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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLa svolta marittima turca ed il caso libico

La svolta marittima turca ed il caso libico

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Il processo di territorializzazione del mare sconvolge gli equilibri del Mediterraneo, rinvigorendo le antiche ostilità greco-turche. La proiezione strategica di Ankara nel Mediterraneo orientale, in cui tenta di applicare la dottrina della “Patria Blu”, riflette l’attuale attitudine turca ad imporsi come soggetto centrale dell’area, pronta a rivaleggiare persino con alcuni paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

Il difficile rapporto dei turchi col mare

I turchi hanno storicamente provato un senso di ostilità nei confronti del mare, non riuscendo così a conseguire l’agognato passaggio dalla terra al mare. La popolazione turca ha storicamente conquistato porzioni di terra attraverso le quali si proiettava indirettamente sui mari, non avendo le capacità di costruirsi una postura propriamente talassica. Pertanto molte delle capacità marittime dei turchi sono state spesso importate dalle collettività sulle quali l’impero si imponeva, come egiziani, albanesi e greci, storicamente più a loro agio nel Mediterraneo. Nella coscienza profonda dei turchi si ricordano le scottanti sconfitte subite sui mari, tra le quali Lepanto (1571), Navarino (1827) e la guerra italo-turca (1911-12). Furono battaglie che gradualmente segnarono il declino della solidità e dell’espansione dell’Impero Ottomano, messo sotto pressione proprio nei mari sui quali affacciava. Eventi che privarono la collettività della penisola anatolica della profondità strategica garantita dai mari, culminando nella guerra contro i greci, combattuta sulla penisola stessa, conclusasi con il Trattato di Losanna del 1923. Lo stesso anno si proclamava la nascita della Repubblica di Turchia, con capitale Ankara, posta nell’entroterra turco, quasi a richiamare il timore per il mare, luogo dove si decise il declino ottomano. Il Trattato di Losanna, un tempo interpretato positivamente, in quanto riconosceva la sovranità dei turchi sull’Anatolia, oggi sta stretto ad Ankara, che rivendica un ruolo centrale nel Mediterraneo.

Al termine della guerra fredda, la Turchia cominciava a percepire i nuovi possibili margini di manovra createsi con il crollo dell’Unione Sovietica e del rigido sistema bipolare. Nei meandri degli apparati turchi emerse il concetto di “Profondità Strategica” con il quale si pensava di ricreare uno spazio di influenza nell’estero vicino di Ankara ponendo alla base un misto di panturchismo (ora che le repubbliche sovietiche turciche si erano rese indipendenti), islamismo e posture neo-ottomane. Il tutto doveva al contempo conciliarsi con gli alleati Nato e con la politica “zero problemi con i vicini” ereditata da Ataturk, padre della Repubblica di Turchia. 

La Patria Blu

Questo concetto venne poi sostituito dalla “Patria Blu” concepito da Gürdeniz, nel quale si rievoca l’importanza del mare per la Turchia e l’importanza di ricostruire una forza marittima in grado di proteggere gli interessi nazionali nella propria Zona Economica Esclusiva.  Seppur ideologicamente lontano dall’ideale politico dell’ammiraglio Gürdeniz, il Presidente Erdogan sembra aver recepito il messaggio della nuova dottrina geopolitica. Negli ultimi anni abbiamo assistito pertanto ad una assertività turca nel Mediterraneo Orientale per certi versi spiazzante, una Turchia addirittura pronta ad andare incontro ad una profonda ostilità con la vicina Grecia, storica rivale, oggi formalmente alleata in quanto entrambi membri dell’Alleanza Atlantica. 

Il graduale riposizionamento della Marina americana, sempre più decisa a concentrare risorse nel Mar Cinese Meridionale, ha lasciato un vuoto di potere che al momento solo Ankara in parte è stata in grado di colmare, pur non avendo la solidità marittima che hanno altri soggetti del Mediterraneo. Il vuoto di potere nell’ex mare nostrum, la scoperta di idrocarburi nel Mediterraneo Orientale, la territorializzazione marittima di uno spazio così stretto ed il lascito delle rivolte del 2011 hanno alzato la posta in gioco regionale. Soprattutto sul mare. A concedere l’ampio vantaggio di cui godono attualmente i turchi è stata fondamentalmente una questione antropologica, ascrivibile alla svolta concettuale del pensiero marittimo dei turchi, che hanno saputo ricalibrare il proprio rapporto con il mare, funzionale alla propria valorizzazione geopolitica, securitaria ed  anche energetica. Postura che le permetterebbe un domani di partire da una posizione di vantaggio in caso di frizione con i vicini, in primis con la Grecia. Ankara sembra essere cosciente che il vuoto lasciato dagli americani sta rinvigorendo le ambizioni dei soggetti geopolitici, ormai consapevoli anch’essi del fatto che l’area mediterranea è, per Washington, subordinata strategicamente all’Indo-Pacifico. Impossibile entrare in ritardo nella contesa mediterranea, pena la sopravvivenza della Patria. Ankara decide così di prendere familiarità con l’ambiente marittimo, definendolo “Patria Blu”, operazione che equipara il mare alla terra, possibile esclusivamente da una cultura ancora propriamente tellurica e quindi ancorata a questo ambiente geopolitico. 

La questione libica

L’operazione, sul piano strettamente strategico, si è concretizzata con il supporto al governo di al-Serraj, Presidente del Governo stabilito a Tripoli, che resisteva all’avanzata del Generale Haftar dalla Cirenaica libica. Il sostegno alla causa tripolina è stato ricambiato, da al-Serraj, con la firma dell’accordo sulla delimitazione marittima della Zona Economica Esclusiva tra Libia e Turchia. Il supporto a Tripoli ha avuto una componente propriamente marittima, non solo nell’obiettivo finale, cioè quello di pattuire con Tripoli un accordo sulla ZEE per sovrastare le ambizioni greche e cipriote nel mare in cui affaccia Ankara, ma anche dal punto di vista tattico. Ciò è testimoniato dall’incidente del 10 giugno 2020 tra il mercantile turco Çirkin e la fregata francese Courbet che tentava, mancando l’obiettivo, di ostacolare il transito del mercantile diretto a Misurata. Parigi, che informalmente si è schierata con il Generale Haftar, teme la penetrazione turca in Libia e nell’Africa sub-sahariana, tanto da firmare un accordo di cooperazione militare con la Grecia nel settembre 2021, volto a distrarre lo sguardo di Ankara dai teatri di interesse francese. 

L’operazione in Libia ha permesso ad Ankara di ritagliarsi un posto nella contesa per la territorializzazione del Mediterraneo Orientale volta alla spartizione degli spazi marittimi e delle risorse sottostanti, oggetto del forum Eastmed. Nel gennaio del 2019 quest’ultimo si costituì con l’obiettivo di  facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale volto ad approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i paesi produttori, di transito e consumatori di gas naturale. Dall’Eastmed però Ankara è formalmente esclusa. Tale dinamica ha rinvigorito la contesa turco-greca sulle acque mediterranee, ritardandone il progetto. Contestualmente l’assertività turca propone proprio Ankara quale attore con cui negoziare, nonostante le discrasie giuridiche. A dare linfa all’accordo turco-libico del 2019 è stata la nuova intesa del 3 ottobre scorso che legittima lo sfruttamento turco di risorse energetiche collocate in acque che la Grecia rivendica come proprie. Il tutto dopo che gli scontri a Tripoli di fine agosto, tra Dbaibah e Bashaga, hanno esplicitato la capacità turca di serrare la propria presenza a Tripoli grazie all’utilizzo dei droni di matrice anatolica. La nuova intesa dovrebbe essere legittimata, secondo Erdogan, dal fatto che il governo di Tripoli è sostenuto dall’UE e dall’ONU, ma non dalla Grecia e dall’Egitto, attori che rivendicano infatti le intese sopracitate, perché non conformi giuridicamente al diritto del mare e strategicamente ai propri interessi nazionali.

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