Sudtirolo, Donbass e autonomia: una soluzione possibile

Secondo il ministro Gentiloni, il caso diplomatico e militare che sta scuotendo da oltre un anno il Donbass, la regione russofona dell’Ucraina orientale sottoposta a forti spinte secessioniste, potrebbe trovare una soluzione seguendo le stesse linee guida che l’Italia ha tracciato per la soluzione della questione sudtirolese e della conseguente controversia internazionale sorta con l’Austria: rispetto dell’integrità territoriale e autonomia.

Sudtirolo, Donbass e autonomia: una soluzione possibile - Geopolitica.info Bandiera ucraina (cr: Reuters/Gleb Garanich)

Alcuni mesi fa, alla vigilia di un vertice cruciale del Gruppo di Minsk sulla questione ucraina, il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni si è fatto promotore di un’idea originale e molto interessante sotto il profilo comparativo proponendo una sorta di “via italiana” per la risoluzione del conflitto in analisi. Nella fattispecie Gentiloni ha suggerito di prendere a modello la soluzione politica adottata nel Südtirol / Alto Adige – amministrativamente corrispondente alla Provincia Autonoma di Bolzano – esempio di come una contesa internazionale possa essere risolta ovviando alla questione dell’integrità territoriale di un certo Stato con la concessione di larghe autonomie per la preservazione dell’elemento alloglotto locale. In effetti, in un’ottica di analisi comparata dei due casi, le analogie sono molte e l’approccio autonomista (peraltro sostanzialmente accettato e promosso dallo stesso Gruppo di Minsk) potrebbe servire a tracciare quella sorta di road map che tanto servirebbe alla diplomazia internazionale in questi mesi di stallo.

Partendo dal Sudtirolo, è ben noto come questa provincia sia stata annessa dall’Italia alla conclusione della Prima guerra mondiale a seguito della sconfitta degli Imperi centrali. Nonostante l’annessione, una larghissima maggioranza della popolazione locale era e rimase germanofona – cui si deve aggiungere anche il gruppo linguistico ladino presente in alcune valli – a fronte di una contenuta minoranza italiana. Gli eventi degenerarono con l’ascesa al potere del fascismo, il quale procedette a vari tentativi di italianizzazione forzata, mortificando per quanto possibile usi e costumi locali ed arrivando ad uno scellerato accordo con il Reich tedesco – le cosiddette Opzioni – il quale prevedeva il trasferimento, su base volontaria, della massa alloglotta tedesca e ladina oltre il confine italiano, verso l’Impero hitleriano. A guerra finita furono molte le voci che si levarono per un ritorno del Sudtirolo alla vecchia madrepatria austriaca, la quale era peraltro in via di ricostituzione dopo l’anschluss del ’38.

Le diplomazie internazionali, che pure considerarono questa opzione, la dovettero scartare per una serie di fattori geopolitici che segnarono la fine di ogni speranza separatista per i germanofoni a sud del Brennero i quali, rappresentati dai politici locali della Südtiroler Volkspartei e aiutati dal Governo austriaco, iniziarono le trattative con Roma per ottenere il riconoscimento di una forma di autonomia che tutelasse il particolarismo sudtirolese.

Queste trattative culminarono con l’Accordo De Gasperi – Gruber nel 1946. Molte aspettative e tutele previste dal testo in questione però rimasero lettera morta e la popolazione locale percepì il malcelato tentativo da parte del Governo centrale di continuare una subdola opera di italianizzazione al fine di risolvere il problema. La reazione fu tragica: mentre la Südtiroler Volkspartei proseguiva una campagna politica, pur pacifica, ma dai toni molto accesi, l’Austria chiamò più volte in causa l’Italia in sede ONU; a ciò va aggiunta la costituzione del BAS (Befreiungsausschuss Südtirol / Fronte di Liberazione del Sudtirolo) il quale inaugurò nel 1961 una stagione di violenza terroristica tra attentati dinamitardi e attacchi diretti alle forze dell’ordine che durò per oltre un decennio contando decine di morti e centinaia di feriti. La soluzione arrivò nel 1972 con la concessione di un Secondo Statuto di Autonomia, il quale, prevedendo per la Provincia di Bolzano una larga libertà in tema legislativo e amministrativo, oltre a molte garanzie effettive sulla tutela dell’elemento germanofono e ladinofono, contribuì prima a pacificare la popolazione e poi a chiudere definitivamente la vertenza internazionale con l’Austria negli anni ’90.

E l’Ucraina orientale? La situazione è per certi versi simile: l’Ucraina è un Paese che, stando alle rilevazioni statistiche del 2001, presenta una forte minoranza di russi etnici che compongono il 17,3% della popolazione; tale dato aumenta però fino al 29,6% se si considera chi parla il russo come prima lingua. Questa minoranza etno-linguistica non è sparsa in maniera omogenea in tutto il Paese, ma risulta particolarmente concentrata nella parte sud-orientale ovvero nel cosiddetto Donbass. Particolarmente negli oblast di Donestk e Luhansk, i russofoni dovrebbero aggirarsi rispettivamente tra il 74,82% e il 68,84%, sempre stando ai dati del censimento del 2001. A fronte di queste evidenze, che parlano di una non indifferente presenza russa nella popolazione ucraina e di una sua considerevole preponderanza in alcuni oblast del Donbass, il russo non è mai stato dichiarato seconda lingua del Paese, né lingua regionale nell’est ucraino.

Questa situazione, già di per sé potenzialmente critica, ha subito una grave involuzione dopo le dimostrazioni di Euromaidan e la defenestrazione del Presidente filo-russo Viktor Yanucovich il cui Partito delle Regioni trovava proprio nel Donbass la sua maggiore roccaforte di consenso.

La frattura politica e territoriale tra filo-russi e filo-occidentali ha portato in breve tempo all’organizzazione di milizie separatiste nel sud-est ucraino e alla promozione di referendum volti a richiedere la diretta annessione di quei territori alla Russia. L’escalation di violenza che ne è seguita ha portato alla costituzione di due Repubbliche Popolari, non riconosciute, ma protette dalla diplomazia e dalle risorse umanitarie della madrepatria riconosciuta dai ribelli. Va però specificato che la Russia, al contrario dell’Austria, almeno negli anni ’50/’60, non ha mai ufficialmente considerato l’annessione del Donbass alla propria Federazione come una delle opzioni sul tavolo, mentre ha sempre sostenuto la necessità di tutelare l’identità russa dell’Ucraina orientale attraverso una serie di atti legislativi che possano garantire una libera e pacifica convivenza tra i gruppi etnici presenti sul territorio, e tra le popolazioni ribelli ed il governo centrale.

Perché allora non uno Statuto di Autonomia, magari ancorato a livello costituzionale ed internazionale come è accaduto qui in Italia per il caso sudtirolese? Una riforma costituzionale che possa tutelare il particolarismo russofono nelle zone insorte è infatti la linea dettata dal Gruppo di Minsk e pare essere anche la più logica delle soluzioni; un’opzione, quella autonomista, considerata come la migliore anche dall’ex Presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder il quale, pochi giorni fa, si è recato in visita a Donetsk portando la sua solidarietà alle autorità separatiste della Novorossiya.

Nonostante la via autonomista sia stata tracciata dalle parti in causa e sia perseguita dai competenti organi sovranazionali, rimangono aperte tantissime sfide per il futuro: il legislatore dovrà ottemperare in maniera credibile agli impegni presi in sede internazionale, mentre i ribelli dovranno prima o poi accettare di tornare a far parte a tutti gli effetti di una nuova Ucraina e per fare questo ci sarà vitale bisogno di una struttura partitica o di un’élite che possa farsi promotrice delle istanze identitarie della popolazione locale seguendo però una metodologia pacifica e democratica, riconoscendo la legittima autorità statale e portando così la stessa popolazione che rappresenta a cessare ogni atto di ostilità, in quell’ operazione che Leonardo Morlino definirebbe come “ancoraggio”, un po’ come fece proprio la Südtiroler Volkspartei nell’Alto Adige travagliato degli anni ’60.