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L’Africa e la strategia americana

“Nessun Paese sta facendo di più” degli Stati Uniti per aiutare le nazioni africane nella lotta al coronavirus. Questo è quanto dichiarato dal Segretario di Stato statunitense per gli Affari africani, Tibor Nagy, precisando che degli oltre 780 milioni di dollari versati a livello globale durante la pandemia, 247 milioni sono stati riservati all’Africa e che “l’aiuto annuale degli Stati Uniti è di 7,1 miliardi di dollari, di cui 5,2 miliardi sono destinati esclusivamente alla salute”. Ma quale è realmente la strategia americana in quella che viene spesso definita come “nuova” corsa all’Africa? 

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Lo sviluppo in Africa e l’interesse internazionale

Negli ultimi due decenni l’Africa ha beneficiato di un’importante crescita economica, accompagnata da una serie di trasformazioni. Dal 2004 il reddito interno lordo è aumentato del 250% e tra il 2000 e il 2018, le economie subsahariane hanno registrato una crescita media del 5%, con sei delle dieci economie in più rapida crescita del mondo. I miglioramenti economici, uniti ad una maggiore integrazione regionale, hanno portato nel 2019 all’entrata in vigore di una nuova area di libero scambio continentale (African Continental Free Trade Area, Afcta), concordata in sede di Unione Africana. L’area, che comprende 54 Paesi, costituisce la più grande zona di libero scambio al mondo per numero di nazioni coinvolte. Con un totale di 1,2 miliardi di persone, a cui si aggiungono possibili nuovi consumatori, l’area potrebbe innescare una potenziale crescita del settore industriale. 

Oltre l’aspetto meramente economico, si deve considerare che i paesi africani rappresentano più di un quarto degli Stati membri delle Nazioni Unite e il più grande blocco regionale in numerosi fora internazionali. Inoltre, questi anni sono stati caratterizzati anche da un rapido aumento della popolazione, tanto che secondo alcune previsioni fornite dalle Nazioni Unite, entro il 2050 gli africani rappresenteranno il 25% della popolazione mondiale (quasi 2,4 miliardi di persone). Alla crescita demografica si affiancano altre trasformazioni, quali la crescente urbanizzazione e la diffusione di nuove tecnologie, che prese nel complesso potrebbero contribuire all’instaurazione di nuovi legami economici.

A differenza di altre aree del mondo in cui le risorse naturali sono in diminuzione, l’ultimo decennio ha visto l’Africa sub-sahariana emergere come uno dei principali fornitori globali di materie prime (principalmente petrolio, uranio e coltan), attirando l’interesse di numerosi imprenditori che guardano alla regione come nuovo panorama per l’economia mondiale. In questo senso, l’area sub-sahariana viene spesso considerata una fonte per diversificare gli approvvigionamenti, e ridurre la dipendenza dai Paesi medio orientali.

Per queste ragioni, si è profilato sul continente uno scenario particolarmente attraente per grandi e medie potenzegenerando una vera e propria competizione; a partire dalla Cina, la quale ha svolto un ruolo di apripista, seguita poi da Russia (apparentemente orientata su risorse naturali e dimensione militare), Unione Europea, Francia, Stati Uniti, Giappone, Turchia, e Paesi del Golfo.

La strategia statunitense per l’Africa

In questo contesto gli Stati Uniti di Donald Trump, non sempre hanno dimostrato di avere una strategia coerente e, soprattutto durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, la politica americana verso l’Africa è apparsa, secondo alcuni analisti, distratta e disimpegnata

Nel dicembre 2018, in relativo ritardo rispetto ad altri Paesi, l’amministrazione americana, attraverso un discorso del National Security Advisor, John Bolton, ha annunciato una “Nuova Strategia per l’Africa”, una politica che cerca sia il primato che il partenariato nel continente e che di fatto dichiara aperta una nuova fase di competizione tra potenze nell’area. La strategia tratteggia in maniera schematica alcuni punti essenziali, tra cui: la prosperità, attraverso “l’avanzamento degli scambi commerciali e dei legami commerciali degli Stati Uniti con le nazioni della regione a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa”; la sicurezza, attraverso “la lotta alla minaccia del terrorismo islamico radicale e dei conflitti violenti”; e la stabilità, attraverso l’aiuto estero, assicurando al contempo che i dollari dei contribuenti statunitensi per gli aiuti siano usati in modo efficiente.

L’obiettivo principale della strategia statunitense, come più volte ribadito durante il discorso, è quello di contrastare l’influenza politica, commerciale, e di sicurezza della Cina in Africa e, in misura minore, della Russia. Secondo il think tank “The interpreter”, infatti, la nuova strategia per l’Africa “non riguarda l’Africa. Riguarda la Cina”. Nel discorso di Bolton, la Cina viene presentata come un “donatore canaglia” che sta investendo “deliberatamente e aggressivamente” per ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti. Questo, secondo tale logica, fa sì che i governi africani si indebitino, danneggiando le loro prospettive di sviluppo a lungo termine e indebolendo la loro sovranità. Di conseguenza, gli Stati Uniti “incoraggerebbero i leader africani a scegliere investimenti esteri sostenibili che aiutino gli Stati a diventare autosufficienti, a differenza di quelli offerti dalla Cina che impongono costi eccessivi”.

Tale strategia è stata confermata anche dalla visita del segretario di stato Mike Pompeo, la più alta carica degli Stati Uniti a recarsi in Africa, che a febbraio ha viaggiato tra Senegal, Angola ed Etiopia (sede dell’Unione Africana). Quella di Pompeo non è stata né un’iniziativa diplomatica né un’occasione per presentare un piano d’investimento e cooperazione, quanto piuttosto una visita strettamente politica, il cui scopo è stato mettere in guardia i leader africani contro il tipo di relazioni che vengono proposte da Pechino.

Allo stesso tempo, per quanto riguarda il piano commerciale, con la “Nuova strategia per l’Africa” gli Stati Uniti hanno voluto riaffermare la loro intenzione di non rimanere indietro rispetto ai rivali internazionali, presentando un piano di investimenti capace di competere con le altre forze in gioco. Impegno ribadito anche con l’organizzazione di una conferenza, il 6 febbraio 2020, da parte dell’ambasciata americana di Tunisi in collaborazione con la camera di commercio degli Stati Uniti per agevolare gli scambi commerciali tra gli imprenditori africani e americani. L’iniziativa “Prosper Africa”, firmata dall’amministrazione, è stata concepita per assistere le aziende statunitensi intenzionate a fare affari in Africa ed è sostenuta dal Better Utilization of Investments Leading to Development Act, che ha istituito la U.S. International Development Finance Corporation (DFC).

La posizione del Congresso

Nonostante questo, la strategia americana è rimasta poco articolata e lo stesso Trump sembra non mostrare interesse, tanto che durante il suo mandato non ha mai fatto visita al continente africano, e durante il Vertice del G20 ad Amburgo, è uscito proprio durante una sessione di lavoro sull’Africa, lasciando sua figlia Ivanka a presenziare al suo posto.

Sembra che all’interno degli apparati statunitensi si muovano dinamiche diverse, talvolta opposte. Il Congresso si è dimostrato contrario alle proposte dell’Office of Management and Budget per i cospicui tagli all’assistenza straniera (per avviare quello che viene definito “leading from behind”) che probabilmente interesserebbero l’Africa più di qualsiasi altra regione, comportando una notevole riduzione delle politiche in materia di salute e assistenza alla sicurezza. Il Congresso, infatti, ha ottenuto il mantenimento, se non addirittura l’aumento, dei livelli di finanziamento esistenti, respingendo le proposte dell’amministrazione per ridurre la già esigua presenza militare statunitense nel continente volta a limitare il terrorismo, addestrare le truppe locali e garantire la presenza per anticipare la competitività di potenze rivali.

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info

Nuove tensioni nelle relazioni Africa-Cina

Nelle ultime settimane, le relazioni tra la Cina e il continente africano stanno vivendo un momento di tensione. Dopo la circolazione di immagini e video che mostravano sfratti e maltrattamenti di migranti e residenti africani a Guangzhou, città della Cina meridionale, da parte delle autorità locali, le relazioni Africa-Cina sono giunte a una crisi diplomatica senza precedenti.

Nuove tensioni nelle relazioni Africa-Cina - Geopolitica.info

In un momento di piena emergenza sanitaria, in cui la situazione richiede un importante sforzo di assistenza multilaterale, un deterioramento dei rapporti dell’Africa con il suo principale partner commerciale e primo creditore, rischia di non essere di vantaggio non solo per africani e cinesi, ma anche per i funzionari di Washington che, data la competizione con Pechino, potrebbero spingere per una tale rottura.

I fatti di Guangzhou

Le notizie che sono emerse nei giorni scorsi a Guangzhou, sede della più grande diaspora africana dell’Asia, hanno provocato una vera e propria crisi diplomatica senza precedenti. Video e immagini mostrano giovani africani, bloccati a faccia in giù sui marciapiedi, trascinati in manette dalle autorità cinesi e fatti dormire all’aperto dopo essere stati sfrattati.La CNN ha intervistato oltre venti persone di origine africana che vivono a Guangzhou, molte delle quali hanno raccontato di essere rimaste senza casa, essere state sottoposte a test casuali per Covid-19 senza poi ottenere i risultati, ed essere state messe in quarantena per 14 giorni, nonostante non abbiano avuto sintomi o contatti con pazienti positivi.

Questi eventi, verificatesi il 10 aprile, sono il risultato diretto del crescente timore cinese di una seconda ondata dell’infezione, ma si basano anche su un’ostilità di lunga data nei confronti degli africani nella Cina meridionale. Le preoccupazioni causate dal ritorno del virus hanno così portato a una serie di incidenti e fatto nascere paranoie. Il 4 aprile è stata diffusa la notizia che un cittadino nigeriano, risultato positivo al Covid-19, avesse aggredito un’infermiera cinese che aveva cercato di impedirgli di lasciare un reparto di isolamento in un ospedale di Guangzhou. La storia è stata ampiamente condivisa su Weibo, social media cinese, e ha suscitato una serie di commenti xenofobi, tra cui “Guangzhou è stata colonizzata dagli africani”. Nei giorni seguenti, le autorità cinesi hanno informato che cinque nigeriani sono risultati positivi al Covid-19, dopo essere stati visti mangiare insieme in un ristorante locale. Ancora una volta la notizia è stata riportata dai media e diventata subito virale, suscitando il timore diffuso che gli africani fossero la causa principale dei recenti nuovi casi di contagio. Nel frattempo, lo staff di McDonald’s in un ristorante di Guangzhou ha affisso un cartello: “Siamo stati informati che d’ora in poi i neri non potranno più entrare nel ristorante”; e le voci che “300.000 neri a Guangzhou stavano scatenando una seconda epidemia”, hanno iniziato rapidamente a circolare.

La reazione dei Paesi africani e la risposta da parte della Cina

Le prove di questi maltrattamenti hanno scatenato l’indignazione internazionale e l’immediata reazione da parte dei Paesi africani, molti dei quali hanno convocato i loro ambasciatori in Cina per avere una spiegazione sul “trattamento disumano che si sta mettendo in atto”.Una delegazione di ambasciatori africani a Pechino ha consegnato una lettera al Ministro degli Esteri cinese chiedendo la fine immediata di ogni discriminazione. Anche Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana, che rappresenta la totalità del continente, ha espresso la sua “estrema preoccupazione”. Moses Kuria, membro del Parlamento keniota, ha assunto una posizione più aggressiva, chiedendo l’immediata espulsione di tutti i cittadini cinesi dal Kenya. Generalmente, questo tipo di relazioni diplomatiche sono condotte lontano dall’opinione pubblica e al massimo i portavoce possono rilasciare una dichiarazione pro forma in seguito. Questa volta, invece, i Ministri degli Esteri e i leader africani hanno riportato su Twitter dichiarazioni che includevano anche le foto degli eventi. Gli utenti dei social media africani hanno lanciato l’hashtag #ChinaMustExplain per sfogare la loro rabbia e preoccupazione. Altrettanto intensa è stata la retorica sulla stampa africana. La prima pagina del Daily Nation, principale quotidiano keniota, ha titolato “I kenioti in Cina: Salvateci dall’inferno”. Notizie simili sono state riportate anche dalla stampa nigeriana, ghanese e ugandese.

La risposta della Cina è stata quella di negare l’esistenza di qualsiasi problema, per quanto innegabili siano le notizie. China Global Television Network, parte di un’organizzazione di media statale in Cina, ha cercato di liquidare la storia come “notizia falsa”. L’ambasciata cinese ad Harare, dello stesso parere, ha posto una contro-accusa sul maltrattamento dello Zimbabwe nei confronti dei migranti cinesi, aggiungendo che si tratterebbe di un tentativo da parte degli Stati Uniti di “seminare discordia e alimentare le difficoltà”. Il 13 aprile il Ministero degli Affari Esteri cinese ha fatto sapere che le autorità del Guangdong “miglioreranno le misure”, basandosi su “un principio di non discriminazione”. Comunque, il Ministero degli esteri, attraverso il suo portavoce, Zhao Lijian, non ha affrontato in modo specifico le accuse e per ora non sono state offerte scuse formali.

Anche se non è la prima volta che si verificano delle tensioni nelle relazioni Africa-Cina, questa crisi per la sua portata continentale e i suoi rimproveri di alto livello è senza precedenti. Da una parte il rifiuto cinese di ricevere ulteriori critiche sul coronavirus, dall’altra l’intensità dell’indignazione dei media africani rischiano di causare un radicamento di entrambe le parti. Radicamento che in questo momento di emergenza, provocherebbe un peggioramento della situazione, anche in considerazione del fatto che le parti sono ormai indissolubilmente legatein termini politici ed economici.

L’Africa come scenario di competizione per le potenze internazionali

Negli ultimi anni, l’Africa si è rapidamente trasformata in unoscenario sempre più competitivo per le potenze internazionali. Pechino ha svolto un ruolo di apripista e ha perseguito una combinazione di obiettivi economici e politici, divenendo in poco tempo il più grande partner commerciale dell’intero continente, nonché il primo creditore. L’Africa, infatti, è un mercato sempre più importante per gli investitori privati cinesi, soprattutto nel settore tecnologico. Il commercio della Cina con l’Africa, che ammontava a 10 miliardi di dollari nel 2000, tra il 2011 e il 2018 ha raggiunto valori di 15-20 volte superiori. La Cina è anche il primo creditore dell’Africa, avendo prestato circa 152 miliardi di dollari a quasi 50 Stati africani tra il 2000 e il 2018. Secondo il Nigeria Debt Management Office, l’80% del debito nigeriano è riconducibile alla Cina, la quale ha fornito prestiti per la costruzione di ferrovie, centrali elettriche e aeroporti, contribuendo a colmare un enorme divario infrastrutturale nel più grande Paese produttore di petrolio del continente.

In un contesto tale, i funzionari statunitensi non hanno mancato l’occasione per aggiungere critiche e screditare la relazione sino-africana. Il Sottosegretario di Stato aggiunto per gli affari africani negli Stati Uniti, Tibor Peter Nagy, ha affermato che gli episodi delle scorse settimane sono “un triste promemoria di quanto sia vuoto il rapporto tra la Repubblica Popolare Cinese e l’Africa”.Da quando l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, attraverso un discorso del National Security Advisor nel dicembre 2018, ha svelato una “Nuova Strategia per l’Africa” con il ritorno alla “grande competizione di potere”, la Cina è stata presentata come un “donatore canaglia” e i funzionari dell’amministrazione Trump stanno opportunisticamente cercando di screditare l’attività cinese nel continente.

La situazione economica

In un momento di emergenza sanitaria globale, in cui le realtà economiche africane sono aggravate dalla destabilizzazione causata dalla diffusione del virus, l’Africa non dovrebbe rappresentare uno scenario di competizione politica ed economica, quanto piuttosto il contrario. Secondo lo studio dell’Unione Africana “Impact of the Coronavirus Covid-19 on the African Economy”, pubblicato il 6 aprile, l’elevata dipendenza delle economie africane rispetto alle economie estere prevede una ricaduta economica negativa per il continente, con una perdita media di 1,5 punti sulla crescita economica del 2020, una contrazione delle previsioni di crescita media del Pil dal 3,2% all’1,7%. Decrescita che, stando alle stime del World Bank Group, costerà all’Africa subsahariana tra i 37 e i 79 miliardi di dollari in termini di perdite di produzione per il 2020.

In una tale prospettiva, i leader africani hanno fatto appello alla comunità internazionale perché si riunisca per aiutare i loro governi a superare l’emergenza sanitaria, definita come una “minaccia esistenziale” per le loro economie. Rivolgendosi ai Paesi G20 hanno chiesto un alleggerimento del debito e la preparazione di un piano di aiuti finanziari urgenti del valore di 150 miliardi di dollari. In tal senso, lo scorso 13 aprile, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha lanciato un appello per la cancellazione del debito ai Paesi africani. Nei giorni seguenti, su proposta dei Paesi del G7, il G20 ha annunciato una “sospensione temporanea dei pagamenti a servizio del debito per i Paesi più poveri”. Il blocco dei pagamenti inizierà il primo maggio e terminerà alla fine del 2020, con un’opzione di proroga per il 2021. In totale i Paesi a cui sarà rivolta l’iniziativa sono 76, di cui circa 40 dell’Africa subsahariana. Allo stesso modo, anche la Banca Mondiale sta preparando un aiuto di 160 miliardi di dollari a livello globale che aiuterà i Paesi a rispondere alle immediate conseguenze sanitarie della pandemia e a sostenere la ripresa economica.

Sebbene queste misure siano consistenti, elemento assolutamente da notare è il fatto che il G20 sospenderà solo il “debito ufficiale” di quelle nazioni, mentre lo stato delle conoscenze sulle condizioni di finanziamento ufficiali cinesi rimane limitato a causa della mancanza di trasparenza, tanto che si parla di “debiti nascosti” con tassi di interessi più alti di quelli della Banca Mondiale. Quindi senza dubbio la Cina, come principale creditore del continente, dovrà avere un ruolo fondamentale da svolgere per il rilancio dell’Africa, e il coordinamento multilaterale è condizione essenziale.

Nelle settimane a venire, come scrive Eric Olander, direttore dell’iniziativa China Africa Project, “i funzionari di tutte le parti dovranno darsi da fare per lasciare questo episodio alle spalle e per concentrarsi su questioni più urgenti, come il contenimento del virus e la riduzione del debito cinese”. Alla luce di questi avvenimenti è innegabile che la cooperazione internazionale dovrebbe essere nell’interesse di tutti.

Olga Vannimartini,

Geopolitica.info

L’Africa e il diffondersi della pandemia

L’espandersi dell’epidemia di Covid-19 ha inevitabilmente comportato la sua diffusione anche in Africa. Mentre il virus è stato lento a raggiungere il continente rispetto ad altre parti del mondo, l’infezione è cresciuta in modo esponenziale nelle ultime settimane e continua a diffondersi, per un totale di oltre 12.000 contagi e 632 decessi. Attualmente i Paesi più colpiti sono il Sudafrica con 2.003 casi, l’Egitto con 1.794, l’Algeria con 1.761, il Marocco con 1.448 e il Camerun con 8201. I governi e le autorità sanitarie di tutto il continente stanno cercando di limitare l’infezione. Tuttavia, la preoccupazione è che la fragilità dei sistemi sanitari e la scarsità del personale medico non riescano ad affrontare adeguatamente un’emergenza di scala globale. 

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Il primo caso di Covid-19 dell’Africa è stato registrato in Egitto il 14 febbraio. Da allora 52 Paesi su 54 hanno riportato casi di contagio, inizialmente per lo più confinati nelle capitali; mentre ora un numero significativo di Paesi sta segnalando nuovi focolai in più province. Confrontando i numeri con quelli dell’Europa, del Nordamerica e dell’Asia sembrerebbero essere limitati, soprattutto se si considera che nel continente vivono oltre 1 miliardo di persone e che la maggior parte dei Paesi ha intensi rapporti con la Cina, iniziale epicentro della pandemia. Sicuramente uno dei motivi è che l’età media in Africa è al di sotto dei vent’anni, fattore che alimenta la speranza che una percentuale elevata di casi possa presentare sintomi lievi o essere asintomatica. Tuttavia, come avverte il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, è possibile che moltissimi casi non siano stati diagnosticati e che quindi il numero dei contagi sia in realtà fortemente sottostimato. Di conseguenza ha dichiarato, “il miglior consiglio da dare all’Africa è quello di prepararsi al peggio e prepararsi sin da oggi”, mettendo in guardia i governi africani. 

In un continente privo di un sistema di sussidi di base, dove oltre 500 milioni di abitanti non hanno accesso all’elettricità e oltre 130 milioni all’acqua potabile, dove molti Paesi hanno un’alta prevalenza di HIV, malnutrizione e altre morbosità, non è facile far fronte all’emergenza. Secondo l’OMS in Africa è presente solo il 3% del personale medico mondiale, nonostante vi siano sul suo territorio circa il 24% delle malattie a livello globale. Il sistema sanitario pubblico in Guinea, Liberia e Sierra Leone (i tre Stati più colpiti dall’emergenza Ebola) ha 4,5 medici ogni 100mila abitanti. La media italiana è costituita da circa 376 medici ogni 100mila. Secondo quanto riporta The Guardian, il Sudafrica, che possiede uno dei migliori sistemi di sanità pubblica dell’intero continente, dispone di poco più di 1.000 posti di terapia intensiva (di cui 160 nel settore privato), che servono una popolazione di 56 milioni di persone. In Malawi, ci sono 25 posti di terapia intensiva per 17 milioni di abitanti, mentre secondo la Association of Doctors for Human Rights, il principale ospedale di malattie infettive di Harare, capitale dello Zimbabwe, non ne dispone. In media, per l’intero continente si tratta di circa 5 posti letto per ogni milione di persone, contro i 4.000 per un milione di persone in Europa. 

Questo limite nel sistema sanitario mette in luce la necessità assoluta di contenere l’emergenza. Gli sforzi che attualmente i governi africani stanno mettendo in atto sembrano muoversi in questa direzione. L’Unione Africana, insieme ai suoi Stati membri, è stata relativamente veloce nell’adozione di misure per prevenire e contenere la diffusione del virus, giocando un ruolo fondamentale. Dopo l’annuncio del primo caso di Covid-19 a Whuan, nel dicembre 2019, l’African Centre for Disease Control (CDC), agenzia per la salute pubblica dell’Unione Africana, ha lavorato con l’OMS, informando i governi africani e implementando la loro capacità di reazione. A tale scopo, già il 22 febbraio, i Ministri della Sanità e il CDC, in collaborazione con l’OMS, avevano discusso le misure per il contenimento dell’epidemia negli Stati membri. In quell’occasione è stata istituita una task force continentale, Africa Task Force for Novel Coronavirus (AFCOR), guidata da Marocco, Sudafrica, Senegal, Nigeria e Kenya, per coordinarsi in tutto il continente.  Le aree prioritarie identificate sono: sorveglianza; controllo e prevenzione delle infezioni nelle strutture sanitarie; diagnosi di laboratorio; gestione clinica delle persone con infezione grave da Covid-19; comunicazione dei rischi e coinvolgimento della comunità. Dall’inizio dell’epidemia, l’OMS ha fornito ai Paesi migliaia di kit per effettuare i test, formando decine di operatori sanitari e rafforzando la sorveglianza nelle comunità. Attualmente sono 47 i Paesi della regione africana dell’OMS che possono effettuare i test per il Covid-19; all’inizio dell’epidemia solo due potevano farlo. Intanto, Ghana, Kenya, Etiopia, Egitto, Marocco, Tunisia e Nigeria hanno esteso i test nazionali a più laboratori, consentendo di effettuare test decentralizzati. 

Numerosi governi hanno provveduto all’adozione di misure di contenimento, sulla base di quelle già attuate in Europa. La Nigeria, Paese più popoloso dell’Africa, con oltre 190 milioni di abitanti, ha vietato l’ingresso sul suo territorio a tutte le persone provenienti da uno Stato dove si contano oltre 1.000 casi, e le città di Lagos e Abuja sono state messe in quarantena. La Tunisia ha ordinato il coprifuoco. Il Senegal è stato tra i primi a ordinare la chiusura di scuole e università e la cancellazione delle principali manifestazioni religiose in programma. Il Rwanda ha deciso la chiusura totale del Paese, ad esclusione dei servizi essenziali e di emergenza. Il Sudafrica ha dichiarato lo “stato di disastro nazionale”, annunciando severe disposizioni di contenimento. Numerosi altri Stati hanno seguito l’esempio, tra cui l’Etiopia, che ha dichiarato l’emergenza nazionale l’8 aprile. Nel far fronte al contenimento, i Paesi africani hanno a proprio favore l’esperienza nella gestione di epidemie più gravi (come malaria, dengue ed ebola), che rappresenta un patrimonio importante su cui contare. Questo consente di far leva sulla comunità, sull’adattamento alle misure previste per evitare i contagi e in qualche modo sul supporto a sistemi sanitari così fragili, evitando la diffusione dell’infezione all’interno di questi, sia tra i pazienti che tra i pazienti e i medici.  

Oltre alla fragilità del sistema sanitario, un’ulteriore preoccupazione riguarda le inevitabili ripercussioni economiche. Come ha sottolineato la direttrice dell’Ufficio Africa dell’OMS, Matshidiso Moeti, “Covid-19 ha il potenziale non solo di causare migliaia di morti, ma anche di scatenare una devastazione economica e sociale”. Una serie di fattori, come l’impatto causato dal crollo dei prezzi del petrolio, l’interruzione degli scambi e delle catene globali dei valori, il blocco del turismo e degli investimenti diretti esteri, nonché il crollo dei mercati finanziari, influiscono negativamente sull’economia dei Paesi africani. A questo si deve aggiunge che il tasso di povertà nell’Africa Subsahariana supera oggi il 40% e nel continente si trovano 23 dei 50 Paesi meno sviluppati del mondo. La perdita degli introiti fiscali, congiuntamente alle misure adottate contro la diffusione del virus e la necessità di garantire cure mediche porteranno ad un aumento della spesa pubblica stimato in almeno 130 miliardi di dollari. 

Secondo lo studio dell’Unione Africana “Impact of the Coronavirus Covid-19 on the African Economy”, pubblicato il 6 aprile, l’elevata dipendenza delle economie africane rispetto alle economie estere prevede una ricaduta economica negativa per il continente, con una perdita media di 1,5 punti sulla crescita economica del 2020, una contrazione delle previsioni di crescita media del Pil dal 3,2% all’1,7%. In particolare, in uno scenario medio, il settore del turismo e dei viaggi in Africa potrebbe perdere almeno 50 miliardi di dollari e almeno 2 milioni di posti di lavoro diretti e indiretti. Per quando riguarda il settore dell’import-export è previsto un calo di almeno il 35% rispetto al livello raggiunto nel 2019, una perdita di valore stimata in circa 270 miliardi di dollari. Si deve pensare infatti, che la Cina costituisce il principale partner commerciale dell’Africa, quindi un blocco della produzione e un calo della domanda cinese costituiscono una grave minaccia per l’economia dell’intero continente. A questo si aggiunge che oggi il prezzo del petrolio sta affrontando un grave shock, scendendo sotto i 30 dollari al barile, a causa della riduzione del commercio mondiale e, allo stesso tempo, del disaccordo tra l’Arabia Saudita e la Russia. Ad essere più colpiti saranno quindi i Paesi che basano la propria economia sugli scambi commerciali di materie prime, come l’Algeria, l’Angola, il Camerun, il Ciad, la Guinea Equatoriale, il Gabon, il Ghana, la Nigeria e Repubblica del Congo. Secondo le stime la Nigeria e l’Angola, i maggiori produttori di petrolio del continente, insieme potrebbero perdere fino a 65 miliardi di dollari.  

Abiy Ahmed, Primo Ministro etiope, premio Nobel per la pace 2019, si è rivolto ai Paesi G20 affinché sostengano le economie africane rese vulnerabili dal coronavirus, alleggeriscano il debito e preparino un piano di aiuti finanziari urgenti del valore di 150 miliardi di dollari. Definendo la pandemia come “minaccia esistenziale per le economie dei Paesi africani”, ha aggiunto che l’Etiopia sta lavorando di comune accordo con gli altri Stati del continente per presentare ufficialmente questa richiesta di aiuto. La proposta, strutturata in 3 punti, prevede un pacchetto per l’emergenza finanziaria da 150 miliardi dollari, un pacchetto per l’emergenza sanitaria per l’Africa e un pacchetto per la cancellazione e la ristrutturazione del debito. Per il Primo Ministro etiope queste sfide non possono essere affrontate in maniera adeguata “attraverso scelte politiche e misure prese dai singoli Paesi, ma richiedono una risposta globale coordinata. Proprio come il virus non conosce confini, anche le nostre risposte non dovrebbero averne”. L’Unione Africana e il settore privato hanno lanciato un Fondo di risposta all’emergenza che mira a raccogliere complessivamente 550 milioni di dollari. La Nigeria, il più grande di tutti i Paesi africani, raccoglierà 6,9 miliardi di dollari dai finanziatori globali, mentre il Ghana per pagare le bollette dell’acqua per i prossimi tre mesi, aumenterà i salari e fornirà un’assicurazione per i principali operatori sanitari.  

Per far fronte all’emergenza, anche l’Unione Europea (UE) ha annunciato, lo scorso 7 aprile, un piano di aiuti da 15 miliardi di euro per aiutare i partner nel mondo a combattere il coronavirus, in particolare l’Africa “che potrebbe affrontare gli stessi problemi dell’Europa in qualche settimana”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “è possibile che la crisi peggiori prima di migliorare ed è nel nostro interesse che la lotta alla pandemia abbia successo”. Gli aiuti “potranno servire a coprire i bisogni immediati nel settore sanitario, e a sostenere l’economia in questi Paesi”. 

Secondo Ahmed Al-Mandhari, Direttore Regionale dell’OMS per il Mediterraneo orientale, l’Africa “ha ancora l’opportunità di ridurre e rallentare la trasmissione dell’infezione”. Oggi più che mai è necessaria un’azione coordinata a livello internazionale, in cui nessun Paese deve rimanere escluso, per trovare velocemente una risposta comune. 

Olga Vannimartini,
Geopolitica.info

Lo scacchiere africano: gli interessi italiani e i contendenti internazionali

Le opportunità economiche di una regione in via di sviluppo, la possibilità di acquisire nuove alleanze in considerazione del peso del blocco africano nelle Nazioni Unite e la ricchezza di risorse naturali del continente fanno dell’Africa il nuovo scacchiere della competizione internazionale. Quali sono i competitors nella regione? Da quali interessi sono spinti? E come influenzano la politica estera italiana nell’area?

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Competitori europei: Francia, Germania, Germania, Regno Unito

La strategia francese in Africa si è scontrata con quella italiana, soprattutto in Libia. Dato il suo importante passato coloniale nella regione del Maghreb, quest’area è considerata dalla Francia un punto di interesse nazionale. Anche l’Italia ha in Libia due interessi fondamentali: il petrolio e i flussi migratori. La posizione dell’Italia è stata finora in linea con le Nazioni Unite, riconoscendo il governo di Tripoli e prendendo contatti con il generale Haftar solo occasionalmente. Diversamente, l’atteggiamento della Francia nei confronti delle due principali fazioni all’interno della Libia ha portato ad un’estrema ambiguità. Anche se la Francia sostiene ufficialmente l’autorità sostenuta dall’ONU di Tripoli, il governo ha mantenuto un’efficace linea di comunicazione con il generale Haftar e l’autorità militare di Tobruk. La Francia ha approfittato della mancanza di una linea esecutiva e politica coerente dell’Italia per promuoversi come unico leader della pacificazione libica. Organizzando e promuovendo in maniera autonoma l’incontro delle due più importanti personalità libiche, la Francia ha avanzato il suo ruolo internazionale a scapito di quello italiano. L’Italia, di conseguenza, ha perso influenza in un Paese dove l’ENI è presente in maniera sostanziale.

La Germania vorrebbe rilanciarsi nel continente africano, a partire dalle sue vecchie colonie. Il problema del governo tedesco è con la Namibia non è stato mai archiviato: la Germania ha perpetrato un genocidio dell’etnia Herero tra il 1904-1905. Per anni i due paesi sono stati coinvolti nei negoziati, e sembra che le autorità tedesche abbiano infine accettato la definizione di genocidio per i crimi commessi.  Al di là delle difficoltà di ottenere influenza culturale, i tedeschi hanno deciso anche di lanciare un “Piano Marshall” per l’Africa, come lo ha definito il ministro tedesco dello sviluppo Gerd Müller. Il piano di Müller consiste in ambiziose politiche per le nazioni africane, che però sembrano di difficile attuazione senza il coinvolgimento, almeno, dell’UE.

Il Regno Unito dopo il voto a favore di Brexit ha dovuto cercare nuove alternative per incoraggiare il commercio internazionale. Questo atteggiamento ha portato ad un impegno più profondo tra il Regno Unito e la Nigeria. Nel 2017, la moneta nigeriana è stata classificata come “valuta pre-provata”. In questo modo i britannici hanno la possibilità di fornire aiuti direttamente in valuta Naira e la Nigeria ha l’opportunità di dare garanzie utilizzando la valuta locale. Per lo scenario post-uscita dall’UE, il governo britannico sta cercando di promuovere destinazioni alternative per il commercio estero e l’Africa è tra i suoi obiettivi.  L’Africa è il primo beneficiario degli aiuti allo sviluppo del Regno Unito, più di ogni altra regione, e l’ammontare degli aiuti al commercio è aumentato negli ultimi anni dal 28,5% nel 2012 al 37% nel 2014, come analizzato dal Financial Times sui dati OCSE. La strategia del Regno Unito in Africa è attualmente guidata solo dalla necessità di trovare rotte economiche nuove per limitare l’impatto dell’imminente abbandono del mercato interno europeo.

Potenze emergenti: India e Turchia

L’interesse della Turchia per il continente è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio: dal 2003 ad oggi, Erdogan ha visitato un totale di 23 paesi per 39 volte con una triplicazione degli scambi bilaterali Turchia-Africa.  Inoltre, la Turchia ha adottato strumenti di soft power come i piani umanitari e allo sviluppo, sempre nell’ intento di rafforzare le relazioni economiche e strategiche con il continente. Tuttavia, la strategia turca è guidata principalmente dalla necessità di materie prime per il proprio settore manifatturiero e industriale.

Anche l’India sta cercando un margine di manovra in Africa, dove sta provando a guadagnare terreno attraverso il soft power.  Si propone, infatti, come un alleato meno “coercitivo” delle superpotenze o ex imperi coloniali. Il partenariato tra India e Africa ha fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio, come dimostrano le numerose forme di impegno tra i due paesi in tutti i settori, dall’economia, alla ricerca, al supporto per le azioni dell’ ONU. Un elemento cardine dell’interesse strategico dell’India è la necessità di diversificare il suo profilo energetico, in particolare nel campo del petrolio: l’Africa è quindi un’area chiave (Badrul Alam, 2016).

Super Powers: US, Russia, China

Gli interessi degli Stati Uniti e della Cina nel continente sono molto simili: entrambi aspirano a un accesso sicuro al petrolio, al sostegno politico dal maggior numero possibile di Stati africani e all’aumento delle esportazioni. Anche questi punti sono tipici della strategia italiana, seppur, ovviamente, sono stati perseguiti su scala ridotta e focalizzati su obiettivi strettamente strategici. La Cina è concentrata su percorsi diplomatici per raggiungere i propri obiettivi con particolare interesse all’accettazione della “One China policy” come condizione necessaria agli aiuti, mentre gli Stati Uniti sono principalmente interessati al mantenimento delle basi militari sul suolo africano. I cinesi hanno posto l’Africa al di sopra dell’America Latina e del Medio Oriente nella loro lista di priorità e hanno concentrato i loro sforzi su una strategia a lungo termine. La struttura politica americana, affidando grandi potenze nelle mani dell’esecutivo, che però varia ogni quattro anni, non è riuscita a definire una strategia coerente e a lungo termine per il continente. Dunque, la Cina ha approfittato dell’importanza strategica secondaria dell’Africa per gli Stati Uniti, in modo da trovare un campo in cui espandere la sua influenza internazionale senza entrare in conflitto diretto con gli americani.

Durante la Guerra Fredda, l’influenza e la presenza russa nel continente è stata notevole. Con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa. Oggi la Russia sta cercando di riaffermare il suo ruolo primario negli affari globali e il suo status di potenza mondiale. La nuova corsa all’Africa potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo negli affari internazionali, soprattutto alla luce del sostegno alle azioni sponsorizzate dalla Russia in seno all’ONU. Infatti, le esportazioni dirette in Africa possono essere etichettate come “politiche”: la Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i paesi della regione nord che per i paesi subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e al giorno d’oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. La strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: sta elaborando una specifica narrazione di “Africa russa” che sottolinea il loro storico sostegno alla liberazione dell’Africa. Mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che il vero interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab

Quando sentiamo parlare di terrorismo islamico, il primo nome che ci viene in mente è quello dell’ISIS, attivo soprattutto in Siria ed Iraq, o quello di Al Qaeda, noto per gli attentanti dell’11 settembre 2001. Secondo l’analisi del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses Terrorism, l’84% degli attentati terroristici di matrice islamista sono avvenuti tra Medio-Oriente,Asia ed Africa e queste zone rappresentano anche il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo.

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab - Geopolitica.info

L’Africa da sola conta circa il 25% degli attacchi terroristici avvenuti nel mondo ed è dunque, dopo l’Asia, il continente più colpito dal terrorismo. Stando quindi ai dati sopra riportati non si può parlare di terrorismo islamico senza analizzare i suoi effetti sul continente africano. In Africa sono presenti innumerevoli gruppi terroristici islamici affiliati ad ISIS o ad Al Qaeda e altri movimenti di matrice islamica. Tra i più importanti troviamo Al-Shabaab, cellula di Al Qaeda operante tra Somalia, Kenya e Uganda, e Boko Haram operante tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad ed affiliato all’ISIS.

Negli ultimi anni Al-Shabaab ha superato Boko Haram in termini di attacchi e vittime, diventando il gruppo terroristico più pericoloso dell’Africa totalizzando nel 2018, 1593 attacchi rispetto ai 500 portati a termine da Boko Haram, senza contare che i 4557 decessi (contro i 3329 di Boko Haram) relativi agli attentati compiuti da Al-Shabaab corrispondono a quasi il 44% del totale delle vittime causate nel 2018 dal terrorismo di matrice islamica in Africa.

Al-Shabaab: origine ed evoluzione

Al-Shabaab (in arabo “gioventù”) nasce nel 2006 come movimento giovanile estremista, all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, una rete di gruppi islamici che nel 2006 si schiera contro il Governo federale di transizione somalo. Dopo la sconfitta e la dissoluzione dell’Unione, avvenute nel dicembre 2006, Al-Shabaab riesce ad emanciparsi e ad emergere come gruppo autonomo schierandosi anch’esso contro il Governo federale di transizione, anche grazie all’arrivo di ex-veterani della precedente guerra civile somala, oltre che agli ex-militanti dell’Unione delle Corti Islamiche. Nel corso del tempo, la cellula terroristica ha esteso la sua influenza su diversi territori, imponendo alle popolazioni locali una versione ristretta della sharia–la legge coranica. Per quanto concerne l’aspetto ideologico, Al-Shabaab si è sempre contraddistinto per la sua duplice anima: una più radicale, influenzata dalla dottrina wahabita tipica dei Paesi del Golfo e un’altra più ‘autoctona’ e nazionalista, che mira alla costituzione di un Emirato nel Corno d’Africa.

A partire dal 2011 Al-Shabaab si è reso responsabile di vari attentati nel nord del Kenya. Il rischio di altre azioni armate da parte del gruppo terroristico somalo ha spinto il Kenya ad appoggiare la Somalia e l’operazione Linda Nchi (traduzione somala di “proteggere il paese”) per cercare di contenere il movimento. L’operazione ha ridotto considerevolmente il numero dei guerriglieri di Al-Shabaab, che sono passati da più di 15 mila a circa 6 mila.

L’affiliazione con Al-Qaeda, ufficializzata nel 2012, porta al gruppo somalo nuova forza e potere dopo un breve periodo di crisi causato dalla perdita del controllo di una parte del territorio ed alle numerose defezioni dei miliziani. Il connubio con il gruppo capeggiato da Al-Zawahiri ha modificato profondamente l’aspetto del movimento, con un arrivo importante di combattenti, in particolare da Afganistan e Arabia Saudita, e proprio questi ultimi hanno introdotto nella strategia degli attacchi la tecnica degli attentati suicidi, precedentemente rifiutata da Al-Shabaab.

Il teatro operativo

La Somalia rappresenta il principale teatro operativo del gruppo terroristico. Negli ultimi anni i jihadisti hanno perpetrato un grande numero di attacchi contro una serie di obiettivi specifici a Mogadiscio, tra cui alberghi che ospitano stranieri, posti di blocco militari ed aree adiacenti ai palazzi governativi. L’azione terroristica più rilevante e cruenta è quella condotta, tramite un autobomba, davanti ad un hotel vicino al Ministero degli esteri a Mogadiscio (14 ottobre 2017). L’attentato ha provocato la morte di oltre 320 persone, considerato il più grave atto terroristico nella storia della Somalia e definito “l’11 settembre somalo”.

Dopo l’affiliazione con Al-Qaeda, Al-Shabaab ha esteso il proprio raggio d’azione, iniziando ad attaccare anche il Kenya. Nel settembre del 2013, i fondamentalisti somali hanno rivendicato l’attacco armato al centro commerciale Westgate di Nairobi, che ha provocato la morte di oltre 60 persone. Un anno e mezzo dopo, nell’aprile del 2015, un commando di terroristi di Al-Shabaab ha fatto irruzione all’interno della North Eastern Garissa University uccidendo 150 persone. L’ostilità degli estremisti somali verso il Kenya è da ricercare nel contributo che quest’ultimo fornisce, in termini di truppe, alla missione dell’Unione Africana Amisom. Al-Shabaab ha rivendicato attentati anche in Uganda, Etiopia e Gibuti.

Il Dipartimento di Stato americano nell’ultimo Country Rreport on Terrorism evidenzia come la milizia islamista mantenga un certo controllo in alcune zone rurali della Somalia, nonché una presenza destabilizzante in alcune aree urbane, dove è ancora in grado di operare in relativa sicurezza. Negli ultimi annil’ISIS è diventato competitor locale di Al-Shabaab contentendone l’egemonia per il corno d’Africa. Nel 2015 Abdul Qadir Mumin, uno dei leader del gruppo somalo, ha giurato fedeltà al Califfato di Al-Baghdadi, provocando una scissione interna al movimento. Dopo l’affiliazione a Daesh, Mumim si è rifugiato nella zona del Galgala dove sono state allestite le prime basi operative della branca somala dell’ISIS.

La nuova cellula jihadista, nonostante le dimensioni ridotte, è riuscita ad incorporare al suo interno alcuni clan locali. In più, fanno parte del network terroristico di Mumimanche ex miliziani di Al-Shabaab e combattenti dell’ISIS provenienti dalla Siria, Iraq e Libia. I rapporti tra i due gruppi fondamentalisti sono chiaramente conflittuali, la leadership di Al-Shabaab ha annunciato una ferrea presa di posizione contro Mumim e i suoi seguaci, minacciando di morte chi sceglie di unirsi all’organizzazione rivale. A sua volta, il Califfato ha promesso ritorsioni e rappresaglie in risposta alle intimidazioni degli avversari.

L’amministrazione Trump

Un altro fronte di scontro importante del gruppo terroristico somalo è quello contro gli Stati Uniti. Da quanto Donald Trump è diventato presidente gli attacchi aerei degli Stati Uniti sono aumentati sensibilmente. Secondo i dati del Dipartimento di Difesa americano gli attacchi aerei compiuti dagli Stati Uniti in Somalia lo scorso anno sono stati 47 e hanno ucciso 326 persone. L’intensità dei bombardamenti nei primi mesi del 2019 suggerisce un aumento ulteriore degli attacchi nell’anno incorso rispetto al precedente. Inoltre è aumentato anche il numero delle persone uccise, che il governo americano continua a classificare solamente come miliziani di Al-Shabaab, non riconoscendol’esistenza di morti civili.

Non c’è stato, quindi, alcun cambio di strategia deciso dall’amministrazione Trump: la missione americana continua a fornire sicurezza al governo somalo, aiutandolo a sviluppare un esercito e un’intelligence stabili per fronteggiare la minaccia terroristica. Oggi in Somalia ci sono circa 500 soldati statunitensi, per lo più forze speciali con funzioni di addestramento dell’esercito e delle truppe anti terrorismo locali.

Come dimostra una recente analisi dell’Africa Center for Strategic Studies gli attacchi operati daparte di Al-Shabaab sono in calo rispetto all’anno precedente ma sono controbilanciati dall’aumento dell’insorgenza nel Sahel. Nonostante ciò, Al-Shabaab continua ad essere il gruppo più attivo in Africa, le vittime del movimento somalo corrispondono al 42% del totale relativo all’insorgenza ditutti i gruppi militanti islamici attivi in Africa.

L’Heritage Institute for Policiy Studies di Mogadiscio ha pubblicato un report sulla situazione politico-militare in Somalia dal quale si evince che nonostante abbia circa 22 mila effettivi, l’AMISOM da sola non ha più la forza per sconfiggere i ribelli islamici. Detto ciò e considerati gli studi più recenti almeno nel medio termine Al-Shabaab continuerà a costituire una seria minaccia per la Somalia, per l’AMISOM e per la sicurezza di altri paesi quali Kenya e Uganda.

In conclusione, il terrorismo islamico in Africa è un terrorismo violento ed in espansione, che seppur in alcune zone conti meno vittime, può rappresentare un problema anche per l’Europa. In Libia, ad esempio, il jihadismo è un problema ancora non risolto, Al-Qaeda sta estendendo le sue ramificazioni nel Magreb e il Sahel sta diventando sempre di più il centro propulsore del terrorismo di matrice jihadista e di certo le rotte dei migranti aiutano il trasferimento di jihadisti e potenziali jihadisti nelcuore del nostro continente.

Attempting to unlock history: the quest for self-determination in Western Sahara

While the quarrel over the construction of a new wall along the Mexican border hampers the functioning of the federal apparatus in the US, an already existing barrier in the African continent represents the protraction of a political stalemate connected to the legal principles of territorial integrity and self-determination. It is the “berm” separating Morocco from part of the resource-rich Western Sahara. The latter is a non-self-governing entity according to the United Nations and an integral part of Morocco’s territory in the view of Rabat.

Attempting to unlock history: the quest for self-determination in Western Sahara - Geopolitica.info By Kmusser - Own work based primarily on the Digital Chart of the World, with this UN map and commercial atlases (Rand McNally, Google, Encarta, and National Geographic) used as references., CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1621025

The controversy over Western Sahara is rooted in colonialism, when Spain was the relevant administering power. The ensuing decolonisation left Western Sahara in the hands of the neighbouring Morocco which engaged in an open-ended conflict with the nationalist Polisario Front. After decades of confrontation and in a profoundly changed political environment, the question of Western Sahara still revolves around the means by which to fulfil the recognised right to self-determination of the Sahrawi people. The Algeria-backed Polisario Front only envisages a referendum to achieve full independence; Morocco is willing to exclusively concede graduated forms of autonomy.

In December 2018 negotiations to establish the future path for Western Sahara – in between independence and incorporation – reopened in Geneva after halting in 2012. These negotiations comprised Morocco, the Polisario Front, Algeria and Mauritania and aimed at finally reaching a comprehensive agreement in the face of continuous immobilism. The meeting occurred under the wing of the United Nations which had a meaningful role in the consolidation of the status quo and is also present on the ground with the MINURSO peacekeeping mission since 1991. The United Nations Security Council lastly intervened in the context of Western Sahara with Resolution 2440 extending further the mandate of MINURSO. This decision was facilitated by the support of the Trump administration of the United States. Wider considerations on the stability of the surrounding area – affected by division and violence – demanded in fact greater efforts towards the resolution of the long-standing controversy over the establishment of the rightful regime in Western Sahara. Morocco rejects the Polisario-Front-led Sahrawi Arab Democratic Republic which is nonetheless recognised by the African Union and bolstered by Algeria which hosts a number of Sahrawi refugees. In addition to the forced displacement of many locals, Morocco has deliberately encouraged the alteration of the composition of the population of Western Sahara by favouring internal mobility while investing a lot in the infrastructural and economic development of the area.

Beyond the security concerns, business and natural resources are also relevant to the issue of Western Sahara. Several countries entertained prolonged economic and legal relations with Morocco that incorporated Western Sahara. This circumstance is problematic in the light of the international-law clauses which apply to the territory. Accordingly, the Sahrawi people of Western Sahara enjoy the right to self-determination as it was declared inter alia by the International Court of Justice in its advisory opinion of 1975. The right to self-determination is enshrined in the International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR) and entails that selected groups may freely determine their preferred system of political organisation. The right to self-determination is inextricably linked with another fundamental provision of international law: permanent sovereignty over natural resources. This paramount right prescribes that each (internationally recognised) nation has exclusive jurisdiction over the natural resources located on the territory which it inhabits. As Morocco has de facto controlled Western Sahara for an extended period of time despite the call for the completion of the process of decolonisation – spurring technical debates over the possible application of the law of occupation to the case – the Sahrawi community has hardly reaped the fruits of the alienation of its resources.

The European Union for example has had a Fisheries Partnership Agreement with Morocco since 2007. This agreement allowed EU Member States to operate in the waters off the coast of Western Sahara. However, the European Court of Justice (ECJ) ruled in 2018 that the agreement could not cover Western Sahara because of its unsettled political status. The ECJ had previously expressed similar views regarding trade, the association agreement and customs duties. The ratification of international treaties in such an unsteady setting is very significant because it falls under the scope of the actions not to be taken pursuant to the obligation of non-recognition of States’ unlawful acts. Accordingly, by entering into agreements with Morocco covering also Western Sahara without consulting the representatives of the Sahrawi people, the EU risks legitimising the controversial behaviour of Rabat vis-à-vis its bountiful neighbour. This point was addressed in the early 2000s by the Under-Secretary-General for Legal Affairs and the Legal Counsel of the United Nations Hans Corell: he held that international trade involving the contested territory could be accepted provided that the related revenues benefitted the local population. Corell’s stance has been later criticised in academic venues.

The results that this last round of negotiations will attain, considering that Morocco might exploit the issue of Western Sahara to gain greater leverage in other domains, remain to be seen. What surely transpires from this protracted deadlock is the ontological implications of international law. At the height of the popularity of the United Nations and following the enthusiasm caused by the wind of decolonisation, the indigenous people inhabiting the former Spanish protectorate Western Sahara – in contrast to the larger and smaller groups which have unsuccessfully pursued autonomy over the years – were deemed to constitute a nation worthy of self-determination. The expectations arising from that legal fiction (belonging with all the other artifices which shape to a great extent the world as we know it) faced the realist objectives of Morocco hence a major obstacle to their realisation. After years of skirmishing chiefly afflicting local communities, diplomacy is now sought after to fulfil the original requests of a fabricated system.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa

Da un punto di vista terminologico, i programmi di sviluppo promossi dalla Cina sono identificabili più come una forma di cooperazione, piuttosto che come un’assistenza: quest’ultima delinea una condizione nella quale inevitabilmente viene ad instaurarsi un rapporto di subalternità tra un donatore e un beneficiario. Al contrario, e in linea con il principio della south-south cooperation, Pechino si propone di offrire al continente africano l’opportunità di conseguire lo sviluppo e di crescere autonomamente mettendo a frutto quelle potenzialità che il Dragone, forse prima dell’Occidente, ha colto in anticipo e in modo lungimirante.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa - Geopolitica.info The Straits Times

Non si instaurerebbe, quindi, un rapporto di natura gerarchica tra la Cina e l’Africa ma una relazione di cooperazione su basi e condizioni di equità. Sono emblematiche a tal proposito le parole pronunciate dal Presidente cinese Hu Jintao in occasione del 4° Forum di Cooperazione sino-africana (2006) a Pechino : «The different civilisations can learn from each other through communication so as to enrich and develop themselves respectively in this way».
L’aiuto allo sviluppo offerto dalla Cina non si sostanzia in donazioni unilaterali verso il continente africano, ma in un supporto fornito all’Africa attraverso l’apertura di canali commerciali, risorse ed investimenti diretti che la Cina impiega per progetti da realizzarsi sul continente.

La natura degli aiuti finanziari offerti dalla Cina è inoltre difficilmente riconducibile alla tradizionale definizione di Official Development Aid (ODA), fornita dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE).
Gli ODA sono definiti come un flusso di finanziamenti ufficiali concessi a Paesi o territori o ad organizzazioni multilaterali, enti governativi statali, locali o agenzie istituzionali di altro tipo. Essi hanno come scopo principale quello di promuovere lo sviluppo economico e il benessere dei Paesi in via di sviluppo e si caratterizzano per offrire condizioni di prestito agevolate rispetto a quelle di mercato (es. tassi di interesse particolarmente bassi).
Sono esclusi da questa definizione i prestiti concessi da parte di agenzie di credito con lo scopo di favorire le esportazioni, oltre che le risorse stanziate per l’aiuto militare, comprese quelle per le operazioni di peacekeeping.
A questi si aggiungono poi gli Other Official Flows (OOF), definiti come quel flusso stanziato da parte di enti governativi per scopi diversi da quelli inerenti lo sviluppo del Paese.

Diversamente, l’assistenza cinese, svincolata da condizionalità politiche ed economiche verso i paesi beneficiari, prevede donazioni, prestiti senza interesse e prestiti a condizioni agevolate, che comportano un abbuono di interesse e riduzioni del debito. Spesso la restituzione del prestito è legata all’esportazione di prodotti locali come nel caso dell’Angola, per la quale i prestiti cinesi sono subordinati all’offerta di greggio.

Le prime due forme di finanziamento sono gestite dal Ministero del commercio; mentre l’ultimo viene trasferito direttamente dalla China EXIMBank – sulla base delle indicazioni fornite dal governo cinese – al governo del Paese beneficiario.
Molto spesso poi negli aiuti per l’estero la Cina include anche spese militari o borse di studio per la formazione tecnica, o ancora, sovvenzioni alle imprese cinesi che operano all’estero.

Data la natura di questi strumenti di assistenza è logico ritenere che buona parte degli strumenti usati dalla Cina sono classificabili più come OOF anziché come ODA.

Ispirandosi alla propria esperienza di crescita conseguita nel corso degli ultimi trent’anni, Pechino sembra seguire un modello di sviluppo particolarmente attento alle componenti economiche di un Paese. Tra i principali settori per cui la Cina fornisce assistenza all’Africa, vi sono infatti quello infrastrutturale, agricolo, industriale e dell’assistenza umanitaria; mancano invece programmi relativi allo sviluppo politico ed istituzionale dei Paesi africani, dato il principio di non interferenza, cardine della politica estera cinese, che indurrebbe Pechino a non intervenire nell’impianto politico di un Paese.

Le grandi opere infrastrutturali hanno una rilevanza notevole per Pechino, che dal 2000 ad oggi continua ad investire moltissimo in questo settore, riuscendo così a guadagnare la fiducia e la stima da parte delle popolazioni africane. In un trend riportato dal network di ricerca Afrobarometer risulta che per il 48% della popolazione africana, il fattore che contribuisce maggiormente a rendere positiva l’immagine della Cina nel continente siano proprio gli investimenti nelle infrastrutture; e nel complesso il 56% dei Paesi africani si dice soddisfatto dell’assistenza fornita dalla Cina.

Non va dimenticato, infine, che la crescita del continente africano può rivelarsi una carta fondamentale per una potenza economica come la Cina, che necessita di soddisfare una crescente domanda interna di beni e materie prime.
In tal senso, il settore commerciale (utile a garantire le importazioni dei beni e delle materie prime necessarie al fabbisogno interno), quello agricolo (vitale per compensare la carenza di campi coltivabili di cui la Cina non dispone più per via dell’eccessiva urbanizzazione) e infine, ma soprattutto, il settore energetico, costituiscono tutt’ora dei punti fondamentali nell’agenda politica di Pechino per lo sviluppo dell’Africa.

La France: grande puissance?

Siamo soliti ridere delle autocelebrazioni dei nostri cugini d’oltralpe soprattutto in tema di grandeur. La Francia però nonostante siano passati i tempi di Luigi XIV e Napoleone resta una delle grandi potenze del mondo. La sua arma segreta? La sua perenne volontà di mantenersi autonoma.

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Economia e Industria

L’Hesagone vanta un PIL nel 2017 di 2.583 miliardi, dati WB, cedendo all’India la settima posizione a livello mondiale. Possiede la più produttiva agricoltura d’Europa, grande vanto nazionale, ma industrialmente si trova al terzo posto dopo Italia e Germania. Al di là del freddo dato statistico la Francia possiede numerose aziende di grandi dimensioni nei settori chiave e lo stato svolge un ruolo centrale nell’economia nazionale. L’APE, Agence des Partecipations de l’Ètat, è una delle agenzie di partecipazioni statali più grandi del mondo, dati del “Rapport d’Activitè APE 2017-2018”. Vanta un portafoglio con oltre 75md di valore in quote azionarie di 81 imprese. Ma dove si colloca il principale intervento statale? Vi è una netta predominanza nel settore energetico, che rappresenta quasi il 50% dei titoli di proprietà dell’APE. Per comprendere il peso di tale impegno si consulti Eurostat che vede la Francia primo produttore europeo di energia con il 48% del totale. Una vastissima produzione che mantiene basso il costo per famiglie e imprese ma che genera anche notevoli profitti con l’export. I 58 reattori nucleari gestiti dalla società pubblica EDF, Électricité de France, sono la componente nettamente maggioritaria e insostituibile, 71,6%, della produzione nazionale di energia. Fornitore di materiale fissile è Orano, 45% statale, che si occupa di estrazione e raffinazione dell’uranio, fabbricazione, trasporto e riprocessamento del combustibile, smantellamento dei siti radioattivi e gestione delle scorie. Nell’equazione non bisogna dimenticare Total che è l’ottava azienda mondiale per estrazione di greggio. Sia Grands ports maritimes sia Naval Group sono statali o a maggioranza statale con una capacità cantieristica e portuale di prim’ordine. Lo stato possiede forti partecipazioni anche in Air France-KLM, Renault e nel gruppo PSA, Peugeot Société Anonyme, a cui appartengono anche Citroën e Opel.  BNP Paribas e Credit agricole sono la seconda e terza banca a livello Europeo come assets, dati di S&P.  Arriviamo in fine al comparto difesa e spazio. Qui la Francia dispiega una serie di aziende statali e private senza eguali sul continente, le maggiori sono Dassault, Thales, Airbus, Nexter e Safran, con una capacità di produrre sistemi in autonomia per tutte le forze armate, il “tout français” è un elemento essenziale per la politica internazionale dell’Eliseo.

La Francia però non possiede sul territorio nazionale le materie prime necessarie, come fare?

I 14 con il Franco

Recentemente la scrittrice francese Fanny Pigeaud ha denunciato come coloniale il sistema del franco CFA nel suo libro “L’arme invisible de la Françafrique” uscito lo scorso 27 settembre ed edito da La Découverte. Ma di cosa si tratta?

Le due aree monetarie distinte, rispettivamente Union économique et monétaire ouest-africaine e Communauté économique et monétaire de l’Afrique centrale.

Il franco resiste ancora in 14 paesi africani sotto il nome di franco CFA, franc de la Communauté financière africaine, nato ufficialmente nel 1945 come franc des colonies françaises d’Afrique. Per quanto anacronistico possa sembrare la “zona del franco” comprende due aree valutarie distinte, Africa Centrale e Africa Occidentale, con 14 paesi appartenenti: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Mantenendo attualmente il 60% delle loro riserve monetarie presso la Banca di Francia, ottengono in cambio che Parigi garantisca la parità fissa con l’euro. La mobilità dei capitali, un tempo necessaria al drenaggio di risorse verso la madrepatria è tuttora in vigore e le riunioni periodiche per decidere le politiche monetarie si tengono presso il Tesoro Francese.

Non è solo l’economia ad essere tacciata di neo-colonialismo.

La legion toujours en Afrique

Il nome legione straniera risuona di misticismo e romanticismo d’altri tempi, oggi è uno strumento militare moderno e di grande efficacia. I legionari così come i soldati francesi sono tutt’ora impegnati nell’operazione Barkhane partita il primo agosto 2014 che vede dispiegati complessivamente 4500 uomini con 470 veicoli blindati. Il dispositivo, si legge nel “Dossier de PresseOpération Barkhane” (aprile 2018) dello stato maggiore transalpino, è stato messo in campo per neutralizzare la minaccia terroristica nell’area dei G5 del Sahel: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chiad. Ma Barkhane è soltanto l’ultima di una lunghissima serie di interventi in Africa che non ha visto cali d’intensità nemmeno durante la presidenza socialista di Mitterand.

Ma perché impegnarsi così tanto nell’area? Le motivazioni non possono che essere molteplici. Il terrorismo di matrice jihadista che ha colpito così duramente la Francia è senza dubbio una spiegazione. Un’altra potrebbe essere economica, ad esempio il Niger è il quarto esportatore di uranio a livello mondiale, abbiamo visto come tale risorsa sia vitale all’indipendenza energetica francese.

Le missioni all’estero portate avanti dai nostri cugini d’oltralpe non si fermano qui.

Consultando il rapporto del Ministère des Armées, “Les chiffres de la défense 2017-2018”, da cui è presa la carta, si evince come oltre alle Forces de Souveraineté che difendono i resti dell’impero coloniale francese, sono dispiegati altri 3.500 soldati in aree di importanza strategica quali: Senegal, Costa d’avorio, Gabon, Gibuti ed Emirati Arabi Uniti. L’Armée de l’air ha compiuto in agosto qualcosa di straordinario, portando i sui caccia Rafale fino ad Hanoi. Nel 1954 la caduta di Dien Bien Phu si era portata dietro le aspirazioni francesi nel sud-est asiatico ma ora un dispositivo aereo transalpino, comprendente anche cargo ed aerocisterne, si è lanciato nel cuore dell’area più calda del mondo a livello di confronto tra grandi potenze. Probabilmente Pechino, che ha numerose questioni aperte con il Vietnam, non ha gradito il riavvicinamento dei due antichi nemici ma sono i francesi che nella “Revue Strategique 2017” definiscono la PRC una potenza revisionista, ostile e con aspirazioni globali. Per ulteriori chiarimenti sui motivi di frizione tra Francia e Cina si legga qui e a trarne le dovute conclusioni.

Proiezione di potenza

Centro della capacità di proiezione francese è però la Marine Nationale che schiera nella Task Force 475 l’unica portaerei a propulsione nucleare non-statunitense del mondo, la Charles De Gaulle, a cui si aggiunge una consistente forza di superficie e 3 piattaforme d’assalto anfibio. Per attaccare dagli abissi la MN dispone di 6 sottomarini nucleari d’attacco, molto silenziosi, e 4 con missili balistici. Organizzati nella Force océanique stratégique essi costituiscono il pivot della difesa nazionale garantendo la second strike capability, in pratica l’assicurazione sulla vita della Francia. L’Armée de l’air conta quasi 230 aerei da combattimento, alcuni con capacità nucleare, e 78 da trasporto tattico e strategico. Da notare che la quasi totalità dei mezzi impiegati è di produzione nazionale.

Le già vaste capacità francesi saranno ulteriormente ampliate nei prossimi 5 anni da quasi 200 miliardi di stanziamenti previsti dal “Loi de Programmation Militaire 2019/2025”, sembra quindi ragionevole presumere sia un aumento dell’interventismo estero sia una maggiore spinta verso una difesa europea a traino francese.

Conclusioni

Risulta evidente come Parigi goda di una libertà nettamente superiore alle altre potenze del pianeta. Usa, Russia e Cina sono legate da logiche di confronto tra loro, Germania e Giappone non godono della piena libertà in politica estera e la Gran Bretagna non ha dimostrato particolare attitudine a intraprendere spregiudicatamente azioni all’estero negli ultimi anni. La Francia grazie al seggio permanente nel consiglio di sicurezza ONU, ad una degna capacità di proiezione e al suo arsenale nucleare è in grado fare di questa autonomia una ragione di vita. Con un peso economico e militare inferiore ai suoi competitor internazionali ha saputo, nell’arco dell’ultimo decennio, sfruttare situazioni caotiche per trarne vantaggio. Noi italiani, più di altri, abbiamo subito gli effetti di questa dottrina opportunistica, il caso Libico è esemplare di come un presidente transalpino possa permettersi di intervenire impunemente. È proprio qui che sta l’essenza di questa analisi. La Francia sebbene non sia un peso massimo è senza dubbio una grande potenza perfettamente in grado di assicurare la propria sopravvivenza e la propria prosperità mantenendo una sua sfera egemonica.

L’Africa, meta degli investimenti cinesi

Da diverso tempo l’Africa sta giocando un ruolo di partner chiave per la Cina in termini di prestiti finanziari, investimenti e commercio. Tale rapporto privilegiato è stato consolidato recentemente nel summit Cina-Africa attraverso l’impegno cinese di un nuovo piano di investimento di $60 miliardi.

L’Africa, meta degli investimenti cinesi - Geopolitica.info Photo credit: presidencebenin on Visualhunt.com / CC BY-NC-ND

La relazione Cina-Africa ha subito una nuova accelerazione a seguito del 7° Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC 2018), svoltosi i primi di settembre nella Grande Sala del Popolo a Pechino. Scopo del FOCAC, nato nel 2000, è il rafforzamento dei rapporti sino-africani tanto che il Presidente cinese Xi Jinping ha definito l’Africa un “good friend, good partner and good brother”.

Il vertice, durato due giorni e presieduto da Xi Jinping e dal Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, ha visto la partecipazione dei leader di 53 Paesi africani, assente solo lo Swaziland che ancora mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Durante l’incontro, che ha portato alla stesura della Beijing Declaration – Toward an even stronger China-Africa community with a shared future e del FOCAC Beijing Action plan (2019-2021), Xi ha più volte ribadito il messaggio che la cooperazione allo sviluppo in Africa è basata sui principi di mutuo rispetto e supporto. Nel discorso inaugurale il Capo di stato cinese ha esposto i “cinque no” della Cina nel rapporto di cooperazione con l’Africa il quale deve essere basato sui valori di “sincerità, amicizia ed eguaglianza”. I cinque cardini dell’approccio sono “la non interferenza nella scelta operata dai Paesi africani d’intraprendere un percorso di sviluppo che sia in linea con le loro condizioni nazionali, la non interferenza negli affari interni dell’Africa, la non imposizione della propria volontà sugli altri Paesi, l’assenza di alcuna condizione politica agli aiuti verso l’Africa e la mancata imposizione del proprio interesse politico nel fornire finanziamenti o nell’investire in Africa”.

Il discorso ha successivamente introdotto le “otto iniziative” alla base della cooperazione tra i due Paesi, che riguarderanno le aree dell’industrializzazione, dello sviluppo delle infrastrutture, delle facilitazioni commerciali, dello sviluppo sostenibile, del rafforzamento delle capacità, della sanità, del people to peolple exchange, e della pace e sicurezza.

A garanzia dei propri enunciati il Presidente ha annunciato che la Cina si impegnerà in un prestito di 60 miliardi di dollari in finanziamenti, promettendo anche la cancellazione del debito per alcuni Paesi più poveri o in difficoltà. Dei 60 miliardi promessi da Xi, 20 miliardi sono in linee di credito, 15 in aiuti e prestiti a interessi zero, 10 in fondi per lo sviluppo, 10 per project financing e 5 per facilitare le importazioni in Africa. Inoltre, le industrie cinesi saranno incoraggiate da Pechino a investire almeno 10 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Un simile impegno fu preso a seguito del FOCAC 2015 in cui lo stesso presidente annunciò un prestito di 60 miliardi.

Secondo le stime del China-Africa Research Initiative alla John Hopkins of Advanced International Studies, dal 2000 al 2016, la Cina ha finanziato il continente per circa 125 miliardi di dollari. Nell’ultima decade, infatti, gli investimenti cinesi in Africa sono cresciuti notevolmente. Stando ai dati elaborati dal think thank The American Enterprise Institute nel China Global Investment Tracker, dal 2005 al 2018, gli investimenti cinesi sono aumentati a livello globale e l’Africa è divenuta la terza destinazione per numero di investimenti cinesi dopo Asia ed Europa. Questi si concentrano principalmente nei settori dei trasporti e dell’energia. In questi ultimi anni, infatti, la Cina ha investito nella costruzione di numerose tratte ferroviarie ad esempio in Nigeria con la ferrovia Lagos-Kano e la ferrovia costiera Lagos-Calabar e in Paesi come Kenya, Etiopia e Zambia. Altro settore di interesse quello dell’energia, non solo in combustibili fossili ma anche in energie rinnovabili. Tali investimenti non sono stati però distribuiti in maniera omogenea nel continente. Difatti, la maggior parte sono concentrati prevalentemente nei Paesi produttori di petrolio, tra questi: Nigeria (17%), Angola (8%), Etiopia (8%), Kenya (6%), Zambia (5%), Sudafrica (5%).

Il crescente espansionismo cinese sostenuto dalla Belt and Road Initiative sta suscitando dubbi e critiche tanto da parlare di “neo-colonialismo” o gigantesca “trappola del debito”.

Il FOCAC 2018 indica chiaramente il sempre maggiore interesse della Cina nell’aprirsi alle relazioni multilaterali per la gestione dei propri interessi e iniziative in Africa in un momento in cui si trova sempre più coinvolta in una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Nonostante le critiche, prevalentemente da parte dell’occidente, i leader dei Paesi africani hanno accolto positivamente il piano di cooperazione con la Cina. Ne abbiamo conferma nella dichiarazione del Presidente Paul Kagame, attuale presidente dell’Unione Africana, che vede nella Cina l’unica nazione che considera l’Africa come un partner dello stesso livello. Significativo anche l’intervento del co-presidente Cyril Ramaphosa, che a proposito delle critiche ha risposto che “nei valori che promuove, nei modi in cui opera e nell’impatto che ha sui paesi africani, il FOCAC rifiuta la tesi che un nuovo colonialismo stia prendendo piede in Africa come i nostri detrattori avrebbero voluto farci credere”.