Tra Sunniti e Sciiti: una nuova “narrativa” della tragedia mediorientale. Giuseppe Sacco intervistato da Salvatore Santangelo

Salvatore Santangelo ha incontrato il prof. Giuseppe Sacco per un’intervista e un confronto sul ruolo e sulla narrativa collettiva dello scontro geopolitico tra mondo sunnita e mondo sciita.

Tra Sunniti e Sciiti: una nuova “narrativa” della tragedia mediorientale. Giuseppe Sacco intervistato da Salvatore Santangelo - GEOPOLITICA.info (cr: The Economist)

Fino a qualche mese, o addirittura a qualche settimana fa, passate dall’entusiasmo per le primavere arabe al rimpianto per i dittatori “che almeno garantivano contro il terrorismo”, le opinioni pubbliche occidentali sapevano poco della rivalità tra musulmani sciiti e musulmani sunniti, e ancora meno le prestavano attenzione. E l’ipotesi di uno scontro militare tra Arabia Saudita e Iran era chiaramente estranea alle preoccupazioni dal grande pubblico. Di fronte a questa novità, improvvisamente oggetto di editoriali più o meno farneticanti sulla stampa quotidiana, c’è da chiedersi, è davvero una cosa così seria e tragica?

Per capire quanto possa essere tragica questa rivalità, basta considerare la feroce decisione della monarchia saudita di condire con l’uccisione di tre personalità sciite una sorta di festival della decapitazione di 44 oppositori politici, quasi tutti sunniti, anzi addirittura wahabiti. In questo modo, eccitando la rivalità religiosa, è voluto creare un consenso popolare ad un atto destinato ad intimorire l’opposizione interna. mettendo assieme condannati in momenti assai diversi,  per taluni dei quali sembrava che i molti anni di prigione avessero ormai allontanato la minaccia dell’esecuzione.

Più che sulla rivalità tra su Sunniti e Sciiti, è sulla situazione in cui si trova il regime di casa Saud che la mattanza organizzata da Riyadh fornisce un segnale politico. Si tratta di una decisione che fa soprattutto capire che il regime saudita  deve aver l’impressione di trovarsi ormai di fronte ad una minaccia mortale, contro la quale deve reagire con tutta l’aggressività e la spietatezza possibile. Purtroppo, però, ciò comporta un certo rischio di arrivare ad uno scontro militare aperto con l’Iran.Tanto più pericoloso in quanto i due paesi già sono impegnati in una guerra per proxies nello Yemen e, in una certa misura, anche dalle parti del Califfato.

Per quanto riguarda poi la serietà della contrapposizione tra Sciiti e Sunniti, il suo essere fondata su fattori non conciliabili, è opportuno andare a vedere da dove nasce, quanto essa sia stata seria in passato, e quanto siano profonde le sue radici.

Bisogna risalire alle guerre inter-islamiche, Sunniti contro Sciiti, cui abbiamo già assistito in passato?

Indubbiamente. Bisogna infatti ricordare (soprattutto a quella non trascurabile parte della pubblica opinione per la quale gli anni 80 appaiono molto lontani) che c’è già stata in Medio Oriente una guerra in cui il fattore settario – la rivalità tra sunniti e sciiti – ha avuto una certa importanza: la guerra durata otto anni (1980 – 1988) tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran. Ma anche in questo caso va sottolineato l’aspetto più propriamente politico.

A quel tempo, infatti, il regime irakeno era ancora un’espressione del partito laico Baath, il cui fondatore e leader era stato un Cristiano, Michel Aflak. Quello di Saddam era un regime che traeva la propria legittimazione politica dal nazionalismo arabo e non da fattori religiosi, e che perciò vedeva nella nascita ai propri confini di una Repubblica Islamica guidata dagli Ayatollah una minaccia tanto più seria in quanto tutta la parte sud dell’Irak, e quella in cui si trovano le risorse petrolifere è popolata da Sciiti, che sono maggioritari in Iraq.

Insomma, quella era un’altra guerra; appartenente ad un altro secolo, ad un’altra fase storica. Come in molti altri campi, anche qui sembra che siamo andati indietro nel tempo, rispetto agli anni 80. Bisogna perciò prendere atto di come lo scontro attuale sia diverso, da un punto di vista politico,  rispetto a quelli pre-anni 80 e, in un certo senso, molto più “antico” nelle sue radici.

Secondo lei, la frattura tra Sciiti e Sunniti non è quindi storicamente e culturalmente così profonda come gli ultimi fatti ci fanno pensare?

Alle radici della divergenza tra questi due varianti dell’Islam c’è una controversia molto antica, che poi in fondo era una controversia dalla natura più politica che religiosa. Essa risale infatti alla fase della storia dell’Islam successiva alla morte di Maometto, quando si pose il problema di chi dovesse essere il suo kaliphah, l’erede. Il Profeta aveva infatti trascurato di precisare come avrebbe dovuto avvenire la sua successione.

Dopo un periodo di guerra anche guerreggiata tra gli eredi presunti si arrivò ad un punto in cui uno di questi – di nome Alì – venne massacrato dagli avversari. E dopo di lui vennero massacrati i suoi due figli. Gli  Shi’at Ali, i seguaci di Alì, non si diedero però per vinti e rifiutarono di seguire la Sunna, cioè quella che era diventata ormai la tradizione accettata dalla maggioranza dei musulmani. Sono questi – che costituiscono oggi una minoranza pari a circa il 10% di tutto l’insieme islamico – quelli che conosciamo appunto come gli Sciiti.

Ad un osservatore occidentale, che prende ovviamente in conto anche fattori storici, culturali ed economici oltre a quelli religiosi, è facile osservare che  la fazione sciita è rimasta soprattutto predominante nel mondo persiano. Ed è questo un mondo che gli Arabi avevano indubbiamente conquistato e convertito all’Islam ma che, piegato militarmente e sedotto da una religione molto più sofisticata di quella sino ad allora prevalente – lo Zoroastrismo –, essi non poterono però arabizzare, come accadde invece progressivamente in Nord Africa. Il mondo persiano rimaneva infatti molto più evoluto e sofisticato, soprattutto dal punto di vista delle strutture sociali grazie al fatto di aver conosciuto un grandissimo impero ed una grande civiltà.

Soprattutto,  mentre gli Arabi erano tribù del deserto, i Persiani erano abituati a vivere in un Stato ben strutturato. Non può quindi fare meraviglia che la confessione sciita si sia immediatamente data delle gerarchie ecclesiastiche,  così come il Cristianesimo si è ispirato all’impero romano per la creazione della propria Chiesa. Il sistema sciita dispone infatti oggi di una organizzazione che in qualche modo può ricordare quella del mondo cattolico. Gli Arabi, al contrario, abituati alla selvaggia libertà del deserto, sono stati incapaci di creare una propria struttura,  e dal punto di vista dell’organizzazione sociale non sono neanche riusciti ad eliminare la più importante caratteristica del periodo pagano, cioè il sistema tribale.

Questa differenza si collega direttamente ad alcune delle ragioni attuali di irritazione tra Sciiti e musulmani Sunniti. Come è noto, i luoghi più santi dell’Islam si trovano quasi tutti nella penisola arabica, dove non solo la maggioranza della popolazione è di confessione sunnita, ma lo stesso potere politico si fonda su una sorta di teocrazia che potremmo definire dal puritanesimo sunnita. Il potere politico è detenuto da un clan, quello della famiglia al-Saud, in alleanza plurisecolare con un’altra famiglia, quella del profeta di una lettura particolarmente letteraria del Corano, i discendenti di Ibn al Wahab, il fondatore del wahabismo.

Nella versione strutturata della fede islamica, lo Sciismo, non solo c’è posto per la fede in Dio ma – così come nella religione cattolica c’è posto anche per i Santi – , anche per la venerazione di uomini che, nel corso della loro vita, sono stati esemplari nella loro dedizione e nel loro sacrificio per la fede; uomini particolarmente amati dalla fede cosiddetta “popolare”. Le tombe di questi uomini si trovano però, in maggior parte, nella penisola Araba, cioè sotto il controllo dei Wahabiti i quali, nella loro lettura estrema del Libro Sacro, non riconoscono nessun ruolo a queste figure tanto amate nel mondo sciita, anzi considerano la loro venerazione come una forma di idolatria. La distruzione delle tombe di questi santoni è quindi vista dai Wahabiti come una vera e propria missione. Con quanta rabbia e quanta offesa da parte degli Sciiti è facile immaginare.

Ogni anno, in occasione del pellegrinaggio alla Mecca che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita, ci sono tentativi dei pellegrini sciiti di visitare quel poco che resta di queste tombe, tentativi che finiscono molto spesso in scontri e massacri. Questa è stata una causa permanente di frizioni tra sciiti e sunniti.

Il pellegrinaggio alla Mecca diventa insomma occasione di rivalità interne all’Islam piuttosto che di concordia tra i seguaci della stessa religione.

Non a caso abbiamo visto che la prima reazione dell’Iran  alla macelleria di massa organizzata dal governo saudita, è stata quella di sospendere i pellegrinaggi dei propri cittadini verso la Mecca. Questo da un lato è stato un modo di esprimere il proprio dispiacere per il comportamento del governo saudita,  ma anche un modo per evitare che nuovi incidenti venissero ad aggravare la situazione. Si inserisce abbastanza logicamente nella reazione iraniana. oltre a presentare le scuse per l’assalto popolare alle sedi diplomatiche saudite in Iran, anziché minacciare ritorsioni ha invocato sui Sauditi la punizione divina. Che è un modo molto drammatico e magniloquente per limitare azioni militari più concrete, che avrebbero potuto, e ancora potrebbero, portare a uno scontro aperto.

In altri termini, delle due parti, l’Iran è quella che cerca di buttare acqua sul fuoco?

L’Iran, come stato notato da più parti, non ha alcun interesse in questo momento ad una nuova guerra,  come quella che fece seguito alla aggressione da parte di Saddam Hussein e che è durata otto anni provocando quasi un milione di morti da ciascun lato del fronte. E comunque non ha interesse ad un  aumento della tensione né con i suoi vicini, nè con l’Occidente, che è amico dell’Arabia Saudita per motivi petroliferi. L’Iran non ha interesse a nuove complicazioni e nove problemi in quanto è impegnato nella delicata operazione dei reinserimento nella comunità internazionale dopo moltissimi anni in cui è stata isolata e sottoposto a sanzioni economiche e commerciali. Lo si è visto bene nella rapidità con cui è stata risolta la vicenda dei marinai americani finiti per un’avaria in quelle che forse erano veramente acque territoriali iraniane, e presi prigionieri dai motoscafi dei pasadaran.

Ma allora, perché mai il governo di Teheran  ha consentito a piccoli gruppi di estremisti di assaltare l’ambasciata saudita nella capitale, ed anche il consolato di un’altra importante città?

C’è naturalmente da chiederselo. Tanto più che era evidente che alla origine dei disordini ci fossero degli elementi politicamente motivati a mettere in difficoltà il governo attuale dell’Iran. Perché mai la polizia non è intervenuta in maniera più ferma per proteggere le rappresentanze diplomatiche saudite, e per evitare che si cercasse di far addirittura passare Teheran dalla parte del torto, il che è stato poi puntualmente tentato?  Perché il governo iraniano non ha prevenuto e represso con la forza, come era certamente in grado di fare, un’invasione dell’Ambasciata che ha offerto all’Arabia Saudita e ai suoi interessati supporters di far addirittura condannare l’Iran dall’ONU per questa violazione della prassi e del diritto internazionale, che però è stata in definitiva un episodio minore rispetto alla drammatica violazione dei diritti dell’uomo attuata dal governo di Ryiadh con la carneficina dei suoi oppositori?

E come si risponde a questo interrogativo?

La risposta sta nel fatto che l’Iran è l’unico paese dell’area dove il governo non ha un controllo totalitario, ma deve rispondere a un’opinione pubblica che da più di cent’anni è abituata ad andare a votare, e in cui esiste una forte fazione estremista, anche ben organizzata, che rifiuta e tenta di sabotare l’accordo di disarmo atomico raggiunto con le potenze occidentali. Ed è poi anche l’unico paese che interviene nella drammatica crisi siro-irachena per combattere con truppe di terra il califfato proclamato a Raqqah.

E chi sono questi ragazzi iraniani che accettano di andare a combattere e a morire in un paese straniero per far fronte a un nemico che tutto il mondo occidentale denuncia come pericolosissimo, ma che nessuno veramente si espone a fronteggiare mettendo, come si dice “degli stivali su terreno”? Sono in gran parte esponenti delle organizzazioni giovanili più estremiste, che abbiamo spesso conosciuto dalla stampa sotto il nome di Pasadaran;   giovani che in politica interna sono legati a fazioni ostili alla distensione con l’Occidente che ha portato all’accordo sull’arresto della programma nucleare iraniano e alla consegna già avvenuta nel materiale radioattivo alla Russia, paese che si fa così garante dell’effettiva sospensione del programma.

Al governo iraniano viene insomma difficile fare il lavoro sporco e sanguinoso di combattere direttamente il cosiddetto “califfato” come ardentemente vogliono – o fanno mostra di volere – i governi occidentali e le opinioni pubbliche terrorizzate dalla loro stessa propaganda. E contemporaneamente rompere la testa a quegli esponenti della movimento dei Pasadarn che in patria organizzano manifestazioni finalizzate a mettere in imbarazzo il gruppo dei moderati che oggi governa a Teheran.

E la variabile petrolio in questa difficile equazione?

La variabile petrolio c’entra soprattutto nel senso che dà un enorme potere economico a chi controlla quell’immenso e inutile deserto che è altrimenti la Penisola arabica. E che quindi la famiglia Saud, con i suoi alleati a-Shaick sono pronti a tutto pur di mantenere il regime monarchico-teocratico creato negli ultimi duecentocinquanta anni. Ed è questo l’obiettivo che spiega tutto ciò che accade in Arabia, la sua situazione interna, il regime, il sistema delle sue alleanze.

L’ostilità dei Sauditi nei confronti dell’Iran, specie dopo la rivoluzione islamica che ha cacciato lo Shah ed ha portato al potere un gruppo di Ayatollah convinti di avere una missione etico-politica si spiega fondamentalmente con fattori politici, e la minaccia che questi fattori fanno pesare sulla struttura del potere in Arabia Saudita, quale esso si è venuto configurando, anche ideologicamente, negli ultimi cinquant’anni.

Collegata da interessi molto forti con gli Americani a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, la classe dirigente, che coincide praticamente con i circa 800 principi della famiglia reale saudita, è stata educata, nella grande maggioranza dei casi nelle banche, e nelle aziende finanziarie e nelle università americane, ed hanno assunto la visione del mondo che è tipica delle elite tardo-capitaliste. In altri termini non coincidono pressoché in nulla col modello antropolico di cui si dichiarano tutori. Il loro vero obiettivo e quello di mantenere il potere assoluto in Arabia Saudita e quel tanto di potere il potere finanziario che ne deriva a livello internazionale: il che significa essere accettati nella elite del potere e del danaro.

Nel caso della famiglia Saud, come nel caso di tutti gli sceicchi ed emiri arricchiti dal petrolio, questo obiettivo – essere accettati nel mondo globale dei super-ricchi – è stato raggiunto solo parzialmente. Molti casi stanno a dimostrare asi recenti e anche casi meno recenti hanno dimostrato che ciò è molto difficile, nonostante la loro estrema occidentalizzazione nei comportamenti, nei modi di essere, e nella loro visione del mondo. Anche negli Stati Uniti, il fatto che casa Saud si sia così strettamente legata in affari alla famiglia Bush – che nel campo grandi interessi petroliferi è estremamente marginale, e la cui fortuna economica oltre che di origine estremamente recente, è comunque derivata dalla politica – dimostra che ai grandi livelli del potere economico i Sauditi non sono riusciti a stabilire legami veramente permanenti.

Non essendo veramente riusciti a entrare in altri settori, e a staccare così – almeno parzialmente –  la loro fortuna dal petrolio che si trova nel sottosuolo della Penisola, essi hanno naturalmente un interesse vitale a mantenere il potere politico in Arabia Saudita. E, a questo fine l’Islam e l’estremismo islamico sono soltanto un instrumentum regni, che essi hanno cercato di rafforzare associando al massimo rigore formale uno Stato assistenziale estremamente generoso. Da un lato essi infatti tendono a  disciplinare i loro sudditi col potere religioso, dall’altro lato ad ottenerne il consenso attraverso la garanzia di livelli di vita elevati. Occorre però considerare che questo obiettivo è diventato progressivamente più difficile per via dell’aumento estremamente rapido della popolazione nel Regno.

E allora, se il petrolio è solo una variabile solo secondaria dei rapporti con l’Iran come si spiega la questa fiammata di ostilità che dalla fine degli anni settanta non ha fatto altro che crescere ?

La rivoluzione khomeinista ha colto l’Arabia Saudita in un momento in cui i profitti petroliferi accumulatisi nei sei anni successivi alla crisi del petrolio e alla quintuplicazione del suo prezzo,  stavano per rendere possibile un passo in avanti, attraverso una maggiore tolleranza dei modi di vita e di consumo occidentalizzanti ed anche una modesta liberalizzazione dei consumi culturali per una larga fascia di popolazione che sostiene il regime anche perché constata di ottenerne benefici concreti. Ormai le aspettative di un modo più libero e più ricco di vivere erano state diffuse nella massa dei sauditi che in precedenza vegetavano ad un livello assai basso. Casa Saoud era, al momento della rivoluzione iraniana contro lo Shah, e contro il piccolo e il grande Satana di cui era amico, pressoché riuscita a ottenere il consenso interno e accettazione internazionale tanto da poter cedere qualcosa sul piano del costume, in particolare la utilizzazione della forza lavoro femminile al posto di manodopera che veniva, sino ad allora, sempre maggiormente reclutata  attraverso l’immigrazione

A partire dalla trasformazione dell’Iran in una repubblica islamica, il problema dei Sauditi è diventato quello di mantenere la presa sul potere senza poter fare più nessuna concessione sul piano del rigorismo islamico, pena la possibilità di essere scavalcati e quindi delegittimati dagli Ayatollah iraniani. Ed è diventato molto più difficile rispondere alle aspirazioni occidentalizzanti della popolazione.

Dopo la rivoluzione khomeinista, nulla poteva più essere lo stesso per casa Saud. La comparsa di un rivale rivoluzionario in nome dell’islam, e di una teocrazia assai polemica contro l’occidentalizzazione forzata imposta dallo Shah, creava una forma di concorrenza assai pericolosa anche sul piano dei rapporti con gli altri Stati a prevalente popolazione musulmana, e tra questi e l’Occidente. La nascita di un rivale sul piano dell’integralismo islamico, che è la formula attraverso la quale il regime saudita cerca di demonizzare e scomunicare ogni opposizione ed ogni dissenso, ha infatti creato sin dall’inizio un altro serio problema politico alla famiglia saudita. Perché l’Islam di Khomeini si presentava fondamentalmente come un Islam rivoluzionario e contestatore dell’ordine mondiale in cui invece i Sauditi tendono ad inserirsi.

La misura del problema inter-musulmano creato dalla nascita di un rivale molto credibile ben si è vista nel fatto che dopo la rivoluzione iraniana il Re dell’Arabia Saudita ha assunto il nuovo titolo di Protettore dei Luoghi Santi dell’Islam: una trasformazione che ben dice quanto fosse diventato grave il problema politico di darsi una nuova e più forte sacralità per mantenere il potere assoluto nel territorio cui proviene tutta la ricchezza e la fortuna mondiale di casa Saud.

Il problema con l’Iran e da allora è diventato un problema di scavalcamento in termini di credibilità dell’intransigenza islamica religiosa con cui casa sound giustifica il governo assoluto della società nel deserto in cui si trovano i più grandi giacimenti di oro nero del mondo. Una minaccia effettivamente assai temibile e che spiega ostilità dei sauditi nei confronti dell’Iran.

E questo rinnovato rigorismo wahabita crea un problema con la minoranza sciita che vive in Arabia Saudita? Che problemi fa nascere il fatto che queste minoranze vivano proprio nelle zone del paese in cui sono più abbondanti le risorse petrolifere?

Questo è un tema la cui importanza viene molto esagerata. Le minoranze sciite dell’Arabia Saudita creano evidentemente un problema politico generale, che si è manifestato con la popolarità  di un leader come Nimmr al Nimmr. Ma nel complesso, sotto un profilo economico e politico,  il fatto che la popolazione originaria della zona di territorio nazionale saudita più dotata di risorse petrolifere sia di appartenenza sciita, non costituisce un vero problema. Non bisogna pensare che questa minoranza Shiita possa mettere in pericolo il controllo del territorio nel Sud Est del Regno wahabita E ciò per vari motivi.

Bisogna in primo luogo tener conto del fatto che molti pozzi petroliferi sono il mare e che quindi non hanno un immediato rapporto con un territorio  ed una popolazione. E poi bisogna tenere conto anche per quel che riguarda le terre emerse l’area dove ci sono i principali pozzi di petrolio si è profondamente trasformata negli ultimi 30 anni in particolare attraverso un forte processo di urbanizzazione e di internazionalizzazione. Le parti abitate di questa immensa regione desertica costituiscono infatti una metropoli cosmopolita, circondata da un suburbio in cui la popolazione autoctona tende a scomparire anche politicamente .

Il principale centro urbano dell’area dove sono presenti i pozzi di petrolio è la città costiera Dammam,  un centro amministrativo la cui popolazione rispecchia il fatto che la pubblica amministrazione è principalmente retta da Sunniti. E poi, com’è ovvio, la presenza dei pozzi di petrolio, di un porto sul Golfo Persico su cui gravitano i traffici con Barhain, il Qatar, il Kuwait e gli Emirati arabi, nonche con lo stesso Iran, ha determinato in questa zona la nascita di importanti strutture tecniche che sono principalmente gestite da Sunniti o soprattutto da expatriates ed immigrati ad ogni livello e capacità tecnica.

Il fatto poi che qui sia il terminale della linea ferroviaria del paese che collega il porto con la capitale riyadh, nonché il terminal dell’acquedotto che approvvigiona  l’interno del paese con risorse idriche desalinizzate, ha determinato la nascita immediatamente a sud di Dammam di un’altra entità suburbana, al-Khobar, una vera e propria città popolata soprattutto da uffici di società estere da immigrati prevalentemente asiatici, spesso anche non di religione islamica,  come filippini e quindi poco o nulla interessati alle vicende politiche e alle dispute interne al mondo islamico.

Inoltre alle spalle di Dammam e di al-Khobar, andando verso l’interno, si entra in un’amplissima zona che coincide con la città di Daharan, dove si trova la principale sede operativa della società saudo-americana Aramco,  con  migliaia di dipendenti americani spesso accompagnati dalle loro famiglie che vivono in loco. Inoltre  a Daharan è stata creata la Università del petrolio dei minerali, costruita dall’US Army Corps of Engineers, e strettamente collegata con l’MIT di Boston. E’ questo insomma il centro dell’attività petrolifera, dell’educazione tecnica e della ricerca in materia di sviluppo delle risorse minerali del Regno Saudita;  un centro molto moderno e cosmopolita che se per un verso appare poco coerente con  conformismo apparente in materia di rigorismo islamico, ed ha conosciuto gravi problemi di terrorismo, lascia peraltro poco spazio alla diversità sciita degli originari abitanti della zona.

In altri termini il rapporto tra territorio e la originaria popolazione sciita e ormai superato come conseguenza della indicizzazione e urbanizzazione. L’unica parte di questa enorme conurbazione in cui vengono di fatto gestite le risorse petrolifere in cui è ancora visibile significativa la diversità sciita è un’oasi costiera, Qatif, tradizionalmente abitata da popolazione di origine e di lingua persiana. oltre che religione sciita, e tradizionalmente occupata nella pesca delle perle. Attività, peraltro, praticamente ormai scomparsa.

Se potesse dare dei consigli al governo italiano in questa difficile congiuntura internazionale cosa si sentirebbe di dire?

Al governo italiano, e mai pensasse di aver bisogno dell’opinione degli studiosi di questioni internazionali, anziché degli ”esperti” da strapazzo, più o meno collegati a  servizi stranieri di spionaggio, che impazzano sui media italiani ed in una molteplicità di “centri studi” fasulli, consiglierei di trovare un modo per far beneficiare i consumatori italiani del basso prezzo del petrolio. In altri termini cercherei di trovare il modo perché la benzina e l’energia elettrica costassero un po’ di meno, in modo da mandare un piccolo segnale.

Non mi unirei invece al già nascente coro di quelli che criticano l’attuale governo perché le aziende italiane non sembrano partecipare molto al rilancio degli scambi internazionali dell’Iran. Non mi unirei a queste critiche perché questa scarsa partecipazione è dovuta principalmente alla strutturale inefficienza del nostro sistema di rappresentanza all’estero, cioé dovuta a fattori preesistenti al governo Renzi.

Qualcuno avrà notato che I due più grossi contratti di cui si è parlato immediatamente dopo la fine delle sanzioni sono quello per il rinnovo di circa 1000 km di strada ferrata, (contratto che andrebbe alla Cina) e quello per oltre 100 Airbus, di cui si avvantaggerà soprattutto la Francia. E questo qualcuno potrà anche ricordarsi del fatto che I due paesi in questione fanno entrambi parte di quel gruppo di sei potenze (I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, più la Germania) che ha negoziato la fine delle sanzioni. E ricordarsi pure che di quel gruppo l’Italia avrebbe potuto fare parte, e che invece per sua decisione vi rinunciò, forse per non distrarsi dal campionato di calcio o dal festival di Sanremo.

Non vorrei maliziosamente pensare che quelle sei potenze abbiano avuto – magari durante i negoziati per il disarmo nucleare dell’Iran, e magari attraverso le loro imprese di Stato – un qualche scambio di idee con gli Iraniani su futuri progetti di collaborazione. Posso comunque immaginare che esse si siano fatte notare dal governo di Teheran, per il loro atteggiamento più o meno flessibile, più o meno comprensivo e più o meno favorevole.

Si ricorderà pure che è stato proprio il ministro degli esteri francese Fabius quello che più ha ritardato e reso complesso d’accordo del disarmo nucleare iraniano. Come mai allora Teheran premia proprio quello tra i “cinque più uno” che ha mostrato di avere al suo interno forze ed interessi che all’Iran erano più ostili? Semplicemente perché il negoziato da una parte non è finito, anzi la négociation continue, come avrebbe detto Talleyrand: basta vedere le nuove sanzioni personali imposte ad alcuni esponenti di Teheran, immediatamente dopo la fine delle sanzioni commerciali. E gli ayatollah sono abbastanza astuti da capire che può essere loro assai utile creare all’interno dello stesso apparato dirigente di Parigi interessi che si possono contrapporre e possono controbilanciare quelli che al loro regime sono implacabilmente ostili. E dello stretto coordinamento tra la politica estera e le aziende di stato, in Francia, ne abbiamo avito un esempio recente con i massimi vertici della Total già a Bengasi il secondo giorno della “rivoluzione” libica.

Certo, I dirigenti iraniani sono perfettamente consapevoli del fatto che l’opinione pubblica italiana è a loro favorevole, E non hanno certo dimenticato più di mezzo secolo fa fu proprio con l’Iran (anche se quello era un altro Iran) che Enrico Mattei stipulò il contratto che ruppe  la regola del fifty-fifty, facendo infuriare quelle che allora si chiamavano le sette sorelle, e probabilmente firmando la propria condanna a morte. E perciò non si dimenticano mai di fare una piccola sosta a Roma quando debbono andare a Parigi. Ma è solo una specie di scalo tecnico di cortesia, un gesto puramente formale, dato che la visita può essere automaticamente cancellata quando nelle strade di Parigi scoppia qualche episodio di guerra civile.

Se si vuole trarre qualche insegnamento per il governo italiano da questa vicenda, si dovrà perciò probabilmente aggiungere una  parola di incoraggiamento a proseguire sulla strada (già intrapresa a Bruxelles, ma per generalizzare sull’intero scacchiere mondiale) per un’azione diplomatica meno formalistica e meno incartapecorita di quella seguita nei decenni passati. E quindi per un’azione diplomatica meno tendente a “evitare rogne” con i nostri partners anziché ad affrontare e risolvere i problemi che inevitabilmente nascono in un mondo in cui l’attività economica avviene sempre più attraverso le frontiere. Ma – attenzione! – anche meno tendente ad illudersi che si possa rinnovare qualcosa servendosi di personaggi senza volto come la ineffabile Magherini, la cui inespressività del volto supera quella che contraddistingue la normale riservatezza ed impenetrabilità del vero diplomatico.

Lo scontro tra Sunniti e Sciiti è inevitabile?

Non credo. Nella storia ci sono stati periodi durati secoli in cui c’è stata tra queste due anime dell’Islam tolleranza e un rispetto reciproco. Nell’immediato, però, così come si sono poste le cose in Arabia Saudita, uno scontro è possibile. Ma non credo che si arriverà a un conflitto militare aperto tra la Repubblica islamica e il regno wahabita.

La mia sensazione è che tutto questo parlare di sunniti e di sciiti da parte dei media, e di un’opinione pubblica occidentale perfettamente, e direi logicamente, incompetente in materia, rientri in un tentativo di imporre una nuova “narrativa” della questione mediorientale.

Nel periodo che va dalla seconda guerra mondiale al 1967, la questione mediorientale è stata giustamente vista come parte del grande fenomeno della decolonizzazione. Fenomeno ovviamente antibritannico ed antifrancese ma che, in funzione anticomunista, ha trovato il pieno sostegno degli Stati Uniti. A carattere anticoloniale – val la pena di ricordarlo – sono stati non solo fenomeni come la rivoluzione di Neghib e poi di Nasser nel mondo arabo, ma anche la lotta per l’indipendenza di Israele nel periodo “risorgimentale” di fondazione dello Stato nazionale ebraico.

Per una delle cinque grandi nazioni dell’Islam – gli Arabi, i Persiani, i Turchi, gli Indiani e i Malesi – la nazione araba l’affermazione della propria indipendenza, si dimostra assai travagliata, degenera in un conflitto regionale permanente e si esaurisce solo con la guerra che porta alla conquista da parte di Israele della Cisgiordania e del Sinai. Da quel momento in poi appare una seconda “narrativa” del sempre più sanguinoso e compresso conflitto mediorientale; “narrativa” che ruota attorno alla scontro tra Israeliani e Palestinesi nel rivendicare il diritto alla stessa terra.

Nello scorso decennio, però, questa narrativa viene progressivamente meno con l’abbandono israeliano della striscia di Gaza e con l’affermarsi in Cisgiordania di una forza politica che accetta come programma la teoria dei due Stati.

Ma ciò non è bastato a portare la pace e la stabilità nel mondo arabo. Anzi, uno dopo l’altro sono crollati gli ambiziosi regimi degli Stati pseudo-nazionali nati dalla spartizione coloniale tra inglesi e francesi, e successivamente consolidatesi attraverso un’ideologia del partito Baath e del Nasserismo. Sono cioè crollati nel caos nell’ordine l’Iraq, la Libia, la Siria, e in un certo qual senso lo stesso Egitto, mentre è apparsa tutta la fragilità del regno Saudita e del suo mito fondatore; fragilità che ha portato ad una rivalità politica con il regime para democratico, ma a fondamento teocratico, che governa quello che fu in passato l’impero persiano.

La rivalità tra Sciiti e Sunniti è diventata così a nuova “narrativa”, ad uso del pubblico mondiale, della vicenda medio-orientale. Una “narrativa” che consente all’Occidente di chiamarsi fuori da ogni responsabilità in questa sanguinosa ed interminabile tragedi. Chiamarsene fuori anche culturalmente, per la scomparsa dei concetti occidentali di nazionalismo, democrazia, socialismo. E far finta di credere che si tratti solo di una incomprensibile rissa tra fanatici di due sette tanto sanguinarie e barbariche, quanto diverse da noi.