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Lo scacchiere africano: gli interessi italiani e i contendenti internazionali

Le opportunità economiche di una regione in via di sviluppo, la possibilità di acquisire nuove alleanze in considerazione del peso del blocco africano nelle Nazioni Unite e la ricchezza di risorse naturali del continente fanno dell’Africa il nuovo scacchiere della competizione internazionale. Quali sono i competitors nella regione? Da quali interessi sono spinti? E come influenzano la politica estera italiana nell’area?

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Competitori europei: Francia, Germania, Germania, Regno Unito

La strategia francese in Africa si è scontrata con quella italiana, soprattutto in Libia. Dato il suo importante passato coloniale nella regione del Maghreb, quest’area è considerata dalla Francia un punto di interesse nazionale. Anche l’Italia ha in Libia due interessi fondamentali: il petrolio e i flussi migratori. La posizione dell’Italia è stata finora in linea con le Nazioni Unite, riconoscendo il governo di Tripoli e prendendo contatti con il generale Haftar solo occasionalmente. Diversamente, l’atteggiamento della Francia nei confronti delle due principali fazioni all’interno della Libia ha portato ad un’estrema ambiguità. Anche se la Francia sostiene ufficialmente l’autorità sostenuta dall’ONU di Tripoli, il governo ha mantenuto un’efficace linea di comunicazione con il generale Haftar e l’autorità militare di Tobruk. La Francia ha approfittato della mancanza di una linea esecutiva e politica coerente dell’Italia per promuoversi come unico leader della pacificazione libica. Organizzando e promuovendo in maniera autonoma l’incontro delle due più importanti personalità libiche, la Francia ha avanzato il suo ruolo internazionale a scapito di quello italiano. L’Italia, di conseguenza, ha perso influenza in un Paese dove l’ENI è presente in maniera sostanziale.

La Germania vorrebbe rilanciarsi nel continente africano, a partire dalle sue vecchie colonie. Il problema del governo tedesco è con la Namibia non è stato mai archiviato: la Germania ha perpetrato un genocidio dell’etnia Herero tra il 1904-1905. Per anni i due paesi sono stati coinvolti nei negoziati, e sembra che le autorità tedesche abbiano infine accettato la definizione di genocidio per i crimi commessi.  Al di là delle difficoltà di ottenere influenza culturale, i tedeschi hanno deciso anche di lanciare un “Piano Marshall” per l’Africa, come lo ha definito il ministro tedesco dello sviluppo Gerd Müller. Il piano di Müller consiste in ambiziose politiche per le nazioni africane, che però sembrano di difficile attuazione senza il coinvolgimento, almeno, dell’UE.

Il Regno Unito dopo il voto a favore di Brexit ha dovuto cercare nuove alternative per incoraggiare il commercio internazionale. Questo atteggiamento ha portato ad un impegno più profondo tra il Regno Unito e la Nigeria. Nel 2017, la moneta nigeriana è stata classificata come “valuta pre-provata”. In questo modo i britannici hanno la possibilità di fornire aiuti direttamente in valuta Naira e la Nigeria ha l’opportunità di dare garanzie utilizzando la valuta locale. Per lo scenario post-uscita dall’UE, il governo britannico sta cercando di promuovere destinazioni alternative per il commercio estero e l’Africa è tra i suoi obiettivi.  L’Africa è il primo beneficiario degli aiuti allo sviluppo del Regno Unito, più di ogni altra regione, e l’ammontare degli aiuti al commercio è aumentato negli ultimi anni dal 28,5% nel 2012 al 37% nel 2014, come analizzato dal Financial Times sui dati OCSE. La strategia del Regno Unito in Africa è attualmente guidata solo dalla necessità di trovare rotte economiche nuove per limitare l’impatto dell’imminente abbandono del mercato interno europeo.

Potenze emergenti: India e Turchia

L’interesse della Turchia per il continente è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio: dal 2003 ad oggi, Erdogan ha visitato un totale di 23 paesi per 39 volte con una triplicazione degli scambi bilaterali Turchia-Africa.  Inoltre, la Turchia ha adottato strumenti di soft power come i piani umanitari e allo sviluppo, sempre nell’ intento di rafforzare le relazioni economiche e strategiche con il continente. Tuttavia, la strategia turca è guidata principalmente dalla necessità di materie prime per il proprio settore manifatturiero e industriale.

Anche l’India sta cercando un margine di manovra in Africa, dove sta provando a guadagnare terreno attraverso il soft power.  Si propone, infatti, come un alleato meno “coercitivo” delle superpotenze o ex imperi coloniali. Il partenariato tra India e Africa ha fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio, come dimostrano le numerose forme di impegno tra i due paesi in tutti i settori, dall’economia, alla ricerca, al supporto per le azioni dell’ ONU. Un elemento cardine dell’interesse strategico dell’India è la necessità di diversificare il suo profilo energetico, in particolare nel campo del petrolio: l’Africa è quindi un’area chiave (Badrul Alam, 2016).

Super Powers: US, Russia, China

Gli interessi degli Stati Uniti e della Cina nel continente sono molto simili: entrambi aspirano a un accesso sicuro al petrolio, al sostegno politico dal maggior numero possibile di Stati africani e all’aumento delle esportazioni. Anche questi punti sono tipici della strategia italiana, seppur, ovviamente, sono stati perseguiti su scala ridotta e focalizzati su obiettivi strettamente strategici. La Cina è concentrata su percorsi diplomatici per raggiungere i propri obiettivi con particolare interesse all’accettazione della “One China policy” come condizione necessaria agli aiuti, mentre gli Stati Uniti sono principalmente interessati al mantenimento delle basi militari sul suolo africano. I cinesi hanno posto l’Africa al di sopra dell’America Latina e del Medio Oriente nella loro lista di priorità e hanno concentrato i loro sforzi su una strategia a lungo termine. La struttura politica americana, affidando grandi potenze nelle mani dell’esecutivo, che però varia ogni quattro anni, non è riuscita a definire una strategia coerente e a lungo termine per il continente. Dunque, la Cina ha approfittato dell’importanza strategica secondaria dell’Africa per gli Stati Uniti, in modo da trovare un campo in cui espandere la sua influenza internazionale senza entrare in conflitto diretto con gli americani.

Durante la Guerra Fredda, l’influenza e la presenza russa nel continente è stata notevole. Con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa. Oggi la Russia sta cercando di riaffermare il suo ruolo primario negli affari globali e il suo status di potenza mondiale. La nuova corsa all’Africa potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo negli affari internazionali, soprattutto alla luce del sostegno alle azioni sponsorizzate dalla Russia in seno all’ONU. Infatti, le esportazioni dirette in Africa possono essere etichettate come “politiche”: la Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i paesi della regione nord che per i paesi subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e al giorno d’oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. La strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: sta elaborando una specifica narrazione di “Africa russa” che sottolinea il loro storico sostegno alla liberazione dell’Africa. Mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che il vero interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab

Quando sentiamo parlare di terrorismo islamico, il primo nome che ci viene in mente è quello dell’ISIS, attivo soprattutto in Siria ed Iraq, o quello di Al Qaeda, noto per gli attentanti dell’11 settembre 2001. Secondo l’analisi del National Consortium for the Study of Terrorism and Responses Terrorism, l’84% degli attentati terroristici di matrice islamista sono avvenuti tra Medio-Oriente,Asia ed Africa e queste zone rappresentano anche il 95% delle vittime di terrorismo nel mondo.

L’evoluzione del terrorismo islamico in Africa: il caso di Al – Shabaab - Geopolitica.info

L’Africa da sola conta circa il 25% degli attacchi terroristici avvenuti nel mondo ed è dunque, dopo l’Asia, il continente più colpito dal terrorismo. Stando quindi ai dati sopra riportati non si può parlare di terrorismo islamico senza analizzare i suoi effetti sul continente africano. In Africa sono presenti innumerevoli gruppi terroristici islamici affiliati ad ISIS o ad Al Qaeda e altri movimenti di matrice islamica. Tra i più importanti troviamo Al-Shabaab, cellula di Al Qaeda operante tra Somalia, Kenya e Uganda, e Boko Haram operante tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad ed affiliato all’ISIS.

Negli ultimi anni Al-Shabaab ha superato Boko Haram in termini di attacchi e vittime, diventando il gruppo terroristico più pericoloso dell’Africa totalizzando nel 2018, 1593 attacchi rispetto ai 500 portati a termine da Boko Haram, senza contare che i 4557 decessi (contro i 3329 di Boko Haram) relativi agli attentati compiuti da Al-Shabaab corrispondono a quasi il 44% del totale delle vittime causate nel 2018 dal terrorismo di matrice islamica in Africa.

Al-Shabaab: origine ed evoluzione

Al-Shabaab (in arabo “gioventù”) nasce nel 2006 come movimento giovanile estremista, all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, una rete di gruppi islamici che nel 2006 si schiera contro il Governo federale di transizione somalo. Dopo la sconfitta e la dissoluzione dell’Unione, avvenute nel dicembre 2006, Al-Shabaab riesce ad emanciparsi e ad emergere come gruppo autonomo schierandosi anch’esso contro il Governo federale di transizione, anche grazie all’arrivo di ex-veterani della precedente guerra civile somala, oltre che agli ex-militanti dell’Unione delle Corti Islamiche. Nel corso del tempo, la cellula terroristica ha esteso la sua influenza su diversi territori, imponendo alle popolazioni locali una versione ristretta della sharia–la legge coranica. Per quanto concerne l’aspetto ideologico, Al-Shabaab si è sempre contraddistinto per la sua duplice anima: una più radicale, influenzata dalla dottrina wahabita tipica dei Paesi del Golfo e un’altra più ‘autoctona’ e nazionalista, che mira alla costituzione di un Emirato nel Corno d’Africa.

A partire dal 2011 Al-Shabaab si è reso responsabile di vari attentati nel nord del Kenya. Il rischio di altre azioni armate da parte del gruppo terroristico somalo ha spinto il Kenya ad appoggiare la Somalia e l’operazione Linda Nchi (traduzione somala di “proteggere il paese”) per cercare di contenere il movimento. L’operazione ha ridotto considerevolmente il numero dei guerriglieri di Al-Shabaab, che sono passati da più di 15 mila a circa 6 mila.

L’affiliazione con Al-Qaeda, ufficializzata nel 2012, porta al gruppo somalo nuova forza e potere dopo un breve periodo di crisi causato dalla perdita del controllo di una parte del territorio ed alle numerose defezioni dei miliziani. Il connubio con il gruppo capeggiato da Al-Zawahiri ha modificato profondamente l’aspetto del movimento, con un arrivo importante di combattenti, in particolare da Afganistan e Arabia Saudita, e proprio questi ultimi hanno introdotto nella strategia degli attacchi la tecnica degli attentati suicidi, precedentemente rifiutata da Al-Shabaab.

Il teatro operativo

La Somalia rappresenta il principale teatro operativo del gruppo terroristico. Negli ultimi anni i jihadisti hanno perpetrato un grande numero di attacchi contro una serie di obiettivi specifici a Mogadiscio, tra cui alberghi che ospitano stranieri, posti di blocco militari ed aree adiacenti ai palazzi governativi. L’azione terroristica più rilevante e cruenta è quella condotta, tramite un autobomba, davanti ad un hotel vicino al Ministero degli esteri a Mogadiscio (14 ottobre 2017). L’attentato ha provocato la morte di oltre 320 persone, considerato il più grave atto terroristico nella storia della Somalia e definito “l’11 settembre somalo”.

Dopo l’affiliazione con Al-Qaeda, Al-Shabaab ha esteso il proprio raggio d’azione, iniziando ad attaccare anche il Kenya. Nel settembre del 2013, i fondamentalisti somali hanno rivendicato l’attacco armato al centro commerciale Westgate di Nairobi, che ha provocato la morte di oltre 60 persone. Un anno e mezzo dopo, nell’aprile del 2015, un commando di terroristi di Al-Shabaab ha fatto irruzione all’interno della North Eastern Garissa University uccidendo 150 persone. L’ostilità degli estremisti somali verso il Kenya è da ricercare nel contributo che quest’ultimo fornisce, in termini di truppe, alla missione dell’Unione Africana Amisom. Al-Shabaab ha rivendicato attentati anche in Uganda, Etiopia e Gibuti.

Il Dipartimento di Stato americano nell’ultimo Country Rreport on Terrorism evidenzia come la milizia islamista mantenga un certo controllo in alcune zone rurali della Somalia, nonché una presenza destabilizzante in alcune aree urbane, dove è ancora in grado di operare in relativa sicurezza. Negli ultimi annil’ISIS è diventato competitor locale di Al-Shabaab contentendone l’egemonia per il corno d’Africa. Nel 2015 Abdul Qadir Mumin, uno dei leader del gruppo somalo, ha giurato fedeltà al Califfato di Al-Baghdadi, provocando una scissione interna al movimento. Dopo l’affiliazione a Daesh, Mumim si è rifugiato nella zona del Galgala dove sono state allestite le prime basi operative della branca somala dell’ISIS.

La nuova cellula jihadista, nonostante le dimensioni ridotte, è riuscita ad incorporare al suo interno alcuni clan locali. In più, fanno parte del network terroristico di Mumimanche ex miliziani di Al-Shabaab e combattenti dell’ISIS provenienti dalla Siria, Iraq e Libia. I rapporti tra i due gruppi fondamentalisti sono chiaramente conflittuali, la leadership di Al-Shabaab ha annunciato una ferrea presa di posizione contro Mumim e i suoi seguaci, minacciando di morte chi sceglie di unirsi all’organizzazione rivale. A sua volta, il Califfato ha promesso ritorsioni e rappresaglie in risposta alle intimidazioni degli avversari.

L’amministrazione Trump

Un altro fronte di scontro importante del gruppo terroristico somalo è quello contro gli Stati Uniti. Da quanto Donald Trump è diventato presidente gli attacchi aerei degli Stati Uniti sono aumentati sensibilmente. Secondo i dati del Dipartimento di Difesa americano gli attacchi aerei compiuti dagli Stati Uniti in Somalia lo scorso anno sono stati 47 e hanno ucciso 326 persone. L’intensità dei bombardamenti nei primi mesi del 2019 suggerisce un aumento ulteriore degli attacchi nell’anno incorso rispetto al precedente. Inoltre è aumentato anche il numero delle persone uccise, che il governo americano continua a classificare solamente come miliziani di Al-Shabaab, non riconoscendol’esistenza di morti civili.

Non c’è stato, quindi, alcun cambio di strategia deciso dall’amministrazione Trump: la missione americana continua a fornire sicurezza al governo somalo, aiutandolo a sviluppare un esercito e un’intelligence stabili per fronteggiare la minaccia terroristica. Oggi in Somalia ci sono circa 500 soldati statunitensi, per lo più forze speciali con funzioni di addestramento dell’esercito e delle truppe anti terrorismo locali.

Come dimostra una recente analisi dell’Africa Center for Strategic Studies gli attacchi operati daparte di Al-Shabaab sono in calo rispetto all’anno precedente ma sono controbilanciati dall’aumento dell’insorgenza nel Sahel. Nonostante ciò, Al-Shabaab continua ad essere il gruppo più attivo in Africa, le vittime del movimento somalo corrispondono al 42% del totale relativo all’insorgenza ditutti i gruppi militanti islamici attivi in Africa.

L’Heritage Institute for Policiy Studies di Mogadiscio ha pubblicato un report sulla situazione politico-militare in Somalia dal quale si evince che nonostante abbia circa 22 mila effettivi, l’AMISOM da sola non ha più la forza per sconfiggere i ribelli islamici. Detto ciò e considerati gli studi più recenti almeno nel medio termine Al-Shabaab continuerà a costituire una seria minaccia per la Somalia, per l’AMISOM e per la sicurezza di altri paesi quali Kenya e Uganda.

In conclusione, il terrorismo islamico in Africa è un terrorismo violento ed in espansione, che seppur in alcune zone conti meno vittime, può rappresentare un problema anche per l’Europa. In Libia, ad esempio, il jihadismo è un problema ancora non risolto, Al-Qaeda sta estendendo le sue ramificazioni nel Magreb e il Sahel sta diventando sempre di più il centro propulsore del terrorismo di matrice jihadista e di certo le rotte dei migranti aiutano il trasferimento di jihadisti e potenziali jihadisti nelcuore del nostro continente.

Attempting to unlock history: the quest for self-determination in Western Sahara

While the quarrel over the construction of a new wall along the Mexican border hampers the functioning of the federal apparatus in the US, an already existing barrier in the African continent represents the protraction of a political stalemate connected to the legal principles of territorial integrity and self-determination. It is the “berm” separating Morocco from part of the resource-rich Western Sahara. The latter is a non-self-governing entity according to the United Nations and an integral part of Morocco’s territory in the view of Rabat.

Attempting to unlock history: the quest for self-determination in Western Sahara - Geopolitica.info By Kmusser - Own work based primarily on the Digital Chart of the World, with this UN map and commercial atlases (Rand McNally, Google, Encarta, and National Geographic) used as references., CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1621025

The controversy over Western Sahara is rooted in colonialism, when Spain was the relevant administering power. The ensuing decolonisation left Western Sahara in the hands of the neighbouring Morocco which engaged in an open-ended conflict with the nationalist Polisario Front. After decades of confrontation and in a profoundly changed political environment, the question of Western Sahara still revolves around the means by which to fulfil the recognised right to self-determination of the Sahrawi people. The Algeria-backed Polisario Front only envisages a referendum to achieve full independence; Morocco is willing to exclusively concede graduated forms of autonomy.

In December 2018 negotiations to establish the future path for Western Sahara – in between independence and incorporation – reopened in Geneva after halting in 2012. These negotiations comprised Morocco, the Polisario Front, Algeria and Mauritania and aimed at finally reaching a comprehensive agreement in the face of continuous immobilism. The meeting occurred under the wing of the United Nations which had a meaningful role in the consolidation of the status quo and is also present on the ground with the MINURSO peacekeeping mission since 1991. The United Nations Security Council lastly intervened in the context of Western Sahara with Resolution 2440 extending further the mandate of MINURSO. This decision was facilitated by the support of the Trump administration of the United States. Wider considerations on the stability of the surrounding area – affected by division and violence – demanded in fact greater efforts towards the resolution of the long-standing controversy over the establishment of the rightful regime in Western Sahara. Morocco rejects the Polisario-Front-led Sahrawi Arab Democratic Republic which is nonetheless recognised by the African Union and bolstered by Algeria which hosts a number of Sahrawi refugees. In addition to the forced displacement of many locals, Morocco has deliberately encouraged the alteration of the composition of the population of Western Sahara by favouring internal mobility while investing a lot in the infrastructural and economic development of the area.

Beyond the security concerns, business and natural resources are also relevant to the issue of Western Sahara. Several countries entertained prolonged economic and legal relations with Morocco that incorporated Western Sahara. This circumstance is problematic in the light of the international-law clauses which apply to the territory. Accordingly, the Sahrawi people of Western Sahara enjoy the right to self-determination as it was declared inter alia by the International Court of Justice in its advisory opinion of 1975. The right to self-determination is enshrined in the International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR) and entails that selected groups may freely determine their preferred system of political organisation. The right to self-determination is inextricably linked with another fundamental provision of international law: permanent sovereignty over natural resources. This paramount right prescribes that each (internationally recognised) nation has exclusive jurisdiction over the natural resources located on the territory which it inhabits. As Morocco has de facto controlled Western Sahara for an extended period of time despite the call for the completion of the process of decolonisation – spurring technical debates over the possible application of the law of occupation to the case – the Sahrawi community has hardly reaped the fruits of the alienation of its resources.

The European Union for example has had a Fisheries Partnership Agreement with Morocco since 2007. This agreement allowed EU Member States to operate in the waters off the coast of Western Sahara. However, the European Court of Justice (ECJ) ruled in 2018 that the agreement could not cover Western Sahara because of its unsettled political status. The ECJ had previously expressed similar views regarding trade, the association agreement and customs duties. The ratification of international treaties in such an unsteady setting is very significant because it falls under the scope of the actions not to be taken pursuant to the obligation of non-recognition of States’ unlawful acts. Accordingly, by entering into agreements with Morocco covering also Western Sahara without consulting the representatives of the Sahrawi people, the EU risks legitimising the controversial behaviour of Rabat vis-à-vis its bountiful neighbour. This point was addressed in the early 2000s by the Under-Secretary-General for Legal Affairs and the Legal Counsel of the United Nations Hans Corell: he held that international trade involving the contested territory could be accepted provided that the related revenues benefitted the local population. Corell’s stance has been later criticised in academic venues.

The results that this last round of negotiations will attain, considering that Morocco might exploit the issue of Western Sahara to gain greater leverage in other domains, remain to be seen. What surely transpires from this protracted deadlock is the ontological implications of international law. At the height of the popularity of the United Nations and following the enthusiasm caused by the wind of decolonisation, the indigenous people inhabiting the former Spanish protectorate Western Sahara – in contrast to the larger and smaller groups which have unsuccessfully pursued autonomy over the years – were deemed to constitute a nation worthy of self-determination. The expectations arising from that legal fiction (belonging with all the other artifices which shape to a great extent the world as we know it) faced the realist objectives of Morocco hence a major obstacle to their realisation. After years of skirmishing chiefly afflicting local communities, diplomacy is now sought after to fulfil the original requests of a fabricated system.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa

Da un punto di vista terminologico, i programmi di sviluppo promossi dalla Cina sono identificabili più come una forma di cooperazione, piuttosto che come un’assistenza: quest’ultima delinea una condizione nella quale inevitabilmente viene ad instaurarsi un rapporto di subalternità tra un donatore e un beneficiario. Al contrario, e in linea con il principio della south-south cooperation, Pechino si propone di offrire al continente africano l’opportunità di conseguire lo sviluppo e di crescere autonomamente mettendo a frutto quelle potenzialità che il Dragone, forse prima dell’Occidente, ha colto in anticipo e in modo lungimirante.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa - Geopolitica.info The Straits Times

Non si instaurerebbe, quindi, un rapporto di natura gerarchica tra la Cina e l’Africa ma una relazione di cooperazione su basi e condizioni di equità. Sono emblematiche a tal proposito le parole pronunciate dal Presidente cinese Hu Jintao in occasione del 4° Forum di Cooperazione sino-africana (2006) a Pechino : «The different civilisations can learn from each other through communication so as to enrich and develop themselves respectively in this way».
L’aiuto allo sviluppo offerto dalla Cina non si sostanzia in donazioni unilaterali verso il continente africano, ma in un supporto fornito all’Africa attraverso l’apertura di canali commerciali, risorse ed investimenti diretti che la Cina impiega per progetti da realizzarsi sul continente.

La natura degli aiuti finanziari offerti dalla Cina è inoltre difficilmente riconducibile alla tradizionale definizione di Official Development Aid (ODA), fornita dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE).
Gli ODA sono definiti come un flusso di finanziamenti ufficiali concessi a Paesi o territori o ad organizzazioni multilaterali, enti governativi statali, locali o agenzie istituzionali di altro tipo. Essi hanno come scopo principale quello di promuovere lo sviluppo economico e il benessere dei Paesi in via di sviluppo e si caratterizzano per offrire condizioni di prestito agevolate rispetto a quelle di mercato (es. tassi di interesse particolarmente bassi).
Sono esclusi da questa definizione i prestiti concessi da parte di agenzie di credito con lo scopo di favorire le esportazioni, oltre che le risorse stanziate per l’aiuto militare, comprese quelle per le operazioni di peacekeeping.
A questi si aggiungono poi gli Other Official Flows (OOF), definiti come quel flusso stanziato da parte di enti governativi per scopi diversi da quelli inerenti lo sviluppo del Paese.

Diversamente, l’assistenza cinese, svincolata da condizionalità politiche ed economiche verso i paesi beneficiari, prevede donazioni, prestiti senza interesse e prestiti a condizioni agevolate, che comportano un abbuono di interesse e riduzioni del debito. Spesso la restituzione del prestito è legata all’esportazione di prodotti locali come nel caso dell’Angola, per la quale i prestiti cinesi sono subordinati all’offerta di greggio.

Le prime due forme di finanziamento sono gestite dal Ministero del commercio; mentre l’ultimo viene trasferito direttamente dalla China EXIMBank – sulla base delle indicazioni fornite dal governo cinese – al governo del Paese beneficiario.
Molto spesso poi negli aiuti per l’estero la Cina include anche spese militari o borse di studio per la formazione tecnica, o ancora, sovvenzioni alle imprese cinesi che operano all’estero.

Data la natura di questi strumenti di assistenza è logico ritenere che buona parte degli strumenti usati dalla Cina sono classificabili più come OOF anziché come ODA.

Ispirandosi alla propria esperienza di crescita conseguita nel corso degli ultimi trent’anni, Pechino sembra seguire un modello di sviluppo particolarmente attento alle componenti economiche di un Paese. Tra i principali settori per cui la Cina fornisce assistenza all’Africa, vi sono infatti quello infrastrutturale, agricolo, industriale e dell’assistenza umanitaria; mancano invece programmi relativi allo sviluppo politico ed istituzionale dei Paesi africani, dato il principio di non interferenza, cardine della politica estera cinese, che indurrebbe Pechino a non intervenire nell’impianto politico di un Paese.

Le grandi opere infrastrutturali hanno una rilevanza notevole per Pechino, che dal 2000 ad oggi continua ad investire moltissimo in questo settore, riuscendo così a guadagnare la fiducia e la stima da parte delle popolazioni africane. In un trend riportato dal network di ricerca Afrobarometer risulta che per il 48% della popolazione africana, il fattore che contribuisce maggiormente a rendere positiva l’immagine della Cina nel continente siano proprio gli investimenti nelle infrastrutture; e nel complesso il 56% dei Paesi africani si dice soddisfatto dell’assistenza fornita dalla Cina.

Non va dimenticato, infine, che la crescita del continente africano può rivelarsi una carta fondamentale per una potenza economica come la Cina, che necessita di soddisfare una crescente domanda interna di beni e materie prime.
In tal senso, il settore commerciale (utile a garantire le importazioni dei beni e delle materie prime necessarie al fabbisogno interno), quello agricolo (vitale per compensare la carenza di campi coltivabili di cui la Cina non dispone più per via dell’eccessiva urbanizzazione) e infine, ma soprattutto, il settore energetico, costituiscono tutt’ora dei punti fondamentali nell’agenda politica di Pechino per lo sviluppo dell’Africa.

La France: grande puissance?

Siamo soliti ridere delle autocelebrazioni dei nostri cugini d’oltralpe soprattutto in tema di grandeur. La Francia però nonostante siano passati i tempi di Luigi XIV e Napoleone resta una delle grandi potenze del mondo. La sua arma segreta? La sua perenne volontà di mantenersi autonoma.

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Economia e Industria

L’Hesagone vanta un PIL nel 2017 di 2.583 miliardi, dati WB, cedendo all’India la settima posizione a livello mondiale. Possiede la più produttiva agricoltura d’Europa, grande vanto nazionale, ma industrialmente si trova al terzo posto dopo Italia e Germania. Al di là del freddo dato statistico la Francia possiede numerose aziende di grandi dimensioni nei settori chiave e lo stato svolge un ruolo centrale nell’economia nazionale. L’APE, Agence des Partecipations de l’Ètat, è una delle agenzie di partecipazioni statali più grandi del mondo, dati del “Rapport d’Activitè APE 2017-2018”. Vanta un portafoglio con oltre 75md di valore in quote azionarie di 81 imprese. Ma dove si colloca il principale intervento statale? Vi è una netta predominanza nel settore energetico, che rappresenta quasi il 50% dei titoli di proprietà dell’APE. Per comprendere il peso di tale impegno si consulti Eurostat che vede la Francia primo produttore europeo di energia con il 48% del totale. Una vastissima produzione che mantiene basso il costo per famiglie e imprese ma che genera anche notevoli profitti con l’export. I 58 reattori nucleari gestiti dalla società pubblica EDF, Électricité de France, sono la componente nettamente maggioritaria e insostituibile, 71,6%, della produzione nazionale di energia. Fornitore di materiale fissile è Orano, 45% statale, che si occupa di estrazione e raffinazione dell’uranio, fabbricazione, trasporto e riprocessamento del combustibile, smantellamento dei siti radioattivi e gestione delle scorie. Nell’equazione non bisogna dimenticare Total che è l’ottava azienda mondiale per estrazione di greggio. Sia Grands ports maritimes sia Naval Group sono statali o a maggioranza statale con una capacità cantieristica e portuale di prim’ordine. Lo stato possiede forti partecipazioni anche in Air France-KLM, Renault e nel gruppo PSA, Peugeot Société Anonyme, a cui appartengono anche Citroën e Opel.  BNP Paribas e Credit agricole sono la seconda e terza banca a livello Europeo come assets, dati di S&P.  Arriviamo in fine al comparto difesa e spazio. Qui la Francia dispiega una serie di aziende statali e private senza eguali sul continente, le maggiori sono Dassault, Thales, Airbus, Nexter e Safran, con una capacità di produrre sistemi in autonomia per tutte le forze armate, il “tout français” è un elemento essenziale per la politica internazionale dell’Eliseo.

La Francia però non possiede sul territorio nazionale le materie prime necessarie, come fare?

I 14 con il Franco

Recentemente la scrittrice francese Fanny Pigeaud ha denunciato come coloniale il sistema del franco CFA nel suo libro “L’arme invisible de la Françafrique” uscito lo scorso 27 settembre ed edito da La Découverte. Ma di cosa si tratta?

Le due aree monetarie distinte, rispettivamente Union économique et monétaire ouest-africaine e Communauté économique et monétaire de l’Afrique centrale.

Il franco resiste ancora in 14 paesi africani sotto il nome di franco CFA, franc de la Communauté financière africaine, nato ufficialmente nel 1945 come franc des colonies françaises d’Afrique. Per quanto anacronistico possa sembrare la “zona del franco” comprende due aree valutarie distinte, Africa Centrale e Africa Occidentale, con 14 paesi appartenenti: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Mantenendo attualmente il 60% delle loro riserve monetarie presso la Banca di Francia, ottengono in cambio che Parigi garantisca la parità fissa con l’euro. La mobilità dei capitali, un tempo necessaria al drenaggio di risorse verso la madrepatria è tuttora in vigore e le riunioni periodiche per decidere le politiche monetarie si tengono presso il Tesoro Francese.

Non è solo l’economia ad essere tacciata di neo-colonialismo.

La legion toujours en Afrique

Il nome legione straniera risuona di misticismo e romanticismo d’altri tempi, oggi è uno strumento militare moderno e di grande efficacia. I legionari così come i soldati francesi sono tutt’ora impegnati nell’operazione Barkhane partita il primo agosto 2014 che vede dispiegati complessivamente 4500 uomini con 470 veicoli blindati. Il dispositivo, si legge nel “Dossier de PresseOpération Barkhane” (aprile 2018) dello stato maggiore transalpino, è stato messo in campo per neutralizzare la minaccia terroristica nell’area dei G5 del Sahel: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chiad. Ma Barkhane è soltanto l’ultima di una lunghissima serie di interventi in Africa che non ha visto cali d’intensità nemmeno durante la presidenza socialista di Mitterand.

Ma perché impegnarsi così tanto nell’area? Le motivazioni non possono che essere molteplici. Il terrorismo di matrice jihadista che ha colpito così duramente la Francia è senza dubbio una spiegazione. Un’altra potrebbe essere economica, ad esempio il Niger è il quarto esportatore di uranio a livello mondiale, abbiamo visto come tale risorsa sia vitale all’indipendenza energetica francese.

Le missioni all’estero portate avanti dai nostri cugini d’oltralpe non si fermano qui.

Consultando il rapporto del Ministère des Armées, “Les chiffres de la défense 2017-2018”, da cui è presa la carta, si evince come oltre alle Forces de Souveraineté che difendono i resti dell’impero coloniale francese, sono dispiegati altri 3.500 soldati in aree di importanza strategica quali: Senegal, Costa d’avorio, Gabon, Gibuti ed Emirati Arabi Uniti. L’Armée de l’air ha compiuto in agosto qualcosa di straordinario, portando i sui caccia Rafale fino ad Hanoi. Nel 1954 la caduta di Dien Bien Phu si era portata dietro le aspirazioni francesi nel sud-est asiatico ma ora un dispositivo aereo transalpino, comprendente anche cargo ed aerocisterne, si è lanciato nel cuore dell’area più calda del mondo a livello di confronto tra grandi potenze. Probabilmente Pechino, che ha numerose questioni aperte con il Vietnam, non ha gradito il riavvicinamento dei due antichi nemici ma sono i francesi che nella “Revue Strategique 2017” definiscono la PRC una potenza revisionista, ostile e con aspirazioni globali. Per ulteriori chiarimenti sui motivi di frizione tra Francia e Cina si legga qui e a trarne le dovute conclusioni.

Proiezione di potenza

Centro della capacità di proiezione francese è però la Marine Nationale che schiera nella Task Force 475 l’unica portaerei a propulsione nucleare non-statunitense del mondo, la Charles De Gaulle, a cui si aggiunge una consistente forza di superficie e 3 piattaforme d’assalto anfibio. Per attaccare dagli abissi la MN dispone di 6 sottomarini nucleari d’attacco, molto silenziosi, e 4 con missili balistici. Organizzati nella Force océanique stratégique essi costituiscono il pivot della difesa nazionale garantendo la second strike capability, in pratica l’assicurazione sulla vita della Francia. L’Armée de l’air conta quasi 230 aerei da combattimento, alcuni con capacità nucleare, e 78 da trasporto tattico e strategico. Da notare che la quasi totalità dei mezzi impiegati è di produzione nazionale.

Le già vaste capacità francesi saranno ulteriormente ampliate nei prossimi 5 anni da quasi 200 miliardi di stanziamenti previsti dal “Loi de Programmation Militaire 2019/2025”, sembra quindi ragionevole presumere sia un aumento dell’interventismo estero sia una maggiore spinta verso una difesa europea a traino francese.

Conclusioni

Risulta evidente come Parigi goda di una libertà nettamente superiore alle altre potenze del pianeta. Usa, Russia e Cina sono legate da logiche di confronto tra loro, Germania e Giappone non godono della piena libertà in politica estera e la Gran Bretagna non ha dimostrato particolare attitudine a intraprendere spregiudicatamente azioni all’estero negli ultimi anni. La Francia grazie al seggio permanente nel consiglio di sicurezza ONU, ad una degna capacità di proiezione e al suo arsenale nucleare è in grado fare di questa autonomia una ragione di vita. Con un peso economico e militare inferiore ai suoi competitor internazionali ha saputo, nell’arco dell’ultimo decennio, sfruttare situazioni caotiche per trarne vantaggio. Noi italiani, più di altri, abbiamo subito gli effetti di questa dottrina opportunistica, il caso Libico è esemplare di come un presidente transalpino possa permettersi di intervenire impunemente. È proprio qui che sta l’essenza di questa analisi. La Francia sebbene non sia un peso massimo è senza dubbio una grande potenza perfettamente in grado di assicurare la propria sopravvivenza e la propria prosperità mantenendo una sua sfera egemonica.

L’Africa, meta degli investimenti cinesi

Da diverso tempo l’Africa sta giocando un ruolo di partner chiave per la Cina in termini di prestiti finanziari, investimenti e commercio. Tale rapporto privilegiato è stato consolidato recentemente nel summit Cina-Africa attraverso l’impegno cinese di un nuovo piano di investimento di $60 miliardi.

L’Africa, meta degli investimenti cinesi - Geopolitica.info Photo credit: presidencebenin on Visualhunt.com / CC BY-NC-ND

La relazione Cina-Africa ha subito una nuova accelerazione a seguito del 7° Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC 2018), svoltosi i primi di settembre nella Grande Sala del Popolo a Pechino. Scopo del FOCAC, nato nel 2000, è il rafforzamento dei rapporti sino-africani tanto che il Presidente cinese Xi Jinping ha definito l’Africa un “good friend, good partner and good brother”.

Il vertice, durato due giorni e presieduto da Xi Jinping e dal Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, ha visto la partecipazione dei leader di 53 Paesi africani, assente solo lo Swaziland che ancora mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Durante l’incontro, che ha portato alla stesura della Beijing Declaration – Toward an even stronger China-Africa community with a shared future e del FOCAC Beijing Action plan (2019-2021), Xi ha più volte ribadito il messaggio che la cooperazione allo sviluppo in Africa è basata sui principi di mutuo rispetto e supporto. Nel discorso inaugurale il Capo di stato cinese ha esposto i “cinque no” della Cina nel rapporto di cooperazione con l’Africa il quale deve essere basato sui valori di “sincerità, amicizia ed eguaglianza”. I cinque cardini dell’approccio sono “la non interferenza nella scelta operata dai Paesi africani d’intraprendere un percorso di sviluppo che sia in linea con le loro condizioni nazionali, la non interferenza negli affari interni dell’Africa, la non imposizione della propria volontà sugli altri Paesi, l’assenza di alcuna condizione politica agli aiuti verso l’Africa e la mancata imposizione del proprio interesse politico nel fornire finanziamenti o nell’investire in Africa”.

Il discorso ha successivamente introdotto le “otto iniziative” alla base della cooperazione tra i due Paesi, che riguarderanno le aree dell’industrializzazione, dello sviluppo delle infrastrutture, delle facilitazioni commerciali, dello sviluppo sostenibile, del rafforzamento delle capacità, della sanità, del people to peolple exchange, e della pace e sicurezza.

A garanzia dei propri enunciati il Presidente ha annunciato che la Cina si impegnerà in un prestito di 60 miliardi di dollari in finanziamenti, promettendo anche la cancellazione del debito per alcuni Paesi più poveri o in difficoltà. Dei 60 miliardi promessi da Xi, 20 miliardi sono in linee di credito, 15 in aiuti e prestiti a interessi zero, 10 in fondi per lo sviluppo, 10 per project financing e 5 per facilitare le importazioni in Africa. Inoltre, le industrie cinesi saranno incoraggiate da Pechino a investire almeno 10 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Un simile impegno fu preso a seguito del FOCAC 2015 in cui lo stesso presidente annunciò un prestito di 60 miliardi.

Secondo le stime del China-Africa Research Initiative alla John Hopkins of Advanced International Studies, dal 2000 al 2016, la Cina ha finanziato il continente per circa 125 miliardi di dollari. Nell’ultima decade, infatti, gli investimenti cinesi in Africa sono cresciuti notevolmente. Stando ai dati elaborati dal think thank The American Enterprise Institute nel China Global Investment Tracker, dal 2005 al 2018, gli investimenti cinesi sono aumentati a livello globale e l’Africa è divenuta la terza destinazione per numero di investimenti cinesi dopo Asia ed Europa. Questi si concentrano principalmente nei settori dei trasporti e dell’energia. In questi ultimi anni, infatti, la Cina ha investito nella costruzione di numerose tratte ferroviarie ad esempio in Nigeria con la ferrovia Lagos-Kano e la ferrovia costiera Lagos-Calabar e in Paesi come Kenya, Etiopia e Zambia. Altro settore di interesse quello dell’energia, non solo in combustibili fossili ma anche in energie rinnovabili. Tali investimenti non sono stati però distribuiti in maniera omogenea nel continente. Difatti, la maggior parte sono concentrati prevalentemente nei Paesi produttori di petrolio, tra questi: Nigeria (17%), Angola (8%), Etiopia (8%), Kenya (6%), Zambia (5%), Sudafrica (5%).

Il crescente espansionismo cinese sostenuto dalla Belt and Road Initiative sta suscitando dubbi e critiche tanto da parlare di “neo-colonialismo” o gigantesca “trappola del debito”.

Il FOCAC 2018 indica chiaramente il sempre maggiore interesse della Cina nell’aprirsi alle relazioni multilaterali per la gestione dei propri interessi e iniziative in Africa in un momento in cui si trova sempre più coinvolta in una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Nonostante le critiche, prevalentemente da parte dell’occidente, i leader dei Paesi africani hanno accolto positivamente il piano di cooperazione con la Cina. Ne abbiamo conferma nella dichiarazione del Presidente Paul Kagame, attuale presidente dell’Unione Africana, che vede nella Cina l’unica nazione che considera l’Africa come un partner dello stesso livello. Significativo anche l’intervento del co-presidente Cyril Ramaphosa, che a proposito delle critiche ha risposto che “nei valori che promuove, nei modi in cui opera e nell’impatto che ha sui paesi africani, il FOCAC rifiuta la tesi che un nuovo colonialismo stia prendendo piede in Africa come i nostri detrattori avrebbero voluto farci credere”.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore

Il sette agosto di venti anni fa in Africa orientale, in una rovente mattina di agosto, saltano in aria due ambasciate statunitensi a Nairobi e a Dar es-Salaam. Il duplice attacco, che lascia complessivamente sul terreno 224 morti e quasi quattromila feriti, è opera dei terroristi di al-Qaeda e segna l’inizio alla crociata anti-americana propugnata da Osama bin Laden, che porterà ai drammatici eventi dell’11 settembre.

“Tutto cominciò a Nairobi” di Marco Cochi, Castelvecchi Editore - Geopolitica.info

Comincia così il nuovo libro di Marco Cochi dal titolo “Tutto cominciò a Nairobi. Come al-Qaeda è diventata la rete jihadista più potente dell’Africa”, che racconta come si è evoluta la minaccia del terrorismo di matrice islamica nel continente africano, dove l’organizzazione terroristica ha instaurato nel tempo una potente e ramificata rete jihadista con salde e consolidate alleanze in Nord Africa, nel Corno e nella vasta regione del Sahel.

Il libro tratta anche dell’evoluzione del radicalismo islamico nel nord-est della Nigeria, dove negli ultimi nove anni l’insurrezione di un gruppo estremista chiamato Boko Haram (L’educazione occidentale è sacrilegio) ha provocato la morte di oltre ventimila persone e l’esodo di 2,7 milioni di nigeriani, costretti a sfollare nell’area del bacino del Lago Ciad.

La disamina dell’evoluzione della minaccia nell’area prosegue poi con la nuova insorgenza jihadista nella provincia di Cabo Delgado nel Nord del Mozambico, dove dal 2014 è attivo un gruppo locale di matrice jihadista conosciuto come Ansar al-Sunna. Una minaccia da prendere in seria considerazione, considerato che dallo scorso ottobre nella zona si sono registrati numerosi attacchi terroristici, costati la vita a un centinaio di persone.

Tra i vari temi trattati, c’è anche spazio per il calcio, che gli estremisti somali di al-Shabaab hanno bandito nei tre distretti di Mogadiscio e nelle zone della Somalia centro-meridionale sotto il loro controllo, dove nel corso dei mondiali in Sudafrica e Brasile hanno compiuto sanguinosi attacchi nei luoghi dove i tifosi inermi assistevano alle partite.

Il testo sottolinea infine la scarsa attenzione che i media occidentali dedicano al fenomeno, che in realtà ci riguarda molto da vicino perché gli attentati contro obiettivi occidentali in Africa negli ultimi cinque anni sono triplicati.

Senza contare, che gli indizi provenienti da recenti attacchi in Europa sono assai eloquenti: l’attentatore che il 22 maggio 2017 uccise 22 ragazzi alla Manchester Arena al termine del concerto di Ariana Grande era di origine libica, così come aveva origine tunisina l’autore del primo atto terroristico effettuato con un tir lanciato sulla folla, che provocò la morte di 85 persone sulla Promenade des Anglais di Nizza. Ma anche l’attacco che l’agosto dello scorso anno uccise 15 persone sulla Rambla di Barcellona fu operato da una cellula marocchina.

E nel finale del libro – dati e studi alla mano – emerge che non è solo con l’intervento militare che si può sconfiggere il terrorismo, ma con la ricerca di soluzioni atte a ridurre i diversi fattori primari, che spingono gli aspiranti jihadisti a entrare in rotta di collisione con la realtà che li circonda.

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