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I tre summit sull’Ucraina: tutti i limiti del dialogo tra NATO e Russia

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Dopo una settimana di intensi negoziati, si sono conclusi gli incontri sulle tensioni che da quasi tre mesi caratterizzano il confine russo-ucraino, dove Mosca ha schierato circa 100 mila uomini senza aver esplicitato le proprie intenzioni. Dopo settimane di incontri virtuali e vertici a distanza, i tre summit dell’ultima settimana avrebbero dovuto rilanciare il dialogo tra Russia e Occidente, ma i risultati stentano ancora a manifestarsi, e alla chiusura del vertice dell’OSCE di venerdì, le truppe russe restavano ancora posizionate nelle regioni adiacenti al confine ucraino.

La crisi e le richieste russe

Come già anticipato, la crisi è iniziata nei primi giorni di novembre, quando la Russia ha avviato una massiccia concentrazione di uomini e mezzi nel Distretto Militare Meridionale come risposta alla ripresa degli scontri nel Donbass e all’arrivo in Ucraina di droni turchi TB2 e lanciamissili Javelin forniti dei paesi membri della NATO. Iniziata come una reazione muscolare al consolidamento delle posizioni ucraine nelle province secessioniste, la crisi è presto degenerata in un crescendo di tensioni che sembravano (e sembrano tuttora) lasciar presagire un’invasione russa dell’ex repubblica sovietica. In particolare, già alla metà di novembre, i servizi ucraini denunciavano un prossimo attacco russo come obiettivo finale delle truppe ammassate oltreconfine, mentre dalla NATO e dagli Stati Uniti provenivano dichiarazione di sostegno a Kiev, volti a minacciare Mosca che in caso di invasione l’Occidente avrebbe sostenuto l’indipendenza e l’integrità territoriale ucraina con tutti i mezzi politici, economici e diplomatici disponibili. Nelle settimane successive si è quindi manifestata la necessità di un incontro al vertice per evitare l’escalation e, prima il 7 e poi il 30 dicembre, Vladimir Putin e Joe Biden si sono incontrati per provare a dirimere la questione. Dai due colloqui non sono emerse decisioni concrete, se non la volontà di continuare il dialogo su altri tavoli coinvolgendo non solo l’Ucraina ma tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica nella gestione della crisi. Di conseguenza, le due parti si sono dette d’accordo nell’esplicitare le rispettive necessità e interessi, al fine di avviare un dialogo su basi diverse. Tra i due incontri, la Russia aveva quindi espresso le proprie esigenze e, attraverso un comunicato del Ministero degli Esteri, aveva reso note le proprie richieste, ovvero ottenere garanzie formali su quattro temi principali:

  • Nessun ulteriore allargamento ad est della NATO;
  • Nessuna ulteriore ammissione di nuovi membri;
  • Ritiro delle forze dispiegate nell’Europa Orientale e divieto di istallare basi missilistiche nell’ex blocco orientale;
  • Interruzione delle esercitazioni occidentali in prossimità dei confini russi.

A fronte di tali richieste, considerate per gran parte irricevibili da Washington, le parti hanno concordato nei primi giorni del nuovo anno la ripresa dei negoziati su tre tavoli: Strategic Stability Dialogue, NATO – Russia Council e OSCE. 

I tre vertici

La settimana di negoziati è quindi iniziata con il vertice del Strategic Stability Dialogue (SSD) lunedì 10 gennaio a Ginevra, che ha visto l’incontro tra le delegazioni russe e statunitensi nell’ambito del forum di dialogo sul controllo degli armamenti avviato a seguito del vertice di giugno 2021 tra Biden e Putin. L’incontro, il terzo in questa sede dalla scorsa estate, pur toccando il tema della parità strategica, ha riguardato essenzialmente le recenti tensioni, con particolare attenzione al quadro della sicurezza europea. In particolare, le due delegazioni, guidate rispettivamente dal Vicesegretario di Stato Wendy R. Sherman e dal Viceministro degli Esteri Sergey Ryabkov, hanno discusso dei possibili limiti al dispiegamento di vettori di teatro e istallazioni difensive in Europa, della gestione delle esercitazioni e delle manovre militari, nonché delle prospettive di dialogo sugli armamenti strategici e non-strategici. A margine dell’incontro, il Vicesegretario Sherman ha ribadito che la “open policy” della NATO non era un tema oggetto del vertice e che, in ogni caso, l’Alleanza Atlantica non avrebbe messo in discussione tale principio. Inoltre, il capodelegazione statunitense ha sottolineato come il vertice non abbia prodotto risultati significativi, ma che il dialogo sarebbe continuato sperando di poter trovare una nuova intesa con la controparte russa, confidando anche nella possibilità di una maggiore cooperazione tra i due capidelegazione, Ryabkov e Sherman avevano infatti lavorato alla redazione del JCPOA sul nucleare iraniano e sullo smaltimento dell’arsenale chimico siriano. Il rappresentante russo, a margine del vertice, ha sostanzialmente ribadito l’attuale distanza tra le parti, non solo sulla questione ucraina ma più in generale sul controllo degli armamenti, rispetto al quale la Russia chiede di correlare l’armamento offensivo a quello difensivo, lasciando il negoziato sui sistemi non-strategici ad un secondo tavolo, connesso ma non vincolante per il primo.

Sulla base delle difficoltà riscontrate, il successivo vertice del NATO-Russia Council non è iniziato con i migliori auspici. L’incontro infatti è stato sostanzialmente infruttuoso, sebbene il solo fatto che si sia tenuto rappresenti un segnale positivo, considerando che non veniva riunito dal 2019 e che nei cinque anni precedenti era stato riunito due volte l’anno. A margine del vertice, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha ribadito la sostanziale distanza tra le parti, sebbene il confronto sia stato “franco ed esplicito”. Il segretario generale ha quindi sostenuto l’irricevibilità della proposta russa di limitare un eventuale ulteriore allargamento della NATO, sottolineando come la posizione ufficiale dell’Alleanza sia quella di riconoscere a tutti i paesi europei la possibilità di aderire alla NATO, non riconoscendo così alcuna area di influenza alla Russia. Rispetto all’Ucraina, Stoltenberg ha quindi sostenuto che non era in discussione l’eventuale adesione di Kiev all’Organizzazione, bensì la possibilità stessa che la NATO potesse incrementare la propria membership, sottolineando come sia necessario separare la questione di principio (il diritto o meno dei paesi non ancora membri di aderire alla NATO) dalla questione pratica (l’effettiva adesione dell’Ucraina all’Alleanza). Dal punto di vista russo, il Viceministro degli Esteri Alexander Grushko, che guidava la delegazione russa, ha ribadito la distanza delle posizioni, sostenendo come il dialogo con la controparte sia stato sostanzialmente infruttuoso. Grushko ha quindi ribadito che le condizioni avanzate in precedenza da Mosca sono l’unica base per il dialogo con la NATO e che in assenza di un reciproco riconoscimento delle minacce e degli interessi, i negoziati non potranno andare lontano. 

Infine, il vertice dell’OSCE di Vienna del 13 gennaio non ha fatto altro che prendere atto delle differenze tra le parti, dopo giorni di confronti complessi ma sostanzialmente inconcludenti. L’unico a dirsi soddisfatto del vertice di Vienna è stato il Ministero degli Esteri ucraino, che avrebbe salutato con favore i risultati dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione, che ha ribadito il diritto alla libera adesione alle organizzazioni internazionali degli stati membri. Chiaramente, la risoluzione non ha alcun effetto pratico nella soluzione della crisi, ma segnala comunque un certo sostegno a Kiev, soprattutto considerando che nei due vertici precedenti nessun rappresentante dell’Ucraina era presente al tavolo dei negoziati. 

Una guerra sempre più vicina?

Dopo giorni di consultazioni e incontri, il dialogo appare fermo e la situazione si è sostanzialmente cristallizzata. La Russia non è riuscita a strappare concessioni alla NATO o agli Stati Uniti, ma sembra comunque che il dialogo possa continuare, sul fronte opposto, l’Alleanza Atlantica si è dimostrata coesa, ma non sembra aver avanzato controproposte per la stabilizzazione non solo delle tensioni al confine russo-ucraino, ma della sicurezza europea più in generale. Guardando alla situazione sul campo, nella giornata di venerdì 14 gennaio la CNN ha riportato delle indiscrezioni, citando alti funzionari statunitensi, secondo le quali la Russia avrebbe schierato reparti infiltrati, senza insegne o con insegne ucraine, oltre il confine al fine di condurre attacchi contro le formazioni indipendentiste con l’obiettivo di generare un casus belli e procedere all’invasione. Mosca ha ovviamente rimandato al mittente le accuse, sostenendo come queste siano state diffuse dal governo ucraino nelle settimane precedenti e già smentite dal Cremlino. Indipendentemente dalla fondatezza o meno di queste indiscrezioni, le forze russe restano ammassate nelle regioni adiacenti al confine ucraino, dove sono arrivati anche reparti dal Distretto Militare Orientale. Mosca vorrebbe quindi continuare a far pressione sull’Ucraina, dimostrando così una significativa capacità di concentrare e sostenere una forza combattente complessa per un periodo relativamente lungo di tempo, e su questa base dialogare con l’Occidente ricercando concessioni reciproche. La situazione rimane quindi sospesa e, al momento, priva di qualsiasi prospettiva di risoluzione.

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