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La corsa africana allo Spazio: implicazioni geopolitiche intra ed extra-regionali

Nel campo dello sviluppo economico ed umano, spesso si registra una forte divergenza tra opinione pubblica diffusa e addetti ai lavori circa la percezione e la coscienza dell’impatto che alcuni settori scientifici hanno sulle prospettive di crescita lato sensu: il campo delle scienze spaziali non fa eccezione. Pochi infatti sono a conoscenza dell’influenza che storicamente hanno avuto, e sempre più avranno, le svariate applicazioni delle tecnologie spaziali sulla vita quotidiana e sulla struttura e di interi sistemi economici. Di ciò tuttavia hanno acquisito coscienza ormai da anni anche alcuni Paesi sub-sahariani, che animano quella che, non senza una punta di esagerazione, ma pur sempre con un fondo di verità, viene giornalisticamente chiamata la “corsa africana allo spazio”.

La corsa africana allo Spazio: implicazioni geopolitiche intra ed extra-regionali - Geopolitica.info

E proprio per i caratteri intrinseci del settore (necessità di elevatissime professionalità scientifiche e di ingenti risorse economiche, ampia varietà di applicazioni extra-scientifiche, etc), l’interesse delle realtà sub-sahariane per lo spazio è tutt’altro che scevro da implicazioni geopolitiche.

Dettagli non insignificanti: attori e iniziative nel campo dello Spazio

Aby Warburg, celebre storico e critico d’arte tedesco vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, ebbe a dire che il buon Dio si nasconde nei dettagli.

E’ quello che avrebbero potuto pensare i delegati dei Paesi membri dell’Unione Africana quando, riuniti a Pretoria e Johannesburg dal 7 al 15 giugno 2015 per il loro XXV° summit, hanno ricevuto del materiale informativo relativo sulla Pan African University (PAU), istituita su impulso dell’Unione Africana e composta da cinque istituti dislocati nel continente (l’ultimo dei quali, l’African Space Science Institute, avrà sede presso la Stellenbosch University -Sudafrica, e -cosa assai curiosa per una istituzione non ancora operativa e strutturata- è già oggetto dell’attenzione di Stati Uniti e Unione Europea con riferimento a possibili partnership scientifiche).

Non è un dettaglio insignificante neppure il fatto, sostanzialmente sconosciuto ai non addetti ai lavori, che a fornire per primo informazioni utili alle autorità statunitensi quando l’uragano Katryna investì New Orleans e il Golfo del Mississippi fu “NIG-SAT-1”, il primo satellite nigeriano costruito dalla Surrey Satellite Technology (UK) e messo in orbita sulle spalle di un vettore russo nel 2003.

Dettagli, questi come tanti altri elencabili, che isolatamente presi possono dire poco, ma che in realtà sono manifestazioni particolari di una tendenza che vede alcune realtà dell’Africa sub-sahariana sempre più attive nel campo delle scienze spaziali. Un attivismo che può avere rilevanti implicazioni dal punto di vista dei rapporti intra-africani e delle relazioni Africa-mondo.

Dall’inizio degli anni 2000, nella regione in oggetto, si assiste infatti all’emergere dell’interesse per le tecnologie spaziali, cui ha fatto seguito il convinto e non aleatorio impegno politico culminato in una serie di iniziative e progetti che concorreranno a plasmare il volto futuro dell’Africa sub-sahariana. Iniziative che hanno naturalmente attirato l’attenzione dei grandi attori globali che, non a caso, sono anche contemporaneamente i grandi playmaker di quella che viene chiamata “geopolitica dello spazio”, o “astropolitica”.

Per comprendere la portata del fenomeno basta pensare, anzitutto, all’istituzione di Agenzie Spaziali nazionali, come nel caso della NASDRA (Nigeria) e della SANSA (Sudafrica), operative rispettivamente dal 2001 e dal 2010, e già in possesso di propri satelliti in orbita. Altri Paesi (Ghana, Kenya, Angola ed Etiopia) stanno creando o consolidando strutture nazionali omologhe, tuttavia non ancora  (pienamente) operative. Di assoluta importanza è anche la recente approvazione in sede di Unione Africana, dopo più di un quinquennio di gestazione, della “African Space Policy and Strategy”, che negli auspici degli attori africani dovrebbe rappresentare il preludio all’istituzione di un’Agenzia Spaziale Africana su modello dell’ESA.

Sul piano delle infrastrutture cosiddette “a terra” (“ground-based”, contrapposte a quelle “space-based”), si segnala la designazione del Sudafrica e di altri otto Paesi sub-sahariani come sede di SKA, il più importante e ambizioso progetto nella storia della radioastronomia mondiale.

Nel campo dell’istruzione si moltiplicano da anni i corsi universitari nel campo delle scienze spaziali e astrofisiche, anche in Paesi sprovvisti di apposite strutture governative deputate all’elaborazione e allo sviluppo di programmi spaziali. Da segnalare anche la fondazione della African Astronomical Society e la designazione (nel 2009) del Sudafrica come sede dell’Office of Astronomy for Development, organismo IAU operante su scala globale per la promozione delle scienze astrofisiche e spaziali come propulsori di crescita nei Paesi in via di sviluppo. Ma quali  sono quindi gli obiettivi e i protagonisti di questo “fermento spaziale”?

Dove porta – e chi guida – la corsa allo spazio a sud del Sahara

L’Africa sub-sahariana, che ospita attualmente sette dei dieci Paesi a maggiore tasso di crescita economica al mondo, e che si pone il problema di come rendere questa tendenza duratura e sostenibile, ha individuato una delle risposte nella diffusione delle discipline scientifiche di base e applicative, che consentirebbe ai Paesi sub-sahariani di agganciare la knowledge-economy. L’accento posto sulle scienze spaziali trova così facilmente spiegazione: trattasi infatti di un settore ad altissimo contenuto scientifico e tecnologico, contemporaneamente sia “consumatore” che “produttore” di competenze scientifiche di base. E tuttavia i benefici vanno ben oltre quelli legati alla mera diffusione della cultura scientifica.

In realtà, infatti, coltivare ambizioni spaziali per i Paesi sub-sahariani ha forti e positive ricadute (dirette e indirette) in termini di benessere economico, considerando come le odierne tecnologie spaziali (e l’impego dei satelliti artificiali in primis, che non a caso è il settore di maggiore interesse per gli attori africani) trovino applicazioni in molti ambiti in cui le realtà africane pagano lo scotto di decenni di sottosviluppo, che si è tradotto nella dipendenza dall’import di servizi ad alto contenuto tecnologico e conoscenza scientifica. Le applicazioni satellitari sono oggi impiegabili in agricoltura, nella protezione ambientale e nella prevenzione dei disastri ambientali, nella ricerca di acqua nel sottosuolo e nel monitoraggio della diffusione di epidemie e pandemie. Per non dimenticare l’impatto diretto che le scienze spaziali hanno sulle telecomunicazioni, uno tra i motori più performanti dell’odierno sistema economico mondiale, e un settore che conosce una forte crescita nella regione sub-sahariana, grazie ai benefici in termini di sviluppo commerciale e umano (basti pensare all’impiego delle comunicazioni satellitari nella telemedicina).

I benefici in termini di crescita economica derivanti direttamente dall’applicazione delle tecnologie spaziali e indirettamente dal conseguente ampliamento del mercato del consumo africano concorreranno, assieme ad altri fattori, a fare dell’Africa sub-sahariana una regione di rilievo via via maggiore sul piano dei rapporti economici e commerciali col resto del mondo, e a rendere il continente più indipendente dalla produzione scientifica del mondo sviluppato.

Un altro fattore rilevante sul piano geopolitico intra-africano che segna il presente ed il futuro della corsa subsahariana allo spazio è il protagonismo di Sudafrica e Nigeria. Nel campo delle scienze spaziali pertanto si ripropone il confronto a distanza tra Abuja e Pretoria, entrambe consapevoli che un programma spaziale nazionale costituisce uno strumento di sviluppo economico e di consolidamento della propria posizione nello scacchiere africano. Per due capitali che si contendono il ruolo di potenza regionale in un continente afflitto da plurime manifestazioni di statualità fragile o fallimentare e da conflittualità locali o estese, primeggiare nel campo dell’aerospazio e della tecnologia satellitare è un elemento irrinunciabile che consente di presentarsi agli altri attori regionali quale autonomo e affidabile “fornitore di sicurezza” sul piano continentale, oltre che propulsore della crescita economica.

La necessità della cooperazione

La difficoltà da parte degli attori africani di dar corpo alle proprie ambizioni spaziali con le sole proprie risorse fa in modo che all’Africa sub-sahariana guardino con una certa attenzione anche le potenze spaziali, desiderose di offrire la propria assistenza tecnico-scientifica e finanziaria. Si materializza così un ulteriore fattore di rilievo geopolitico lungo la dorsale della corsa sub-sahariana allo spazio: la sovrapposizione tra la grande partita geopolitica-geoeconomica delle potenze mondiali in Africa e la loro gara alla cooperazione con i Paesi sub-sahariani emergenti nel campo delle scienze spaziali.

Già terreno di scontro a distanza tra Stati Uniti e Cina sul piano politico e commerciale, l’Africa sub-sahariana offre così a Washington e Pechino, con la corsa allo spazio, una ulteriore occasione di confronto, principalmente per due motivi: la “fame” africana di know-how industriale e di expertise tecnico-scientifica e la proiezione militare della tecnologia spaziale (soprattutto in termini di messa a disposizione delle proprie capacità di lancio e dell’impiego delle tecnologie satellitari nei settori della difesa e dell’intelligence – IMINT, ELINT, SIGINT). Da non sottovalutare inoltre il ruolo di altre potenze spaziali, Federazione Russa in primis, attori europei (sia individualmente intesi che collettivamente operanti come ESA). Meritevoli di considerazione sono anche le prospettive di cooperazione con l’India, che, essendo in grado di raggiungere obiettivi tecnologici molto ambiziosi (come la messa nell’orbita marziana di un satellite al primo tentativo) pur con un limitato impiego di risorse rispetto alle grandi potenze tecnologiche, si presenta come un caso di scuola agli occhi delle realtà africane impegnate nel settore spaziale.

Lo scenario spaziale sub-sahariano, attirando interessi di tale portata e natura, si presenta pertanto denso di eterogeneità e complicazioni. Non è infrequente assistere a collaborazioni africane con attori globali tra loro politicamente e commercialmente contrapposti dentro e fuori dalla regione sub-sahariana. Satelliti nigeriani vengono costruiti da industrie britanniche e, come si è detto, vengo messi in orbita da vettori cinesi; l’agenzia spaziale sudafricana collabora alla missione NASA Mars Curiosity, ma lancia satelliti su vettori russi.

Prospettive future

La ambizioni spaziali perseguite dagli attori sub-sahariani attivi nel settore rappresenteranno, ancorché a macchia di leopardo, un fattore di “messa in sicurezza” dell’attuale sviluppo economico e di ampliamento dei mercati di consumo, grazie alla diffusione della cultura scientifica e soprattutto al contributo della tecnologia satellitare a settori di primaria importanza, su tutti quello delle telecomunicazioni. Ciò consentirà alla regione globalmente intesa di emergere sul piano mondiale quale area di maggiore interesse economico, politico e commerciale. Le due capitali che oggi si contendono il ruolo di potenza regionale continueranno il loro confronto a distanza anche nel campo spaziale. Nessun vantaggio politico sostanziale invece paiono poter acquisire, grazie alle tecnologie spaziali, le altre realtà sub-sahariane che hanno annunciano di volersi impegnare nel settore, per quanto possano trarre sicuri benefici in termini di higher education e consolidamento delle proprie economie nella transizione, difficile e tutt’altro che terminata, dal passato assetto post-coloniale ad un modello più incentrato sulla knowledge-economy.

Dal punto di vista internazionale e dei rapporti tra grandi potenze, la scacchiere sub-sahariano attuale, che vede la forte penetrazione cinese nel continente e l’ingresso (o il ritorno) di importanti attori sul piano geopolitico (India, Russia) potrebbe essere ulteriormente complicato anche dalle prospettive di cooperazione spaziale. Ciò di per sé non dovrebbe tuttavia determinare mutamenti di particolare rilievo nella collocazione internazionale dei principali attori africani, anche se, nel lungo periodo, non si possono escludere variazioni nelle rispettive capacità di influenza politica da parte delle potenze spaziali su taluni soggetti sub-sahariani; crescenti volumi di collaborazione in questo campo possono infatti rappresentare un efficacissimo canale di penetrazione scientifica, commerciale e strategica.

Difficile infine decifrare se prevarrà la dimensione competitiva o quella cooperativa tra Paesi sub-sahariani, Nigeria e Sudafrica in primis. Gli stessi sforzi di cooperazione continentale su larga scala (su tutti, lo sviluppo di una politica spaziale continentale e l’istituzione di una Agenzia Spaziale Africana) appaiono difficilmente attuabili. Mancano ad oggi le necessarie risorse per creare un quadro di governance regionale o addirittura continentale su modello ESA, e il contributo scientifico sarebbe comunque limitato, al meno nel breve-medio periodo, a quello garantito da pochissimi attori.

E’ pertanto prevedibile che la dimensione cooperativa intra-africana si limiterà nel medio periodo a singoli progetti scientifici e tecnologici che meglio si prestano ad essere realizzati tramite la condivisione di risorse tra più Paesi (come  nel caso dell’ARMC, costellazione di satelliti per l’osservazione terrestre). La competizione tra Abuja e Pretoria continuerà ad essere alimentata in parte dai progressi tecnologici domestici, ma soprattutto dalla capacità dei due Paesi (Nigeria in particolare) di aprirsi prospettive di collaborazione con le potenze spaziali più sviluppate.

E’ probabile pertanto che la corsa africana allo spazio porterà, almeno nel breve-medio periodo, alla corsa dei Paesi avanzati ad assicurarsi stabili prospettive di cooperazione con le realtà sub-sahariane seriamente impegnate nel campo dello spazio, più che al raggiungimento di una ancora lontana autosufficienza spaziale, che necessita di capacità di lancio e tecnologico-industriali oggi generalmente assenti o insufficienti a sud del Sahara.

I percorsi verso le indipendenze nazionali tra movimenti africani, colonialismo e istanze internazionali

L’imperialismo coloniale e la missione civilizzatrice

I percorsi verso le indipendenze nazionali tra movimenti africani, colonialismo e istanze internazionali - Geopolitica.info

Nell’ottocento si consolidano in occidente nuovi e rinnovati contesti in campo ideologico, culturale, economico, scientifico, tecnologico ed industriale, che nel complesso inducono le giovani entità statuali europee a proiettarsi oltre i propri confini in maniera determinata ed estremamente aggressiva.

Il fiorire in Europa di ideologie nazionaliste, correlato al processo di formazione degli Stati nazionali, ha infatti segnato in maniera sostanziale la politica estera di questi Stati di nuova formazione, in cui è facile riscontrare, quali tratti comuni, il desiderio di supremazia, la brama di potere e l’aspirazione a formare imperi grandiosi. La cieca fiducia nel progresso scientifico e “morale” della civiltà europea aveva fatto nascere la volontà di diffonderne i valori anche al di fuori del continente ed anche se avesse richiesto imposizione ed uso della forza. È con queste premesse che nella seconda metà dell’ottocento le potenze che tradizionalmente si erano fronteggiate sul suolo europeo ritengono maggiormente conveniente indirizzare le proprie aspirazioni espansionistiche verso nuovi territori, scoprendo così un rinnovato interesse nei confronti del vicino continente africano.

Fino al 1870 la sfera di influenza degli europei si limitava a comprendere nel complesso il 10% del territorio africano e la loro presenza era circoscritta lungo le coste, dove avevano stabilito punti d’approdo funzionali ad attività commerciali. Se si considera che, all’alba del XX secolo, oltre il 90% del continente era stato posto sotto il diretto controllo degli occidentali, appare evidente la rapidità con la quale, nel giro di neppure trent’anni, questi ultimi si insediano in Africa.

Molteplici furono i fattori che favorirono la colonizzazione, tra questi alcuni possono essere definiti di natura pratica, come ad esempio gli sviluppi nella scienza medica che condussero alla scoperta dei vaccini, indispensabili per avanzare verso le zone più interne del territorio africano. Altri fattori possono essere invece considerati di natura strutturale, tra questi: sia l’evoluzione del sistema capitalistico dalla forma mercantilistica a quella finanziaria e la conseguente necessità di trovare nuovi e più remunerativi mercati in cui investire i capitali, sia la rivoluzione industriale ed il crescente bisogno di materie prime, delle quali i suoli europei erano sprovvisti. La differenza culturale, inoltre, risultò determinante nel favorire l’avanzata degli europei poiché giocava nettamente a loro favore: la padronanza di strumenti giuridici, come ad esempio il contratto, dei quali gli africani non avevano esperienza e soprattutto di cui non intuivano portata ed effetti, permise agli europei un insediamento inizialmente per lo più privo di resistenze.

L’evento con il quale convenzionalmente viene fatta coincidere l’avanzata degli europei in Africa è la conferenza di Berlino degli anni 1884-85. In tale occasione, coerentemente con le abitudini dell’epoca secondo le quali l’arte diplomatica era alla base dei rapporti tra le potenze, il cosiddetto “concerto europeo” si era riunito per stabilire le condizioni che avrebbero regolato la presenza occidentale in Africa, promuovendone le attività commerciali tramite l’adozione di norme condivise per l’utilizzo sia dei mercati esistenti che di quelli ancora da sfruttare. A Berlino vennero inoltre stabilite un insieme di regole comuni, che tutte le potenze presenti in Africa erano tenute a rispettare, in quella che si profilava sempre più come una vera e propria conquista del continente. Nonostante questo fenomeno venga ricordato come “scramble for Africa”, proprio per sottolineare la brama di potere che muoveva gli europei nell’acquisire porzioni di territorio sempre più estese, la spartizione che ne conseguì fu assolutamente pacifica, conseguenza della volontà, manifestata delle potenze europee in occasione di tale conferenza, di prevenire eventuali contenziosi e di regolarli in base agli strumenti previsti dalla diplomazia dell’epoca. Tali dichiarazioni d’intento si concretizzarono nella definizione, nell’atto finale della conferenza, di alcuni articoli nei quali si dichiarava esplicitamente che per consolidare una sfera di influenza sarebbe bastato semplicemente che la potenza interessata lo avesse comunicato alle altre. Veniva in questo modo data una legittimazione giuridica alla conquista del continente africano, che si andava caratterizzando per l’esproprio della sovranità dei territori conquistati che venivano portati sotto il diretto controllo della nazione occupante, sotto le forme giuridiche di protettorati o colonie. Nel protettorato venivano teoricamente lasciate alcune forme di autonomia alle istituzioni politiche locali, mentre nel caso delle colonie il controllo veniva esercitato esclusivamente dalla potenza occupante. In realtà si tratta sostanzialmente di una differenza terminologica, dal momento che, nei fatti, tra le due forme giuridiche non vi era alcuna differenza.

L’imperialismo coloniale, come fu definito, fu un fenomeno che vide l’applicazione lucida e sistematica di un sistema di controllo violento, fondato sulla negazione dei diritti e della dignità delle popolazioni sottomesse. Pur nell’evidenza della sua natura, in occidente il colonialismo veniva tuttavia giustificato da argomentazioni anche di carattere umanitario e filantropico, oltre che economico. Il caso forse più emblematico fu quello dello Stato Libero del Congo, nato da un’iniziativa di Leopoldo II, re del Belgio, il quale, con la scusa della creazione di un’associazione filantropica, organizzò un sistema di sfruttamento intensivo delle risorse del Congo, attraverso il lavoro forzato dei suoi abitanti. I metodi utilizzati dall’amministrazione belga e le vessazioni che i congolesi subirono furono disumani e degradanti al punto che, una volta note all’opinione pubblica internazionale, venne organizzata una campagna anti-leopoldiana.

La violenza utilizzata dal sistema coloniale traeva la sua giustificazione “scientifica” nella teoria evoluzionista della specie, esposta da Charles Darwin in “L’origine della specie” del 1859. Tale ideologia si affermò con grande rapidità, influenzando sia le teorie delle scienze naturali, sia quelle socio-antropologiche, dando origine alla corrente evoluzionista dell’antropologia. Secondo l’evoluzionismo sociale, l’evoluzione storica era da considerare come un cammino lineare e progressivo, uguale per tutte le società, le quali avrebbero percorso, raggiunto e superato varie tappe, ad ognuna della quale corrispondeva uno stadio dell’evoluzione della società migliore del precedente. Trovandosi, la società europea ad uno stadio successivo rispetto alle altre, aveva il dovere di adoperarsi per accelerare il loro sviluppo. É in questo periodo che si consolida l’idea della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, esposta da Kipling nella poesia “Il fardello dell’uomo bianco” del 1899, secondo la quale era compito dell’occidente portare la fiaccola della civiltà e del progresso a quei popoli che vivevano nel buio delle loro società arretrate e primitive. Probabilmente fu anche perché si sentivano legittimati dall’esistenza di un background scientifico di livello superiore, che gli Europei con estrema violenza e cieca determinazione obbligarono le popolazioni sottomesse ad abbandonare le proprie credenze ed usanze per adottare quelle occidentali, maggiormente moderne e sintetizzabili nel paradigma delle tre C: Cristianità, Civiltà e Commercio. Unicamente riuscendo a cogliere la razionalità intrinseca al progetto di colonizzazione, si possono spiegare le atroci forme di violenza, asservimento, segregazione e di umiliazione che gli europei posero in essere nei confronti degli africani.

Le politiche coloniali

Tra le potenze europee che da subito, ed in maniera “importante”, si lanciarono alla conquista dell’Africa furono Portogallo, Spagna, Francia e Gran Bretagna prima, Belgio, Germania (solamente fino alla I guerra mondiale) e Italia successivamente.

Nel giro relativamente di pochi anni questi paesi portano in Africa sistemi amministrativi completamente nuovi, che accorparono i diversi gruppi presenti sul territorio entro sistemi politico-istituzionali di chiara matrice europea, introducendo nuovi modelli economici che prevedevano il pagamento di un tributo da parte delle popolazioni sottomesse nella stessa moneta del paese europeo colonizzatore imponendo, di conseguenza, un’economia monetaria fino ad allora sconosciuta. Un aspetto comune agli insediamenti europei fu la formazione delle cosiddette “colonie di popolamento”, che sorgevano sui territori ritenuti migliori ed erano popolate da consistenti gruppi di europei, in seguito all’allontanamento forzato delle popolazioni indigene che precedentemente le occupavano. Inoltre, dopo l’insediamento, l’amministrazione coloniale cominciava a pretendere la riscossione dei tributi e in un primo momento, gli africani reagiranno con resistenze armate prontamente soppresse nel sangue, dimostrando l’abissale disparità nella tecnologica delle armi da fuoco europee.

Le modalità con cui venivano amministrate le colonie erano diverse a seconda della “filosofia” di dominio alla quale erano ispirate; tuttavia, tutte conducevano i colonizzati in una condizione di sudditi e non cittadini della colonia europea, e come tali costretti a lavorare, spesso nelle forme del lavoro coatto, per pagare il tributo loro imposto. La Francia attuò una politica centralizzata che impose alle colonie una ripartizione del territorio corrispondente con quella della madrepatria: vennero pertanto istituiti cercles, subdivisions e cantons, senza tenere in considerazione la geografia del territorio. Secondo tale politica, basata sulla diffusione della cultura e dei valori francesi, gli africani avrebbero potuto, in forma squisitamente teorica, aspirare ad ottenere lo stesso trattamento di un cittadino della Repubblica francese, a patto di rinnegare le proprie identità a favore di quella della madrepatria. Il principio alla base di questa logica era quello cosiddetto dell’assimilazione, secondo il quale le popolazioni sottomesse avrebbero dovuto non solamente fare propri gli usi e i costumi della madrepatria ma anche interiorizzarne i valori: l’africano che avrebbe cancellato ogni traccia delle proprie origini e sposato in tutto e per tutto i valori della cultura francese prendeva il nome di évolué. Un ruolo fondamentale per la piena realizzazione di questo proposito fu ricoperto dalle scuole, nelle quali si insegnava la lingua e la cultura francese. Il modello di amministrazione inglese era invece basato su un principio differente: allo scopo di controllare al meglio i territori occupati, veniva attuata un’amministrazione di tipo indiretto (la indirect rule), che prevedeva cioè il coinvolgimento dei “capi tribù” locali ai quali veniva assegnato il compito di gestire gli affari per conto della madrepatria, primo tra tutti riscuotere le tasse. Questo sistema di governo incontrò in un primo momento minori resistenze da parte delle popolazioni indigene che riconoscevano l’autorità dei capi tradizionali, la cui posizione però diventava sempre più ambigua: erano delle figure considerate autorevoli prima dell’arrivo dei colonizzatori ma, piegandosi poi al volere degli oppressori, perdono a poco alla volta il consenso da parte della popolazione locale in quanto rappresentavano un “ingranaggio fondamentale del sistema di amministrazione inglese”. Al di là dei metodi di amministrazione che ciascuna potenza attuò, un minimo comune denominatore nel loro operato riguarda l’organizzazione di una economia di sfruttamento, definita “economia della estroversione”. Si trattava della realizzazione di un sistema ideato e perfettamente idoneo allo sfruttamento di un territorio nel quale veniva individuata una risorsa mineraria o agricola di cui la potenza occidentale necessitava. Questo tipo di sistema ha portato a dotare i territori maggiormente ricchi di risorse, di reti infrastrutturali, lasciandone invece completamente sprovvisti quelli improduttivi, una delle cause della presenza, nell’Africa dei nostri giorni, di economie duali e diversificate.

Le guerre mondiali

Un ruolo decisivo nei processi di decolonizzazione lo ricoprirono le guerre mondiali. In quella occasione gli eserciti coloniali furono infatti arricchiti dalla presenza di combattenti africani; nei primi anni del novecento la professione militare rappresentava, di fatti, forse l’unica possibilità per un africano di emanciparsi dalla terribile condizione nella quale verteva.

Con lo scoppio della I guerra mondiale i nativi delle colonie, ormai integrati negli eserciti coloniali, diedero un apporto determinante, combattendo strenuamente nelle trincee. Il contatto diretto con l’uomo bianco e la condivisione di momenti di estrema difficoltà, contribuirono a modificare la percezione che gli africani avevano di sé stessi e dei loro oppressori: dal momento che ebbero modo di constatare la stessa vulnerabilità nell’uomo bianco, veniva messo in dubbio il falso mito della sua superiorità e, allo stesso tempo, maturava la consapevolezza che non sussistevano differenze tali da giustificare i gravissimi abusi ai quali erano stati sottoposti.

A conclusione della I guerra mondiale si veniva affermando in maniera evidente il ruolo chiave degli Stati Uniti nella promozione dei principi di libertà dall’oppressione e di autodeterminazione. In particolare, l’8 gennaio 1918 il presidente Wilson nella dichiarazione dei quattordici punti faceva riferimento alla regolazione di tutte le rivendicazioni coloniali, tema assai caro agli americani, essendo stati i primi, più di cento anni prima, a pretendere ed ottenere l’indipendenza dalla madrepatria inglese. Grazie anche all’intensificarsi dei collegamenti e allo sviluppo delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione, queste ventate di rinnovamento sociale e culturale arrivarono alle colonie, dove cominciava a prendere piede un dissenso sempre più forte riguardo le forme di dominazione esercitate dalle potenze coloniali, sollevando numerose istanze per la concessione di maggiore autonomia.

Nel suo discorso in quattordici punti, il presidente americano preannunciava inoltre l’imminente formazione della Società delle Nazioni, la prima organizzazione intergovernativa il cui principale obiettivo sarebbe dovuto essere il mantenimento della pace tra le nazioni e la salvaguardia del benessere di tutti i popoli. Tramite il sistema dei mandati, le ex colonie degli imperi tedesco e ottomano, potenze uscite sconfitte dal conflitto, venivano affidate, dal nuovo organismo internazionale, a Francia e Gran Bretagna, affinché esse seguissero le ex colonie nei percorsi verso l’autonomia. Tuttavia, nella pratica questi istituti giuridici non assicurarono alcun benessere e sviluppo alle nazioni che ne furono oggetto, diventando di fatti nuovamente colonie. Nonostante il loro fallimento, è comunque importante rilevare come la Società delle Nazioni e il sistema dei mandati furono espressione di un mutato atteggiamento e dell’affermarsi di nuove concezioni che segnarono il passaggio in una nuova epoca. È’ infatti possibile riscontrare un cambiamento anche nel lessico fino a quel momento in uso: non appariva più opportuno parlare di imperialismo, ma bensì di impero, e nei discorsi pubblici veniva dichiarato che i territori coloniali non erano sotto una forma di dominazione, ma piuttosto di dipendenza. Il ruolo dell’opinione pubblica internazionale si faceva dunque maggiormente incisivo anche se, in Europa era ancora solo una minoranza di pubblico che si opponeva all’impero, mentre la maggioranza guardava ad esso con orgoglio e soddisfazione. Mentre Francia e Gran Bretagna si resero conto che era necessario accordare alcune concessioni alle colonie (seppur in maniera graduale e in forma molto limitata), Belgio e Portogallo non furono disposte a concedere alcun cambiamento, continuando a sopprimere nel sangue ogni forma di dissenso.

Il totale stravolgimento dei tradizionali assetti avvenne tuttavia a seguito della seconda guerra mondiale, quando oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione Sovietica si preparava a ricoprire un ruolo dominante nella politica internazionale. Le due superpotenze, seppur con diverse motivazioni, fecero sentire la loro voce affinché le potenze europee, che ormai occupavano una posizione subalterna, si decidessero ad abolire gli istituti coloniali e permettessero alle popolazioni sottomesse di imboccare il percorso che li avrebbe finalmente condotti all’indipendenza.

In Africa francesi ed inglesi procedevano con il lento processo di devoluzione dei poteri, apportando riforme importanti, ma contestualmente provando a restaurare il controllo che a poco a poco sentivano di perdere; il termine “impero” non rientrava più nel lessico in uso a livello internazionale, dunque gli inglesi trasformarono il loro in un “Commonwealth”, e i francesi in un’“Unione Francese”, ma nonostante ciò si aveva piena fiducia che la dominazione sulle colonie potesse durare ancora per molto. Questa fiducia era motivata anche dall’ambivalenza dell’atteggiamento americano; quando, infatti gli USA intuirono la gravità dello scontro che si stava profilando con l’URSS, decisero di sfruttare alcune delle colonie europee in funzione anti-sovietica.

Nella fase conclusiva dell’impero, soprattutto dopo gli avvenimenti che determinarono la crisi del canale di Suez, fu evidente che le tradizionali potenze europee non avevano più la facoltà di dare seguito in maniera autonoma alle proprie aspirazioni, ma avevano l’obbligo di tenere da conto il parere e gli interessi degli Stati Uniti d’America. Quest’evento fu estremamente significativo della perdita di prestigio che le potenze coloniali avevano subito a seguito delle guerre mondiali; non possedevano più la forza ed i mezzi per mantenere intatte le loro posizioni e, conseguentemente, il sentimento di ossequiosa riverenza che avevano da sempre suscitato negli abitanti delle colonie africane cominciava a venire meno.

Il fenomeno della decolonizzazione

Il percorsi che hanno portato le colonie africane al raggiungimento delle indipendenze nazionali furono specifici per ogni paese, ma ebbero sicuramente molti tratti comuni.

Nel periodo tra le due guerre gli africani che avevano avuto la possibilità formarsi presso le università delle principali capitali europee, studiarono la storia e la filosofia occidentale, ripercorrendo il percorso che aveva portato all’affermazione dell’esistenza di diritti fondamentali validi per tutti gli esseri umani. Utilizzando gli strumenti che la cultura occidentale forniva, questi uomini iniziarono a portare avanti il dibattito anti-coloniale, sostenuti da quella minoranza di occidentali estremamente critica nei confronti dell’imperialismo e della civiltà che ne era espressione. La padronanza della lingua della potenza coloniale, permise a questi uomini di diffondere nei circoli letterari le tesi alla base della loro protesta; tramite la partecipazione a conferenze e congressi sostenevano con forza le loro istanze e trovavano, presso un pubblico più vasto e culturalmente preparato, maggiori adesioni. Ritornati poi nei loro paesi di origine, si impegnarono nell’organizzazione di attività di opposizione al potere coloniale e di riforma, creando organizzazioni politiche o mezzi di espressione come giornali e radio. La maggioranza della popolazione in Africa era analfabeta, dunque il movimento anti-coloniale che nasceva nel periodo tra le due guerre era rivolto maggiormente ai colonizzatori e coinvolgeva ancora poco i colonizzati. La formazione che gli africani avevano ricevuto in Europa non era stata limitata al profilo didattico, ma inevitabilmente aveva coinvolto anche quello culturale e per così dire “valoriale”; gli abitanti delle colonie li vedevano come “occidentalizzati” e dunque li percepivano lontani. Si stavano infatti formando delle élites locali che usando categorie e concetti occidentali rivendicavano indipendenza o perlomeno maggiore autonomia per i loro paesi.

Le tesi della protesta erano influenzate trasversalmente da ideologie transnazionali come il panafricanismo che auspicava all’unione del continente africano, poiché il colonizzatore l’aveva diviso per indebolirlo e governarlo in maniera più agevole. La logica machiavellica divide ut impera era stata applicata nella conquista del continente e l’ideologia panafricana mirava al superamento delle divisioni al fine di creare un’entità forte che potesse riscattarsi dagli abusi e dalle umiliazioni subite dai suoli popoli e dal suo territorio. Nel quinto congresso panafricano che si tenne a Manchester nel 1945, si affermò per la prima volta la forte volontà di indipendenza delle colonie; non bastava più la concessione di maggiore autonomia, si pretendeva l’indipendenza. Quest’evento fu estremamente importante per l’internazionalizzazione della questione coloniale e per l’identificazione dell’imperialismo quale forma di oppressione esercitata su società e popoli che avevano invece il diritto all’autodeterminazione.

Dopo la seconda guerra mondiale, gli orrori commessi nei campi di concentramento nazisti vengono resi noti dai mezzi di comunicazione dell’epoca e ciò provoca una sensibilizzazione maggiore dell’opinione pubblica riguardo la tematica dei diritti umani. Dopo la nascita delle Nazioni Unite si preparano i lavori per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, che confermano questa tendenza. Nelle colonie questi eventi crearono enorme fermento e diedero nuova forza alle opposizioni alimentando l’organizzazione di proteste. Nelle grandi città africane infatti si organizzarono manifestazioni, si moltiplicarono giornali, riviste e radio, mentre le élites intellettuali continuavano la loro attività, riuscendo a coinvolgere livelli diversi della società; la stragrande maggioranza della popolazione che rimaneva analfabeta veniva resa cosciente grazie al ruolo svolto dal cinema che all’epoca era sia un mezzo di intrattenimento che di informazione di massa. I mezzi di comunicazione svolsero un ruolo determinante nel trasmettere in maniera estremamente rapida informazioni da un capo all’altro del mondo. Il ritmo con il quale avvenne la decolonizzazione lungo il continente africano, fu probabilmente funzione della rapidità con la quale si stavano susseguendo nel mondo cambiamenti ed innovazioni sotto il profilo sociale e culturale.

Al giorno d’oggi non sorprende il ruolo che i media ebbero nell’accelerare i percorsi delle ex colonie verso l’indipendenza, ma a quel tempo era forse più difficile intuirne la portata; basti pensare che nel 1958 la quinta repubblica trasforma l’”Unione francese” nella “Communauté”, sull’esempio del Commonwealth britannico, la quale però cessò di esistere solamente due anni dopo quando, dal 1960 al 1963 i paesi dell’Africa subsahariana si resero indipendenti. Sempre nel 1960 anche il Belgio decise di lasciare il Congo e gli inglesi fecero lo stesso: la Nigeria divenne indipendente nel 1960, il Tanganica nel 1961, l’Uganda nel 1962, il Kenya nel 1963, gli attuali Malawi e Zambia nel 1964. Gli episodi più violenti si riscontrarono nelle cosiddette colonie di insediamento, dove era maggiore la presenza dei bianchi, i quali non avevano la minima intenzione di rinunciare ai propri privilegi; forti scontri avvennero nell’odierno Zimbabwe che ottenne l’indipendenza solamente nel 1979.

Conclusioni

Questo breve elaborato si è proposto di illustrare come la decolonizzazione in Africa non sia stata un processo, “ma un insieme di attività e di eventi convulsi”, portati avanti da uomini, i quali hanno subito la mutilazione delle proprie identità e la cancellazione della loro storia.

Anche se può sembrare scontato, è importante ricordare che la decolonizzazione è esistita perché è stata preceduta da una colonizzazione e l’impronta che quest’ultima ha impresso sul continente africano rimane indelebile. L’indipendenza si rivendicava in opposizione alla forma di dominazione alla quale si era sottoposti. L’ingerenza di una cultura su di un’altra, nella forma di violenza sistematica che ha assunto nell’epoca dell’imperialismo coloniale, ha generato società ibride che incorporano elementi a loro totalmente estranei. La formazione, ad esempio, di associazioni quali i partiti politici o le organizzazioni sindacali, testimonia come istituti occidentali vengano integrati dagli africani ed utilizzati nella lotta anti-coloniale. Queste forme di integrazione possono essere state attuate consapevolmente sulla base del fatto che per combattere il nemico bisognasse imparare ad usare le sue armi o inconsapevolmente; in quest’ultima ipotesi sarebbe stata accettata naturalmente la validità del modello occidentale in confronto all’inadeguatezza dei propri modelli. Emblematica in questo senso è la formazione dei “movimenti di liberazione nazionale”; in Africa i confini nazionali sono stati arbitrariamente imposti dagli europei, senza tenere in alcuna considerazione la geografia dei luoghi, ma vengono accettati e rivendicati dagli africani nei percorsi di decolonizzazione.

L’imposizione di realtà politico istituzionali estranee al retaggio storico delle società africane, ma da queste accettate ed integrate, è una delle cause dei molti problemi che affliggono l’Africa contemporanea; ottenuta l’indipendenza e cacciata la potenza occupante, rimangono le sue sedi istituzionali, dove si insedieranno adesso gli africani che proveranno senza successo ad imitare gli europei. Molti autori infatti ritengono che la decolonizzazione sia rimasta incompiuta proprio perché ha rappresentato una semplice devoluzione di potere politico, la quale non è stata correlata dall’acquisizione di competenze e questo ha portato inevitabilmente ad un uso improprio di forme ed istituzioni ereditate dalla società occidentale.

AfroFocus, cercando l’Africa vera – a cura di Marco Cochi

AfroFocus è il blog che Marco Cochi – redattore di Geopolitica.info fin dai suoi primi passi nella rete – dedica all’Africa e al suo percorso di sviluppo nel Ventunesimo secolo.

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Lontano dagli stereotipi del mondo occidentale, AfroFocus racconta un continente dinamico e ottimista con approfondimenti che spaziano dalla economia, alla politica passando per la cultura e la protezione dei diritti umani.

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La corsa all’ accaparramento delle terre
In Africa, in Asia e in America latina, da alcuni anni tiene banco il controverso tema dell’accaparramento di terre – in inglese, land grabbing – ovverosia l’acquisizione di larghi appezzamenti, da parte di soggetti stranieri pubblici o privati, per la coltivazione di prodotti destinati al mercato nazionale ed estero.

La corsa all’ accaparramento delle terre - Geopolitica.info
Un fenomeno che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008 e che, secondo i dati dell’International Land Coalition, ha registrato negli ultimi dieci anni la vendita di 106 milioni di ettari di terreno nei paesi in via di sviluppo. Per avere un’idea più precisa basti pensare che in questo momento nei paesi più poveri ogni quattro giorni un’area di terra più grande dell’intera città di Roma viene venduta ad investitori stranieri. Questi terreni, se fossero coltivati potrebbero dar da mangiare al miliardo di esseri umani che oggi soffrono la fame. Ma due terzi dei nuovi proprietari prevedono di esportare tutto quello che su queste terre viene e verrà prodotto. Quasi il 60% di questa terra inoltre è destinata a colture utilizzabili per i biocarburanti. Quando invece servirebbero maggiori investimenti a favore dei piccoli agricoltori.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi. Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania. Oltre all’affitto di migliaia di ettari in Algeria, in Mauritania, in Angola e in Botswana. Senza dimenticare che i terreni non vengono solo coltivati, ma forniscono anche immense risorse minerarie che chiaramente Pechino sfrutta a man bassa senza alcun beneficio per le popolazioni locali.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare cinquantamila ettari in Laos, sessantanovemila in Indonesia, diecimila in Paraguay e anche in Uruguay. Ma il grosso degli acquisti gli indiani lo hanno fatto in Argentina dove hanno acquistato 614mila ettari di terreno, poi, in ordine decrescente, in Etiopia (370mila ettari), in Malesia (289mila ettari) e in Madagascar (232mila ettari).

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America. Mentre, prima della rivolta di febbraio, la Libia aveva barattato un contratto di fornitura di gas all’Ucraina in cambio di 247mila ettari di terreno. Non mancano infine le solite multinazionali del cosiddetto “primo mondo”, in prevalenza industrie alimentari ma anche industrie minerarie.

Numerosi istituti di ricerca e agenzie governative internazionali sostengono che il fenomeno del land grabbing potrebbe rappresentare un’importante occasione di sviluppo e apportare benefici economici non soltanto agli investitori stranieri ma anche ai paesi destinatari degli investimenti. Gli accordi commerciali per l’acquisto della terra permetterebbero ai paesi africani di aumentare la produttività agricola e di liberarsi dalla dipendenza dagli aiuti stranieri. Sono soprattutto le istituzioni finanziarie internazionali a incoraggiare questi accordi tra le grandi multinazionali e i paesi in via di sviluppo.

Negli ultimi mesi, il land grabbing è stato oggetto di studio della Commissione delle Nazioni Unite sulla sicurezza Alimentare Mondiale. Il forum dell’Onu ha adottato un documento che contiene le linee guida per proteggere le popolazioni locali dai danni provocati da questa pratica, in cui vengono stabilite regole di trasparenza rispetto alle procedure di investimento e acquisizione della proprietà dei suoli, rafforzando il ruolo e la partecipazione degli agricoltori locali e delle piccole aziende.

Nello studio viene riconosciuto agli investimenti pubblici e privati il ruolo indispensabile di migliorare la sicurezza alimentare dei paesi più poveri, ma raccomandata la messa in atto di meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali. Queste linee guida costituiscono un importante punto di riferimento per le autorità nazionali, ma anche per gli investitori e i gruppi della società civile che si occupano delle questioni legate alla difesa dei diritti delle comunità rurali.

Un rapporto di Oxfam, dal titolo “Chi ci prende la terra, ci prende la vita”, evidenzia come errate strategie di investimento possono incidere negativamente sulle capacità di sussistenza delle comunità interessate; la deforestazione, provocata dallo sfruttamento delle terre, può inoltre contribuire alla perdita della biodiversità e delle riserve forestali.

In una migliore ipotesi, diversi sono i benefici che si potrebbero trarre dal business degli investimenti fondiari: l’aumento delle riserve in valuta estera; una maggiore disponibilità di prodotti agricoli per le industrie di trasformazione e, non ultimo, un aumento delle opportunità di impiego e del reddito nazionale, derivante dall’affitto delle terre.

Per massimizzare tali benefici sarebbe necessario attivare un sistema di monitoraggio e supporto per gli investitori (sia nazionali che stranieri), che contribuirebbe a ridurre gli effetti negativi della degradazione delle risorse naturali; intensificare i legami e la partecipazione di tutte le parti interessate dal processo di affitto delle terre, così da accrescere la sostenibilità sociale e da creare mezzi di sussistenza alternativi.

L’International Food Policy Research Institute, ritiene che gli accordi commerciali per le acquisizioni delle terre possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotti in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti. Nel frattempo i governi africani guardano con interesse a queste transazioni, soprattutto per l’ingresso di valuta estera e per il carico fiscale da applicare alle aziende straniere, cercando di attrarre nuovi investimenti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento che rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa. 

A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà

Geopolitica.info ha discusso con Marco Cochi, giornalista professionista esperto di questioni legate al continente africano e da tre anni alla direzione dell’Ufficio cooperazione decentrata di Roma Capitale.  
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A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà - Geopolitica.info

Lo scorso giugno, l’Ocse ha pubblicato l’edizione 2011 del “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero”. Quello che emerge dall’analisi fatta è che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e dal 2010 fa segnare l’avvio della ripresa. L’aumento dei generi alimentari e l’aumento del greggio, hanno rallentato la media del Pil africano che, comunque alla fine del 2011 la stima è stata intorno al +3,7%, mentre le previsioni per il 2012 sono di una crescita vicino al 6%. Pensa che sia incominciato il riscatto?

Non c’è dubbio che l’Ocse nel “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero” rilevi che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e che ben sei Stati africani figurano nella classifica mondiale dei dieci paesi che hanno registrato la crescita economica più rapida. Dati confortanti che lasciano spazio a un cauto ottimismo, ma non possiamo non considerare che gli indicatori utilizzati dagli analisti Ocse tendono a valutare come una singola entità il secondo continente più vasto del mondo dopo l’Asia. Con un’estensione più che tripla rispetto all’Europa e con 55 Stati, ognuno sensibilmente diverso l’uno dall’altro. Dove il Sudafrica, da solo, produce il 45 per cento di tutto il prodotto interno lordo del continente e dove lo Zimbabwe viaggia al ritmo del meno 4,4 per cento, con un’inflazione che nel 2008 raggiunse il 150.888,87 per cento.

Se proviamo ad esaminare la situazione economica del continente nella sua globalità possiamo constatare che 300 milioni di africani hanno in media una possibilità di spesa variabile tra i 2 e i 10 dollari, accompagnata da un alto tasso di povertà. Mentre il 60 per cento non può usufruire di un sistema sanitario né di quello scolastico. E tutto questo mentre Aids, tubercolosi, malaria e non solo, continuano a imperversare, anche grazie a un’industria farmaceutica che impegna più risorse nel tentativo di difendere i propri brevetti che in ricerca e sviluppo.

Comincerei quindi a parlare di riscatto quando i tassi di crescita saranno accompagnati da una significativa riduzione della povertà.

Il land grabbing più semplicemente noto alla cronaca come “accaparramento delle terre” nel sud del mondo, sta diventando un fenomeno di proporzioni piuttosto preoccupanti, tanto che molti parlano già di “colonialismo comprato”. L’Africa sotto questo punto di vista come e in che modo ne è coinvolta? Può spiegarci di cosa si tratta?

Come ha specificato nella domanda, land grabbing è la locuzione inglese entrata in uso per indicare il fenomeno dell’accaparramento delle terre, in termini compiuti si intende l’acquisto o l’affitto di estese superfici di terra arabile in Africa e in forma minore in Asia e in America latina da parte di soggetti stranieri pubblici o privati. Una formula tanto in voga nei paesi emergenti, che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari, ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi.

Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800 mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare centinaia di migliaia di ettari di terreno in Argentina, in Etiopia, in Malesia e in Madagascar.

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America.

Le drammatiche dimensioni raggiunte dal fenomeno del land grabbing sono testimoniate da un recente rapporto dell’International Food Policy Research Institute che rileva come in pochissimi anni le transazioni concluse e in corso riguardano circa 50 milioni di ettari (una superficie pari a quella della Spagna); mentre dalla metà del 2008 alla fine del 2010 sono stati conclusi più di 200 accordi commerciali (la maggior parte dei quali proprio in Africa).

Ovviamente, gli investitori stranieri assicurano ai governi ospitanti la costruzione di infrastrutture, la creazione di migliaia di posti di lavoro e grazie all’introduzione di nuove tecnologie, un aumento della produttività tale da soddisfare non solo le richieste dei mercati di destinazione ma anche i bisogni alimentari delle popolazioni locali. Tuttavia, tali transazioni possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotte in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento e rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa. E sarebbe anche lecito chiedersi perché si vendano per pochi soldi questi terreni, quando nel Corno d’Africa la gente muore di fame.

In riferimento alle energie rinnovabili, è dell’ultimo mese la notizia che la commissione economica dell’ Onu per l’Africa ha lanciato un piano da 623 mila dollari che riguarderà “meccanismi innovativi” per finanziare progetti di energia rinnovabile nei paesi del Nordafrica. Secondo Lei in Africa è in atto un piano strategico per quanto riguarda le energie rinnovabili? E se si, cosa potrebbe cambiare?

Dopo la chiusura del recente vertice di Durban sul cambiamento climatico, il continente africano ha dato prova di voler promuovere con maggior vigore lo sviluppo delle energie rinnovabili. In questa direzione giungono molti segnali da diversi paesi, a cominciare proprio dal Sudafrica, che ha ospitato la conferenza internazionale.

L’esecutivo di Pretoria riceverà un forte sostegno nella realizzazione di progetti nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica in seguito a un accordo sottoscritto con Regno Unito, Germania, Danimarca, Norvegia e la Banca europea degli investimenti. In Burkina Faso, invece, sorgerà la più grande centrale termosolare dell’Africa sub-sahariana. Anche in Nord Africa, esattamente in Tunisia, sarà presto avviata una serie di progetti nel settore delle rinnovabili, finanziati con un prestito di oltre 80 milioni di euro concessi dalla Germania nel quadro di un accordo di cooperazione tecnica e finanziaria tra i due paesi.

Il settore delle cosiddette “energie alternative” riveste sicuramente un’importanza strategica per il continente africano, che per mezzo di un opportuno sfruttamento delle fonti rinnovabili potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, da sempre uno tra gli ostacoli principali al suo sviluppo. Allo stesso modo, il ricorso alle tecnologie verdi potrebbe rappresentare per l’Africa un’importante opportunità di crescita economica, diretta a favorire gli investimenti interni e ad attrarre quelli internazionali. L’incremento dell’energia verde potrebbe anche svolgere un ruolo determinante per lo sviluppo sociale del continente, contribuendo a migliorarne gli standard di vita della popolazione, che in termini occupazionali beneficerebbe della realizzazione di impianti solari, geotermici, idroelettrici o eolici.

E’ di questi ultimi giorni la notizia che dietro l’attacco compiuto lo scorso 20 febbraio al mercato di Maiduguri, nel nord della Nigeria, c’è la mano della setta Boko Haram, legata al fondamentalismo islamico, il bilancio dell’attacco non è ancora chiaro, ma si parla di trenta vittime. Tali rivolte secondo Lei, indicano un forte antioccidentalismo o è il cosiddetto “falso obiettivo” per celare interessi ai più nascosti da giochi geopolitici molto più elevati? Quali interessi possono nascondersi dietro questa setta?

Poco più di due mesi fa il presidente Jonathan Goodluck definì “la situazione odierna nella Nigeria peggiore di quella dei tempi della guerra civile”. Facendo esplicito riferimento al rischio dello scoppio di un conflitto etnico-tribale nello Stato dell’Africa occidentale, addirittura più sanguinoso di quello che tra il luglio 1967 e il gennaio 1970 provocò un milione di morti per la secessione delle province sudorientali costituitesi nella Repubblica autonoma del Biafra.

La guerra del Biafra aveva radici etniche e politiche, mentre gli attentati della setta radicale islamica Boko Haram, oltre alle componenti etniche e politiche, implicano anche dimensioni sociali, religiose e criminali. C’è poi da considerare che durante la guerra civile il governo si trovò ad affrontare un nemico convenzionale e non un esercito di “senzavolto”, che negli ultimi due anni ha insanguinato il Nord scuotendo nelle fondamenta un paese di quasi 160 milioni di abitanti, primo esportatore di petrolio del continente, secondo alcuni analisti destinato a scalzare il Sudafrica entro 15 anni come principale economia africana.

C’è innanzi tutto da constatare che la linea dura decisa dall’esecutivo di Abuja – nonostante i danni inflitti al gruppo islamico fondato nel 2002 dal leader religioso Mohammed Yusuf – non ha raggiunto l’obiettivo sperato, soprattutto a causa di un’inefficace attività preventiva di intelligence e la mancanza di cooperazione tra le forze di sicurezza e le parti sociali interessate. Questo ha permesso a Boko Haram di acquisire notorietà a livello nazionale e di presentarsi come una guida per i musulmani.

Oltre al fanatismo religioso, il movimento integralista fa leva su una crisi economica che ha avuto nella vicenda dell’aumento del prezzo della benzina il suo più evidente indicatore. Dal primo gennaio 2012 il prezzo della benzina è raddoppiato da un giorno all’altro, con l’immediato effetto di far decollare il costo della vita, a cominciare dal prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, usati dalla grande maggioranza dei nigeriani, il cui reddito procapite è di due dollari al giorno.

Il governo ha motivato il provvedimento di aumento del prezzo del carburante con il desiderio di liberare risorse per costruire infrastrutture e creare posti di lavoro. Ma ai nigeriani riesce difficile fidarsi di una burocrazia tra le più corrotte al mondo, accettando un simile provvedimento nel primo paese produttore di petrolio del continente africano.

In questo contesto, fatto di conflittualità etnica, di epurazioni religiose, di tensione sociale e di mancanza di prospettiva, i gruppi intransigenti musulmani sunniti e wahabiti, riccamente finanziati da fondazioni saudite, trovano terreno fertile nel penetrare nel ventre molle della società rurale del Nord con il loro sostegno finanziario e la loro politica di proselitismo.

Si sono formulate varie ipotesi per capire quali siano gli obiettivi e gli interessi che si muovono dietro alla sigla di Boko Haram. L’obiettivo dichiarato del gruppo è quello di istituire un nuovo califfato, estendendo la sharia a tutto il territorio nazionale (da notare che la legge coranica è già in vigore in 12 Stati della Federazione). Per quanto riguarda gli interessi grava il sospetto che il gruppo conti sul sostegno di settori delle élite del nord musulmano che non hanno digerito l’elezione di Goodluck, un presidente del sud petrolifero e cristiano. Questo appoggio è stato importante anche in passato. Politici e governatori di Stati del nord ebbero il sostegno di Boko Haram dieci anni fa, quando introdussero la sharia come fonte legislativa. In questo modo, peggiorarono le cose…

Per concludere, il continente Africano che è stato e si spera sia sempre meno territorio di conquista sia dal punto economico che di spoliazione delle sue risorse, ha bisogno di una propria autonomia, sostegno che può derivare solo da una forte classe dirigenziale e da un appoggio sincero delle potenze occidentali ed orientali. Cosa si può augurare nel prossimo futuro per rendere l’Africa più stabile e prospera?

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che l’Africa diventi un continente stabile e prospero, ma è pur vero che negli ultimi anni le economie di alcuni paesi africani si sono dimostrate competitive, diversificate e impegnate su un percorso di crescita. L’Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace affidandosi di più al settore privato e aprendo i suoi mercati ai capitali esteri. Inoltre, la sua giovane popolazione e le sue abbondanti risorse naturali creano le premesse affinché possa diventare un continente ricco di promesse per milioni di persone.

Guinea: Il traffico di droga nel Golfo di Guinea – Parte II

Non si possono trascurare, tra le cause endogene del fenomeno criminale, i problemi di natura economico-sociale che gravano sull’intero continente africano. Gli Stati dell’Africa occidentale sono avviluppati, alla pari di molti altri ed a differenza di poche e ben individuabili eccezioni, nella spirale della povertà che martirizza larghe fasce della popolazione. La miseria diffusa e la frequente impossibilità di sopperire alle più elementari esigenze alimentari ed agli altri bisogni primari producono le condizioni ideali per la proliferazione delle reti delinquenziali. Risulta agevole per i narcotrafficanti, dotati di consistenti risorse finanziarie, procurarsi braccia per compiere le attività di più basso livello, nonché appoggi logistici e connivenze in seno alla popolazione non attivamente coinvolta nelle attività criminali.

Guinea: Il traffico di droga nel Golfo di Guinea – Parte II - Geopolitica.info

Alle drammatiche condizioni dei disoccupati e di quanti sono impegnati in occupazioni saltuarie o erratiche sono spesso accomunati i funzionari pubblici, colpiti dalla graduale e costante perdita di valore del proprio salario, sotto i colpi dell’inflazione e della crescita dell’indebitamento statale. L’indebolimento delle garanzie offerte a strati sociali un tempo considerati al riparo dalle fluttuazioni dell’economia ha dato la stura a diffusi fenomeni di corruzione e di gestione clientelare e neo-patrimonialista già insiti nella mentalità invalsa tra i pubblici ufficiali. L’insicurezza spinge gli amministratori pubblici, qualsiasi carica essi ricoprano, alla connivenza col traffico di droga. Inoltre, nella realtà africana il vincolo di fedeltà riconosciuto a reti informali su base familistica o tribale è superiore a quello che lega gli individui alle istituzioni statuali. Le “identità incorporate” (l’appartenenza al clan) finiscono quasi sempre per prevalere sulle “identità separate” (la cittadinanza). Ciò produce, nei cittadini africani, una spiccata propensione ad avallare comportamenti deviati, pur percependoli come tali, per non incorrere nel biasimo della comunità di appartenenza e per tentare di partecipare alla spartizione dei profitti.

Se è vero che l’inedia funge da brodo di coltura per la diffusione di comportamenti illeciti, non si può trascurare il carattere oramai imprenditoriale delle attività legate al narcotraffico. Ad esempio, sono ormai note le connivenze tra i cartelli sudamericani e le cosche africane, in particolare nigeriane. Inoltre, per gestire i proventi del commercio di cocaina le organizzazioni malavitose adoperano i circuiti finanziari internazionali, compresi i cd. paradisi fiscali, tanto che l’Ocse ha dedicato un recente studio alle forme di riciclaggio del denaro sporco impiegate dai cartelli africani. 
Come accennato in precedenza, la situazione interna dei Paesi del Golfo di Guinea non esaurisce il novero delle cause che hanno portato il traffico di cocaina ad assumere i contorni attuali. Per chiudere il cerchio, è opportuno ricordare alcune circostanze esterne che incidono sulla condotta dei narcotrafficanti. In primo luogo l’esponenziale incremento del consumo di cocaina in Europa: nel Vecchio Continente il numero stimato dei consumatori è passato dai 3,5 milioni del 2006 ai 5,5 milioni del 2008. L’espansione del mercato è localizzata principalmente nel Regno Unito ed in Spagna (ciò non significa, ovviamente, che i restanti Paesi dell’Unione europea ne siano immuni). Negli ultimi anni la cocaina ha soppiantato altri stupefacenti in termini di capillare distribuzione sul mercato europeo. Nel corso degli anni Novanta, il consumo di eroina ha subito un tracollo (benché oggi si parli di un suo progressivo ritorno sulla scena del consumo), mentre quello di cocaina ha vissuto un incremento marcato. Contestualmente, è stata accertata la riduzione della diffusione della cocaina sul mercato statunitense, tradizionalmente il più recettivo. Negli ultimi due decenni si è registrata una diminuzione della domanda pari al 50%. Tale riduzione è stata resa possibile dalle misure di contrasto sempre più efficaci che le autorità statunitensi hanno saputo elaborare ed attuare, coinvolgendo operativamente i Paesi di produzione e di transito. La coltivazione della coca, da cui deriva, dopo diversi passaggi, lo stupefacente appunto noto come cocaina, è concentrata in un’area molto circoscritta del globo: Bolivia, Colombia e Perù ne sono i principali esportatori. In questi Paesi, nonché nelle aree di transito, le attività criminali sono state contrastate attraverso il dispiegamento di specialisti del settore, l’addestramento delle forze di polizia e il rafforzamento dei controlli alle frontiere. Condizione indispensabile per conseguire risultati validi è, quindi, la cooperazione intergovernativa.

È ora possibile, dopo aver sommariamente ricostruito le radici del fenomeno criminoso, descriverne le conseguenze. Il transito della cocaina dal Golfo di Guinea in direzione dell’Europa ne ha prodotto un calo dei prezzi di vendita al dettaglio. L’incremento della domanda nell’area dell’Unione europea è in relazione biunivoca con l’abbassamento dei prezzi al consumo: da una parte, la maggior richiesta incentiva i trafficanti ad inondare il mercato; dall’altra, il transito sicuro e a basso costo dal Golfo di Guinea consente un maggiore afflusso, che esercita una pressione calmierante sui prezzi. 
Lo storno di cocaina in direzione dell’Europa ha altresì prodotto una crescita del consumo di droga anche in Africa. Tradizionalmente, questo tipo di stupefacente non ha trovato un humus fertile nel continente, a causa del prezzo elevato che ne impediva l’acquisto da parte dei locali. L’immissione sul mercato africano di una parte dei carichi diretti in Europa ha mutato lo scenario, rendendo disponibile ai potenziali consumatori la sostanza a condizioni più favorevoli (soprattutto nella versione “tagliata” conosciuta come crack-cocaine). Il consumo di droga, dopo aver piagato i tessuti sociali dei Paesi industrializzati e di alcuni Paesi in via di sviluppo, si sta diffondendo ora nel Golfo di Guinea, dove sinora l’unico stupefacente prodotto e consumato sul territorio era stata la marijuana. 
Le opportunità lucrative offerte dal narcotraffico possono, inoltre, generare un peggioramento dei fenomeni di corruzione e inoculata gestione amministrativa (descritti in precedenza). Il denaro circolante per effetto del transito della cocaina in questa regione costituisce una facile fonte di guadagno per chiunque operi nel settore, anche esternamente. Sempre più persone, dunque, saranno sedotte dalle possibilità di guadagno e distolte da attività lecite, ma decisamente meno remunerative. Inoltre, come conseguenza indiretta, l’afflusso e la circolazione di ingenti quantità di denaro dà luogo a spinte inflattive che danneggiano quanti risultano estranei alle logiche malavitose. Nondimeno, il radicamento delle reti criminali mina le fondamenta del processo di costruzione di entità statuali solide e resistenti alle influenze esercitate da attori esterni. Tali organizzazioni assumono sovente carattere transnazionale ed operano senza difficoltà in contesti geografici diversi, ramificandosi anche grazie al sostegno degli emigranti stabilitisi in Europa.
Sarebbe eccessivo soffermarsi sulla gravità dei rischi corsi dai Paesi toccati dalla dinamica sin qui descritta, più utile risulta invece la formulazione di alcune proposte per orientare l’attività di contrasto cui la comunità internazionale è chiamata a contribuire, precisando che le stesse non si presumono né risolutive né di facile implementazione.

Al fine di contrastare il fenomeno del traffico di cocaina attraverso l’Africa è opportuno operare in una duplice direzione: da una parte, intervenire a livello sociale e normativo nei Paesi dove lo stupefacente è consumato, stimolando una contrazione della domanda, dall’altra agire direttamente nel Golfo di Guinea, esercitando pressione sugli Stati interessati dal fenomeno del transito. 
In questo contesto è consigliabile attuare misure di consolidamento dell’autorità statuale legittima, mediante percorsi formativi rivolti ai dipendenti della pubblica amministrazione, segnatamente operanti nelle zone più periferiche. La diffusione capillare della rete burocratica è condizione imprescindibile nel travagliato percorso che conduce al consolidamento di istituzioni altrimenti claudicanti. Il rapporto centro/periferia rappresenta per i governi africani un banco di prova della propria legittimazione quali rappresentanti dell’intero corpo sociale nazionale. Le peculiarità etniche, confessionali e linguistiche dei gruppi presenti sul territorio espongono gli Stati del continente al rischio di conflittualità e rivendicazioni. L’Italia potrebbe incentrare la propria strategia cooperativa sul trasferimento, mutatis mutandis, del modello amministrativo su base comunale, applicato secondo il principio di sussidiarietà. Lontano dalla capitale e dai centri più importanti, infatti, lo Stato è incapace di assicurare alcunché ai cittadini, a causa dei problemi esposti nella prima parte di questo lavoro. È in queste aree che le reti informali mantengono una rilevanza ragguardevole, agevolando il lavoro dei trafficanti. Per spezzare il vincolo di fedeltà ai gruppi etnici e clanici è necessario realizzare la fornitura dei servizi pubblici essenziali da parte delle strutture statali: il senso di appartenenza è indirizzato verso i soggetti che aiutano individui e famiglie a sopperire alle proprie necessità primarie. Un aumento cospicuo delle capacità di governo promuovono la formazione, inoltre, potrebbe favorire la formazione di soggetti politici non necessariamente fondate sull’appartenenza tribale, ma su identità collettive separate e repertori conflittuali di minore intensità, regolati da prassi condivise e inerenti una gamma più vasta di territori, popolazioni e tematiche.

In aggiunta a questo processo di rafforzamento dell’autorità statale, che sortirà effetti solo nel lungo periodo, le forze di polizia ed i militari locali possono essere coadiuvati, nell’esercizio delle loro funzioni, da colleghi provenienti dai Paesi europei, nonché dagli Stati Uniti, previa la sottoscrizione di accordi bilaterali con gli Stati sui cui territori tali attività insisteranno. 
Il traffico di cocaina attraverso il territorio africano assurge a banco di prova della capacità, da parte dei Paesi direttamente coinvolti, di assumere il controllo dell’intero territorio nazionale, garantendo sicurezza e stabilità, nonché la fornitura dei servizi pubblici essenziali. La scarsità di risorse a ciò destinabili e la mancanza di expertise amministrativo impongono un intervento internazionale, in particolare a carico degli Stati europei, sui cui mercati gli stupefacenti saranno introdotti, con le nefaste conseguenze cui l’opinione pubblica è purtroppo abituata a confrontarsi. 
 

*Seconda parte di un articolo che riepiloga l’analisi curata da Gabriele Natalizia, Alessandro Ricci e Francesco Tajani su incarico dell’Ufficio del Rappresentante Personale per l’Africa del Presidente del Consiglio dei Ministri in occasione del vertice G-8 del luglio 2009.

Guinea: Il traffico di droga nel Golfo di Guinea – Parte I

Nell’ultimo decennio il fenomeno del traffico di droga in transito dall’Africa ha assunto proporzioni preoccupanti. L’Africa è sempre più sovente utilizzata come luogo di transito e base logistica per il traffico di droga in direzione delle destinazioni finali (principalmente l’Europa), dove sarà introdotta nel mercato al dettaglio. A seconda del tipo di stupefacenti trasportati, i narcotrafficanti hanno tracciato delle vere e proprie rotte della droga, lungo le quali è stato organizzato un capillare ed efficace apparato logistico.

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La cocaina, proveniente dall’America Latina, transita nel Golfo di Guinea alla volta del mercato europeo, altamente lucrativo per effetto di una domanda in costante aumento. L’eroina, in arrivo dall’Asia centrale, dove si concentra la fetta più consistente della produzione mondiale, passa attraverso l’Africa orientale e meridionale, per concludere il suo viaggio in Nord America. L’hashish, prodotto principalmente in Marocco e negli altri Paesi del Nord Africa, è trasportato in Europa e, sempre più frequentemente, nel Vicino Oriente. Malgrado in queste pagine l’attenzione sia focalizzata sul traffico di cocaina, esistono numerose analogie coi canali di smercio delle altre sostanze stupefacenti.

Le rotte di questo commercio mutano a seconda delle circostanze economiche, sociali e politiche nelle quali operano le organizzazioni criminali e, a seconda delle contingenze, i narcotrafficanti utilizzano i mezzi più disparati per trasferire i carichi di cocaina nel Golfo di Guinea. Il trasporto marittimo è senza dubbio il canale di spedizione privilegiato, seguito da quello per via aerea, in virtù dei costi ridotti e del livello di rischio relativamente basso. Dal luogo di approdo o di atterraggio, la cocaina non viene immediatamente movimentata in direzione del mercato finale, ma spesso attraversa le labili frontiere interstatali della regione per raggiungere luoghi sicuri di stoccaggio e smistamento, in attesa delle condizioni più sicure per farla dirigere in Europa. Secondo le stime dell’UNODC – Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (che potrebbero sottostimare le reali dimensioni del fenomeno), circa il 27% delle 146 tonnellate di cocaina che ogni anno raggiungono l’Europa transiterebbero attraverso l’Africa. Il 98% della polvere bianca è solo di passaggio nel Golfo di Guinea, essendo destinata a raggiungere la ben più redditizia piazza europea. Gli elementi che segnalano la crescente rilevanza del ruolo africano nello smercio della cocaina non possono però fornire indicazioni altrettanto precise circa le effettive quantità di stupefacenti in passaggio dal continente. 
Le cause che hanno originato il fenomeno e ne hanno provocato la recente recrudescenza sono molteplici e di diversa natura. È possibile ripartirle, secondo una classificazione “genetica”, in endogene ed esogene. Tra le prime figurano i sempiterni problemi di carattere politico che affliggono l’Africa, e che si manifestano con tutta evidenza in alcuni Paesi del Golfo di Guinea. Non a caso, sono proprio questi i contesti in cui la piaga del narcotraffico si è diffusa più rapidamente, generando conseguenze potenzialmente esiziali per i già precari equilibri socio-politici locali.

I diversi Stati che affacciano sul Golfo di Guinea sono accomunati dalla fragilità degli ordinamenti e dalla carenza di strutture burocratico-amministrative capaci di estendere il proprio controllo all’intero territorio nazionale e all’insieme delle attività su di esso insistenti. È questo un tratto caratteristico di molti governi africani, i quali, a fronte dei tentativi spesso infruttuosi di costruire un’architettura amministrativa di stampo europeo, hanno optato in tempi recenti per una forma di regolamentazione e di controllo più blanda, non necessariamente esercitata sull’intera popolazione o coincidente coi confini nazionali. Sempre più frequentemente, i governi africani hanno scelto di esercitare un’effettiva sovranità solo su aree circoscritte del territorio, quali la capitale (sede nevralgica in funzione della legittimazione nell’arena internazionale), eventuali altre città di rilevante importanza e le zone del Paese dove sono ubicati giacimenti, miniere o altre fonti di quelle materie prime che costituiscono, in molti casi, l’ossatura dell’economia e la principale o unica risorsa allocabile sui mercati internazionali. Ampie porzioni di territorio restano così prive di un effettivo esercizio del potere coercitivo legittimo, tanto da consentire la nascita e la proliferazione di attori di natura non statuale, sull’operato dei quali l’autorità centrale non è in grado di influire. Quanto più basso è il livello di controllo che le istituzioni sono in grado di esercitare sul territorio, tanto più esponenziale è il rischio che, in seno allo stesso, si rafforzino gli attori criminali, i quali traggono giovamento dall’assenza di strutture capillari di contrasto alle loro attività. I governi africani non hanno sempre abdicato alle proprie funzioni su base volontaria, ma talvolta vi sono stati costretti dalla mancanza di risorse economiche destinabili al controllo del territorio. Gli antagonisti del potere legittimo poggiano su basi ben più solide: ad esempio, i proventi del traffico di cocaina sono superiori al Pil di Gambia, Guinea Bissau, Capo Verde e Sierra Leone.

In questo quadrante geografico alcuni Stati rischiano di perdere legittimazione in favore di network criminali transnazionali che dispongono di capitali più consistenti, di mezzi militari di pari livello e che, spesso, godono dell’appoggio di padrini politici esterni. In tali contesti, la lotta contro il narcotraffico è certamente impari, data l’ineguale distribuzione di forze tra i contendenti. Se la fragilità delle istituzioni costituisce il tratto più marcato ed evidente della realtà politica africana, altrettanto meritevole di menzione è la loro permeabilità agli impulsi esterni. Laddove vige lo Stato di diritto, questo fenomeno potrebbe essere definito, in accordo con le peculiarità delle singole situazioni, cattura del regolatore o corruzione. Spesso, nei Paesi rivieraschi del Golfo di Guinea, si assiste ad un più preoccupante intreccio tra le istituzioni e gli interessi privati, che sconfina in vere e proprie commistioni tra pubblici poteri e reti criminali. La scarsità di risorse e la gestione neopatrimonialista della “cosa pubblica” hanno facilitato la penetrazione degli interessi criminali legati al narcotraffico nei gangli vitali degli stessi Stati. Rilevante, tra le cause politiche del transito di droga dall’Africa, è anche il ruolo delle forze armate nelle vicende nazionali. Queste detengono tuttora un vasto potere di ingerenza, in grado di condizionare la vita politica nazionale, pur essendo tramontata l’epoca dei frequenti colpi di Stato militari. Non è ben chiaro se, ed in che misura, i diversi eserciti nazionali possano contrastare il traffico di droga. È stato avanzato il sospetto che in alcuni casi siano gli stessi esponenti delle forze armate a giocare un ruolo di primi attori nelle reti criminali transnazionali, non solo omettendo i controlli previsti, ma addirittura favorendo logisticamente i traffici con servizi di scorta dal porto o aeroporto di arrivo sino ai confini terrestri del Paese.