrofe che secondo l’UNDP potrebbe contare 233.000 vittime entro la fine del 2019: cifra che per il 60% sarebbe composta esclusivamente da bambini al di sotto dei 5 anni d’età.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità

Nella notte tra il 13 e il 14 settembre, un importante attacco combinato con droni e cruise ha colpito, in territorio saudita, due importanti asset per l’industria petrolifera della compagnia nazionale Saudi Aramco.

Attacco al cuore saudita: gli scenari di un conflitto a bassa intensità - Geopolitica.info

L’evento

Per la precisione, i due obiettivi dell’attacco sono stati il giacimento di Hijra Khurais, il secondo del paese, e l’impianto di Abqaiq, infrastruttura fondamentale per Riad, dove vengono lavorati i due terzi del greggio saudita da destinare all’esportazione.
Subito è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte degli Houthi, i ribelli sciiti vicini all’Iran che nello Yemen combattono una guerra per procura contro l’Arabia Saudita. Con una dichiarazione del portavoce dei ribelli, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco, anche nei giorni successivi, attribuendone la ratio ad una strategia difensiva in risposta agli strike sauditi nello Yemen.

In realtà, sin dalle ore successive all’attacco, la maggior parte degli analisti e osservatori internazionali ha  espresso diverse perplessità sull’attendibilità della rivendicazione degli Houthi: un’operazione militare di questa portata sarebbe infatti fuori dalla capacità operativa dei ribelli yemeniti.

Si è andato via via affermando, quindi, l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dell’Iran nell’attacco contro gli impianti sauditi, nonostante i principali esponenti di Teheran abbiano negato sin dal primo momento questa eventualità.

Il pregresso

I mesi precedenti all’attacco si erano caratterizzati da una serie di alti e bassi tra l’Iran e gli Stati Uniti: ad un punto di scontro molto alto, avvenuto con il sequestro della petroliera britannica nel Golfo Persico il 19 luglio, che aveva comportato il reale rischio di un attacco militare convenzionale contro l’Iran, si era passati nelle scorse settimane ad un ammorbidimento dei toni da ambo i lati. Un tentativo diplomatico di mediare tale che alcune fonti riportavano imminente (anche se smentito dalle parti in causa) un incontro tra Rouhani e Trump, che sarebbe potuto avvenire a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU prevista nei prossimi giorni.

Dopo l’attacco

Sin da subito alti funzionari americani hanno lasciato trapelare il dubbio relativo ai mezzi usarti nell’attacco: le prime informazioni dai media arabi parlavano, infatti, di uno strike degli Houthi tramite l’utilizzo di droni, mentre da Washington si è chiarito come l’attacco si fosse svolto tramite l’utilizzo anche di cruise.
Per la precisione 18 droni contro l’impianto di Abqaiq, e 7 cruise, di cui 4 che hanno raggiunto l’obiettivo a Khurais.

Anche la base di partenza dell’attacco, secondo l’intelligence statunitense, sarebbe stata utile a smentire l’ipotesi Houthi, in quanto inquadrata in un’area a nord dell’Arabia Saudita: Iran o Iraq, quindi, con il secondo paese immediatamente tirato fuori dal tavolo delle opzioni direttamente da Mike Pompeo in una dichiarazione pubblica.
Nonostante la convinzione del coinvolgimento iraniano, le prime dichiarazioni di Trump sono state attendiste, e hanno rimandato la decisione sul da farsi all’alleato saudita. Da Riad, tramite una conferenza stampa a seguito di una prima inchiesta, diversi funzionari hanno mostrato alcuni resti di missili coinvolti nell’attacco, e hanno parlato di un “attacco sponsorizzato dall’Iran”, senza accusare direttamente Teheran.
Dall’Iran hanno continuato a smentire, e il ministro degli esteri Zarif ha accusato il cosiddetto “B-Team” (Israele, Arabia Saudita ed Emirati) di voler trascinare Trump in una guerra contro l’Iran per i loro interessi. Ha inoltre dichiarato, riprendendo l’esempio dello Yemen, che un conflitto diretto contro Teheran sarebbe una follia, con la Repubblica Islamica pronta a combattere una “guerra totale” contro i suoi nemici.

Gli scenari

La linea di Washington in politica estera, dopo l’allontanamento di Bolton, sembra essere sempre più una “linea Trump”: nessuna volontà di andare a uno scontro diretto, e di impegnarsi militarmente in uno scenario instabile come quello mediorientale.
Delle risposte ci saranno, questo sembra inevitabile, ma saranno su un piano indiretto: un inasprimento delle sanzioni economiche (già annunciato dall’inquilino della Casa Bianca su Twitter), e probabilmente saranno colpiti asset strategici iraniani in Libano o in Iraq.
La capacità di proiezione iraniana nella regione, tramite il proprio sistema missilistico e l’uso di milizie dislocate nei vari paesi, non è sottovalutata dalle parti di Washington, consapevole che un conflitto aperto con l’Iran sarebbe tutt’altro che semplice e avrebbe ripercussioni nell’intera area mediorientale. Difficile credere che, in vista delle prossime elezioni presidenziali, Trump avalli una decisione così drastica: più probabile una riposta simbolica, come quella vista nell’aprile del 2018 con il lancio di cruise in Siria, dopo i presunti attacchi chimici perpetrati dall’esercito siriano.
Anche l’Arabia Saudita, al momento, non sembra intenzionata ad entrare in un conflitto diretto con Teheran, che non solo potrebbe essere inconveniente per la nuova immagine che MBS vuole fornire a Riad, ma sarebbe soprattutto disastroso dal punto di vista militare, come dimostrano le tante guerre per procura a bassa intensità che i due paesi già combattono nella regione.
C’è motivo di credere, quindi, che l’episodio delle raffinerie non sia ancora decisivo per innescare una guerra totale in Medio Oriente, ma vada interpretato nell’insieme delle azioni che gli attori regionali compiono per salvaguardare i propri interessi e per accrescere la propria posizione di forza nella gerarchia dell’area. L’episodio, inoltre, va inserito in una partita che supera i confini della regione mediorientale, dove i nuovi Stati Uniti di Trump non hanno intenzione di assumere il ruolo di gendarme, ma quello di superpotenza che bada ai propri interessi reali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad

Il recente attacco sferrato (presumibilmente) sotto la regia dell’Iran al cuore petrolifero dell’Arabia Saudita s’inserisce nella crescente scia di tensioni che interessano l’intera regione del Golfo Persico e che seguono alla strategia della “massima pressione” avviata dal presidente Donald Trump contro Teheran. Con (imprevedibili) effetti sulle dinamiche petrolifere ed energetiche mondiali.

Il petrolio nello scontro tra Teheran e Riad - Geopolitica.info (ap)

Nonostante regni ancora parecchia incertezza su quanto avvenuto sabato 14 settembre, in termini di reale entità dei danni e quanto ai responsabili, certo è che un attacco combinato, effettuato da droni e missili cruise, ha messo in ginocchio la produzione petrolifera dell’Arabia Saudita, un paese che, nonostante i recenti tentativi del principe ereditario Mohammed Bin Salman di diversificare l’economia di Riad, fa perno sulla vendita del petrolio per “mantenere in vita” lo stato sociale.

Un attacco al cuore della produzione saudita
I centri petroliferi di Abqaiq e Khurais non sono due obiettivi scelti a caso dai ribelli yemeniti Houthi o da eventuali altri responsabili. Si tratta, infatti, del cuore pulsante della produzione petrolifera saudita e mondiale. Se quello di Khurais è il secondo giacimento del paese con 1,5 milioni di barili al giorno (mbg) di capacità, l’impianto di Abqaiq, situato nella Provincia Orientale, è il centro nevralgico della politica energetica saudita, l’impianto dove viene effettuato il trattamento di quasi la metà del greggio estratto nel paese. Difficile calcolare con precisione l’entità dei danni, che sembrano però essere di gran lunga maggiori rispetto a quanto lascia trapelare il governo saudita.

Un evento traumatico per l’industria petrolifera
L’attacco agli impianti di Abqaiq e Khurais rappresenta il più grande danno provocato da un singolo evento per i mercati petroliferi. Con una perdita di circa 5,7 milioni di barili al giorno, l’evento di sabato supera la rivoluzione iraniana  del 1979, che portò ad una diminuzione della produzione di 5,6 mgb, nonché l’invasione, nel 1990, del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein e la guerra, nel 1973, dello Yom Kippur tra Israele e Paesi arabi quando in entrambi i casi la produzione crollò di 4,3 milioni di barili.

Le reazioni sul mercato del petrolio
La maggiore interruzione nella storia della produzione petrolifera mondiale ha provocato un immediato e drastico aumento dei prezzi del greggio (brent) di circa il 20% rispetto alle quotazioni del giorno precedente all’attacco. Un fenomeno di tale entità non si verificava dai tempi dell’invasione irachena del Kuwait ordinata da Saddam Hussein nel 1990. Se nel breve periodo la situazione sembra essere sotto controllo (le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Energia saudita hanno riportato i prezzi del greggio a livelli molto vicini a quelli precedenti l’attacco), qualche preoccupazione potrebbe emergere qualora Riad non riuscisse a ripristinare in tempi brevi la propria produzione.

Il sostegno alla produzione mondiale di greggio
Per far fronte al calo della produzione conseguente all’attacco di sabato scorso, da un lato Riad ha attinto alle proprie riserve, che potrebbero essere però molto più limitate rispetto a quanto dichiarato ufficialmente. Dall’altro lato, Washington ha autorizzato l’impiego delle riserve strategiche americane ma ha chiarito come il ricorso allo shale oil non potrà essere una soluzione di lungo periodo dal momento che ci si aspetta a breve un incremento della domanda interna per far fronte all’inverno. Nessuna azione, per il momento, è stata intrapresa dall’Opec: sarebbe stata la stessa Arabia Saudita a frenarne l’intervento, preoccupata che altri produttori possano sottrarle quote di mercato. Al netto di ciò, però, i margini di manovra dell’Opec sarebbero alquanto ristretti, dato che solo gli Emirati Arabi e il Kuwait sarebbero in grado di aumentare la propria produzione in tempi brevi.

Lo scenario energetico
Quanto accaduto nei giorni scorsi s’inserisce in un preciso scenario globale e in uno scenario nazionale, quello di Riad, alquanto complesso. A livello globale, infatti, il calo della produzione saudita avviene in un momento in cui il mercato petrolifero si caratterizza per un surplus di offerta rispetto alla domanda, come dimostrato dal prezzo del petrolio che sino alla vigilia degli attentati si era assestato intorno ai 60 dollari al barile, ben lontano dagli 80 dollari che costituiscono il breakeven per il regno saudita. A ciò si aggiunga, come sottolineato anche dal Ministro dell’energia russo, che è possibile contare su un sistema di riserve strategiche e commerciali in grado di far fronte alla diminuita produzione saudita per il medio periodo. Nulla vieta, però, che movimenti speculativi possano portare, come ipotizzato da alcuni analisti finanziari, ad un prezzo del petrolio intorno a 100 dollari, soprattutto se Riad tardasse a ripristinare la propria produzione, un obiettivo che i sauditi confidano di raggiungere entro novembre.

Cosa succede a Riad
Più complicato è quanto sta avvenendo nel panorama energetico nazionale. Proprio recentemente, infatti, si è assistito all’avvicendamento al vertice del Ministero dell’Energia, dove Khalid al Falih è stato rimpiazzato dal principe Abdulaziz bin Salman, fratello del più giovane erede al trono, nonché alla guida di Aramco, la più importante compagnia energetica al mondo, dove è stato designato Yasir al-Rumayan, responsabile del principale fondo saudita d’investimento. Significativa la nomina di bin Salman alla guida della politica energetica del paese: la nomina di un membro della famiglia regnante è sicuramente un indice di preoccupazione per quanto sta accadendo nel paese e non solo.

La quotazione di Saudi Aramco
Quanto avvenuto nei giorni scorsi rappresenta una “minaccia” per il progetto del principe ereditario di quotare in borsa la compagnia Saudi Aramco, uno dei pilastri del programma “Vision 2020” lanciato nell’aprile 2016 e finalizzato alla diversificazione del comparto economico. È verosimile, infatti, che si assista ad un rallentamento del processo di quotazione e che difficilmente possa andare in porto nel mese di novembre. Un rischio che si materializza proprio quando i cambi ai vertici della politica energetica saudita avevano portato ad un’accelerazione del processo. Sarà infatti complicato per il principe ereditario convincere i potenziali investitori internazionali della stabilità della compagnia e della sua capacità di ripristinare la produzione in tempi brevi. Se c’è una cosa che emerge da questa vicenda, è proprio l’estrema vulnerabilità delle infrastrutture energetiche del paese, obiettivi strategici di eventuali (nuovi) attacchi terroristici.

Si può parlare di Medio Oriente post-americano, leggendo il futuro regionale secondo l’annunciata fuoriuscita degli USA dai teatri bellici in Iraq e Afghanistan? Il Corso analizza la natura dello Stato Islamico e del terrorismo jihadista e la comunicazione jihadista, facendo emergere i rimandi storici e religiosi presenti nei video prodotti dallo Stato Islamico.
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La Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita

C’è davvero molto su cui ragionare in merito alle polemiche degli ultimi giorni legate all’impossibilità, da parte della popolazione femminile, di poter partecipare alla finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus, che si svolgerà in Arabia Saudita il prossimo 16 gennaio.

La  Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita - Geopolitica.info La Stampa

Il panorama politico italiano da destra a sinistra, accortosi dell’accordo sottoscritto dalla Lega Italiana che riceverà più di 20 milioni di euro per far disputare tre partite sul suolo saudita, ha chiesto l’annullamento del match o quanto meno la sostanziale modifica organizzativa che possa permettere alle donne sole e appassionate di sport (quelle accompagnate dai mariti possono parteciparvi, ma solo in determinate zone) di poter sedere sulle tribune del King Abdullah Sports City Stadium a Gedda.

Come è noto a tutti, se non agli sprovveduti, l’Arabia Saudita non è particolarmente incline ai ripensamenti e le concessioni nei confronti del gentil sesso non arrivano dal cielo con particolare facilità. Pensare che la Lega Italiana non fosse a conoscenza della cosa è ridicolo ma, d’altra parte, “pecunia non olet” e per un calcio come il nostro -non particolarmente appetibile- pare sia meglio sacrificare il celebre “segno rosso” dalla faccia di tutti i calciatori sostenitori dei diritti femminili, pur di accaparrarsi qualche decina di milioni di euro.

Lo scandalo in realtà è che ci si scandalizzi. L’Arabia Saudita è un partner commerciale di primo livello per l’Italia e che i giornalisti scomodi vengano uccisi e fatti a pezzi nelle proprie sedi diplomatiche non sembra aver mai scosso nessuno fino in fondo. Secondo i dati ufficiali del ministero per lo Sviluppo Economico nel 2017 abbiamo esportato verso i Paesi del Golfo più di venti mila milioni di euro e, nella fattispecie, lo stato saudita ha comprato dall’Italia 3,9 miliardi di euro, una cifra di certo non secondaria. Abbiamo venduto principalmente cibo, vino, mobili, elettronica e armi, la quale cosa non è di certo un particolare segreto. Anzi. Il punto è, però, che tutti questi prodotti, che solo la manifattura italiana è in grado di produrre, li esportiamo, in ogni parte del mondo e, talvolta, proprio quei paesi in cui il rispetto dei diritti umani è più che discutibile, sono i nostri principali acquirenti. Pensiamo ad esempio a ciò che accade in India dove le donne, o meglio le bambine, in giovane età sono obbligate a contrarre in matrimonio uomini adulti scelti dai genitori. Discorso medesimo sarebbe da fare riferendosi alla Cina che giusto pochi giorni fa ha annunciato con preoccupante serenità l’intenzione di conquistare una giovane e compiuta democrazia come Taiwan. La stessa Cina, giusto ricordarlo, che non concede democratiche elezioni, che non permette la divulgazione della religione cristiana e che nega il diritto di esistere al popolo tibetano. Ma le cose per cui scandalizzarsi sarebbero molte altre. I prossimi mondiali di calcio del 2022 si svolgeranno nel Qatar che da qualche anno è considerato uno dei più grandi sponsor del terrorismo islamico nel mondo; lo stesso Paese che, dopo essersi aggiudicato l’assegnazione della competizione calcistica, ha “importato” manovalanza orientale per costruire le infrastrutture a costi irrisori e con condizioni lavorative vicine alla schiavitù.

Il clamore per il prossimo match è quindi ipocrita? Assolutamente no. Nessuno può ergersi giudice tanto da poter condannare un’imprenditore che decide di vendere il suo Franciacorta in un paese arabo, così come nessuno può sentenziare contro quell’azienda che dà lavoro grazie ad una commessa saudita. Ma una partita di calcio tra alcune delle più grandi squadre italiane è un patrimonio che dovremmo pensare bene se svendere per una manciata di milioni di euro. È una parte di noi, della nostra società e della nostra storia che da sempre ha diviso ma ancor di più unito il paese. Pensare di guardarla in uno stadio infinitamente lontano da noi, dove le donne sono confinate come animali in un angolo, è il più grande autogoal che il calcio italiano possa fare. Ed allora il rosso sulle guance dei calciatori dovrà essere per la vergogna.

Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica

Riyad punta a diversificare la sua economia entro il 2030, a riscoprire le sue riserve minerarie e a sviluppare i settori del servizio pubblico. Tra forti difficoltà, le riforme del principe Mohammed Bin Salman puntano a modernizzare il paese e a tenere testa all’Iran nella regione.

Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica - Geopolitica.info FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images

Obiettivi e prospettive

Il progetto Saudi Vision 2030 è stato annunciato nel 2016 dalla Casa saudita come principale piano per ridurre la dipendenza dal petrolio dell’Arabia Saudita e diversificare la sua economia entro il 2030. Gli obiettivi includono anche il rafforzamento delle attività estrattive, l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e gli armamenti, l’aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, l’efficientamento dei trasporti e dell’industria aerospaziale, la privatizzazione del settore elettrico, idrico, ospedaliero, aeroportuale e infine l’avvio di finanziamenti a sostegno delle PMI. La recessione economica, il calo del PIL, la diminuzione del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017, che ha comportato la diminuzione di circa il 40% degli introiti erariali, ha spinto la Casa saudita a progettare la diversificazione dell’economia nazionale, slegandola dalla sola rendita petrolifera, oltre a elaborare investimenti miranti la creazione di 450 mila posti di lavoro, per permettere di svincolarsi dai cospicui sussidi erogati ai disoccupati. La roadmap operativa di Vision è contenuta nel National Transformation Program 2020, che prevede il rafforzamento dell’industria estrattiva, in particolare oro, zinco, fosfati, uranio e alluminio e il finanziamento di grandi opere infrastrutturali. La più importante è NEOM, città futuristica con un’estensione di 26 mila km2, che sarà ubicata sulla costa settentrionale del Mar Rosso. La nuova città sarà il centro dello sviluppo tecnologico mediorientale e volano dell’economia saudita, il cui costo si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari, concepita con servizi completamente automatizzati e interamente alimentata da fonti rinnovabili. Di notevole importanza anche il progetto del Red Sea Project, un resort turistico di lusso sviluppato su cinquanta isole del Mar Rosso e il parco tematico di Al-Qidiya, a 40 km a sud di Riyad. Un ruolo fondamentale per la realizzazione di Vision 2030 sarà compiuto dal Public Investment Fund (PIF), un fondo sovrano di proprietà dell’Arabia Saudita, con un portafoglio di 200 investimenti, di cui 20 quotati su Tadawul, la borsa saudita. Riyad, per realizzare i suoi progetti, ha intrapreso misure di attrazione degli investimenti esteri, di semplificazione burocratica delle procedure autorizzative e amministrative e un piano di privatizzazioni per il settore privato. Quest’ultimo, prevede la vendita di asset governativi nel 2019 per circa 300 miliardi di dollari, di cui circa 100 miliardi per il collocamento sul mercato del 5% di Saudi Aramco, la società petrolifera di Stato. Sono, inoltre, previsti investimenti per i servizi di e-government, i cui miglioramenti dovrebbero tradursi in procedure amministrative gradualmente più snelle e agevoli, automazione e semplificazione delle procedure di rilascio del visto, assenza di tassazione sul reddito personale e sono stati firmati numerosi accordi per evitare la doppia imposizione fiscale.

Le difficoltà e i rischi

Saudi Vision 2030 è un progetto politico nato dalla consapevolezza che fosse necessario riformare il modello economico del Regno, basato sulla “rentier economy” e su un patto sociale tra la casa reale e il clero wahabita. La difficoltà principale del regno, insieme alle su citate problematiche economiche, sono legate alle nuove generazioni di sudditi sauditi, che aspirano a una maggiore inclusione sociale e lavorativa, oltre alla necessità di coinvolgere la componente femminile nel mercato del lavoro. Quest’ultimo, nel paese, è spesso rimasto chiuso per una serie di motivazioni, tra cui i sussidi elargiti ai disoccupati (la cui abolizione è osteggiata dai conservatori chierici wahabiti) e una carenza nell’istruzione. Essa, rientra sotto il controllo del clero wahabita che tende a concentrare la maggior parte dei fondi destinati all’istruzione nel finanziamento di scuole e università coraniche, non permettendo ai giovani una maggiore istruzione nelle materie scientifiche e ingegneristiche. Per questo motivo, la riuscita di Vision 2030, passa anche per la rinegoziazione del patto sociale tra il clero wahhabita e i regnanti di casa Saʿūd, attualmente la sfida più ardua che attende Riyad, poiché potrebbe condurre allo scontro con il clero wahabita, da sempre protettore e leggittimatore del potere dei regnanti. Nuove difficoltà sono emerse, inoltre, nelle ultime settimane, dopo il caso del giornalista Khashoggi, ucciso all’interno del consolato saudita a Instabul, per mano di agenti segreti del Regno. Dopo l’accadimento e le accuse indirizzate al principe bin Salman, le crescenti polemiche e le tensioni verificatesi, hanno condotto molti AD di importanti aziende a non presentarsi al forum “Davos in the Desert” organizzato dal PIF, nel contesto di Vision 2030, tenuto a Riyadh il 23 ottobre. Tra le aziende che hanno deciso di non inviare i propri CEO al summit vi erano Google, KKR & Co. L.P., Ford Motor, JPMorgan Chase, BlackRock, Uber, The Blackstone Group, oltre a importanti case mediatiche che non hanno partecipato come partner con i loro giornalisti, come la CNN, Bloomberg, CNBC, New York Times, Fox Business Network, Financial Times, Los Angeles Times e Huffington Post. Ostacolo potenziale al rilancio saudita è l’età avanzata di Re Salman, con la relativa questione della successione al trono che potrebbe condizionare lo scenario politico del Regno negli anni successivi. Un altro aspetto interessante è la lotta alla corruzione che può essere molto difficile da raggiungere in una società in cui i legami familiari e tribali sono molto forti e potrebbero compromettere alcuni investimenti. Possibili altre fonti di instabilità potrebbero giungere da atti terroristici contro cittadini o interessi stranieri. Sia al-Qāʿida nella Penisola Arabica (AQAP), che lo Stato Islamico (IS), hanno negli ultimi anni incoraggiato i propri militanti a realizzare attacchi contro obiettivi e interessi occidentali nel paese. Infine, una causa di presumibile instabilità da non sottovalutare è il malcontento delle comunità sciite condensate nella provincia orientale, in particolare nell’area di Qatif, dove si trovano la gran parte delle riserve di gas e petrolio dell’Arabia Saudita.

L’impatto geopolitico

Il progetto saudita ha anche un profonda importanza geopolitica e geostrategica. La città NEOM, ad esempio, sarà posizionata su uno snodo cruciale del commercio, vi transita un decimo dei flussi commerciali mondiali, e la sua posizione più a nord rispetto a Riyad, sposterà il baricentro economico del Regno verso occidente e vicino a Israele e al porto di Eilat. Il progetto NEOM, inoltre, una volta concluso, si estenderà su un’area di 26 mila km2 comprendente i territori di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, diventando una zona speciale indipendente estesa su tre diversi Stati. Per l’area, il governo saudita in accordo con l’Egitto, ha già previsto iniziative di sviluppo, tra cui la realizzazione del King Salman Bridge, un ponte da realizzare all’imbocco del Golfo di Aqaba che unirà la costa saudita alla penisola del Sinai. NEOM si ritroverebbe quindi ad essere l’anello di collegamento tra Asia, Europa e Africa. L’Arabia Saudita, infine, punta a divenire attore cardine, a livello ideologico, economico e militare del Medio Oriente, cosa che inevitabilmente condurrà all’acuirsi della rivalità con Iran. Tra gli obiettivi di Vision 2030, infatti, vi è anche l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e per gli armamenti, con l’obiettivo di divenire fornitore militare degli alleati della regione, migliorando le relazioni con alcuni partner che condividono la minaccia iraniana.

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

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