Summit NATO 2018 a Brussels: il dossier Georgia

L’avvio dei lavori del Summit NATO 2018 di Brussels (11-12 luglio) riporta l’attenzione sul versante orientale del continente europeo, dopo che nell’ultimo mese questa è stata concentrata sul fronte meridionale e dove verosimile tornerà a seguito del vertice dei ministri dell’Interno dell’UE a Innsbruck (12 luglio).

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Il Summit NATO “maneggerà” tre temi scottanti: 1) il burden sharing tra gli alleati, che dopo essere stato messo sul tavolo dall’Amministrazione Obama è diventato un cavallo di battaglia dell’Amministrazione Trump; 2) la presenza NATO nei Paesi Baltici o, meglio, nell’intera area baltica dove il confronto con la Russia sembra in continuo aumento; 3) la crisi della sovranità in Ucraina e Georgia e il loro cammino di avvicinamento verso l’alleanza. Quest’ultimo argomento sembra tanto più importante nel decennale del Summit di Bucarest, quando Kiev e Tbilisi ricevettero una prima promessa in tal senso, e da molti viene considerato il momento di svolta per l’attuale natura competitiva delle relazioni tra mondo occidentale e Russia, così come la reale causa della Guerra russo-georgiana del 2008.

Per quanto riguarda il “dossier” Georgia, è probabile che i Paesi dell’Europa occidentale mantengano – come di consueto – una posizione attendista, volta a non inasprire ulteriormente i rapporti con la Federazione Russa, che ormai da anni sta compiendo un’intensa azione di lobbying contro l’attivazione del Membership Action Plan (MAP). Anche se quest’ultima non sembra essere sul tavolo, anche ulteriori dichiarazioni in tal senso potrebbero essere percepite da Mosca come una provocazione e produrre conseguenze dai contorni indefiniti sia in Caucaso che nelle aree di diretto contatto tra NATO e sistema di alleanza a guida russa. I Paesi dell’Europa orientale, con in testa la Polonia, potrebbero invece sostenere un atteggiamento diverso, che implicherebbe un aumento del coinvolgimento sul terreno degli Stati Uniti.

Washington, dal canto suo, deve contemperare la duplice – e contraddittoria – esigenza di continuare con la politica di retrenchment, che suggerirebbe di tagliare gli impegni non vitali e di non aprire nuovi capitoli in aree non strategiche per gli interessi degli Stati Uniti, e la rappresentazione della Russia come potenza revisionista della National Security Strategy 2017, che implicherebbe di trattarla come uno strategic competitor da far arretrare in tutti i quadranti di contatto. Come sottolineato da un recente report dell’Heritage Foundation, infine, dal punto di vista americano la Georgia rappresenta un alleato importante per almeno tre diversi ordini di ragioni: 1) ha dato dimostrazione di affidabilità in teatri di guerra come quello afgano e iracheno (in Afghanistan ha avuto fino a 2000 effettivi presenti ed ha fornito il maggior contingente tra quelli dei Paesi non NATO); 2) ha un valore strategico “estrinseco”, ossia non è tanto importante per il controllo delle sue risorse interne, quanto per la possibilità che offre come piattaforma di lancio verso Mar Nero, Spazio post-sovietico e Medio Oriente; 3) è un Paese che, nonostante le condizioni “esterne” sfavorevoli, sta compiendo passi lenti ma decisi verso la democrazia e rappresenta un modello per le aree di cui costituisce un crocevia (all’interno delle quali la democrazia è completamente assente o stenta a consolidarsi).

Sarà importante per gli Stati Uniti, quindi, lanciare un segnale alla Georgia – così come all’Ucraina – sul fatto che le porte dell’Alleanza restano aperte almeno in linea di principio, anche se appare molto difficile che possano essere compiuti passi significativi su questo cammino nel breve termine.