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TematicheStati Uniti e Nord AmericaIl Summit per la democrazia isola la Cina

Il Summit per la democrazia isola la Cina

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Si è da poco concluso il Summit per la democrazia, indetto dal presidente statunitense Biden al fine di sensibilizzare i 110 stati partecipanti a difendere e rafforzare la democrazia. Ma la lista degli invitati, pubblicata dal Dipartimento di Stato americano, sembra rispecchiare un’attenzione particolare alla conferma delle alleanze statunitensi piuttosto che un impegno ad un universalismo di diritti. La componente politica piuttosto che ideologica del Summit è stata sottolineata aspramente da Pechino che ha subito proceduto ad avvicinarsi a Mosca in chiave antiamericana.  

Articolo precedentemente pubblicato nel ventesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Il Summit per la democrazia

Il 9 e 10 dicembre si è svolto il Summit virtuale per la democrazia, promosso dal presidente statunitense Biden, con l’obiettivo di radunare paesi di tutto il mondo guidati dalla volontà comune di combattere la corruzione, l’autoritarismo e promuovere i diritti umani. Sotto la leadership a stelle e strisce si è pertanto proceduto ad incoraggiare un dialogo sugli standard democratici raggiunti e sui numerosi sforzi orientati a difendere e rafforzare la democrazia – obiettivo che richiede, secondo quanto sostenuto da Biden, una partecipazione globale. E proprio alla luce di questo impegno comune, che ha confermato la presenza di 110 stati e l’impegno degli stessi di comunicare l’anno prossimo i risultati ottenuti, figurano bizzarri presenti, tra cui paesi caratterizzati da bassi standard democratici. Colpiscono infatti i criteri utilizzati dal Dipartimento di Stato per stilare la lista dei 110 paesi invitati, che sembra celare dei chiari interessi politici piuttosto che ideologici. L’elenco si basa infatti sui criteri individuati da Freedom House, ONG con sede a Washington, che assegna ai paesi del mondo un punteggio di libertà su un totale di 100 punti, basato su 25 criteri che variano dai diritti politici alle libertà civili. Sorprende come sulla base della divisione tra paesi “liberi”, “parzialmente liberi” o “non liberi”, tra gli stati invitati 77 si classificano come “liberi” o pienamente democratici, 31 come “parzialmente liberi” e tre “non liberi” (Angola, Iraq e Repubblica del Congo). A confermare la scelta di preferire un criterio regionale, ma soprattutto strategico piuttosto che ideologico, sono gli inviti alla Polonia, al Brasile e al Pakistan, quest’ultimo essenziale per la sua posizione, che permetterebbe a Washington di proteggere il confine occidentale e avere un corridoio verso l’Oceano Indiano. Interessante anche la presenza dell’Iraq, definito da Freedom House come paese “non libero”, la cui presenza è giustificata dalla volontà degli USA di arginare l’espansione dell’influenza iraniana. Grandi assenti oltre chiaramente alla Cina e la Russia, la Turchia, l’Ungheria e la Tunisia. La Turchia, alla luce della rivalità latente con gli Stati Uniti; le ultime due a causa della vicinanza alla Cina, che ha portato la Tunisia a spingersi verso la possibilità di una futura collaborazione militare con Pechino, oltre che in ambito medico e umanitario. 

Rilevante è stata infine la presenza di Taiwan, atto di forte impatto politico che di fatto conferma la volontà di inserire l’isola all’interno del sistema di alleanze americano in chiave anticinese. Una volontà che si sostanzia in un aiuto diplomatico e militare volto al contenimento di Pechino, ennesimo smacco alla politica vessatoria di “una sola Cina” portata avanti a tutti i costi dalla Cina. Tale iniziativa va di pari passo con quella contro le politiche assimilatorie della Repubblica Popolare in regioni che mira a stabilizzare per proteggere il suo nucleo geopolitico, a cominciare dallo Xinjiang. Da qui la decisione dell’amministrazione Biden di boicottare diplomaticamente le Olimpiadi invernali di Pechino nel 2022, con l’adesione di alleati come Regno Unito, Australia e Canada. Attraverso questo vertice, Taiwan può quindi non solo condividere la sua storia di successo democratico, ma anche ottenere la protezione americana. A tal proposito, il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu ha recentemente sottolineato quanto la Cina costituisca una minaccia all’ordine internazionale, avendo ignorato le critiche della comunità internazionale e continuando a perseguire un progetto totalitario “antitetico ai valori universalmente riconosciuti di libertà e democrazia”. 

La risposta cinese 

Pechino non ha esitato a rispondere all’affronto subito dal governo americano. La notizia della partecipazione di Taiwan al Summit per la democrazia ha infatti fortemente indisposto Xi Jinping, il quale ha inteso l’avvicinamento dell’isola alla politica americana come una strategia per isolare la Cina e minare la legittimità del Partito comunista cinese. In vista del vertice indetto da Biden, il leader cinese ha pertanto provveduto alla pubblicazione di numerosi libri bianchi e ha indetto importanti convegni al fine di esaltare i vantaggi del sistema politico cinese e criticare l’America per aver cercato di imporre il suo modello democratico al resto del mondo, alludendo ad un modello di leadership e di supremazia. A tal proposito, il portavoce del ministro degli Affari Esteri cinese Wang Wenbin, ha accusato gli Stati Uniti di cercare di “armare la democrazia, convocando apertamente questo cosiddetto Summit per la democrazia al fine di incitare alla divisione e al confronto per vantaggi geopolitici”. 

In questo clima di aperta tensione, i sostenitori del modello cinese hanno evidenziato come i sistemi democratici occidentali, e in particolare quello americano, con la sua enfasi sui controlli e gli equilibri istituzionali, spesso tradiscano i loro cittadini. La Cina ha infatti prontamente denunciato il vertice, affermando di essere uno stato più democratico dell’America e per questo da ricomprendere all’interno delle grandi democrazie del mondo. Ciò che distinguerebbe il modello democratico occidentale da quello cinese sarebbe solo un concetto diverso di interpretazione dei bisogni dei cittadini. Molto vicino alla teoria machiavelliana, la priorità cinese sarebbe costituita dai fini piuttosto che dai mezzi, laddove il concetto di democrazia non è rappresentato dai processi, ma da risultati in termini di governance. Come afferma infatti l’ex diplomatico cinese Victor Gao, il sistema cinese è efficiente perché è in linea con le esigenze cinesi: “La Cina ha avuto la fortuna di avere il sistema che ha oggi perché tratta il caos e l’instabilità come nemici pubblici, laddove la stabilità è funzionale allo sviluppo dell’economia”.

L’avvicinamento della Cina alla Russia

Isolata dalla politica statunitense, la Cina ha prontamente cercato riparo sotto l’ala dell’altra potenza revisionista: la Russia. In una videoconferenza di un’ora e mezza tra Putin e Xi Jinping, è stato formato un inusuale sodalizio che ha prontamente condannato il Summit per la democrazia, inteso come una recrudescenza della divisione tra blocchi. Il vertice si colloca a poche settimane dal colloquio tra Biden e Putin, probabile tentativo da parte americana di isolare ulteriormente la Cina. Non si può escludere tuttavia che Putin voglia scendere a patti con gli USA in vista di possibili garanzie prima di rimodellare il già ventennale Partenariato strategico e onnicomprensivo con la Cina. E se da un lato, Putin ha garantito la propria presenza alle Olimpiadi invernali di Pechino, dall’altro, la Cina ha acconsentito alla futura creazione di una struttura finanziaria per le operazioni commerciali, che probabilmente si baserà su scambi bilaterali e con paesi amici, al di fuori del dollaro e delle altre valute “ostili” e soprattutto del sistema Swift, da cui la Russia rischia di essere esclusa in caso di nuove sanzioni per un intervento militare in Ucraina. In merito a quest’ultimo aspetto, il presidente russo ha assicurato che terrà informato il collega cinese degli sviluppi dei negoziati con USA e NATO sull’eventuale formalizzazione della fine dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso Est, a cominciare dal non ingresso dell’Ucraina. Una prospettiva che potrebbe allettare Xi Jinping, che potrebbe utilizzare lo stesso metodo per frenare il controllo americano su Taiwan. Adottare politiche di negoziazioni potrebbe infatti limitare il testa a testa con l’America che vede la Cina sempre più isolata da Washington e dai suoi numerosi alleati europei e asiatici.

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