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Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore

Il sette agosto di venti anni fa in Africa orientale, in una rovente mattina di agosto, saltano in aria due ambasciate statunitensi a Nairobi e a Dar es-Salaam. Il duplice attacco, che lascia complessivamente sul terreno 224 morti e quasi quattromila feriti, è opera dei terroristi di al-Qaeda e segna l’inizio alla crociata anti-americana propugnata da Osama bin Laden, che porterà ai drammatici eventi dell’11 settembre.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore - Geopolitica.info

Comincia così il nuovo libro di Marco Cochi dal titolo “Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa”, che racconta come si è evoluta la minaccia del terrorismo di matrice islamica nel continente africano, dove l’organizzazione terroristica ha instaurato nel tempo una potente e ramificata rete jihadista con salde e consolidate alleanze in Nord Africa, nel Corno e nella vasta regione del Sahel.

Il libro tratta anche dell’evoluzione del radicalismo islamico nel nord-est della Nigeria, dove negli ultimi nove anni l’insurrezione di un gruppo estremista chiamato Boko Haram (L’educazione occidentale è sacrilegio) ha provocato la morte di oltre ventimila persone e l’esodo di 2,7 milioni di nigeriani, costretti a sfollare nell’area del bacino del Lago Ciad.

La disamina dell’evoluzione della minaccia nell’area prosegue poi con la nuova insorgenza jihadista nella provincia di Cabo Delgado nel Nord del Mozambico, dove dal 2014 è attivo un gruppo locale di matrice jihadista conosciuto come Ansar al-Sunna. Una minaccia da prendere in seria considerazione, considerato che dallo scorso ottobre nella zona si sono registrati numerosi attacchi terroristici, costati la vita a un centinaio di persone.

Tra i vari temi trattati, c’è anche spazio per il calcio, che gli estremisti somali di al-Shabaab hanno bandito nei tre distretti di Mogadiscio e nelle zone della Somalia centro-meridionale sotto il loro controllo, dove nel corso dei mondiali in Sudafrica e Brasile hanno compiuto sanguinosi attacchi nei luoghi dove i tifosi inermi assistevano alle partite.

Il testo sottolinea infine la scarsa attenzione che i media occidentali dedicano al fenomeno, che in realtà ci riguarda molto da vicino perché gli attentati contro obiettivi occidentali in Africa negli ultimi cinque anni sono triplicati.

Senza contare, che gli indizi provenienti da recenti attacchi in Europa sono assai eloquenti: l’attentatore che il 22 maggio 2017 uccise 22 ragazzi alla Manchester Arena al termine del concerto di Ariana Grande era di origine libica, così come aveva origine tunisina l’autore del primo atto terroristico effettuato con un tir lanciato sulla folla, che provocò la morte di 85 persone sulla Promenade des Anglais di Nizza. Ma anche l’attacco che l’agosto dello scorso anno uccise 15 persone sulla Rambla di Barcellona fu operato da una cellula marocchina.

E nel finale del libro – dati e studi alla mano – emerge che non è solo con l’intervento militare che si può sconfiggere il terrorismo, ma con la ricerca di soluzioni atte a ridurre i diversi fattori primari, che spingono gli aspiranti jihadisti a entrare in rotta di collisione con la realtà che li circonda.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto - Geopolitica.info

La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa

I pericoli del corridoio del Sahel

Per molti secoli solo tribù nomadi hanno attraversato quei 2,5 km  quadrati che si estendono tra l’Oceano atlantico e il mar Rosso e in latitudine in una zona compresa tra il deserto del Sahara e la savana. Il Sahel è la fascia di terra identificabile con la Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad e Sudan. Quasi tutte ex colonie francesi, da pochi decenni indipendenti, continuamente scosse da ribellioni, carestie e guerre civili.

I pericoli del corridoio del Sahel - Geopolitica.info

È lì che, ancor più dopo gli attentati di Barcellona, guardano le intelligence dei paesi occidentali e nord africani, in quella fascia di terra semi desertica e fuori controllo del Sahel diventato negli ultimi anni pericoloso corridoio di jihadisti.

La popolazione del Sahel, poverissima, risente del clima ostile, segnato da continue carestie e soprattutto della siccità, vera piaga della zona.

La scarsità di piogge e risorse idriche non ha consentito uno sviluppo urbano dei luoghi e delle popolazioni, rendendo la zona del Sahel scarsamente abitata almeno fino agli anni 70 quando, dopo la quasi sconfitta della mortalità infantile, la popolazione ha incominciato a crescere in maniera esponenziale, anche a causa del non utilizzo di contraccettivi.

Oggi, a causa della crisi dello Stato islamico, che ha perso buona parte dei territori conquistati, i foreign fighters che hanno combattuto in Siria e Iraq sembrano essersi spostati, nella speranza di riorganizzarsi, in quel territorio immenso e fuori controllo del Sahel, proprio a sud della Libia, della Tunisia e del Marocco da cui provengono i giovanissimi terroristi delle Ramblas di Barcellona.

Il Marocco, stato non toccato dalle Primavere arabe, governato dal re Mohammed IV sembra essere, insieme a Tunisia e Algeria, luogo di origine degli jihadisti, soprattutto di giovani cresciuti nelle zone più povere e remote del Maghreb, affascinati dall’ideologia salafita e dalla Guerra santa. Questo nonostante lo sforzo del re Mohammed di combattere le cellule terroristiche e modernizzare il Marocco, rendendolo uno Stato più laico.

Ma proprio in Marocco, gruppi di salafiti hanno dato vita a più cellule terroristiche, alcune delle quali (Al Qaeda in Maghreb) in competizione con l’Isis e con altri gruppi terroristici.

Proprio fuori dai confini del Marocco e della Libia dove l’Isis è stato sconfitto, nella terra di nessuno che è il deserto del Sahel, si organizzano vari gruppi di salafiti, gruppi di fanatici reduci dallo Stato islamico o non, affiliati ad Al Qaeda o Isis, cellule che sperano di prevalere sulle altre realizzando le stragi più efferate e che guardano alla Spagna, in particolare all’Andalusia e alla Catalogna, sognando di rifondare il califfato nei luoghi in cui prima della Reconquista cristiana l’Islam ha dominato per settecento anni.

Poco prima delle stragi di Barcellona, gli jihadisti del Sahel hanno colpito in Burkina Faso,  in un ristorante frequentato da turisti, uccidendo 18 persone. A essere bersaglio di continui attacchi è anche il Mali.

In queste zona, ex Africa occidentale francese, Parigi cerca di contrastare i terroristi in quelle che sono state ex colonie e in cui ha ancora grossi interessi economici. Questo, secondo alcuni osservatori, uno dei motivi dei continui attacchi in Francia a partire dalla strage del Bataclan del novembre 2015.

La repubblica francese è dal 2014 direttamente coinvolta nel Sahel con l’operazione Barkhane, che vede militari francesi e mezzi  impegnati nel contrasto agli jihadisti nella zona. Dopo l’attentato in Mali del giugno scorso contro turisti occidentali, il Presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato i Presidenti del cosiddetto G5 del Sahel, decidendo la creazione di una forza multinazionale per contrastare i terroristi della zona, soprattutto Al Qaeda nel Maghreb.  La “force Sahel” dovrebbe partire ufficialmente in autunno ed ha ottenuto l’appoggio delle nazioni unite e dell’Ue.

La forza multinazionale sarà composta da 10 mila uomini provenienti dai Paesi del G5, ovvero Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Ciad. La “Force Sahel” costerà 423 milioni di euro e peserà sui governi di Paesi tra i più poveri del pianeta.

A contribuire economicamente però, oltre ai paesi del G5 e alla Francia, sarà anche l’Unione Europea, come affermato dall’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini. Per l’ Europa, la Force Sahel sarà essenziale non solo per contrastare il terrorismo, ma anche per fermare il forte flusso di migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. Quello dei migranti è uno dei business di cui si servono le cellule terroristiche del sahel per finanziarsi. La jihad ha facile presa sui giovani dei luoghi, delusi e scoraggiati dalla povertà e dalla corruzione dei governi nazionali, democrazie ancora troppo fragili.

Il Sahel quindi nuova roccaforte degli jihadisti, base e cabina di regia per varie cellule che in nome di Allah minacciano l’Occidente. Dalle intelligence dei paesi più a rischio emerge però il rischio che i vari gruppi presenti nel Sahel, da Al Qaeda nel Maghreb ai reduci dell’Isis, finanziati da vendita di droga a armi possano unirsi e cercare di ricreare lo Stato islamico lì nel  Sahel. E naturalmente continuare ad attaccare l’occidente in nome di Allah.

L’impegno di Amref per l’Africa. Intervista a Guglielmo Micucci

Intervista a Guglielmo Micucci, executive director di Amref Health Africa – Italia

L’impegno di Amref per l’Africa. Intervista a Guglielmo Micucci - Geopolitica.info

Quali sono le principali aree di intervento di Amref a livello di tematiche e di paesi coinvolti?

Amref lavora esclusivamente in Africa, è un’organizzazione quasi totalmente africana. Le principali aree coinvolte sono il corno d’Africa, in particolare il Kenia, la Tanzania, l’Uganda, l’Etiopia e il Sud Sudan. Lavoriamo anche in Mozambico e in Africa Occidentale ma prevalentemente il grosso delle nostre attività viene fatto nell’area geografica appena descritta. Ci occupiamo di salute, siamo la più grande organizzazione sanitaria africana. Questa è la nostra caratteristica: siamo nati in Africa, il 97% dei nostri collaboratori sono africani, non lavoriamo con personale italiano. Ci occupiamo di salute dicevo, in particolare di salute materno-infantile e di tutto ciò che ruota intorno alla salute della donna e del bambino.

Che ruolo hanno l’Italia e gli Italiani nell’Associazione?

Il ruolo dell’Italia e degli Italiani è prima di tutto importante. Nel senso che noi, come Amref Italia, siamo un ramo di questa famiglia internazionale e operiamo qui in Italia da 30 anni. Ci occupiamo di attività di sensibilizzazione e di attività di raccolta fondi per finanziare poi tutti i programmi. Facciamo qui anche tutte le attività di monitoraggio e valutazione dei programmi stessi: valutare come vengono portati avanti, apportare correttivi in caso di problemi e costruire nuovi progetti in base alle necessità. Questo siamo proprio noi come Amref in Italia. Quello che può fare l’Italia come paese in tutto questo, e forse anche questa intervista può essere utile in questo senso, è di tentare una narrazione diversa dell’Africa rispetto all’unica che ormai viene portata avanti. Noi raccontiamo un’Africa che ce la fa e che funziona perché l’Africa è un continente particolarmente esteso e vario, quindi ci sono anche dei luoghi dove le cose funzionano, e noi vogliamo portare a galla proprio queste situazioni. L’Italia e gli Italiani in questo possono sicuramente aiutarci, oltre a sostenere chiaramente gli interventi che portiamo avanti.

Per quanto riguarda Amref come organizzazione internazionale, quindi non solo Amref Italia, come avviene la gestione dei fondi? E da dove provengono principalmente?

I fondi arrivano ad Amref attraverso vari canali: ci sono quelli che noi chiamiamo fondi istituzionali, quindi da parte delle istituzioni pubbliche come l’Unione Europea, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dalle Nazioni Unite o dalle grandi fondazioni bancarie, e questo è un lato. Dall’altro ci sono tutti i donatori privati, quindi le persone che decidono di fare un sostegno a distanza, le persone che decidono di sostenere le nostre attività con piccole o grandi donazioni, e ci sono le aziende che decidono di sostenerci durante l’anno per fare delle attività di responsabilità sociale d’impresa. Quindi insomma i canali di raccolta che valgono per tutte le Amref nel mondo sono vari e toccano un po’ tutti i settori, dal privato al pubblico. I canali di donazione sono altrettanto estesi, si può donare tramite internet o anche tramite il semplice bollettino postale.

Cosa possono le persone sul territorio fare per aiutare Amref e per collaborare?

Tendenzialmente si possono fare due cose che sono molto importanti. Una, quella di cui abbiamo appena parlato, ovvero sostenere le attività economicamente: andando sul nostro sito www.amref.it si possono trovare tutti i riferimenti per poterci sostenere. Un’altra cosa molto importante che può essere fatta è quella di sostenerci sul territorio. Noi siamo radicati sul territorio con dei gruppi volontari che lavorano per sensibilizzare alle tematiche dell’Africa, per raccontare quell’Africa diversa di cui parlavamo prima. Cerchiamo continuamente volontari per fare attività di educazione alla cittadinanza globale attraverso le attività nelle scuole primarie e secondarie. Ci sono eventi di presentazione delle nostre attività, ma anche quelle di altre organizzazioni che lavorano in Africa. Quindi diciamo che i due grandi filoni sono sicuramente la diffusione per sensibilizzare ed informare, perché poi la cosa più importante è che la gente sia informata, e dall’altra parte anche chiaramente sostenere economicamente l’organizzazione.

L’African appeal di Donald Trump, alle soglie della 45a presidenza USA

L’Agenzia Dire riportava la provocazione del Premio Nobel africano Wole Soyinka, docente alla New York University e in visita ad Oxford, che in caso di elezione di Trump sarebbe stato pronto a strappare la propria green card e tornare in Nigeria. Poco male, si potrebbe obiettare: finalmente un moto contrario al brain drain che da secoli attanaglia il continente nero! Certo, ma anche un segno – uno dei tanti – di una campagna elettorale esasperata e delirante, che ha portato a un passo dalla Casa Bianca due esponenti detestati da almeno metà del Paese. Per le proprie assurde esternazioni xenofobe ed evasioni fiscali l’uno, per la fama di cinica corrotta guerrafondaia senza scrupoli l’altra. E in entrambi i casi, l’Africa non può che sentirsi direttamente chiamata in causa.

L’African appeal di Donald Trump, alle soglie della 45a presidenza USA - Geopolitica.info

Per quanto la Libia tenga sempre desta l’attenzione di parte della pubblica opinione globale, è incontestabile che la guerra in Siria abbia – a ragione – catalizzato l’interesse mediatico, politico e diplomatico; questo significa che a un più generale pivot to Asia che ha sempre maggiormente caratterizzato gli orizzonti statunitensi negli ultimi anni, si è accompagnato un latente disinteresse verso ciò che accade in suolo africano, lasciato indietro dallo stallo di sangue che pare stringere in una morsa invincibile la popolazione siriana, destabilizzando ulteriormente un Medio Oriente già in sofferenza dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Eppure, si sente spesso il richiamo all’Africa come alla nuova terra delle opportunità, al “futuro del mondo”, al nuovo orizzonte del business, della crescita sostenibile e perfino dell’innovazione scientifico-tecnologica. Cosa ne pensavano davvero i candidati allo Studio Ovale? In primis, sorprende – ma non troppo – la sostanziale assenza del continente nero dal dibattito elettorale (in controtendenza, come ovvio, rispetto alle due campagne elettorali di Barack Obama). Tenendo dunque presente come ci si costringa a basarsi su orientamenti e deduzioni più che su dirette citazioni di specifico significato, si può tracciare come segue qualche considerazione generale.

L’atteggiamento del neoeletto tycoon pare essere estremamente protezionista, non solo nei riguardi dell’Africa ma nel senso di un complessivo ridimensionamento della proiezione a stelle e strisce in politica estera. Non competerebbe a Washington, in sostanza, essere un global security provider, né tanto meno fungere da mediatore in situazioni nelle quali è facile rimanere impantanati a tempo indeterminato. E, scherzo del destino, il Daily Mail ha fatto notare a Donald come non solo nell’irrefrenabile globalizzazione in atto sia improprio accusare la Cina di “rubare lavoro” attraverso pratiche di concorrenza al ribasso, ma perfino la Cina stia oggi sperimentando lo stesso problema con la delocalizzazione di alcune attività produttive in territorio africano. L’isolazionismo di Trump e la sua (stravinta) ascesa alla presidenza degli Stati Uniti non possono che intimorire nazioni come il Sudafrica, fortemente esposte al capitale americano e dunque un domani meno appetibili per eventuali investitori esteri.

Essendo immensurabilmente più esperienziata del rivale, e avendo dominato la politica estera di Washington nel ruolo di Segretario di Stato (anche grazie alla sapiente guida di Henry Alfred Kissinger), la Clinton era assai più prevedibile rispetto al magnate; lo era perché le sue affermazioni rientravano nel circoscritto campo del politically correct, e nulla di diverso ci si attendeva da lei, ma anche poiché vi era molto materiale precedente da utilizzare come fondamenta per un giudizio, una previsione, un’aspettativa. Per esempio, c’era il suo impegno a riconoscere quello africano come un ambiente stimolante per le imprese ad alto tasso d’innovazione, con annessi summits afro-statunitensi ospitati a Washington, che l’aveva intitolata a ricevere il sostegno del Pan-African Business Forum. O c’era la presa di distanza dalle istanze neocolonialiste del marito, accompagnate da richieste di “aggiustamento strutturale” emesse da organismi quali Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale nei settori dell’agricoltura e della sanità. Sarebbe stato da chiedersi però se sarebbe risultata anche un interlocutore moralmente, eticamente credibile, soprattutto dopo l’evidente fallimento libico e la latitanza strategica nel post “primavere arabe”; una buona parte della diplomazia africana si aspetta che finalmente gli Stati Uniti collaborino alla democracy-building, più che perpetuare la sinergia con leaders anche sanguinari in ragione di una pretesa “stabilità” del continente. Proprio per questo, se analizziamo perceptions e misperceptions del “personaggio Donald” con gli occhi degli africani, scopriamo con relativa sorpresa che – razzismo, misoginia e sessismo a parte – la sua figura non è ovunque troppo detestata nemmeno dal cosiddetto establishment, arrivando talvolta a essere incredibilmente oggetto di stima e ammirazione. In altri termini: quando Trump si riferisce alla portata distruttiva della globalizzazione e alla conseguente necessità di provare a limitarla, intende riferirsi all’Africa come a una parte del problema (immigrazione, delocalizzazione industriale, terrorismo, ecc.) o come a un territorio ricco di risorse ma “eroso” dal problema stesso? Probabile l’azzardo che non lo sappia nemmeno lui stesso. Ma è un punto significativo, perché gli afroamericani sono molti, e non era scontato votassero tutti per l’ex First Lady, anzi…

La speranza che Pechino e Mosca – ma anche altri attori quali l’India o il Giappone – forse riponevano in un’Africa senza Clinton al timone delle truppe USA, equivalente ad avere mano libera verso un’ennesima spartizione silente del continente in “protettorati de facto”, si è inaspettatamente concretizzata. Eppure, che fosse l’uno o l’altra a uscirne trionfante, pare che nessuno intendesse revocare o depotenziare né il “President’s Emergency Plan for AIDS Relief” né l’“African Growth and Opportunity Act”. Il PEPFAR, al di là delle solite critiche destinate senza distinzioni a programmi di aiuto estero, e al di là della supposta ipocrisia con cui George W. Bush aveva riconosciuto nell’Africa una priorità in politica estera, si è dimostrato efficace nel ridurre significativamente il numero delle vittime della sindrome da immunodeficienza acquisita. L’AGOA, invece, è un atto legislativo con mire più segnatamente commerciali, volte a incrementare gli scambi tra USA e Africa Subsahariana, con incentivi e altre misure atti a facilitare le piccole e medie aziende statunitensi nel loro ingresso nel mercato africano, e il contrario. Esteso fino al 2025, l’AGOA è risultato essere di particolare efficacia in Ghana, Botswana, Kenya e Madagascar, per quanto alcune rimostranze siano state sollevate in merito al superficiale coinvolgimento delle controparti africane nella redazione del progetto legislativo. Se parte delle scuse addotte da Trump al fine di giustificare il proprio disengagement verso l’Africa risiede nella corruzione endemica, il PEPFAR e l’AGOA possono essere citate come prove che fare aid e business in Africa è equamente possibile, con risultati incoraggianti. Inoltre, almeno stando al più recente Corruption Perceptions Index, vi sono decine di nazioni asiatiche, latinoamericane e perfino europee che ben “competono” con l’Africa nel primeggiare in questo deprimente ranking; un ìndice che peraltro tiene in considerazione i sintomi corruttivi nel settore pubblico, quando è evidente che in nazioni come gli Stati Uniti la corruzione tra privati sia altrettanto impattante. La questione si profila ad ogni modo quale controversa, in quanto Trump sembrerebbe favorevole ad accordi bilaterali e contrario a quelli multilaterali, quale appunto l’AGOA. In un’election race in cui è stato detto tutto e il contrario di tutto (più che in altri casi, s’intende…), e in cui lo sconcerto ancora appanna riflessioni razionali, è difficile districarsi tra affermazioni elettorali che troppo spesso paiono intrinsecamente contraddittorie.

* M.Sc. Student in European and Global Governance alla University of Bristol e M.Sc. Offer Holder in International Public Policy alla University College London, dopo vari studi compiuti a Verona, Parigi, Milano, Leeds e Salisburgo. Ha lavorato, tra gli altri, per EXPO2015, UNESCO, African Summer School, World Youth Forum “Right to Dialogue” e Rome International Careers Festival, partecipando a progetti di formazione diplomatica in tutto il mondo. Ha presieduto conferenze accademiche di ambito giuridico e geostrategico. In Italia ha pubblicato decine di analisi e commenti per riviste specializzate tra cui Eurasia, Il Caffè Geopolitico, Vivere In, FiloDiritto, Sconfinare, Il Corriere delle Migrazioni.