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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl Sudan negli Accordi di Abramo

Il Sudan negli Accordi di Abramo

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Bilad al-Sudan, il villaggio, la località dei neri, è il nome arabo di un Paese oggi al centro dell’interesse a causa di un colpo di stato militare che il 25 ottobre 2021 ha rovesciato il regime guidato da Abdalla Hamdok, 65 anni, economista di formazione anglosassone, condotto in località segreta con sua moglie, reinsediato poiché aveva ufficialmente accettato di collaborare con l’esercito e dimessosi il 2 gennaio scorso (Ansa, 2022). È stata un’ulteriore sconfitta per le speranze di democrazia e per le rivendicazioni dopo 30 anni di regime di Omar Al Bashir, destituito nell’aprile 2019.

Indipendente dal condominio anglo-egiziano dal 1956, con una secessione dolorosa nel luglio del 2011, il Sudan è oggi diviso in due Stati dove il Sud Sudan, a maggioranza cristiana, si oppone al Sudan a maggioranza musulmana sunnita (Johnson, 2016). Il Sudan ha perduto tre quarti della sua produzione petrolifera in seguito alla secessione del 2011 che ha lasciato i giacimenti entro i confini del Sud Sudan e ha tentato di diversificare la propria economia investendo nell’esportazione di gomma arabica. Dichiarato “Stato canaglia” dagli Stati Uniti anche per aver ospitato i vertici di Al Qaida tra cui Osama bin Laden e accusato di favorire il terrorismo internazionale, il Sudan è uscito nel 2017 dalle sanzioni internazionali e ha accettato di far parte, seppur con molte contraddizioni interne, degli Accordi di Abramo, con Israele per una nuova fase economicamente espansiva nella regione mediorientale (Singer, 2021). Gli Accordi sono stati firmati dal Sudan il 6 gennaio 2021.

Il recente colpo di Stato dell’ottobre 2021 ha ricondotto il Sudan entro il percorso “classico” della creazione di partiti unici, nell’assenza di opposizione politica, e di costituzioni militari presenti nella storia contemporanea di molti Paesi dell’Africa sub-sahariana con confini politici artificiali creati dalle dominazioni coloniali, nella indifferenza per le realtà locali, ricchi di risorse naturali, oggetto di sfruttamento e fonti di corruzione politico-amministrativa (The Sentry, 2021). Contesti storico-istituzionali, questi, ove le popolazioni rimangono in costante sofferenza economico-sociale. L’intervento militare dell’ottobre 2021 aveva come scopo quello di ‘restituire’ il Sudan alla normalità mentre nel mese di novembre 2021 si sono interrotti i collegamenti e si sono sparati proiettili veri sui manifestanti a Omdurman, città gemella di Khartoum sulla sponda del Nilo (Sariach, 2021).  

Proteste di piazza contro il regime militare si sono verificate con lo slogan: “No negotiations, no compromise, no power-sharing with the military”, nessun compromesso con i militari (VOA News, 2021; Meridiano, 2021). Il Movimento per la Libertà e il Cambiamento ha invitato i cittadini sudanesi a manifestare contro le autorità militari del Consiglio Sovrano di Transizione e contro il premier Abdalla Hamdok accusato di aver ceduto al compromesso con i vertici delle forze armate dopo il colpo di Stato. Si sono verificate violenze anche nella regione del Darfur, dove gli scontri tra gruppi arabi e africani hanno provocato decine di vittime. L’invio di un nuovo esiguo contingente da parte del governo di Khartoum non ha condotto a risultati, e la comunità internazionale si interroga sull’opportunità da parte delle Nazioni Unite di terminare il mandato della missione congiunta di peacekeeping con l’Unione Africana (UNAMID). 

Le violenze sono state fortemente incentivate all’epoca del regime di Omar Al Bashir – di formazione militare, alla guida dal 1998 del National Congress Party, che ha governato dal 16 ottobre 1993 al 11 aprile 2019 – con la creazione di milizie che le forze politiche attuali cercano di ricondurre all’interno di un complesso e difficile dialogo di riconciliazione nazionale. La situazione è in veloce involuzione e la popolazione nei centri urbani non vuole rinunciare a esprimere il proprio dissenso verso le scelte politiche della leadership politico-militare sudanese. 

Gli Accordi di Abramo e la normalizzazione con il Sudan 

Gli Accordi di Abramo sono fondati su interessi strategici, economici e commerciali condivisi tra Paesi che dovrebbero contribuire alla stabilizzazione della pace regionale. Sono stati pensati dagli Stati Uniti, in particolare dall’amministrazione Trump, per normalizzare la regione e polarizzare le rivalità pregresse ed esistenti. Alcuni paesi della Mena Region come il Bahrain e il Sudan seguono tali percorsi (Washington Institute, 2021). L’emergenza globale Covid-19 durante il 2020 ha avuto gravi ripercussioni sui Paesi del Golfo e in Sudan. Le loro economie e società hanno pesantemente risentito della crisi pandemica. In questo quadro, gli Accordi potranno aprire molti nuovi spazi per opportunità. In particolare, i Paesi del Golfo potranno condividere differenti obiettivi strategici con i loro nemici storici e anche con l’Iran. I benefici del commercio regionale e nelle relazioni internazionali tra Israele, i Paesi del Golfo, e il Sudan prevedono numerosi settori di investimento che si compongono di 16 aree: ambiente, energia, biotecnologie, sicurezza, tecnologie, sanità, istruzione, servizi finanziari, turismo, aviazione civile, telecomunicazioni, agricoltura, sicurezza alimentare e idrica, commercio di diamanti. Il Sudan ha aderito agli Accordi di Abramo nel gennaio del 2021 dopo numerosi contatti e scambi tra Tel Aviv e Khartoum con la mediazione degli Emirati Arabi Uniti e degli Stati Uniti ancora in presenza del presidente Al Bashir. 

Da un lato i successori di Al Bashir hanno potuto sfruttare l’opportunità di una nuova immagine che presenta il Sudan come un partner regionale per la sicurezza d’Israele e non più una base e un percorso di rifornimento e reclutamento per i militanti radicali della Mena Region; mentre gli Stati Uniti necessitano probabilmente di un “riscatto” strategico nel Global South rispetto alla recentissima e drammatica sconfitta dell’Afghanistan dell’agosto 2021. Ma l’esecuzione pratica degli Accordi di Abramo, definiti dal Primo Ministro d’Israele Netanyahu come gli “Accordi del secolo”, rimane al momento un’ipotesi dalle numerose difficoltà (Segell, 2022).

Sudan e Israele 

Nel 1967 Khartoum ospitò Gamal Abd Al-Nasser, il Presidente egiziano umiliato dalla sconfitta nella Guerra dei Sei giorni contro Israele (Johnson, 2011). Durante il summit della Lega Araba il 1° settembre 1967 emersero i famosi tre no: 1) nessuna pace con Israele; 2) nessun riconoscimento dello Stato di Israele; 3) nessuna negoziazione con Israele (Muhareb, 2011). Nondimeno, il Sudan fu incline a riconoscere la “dottrina periferica” d’Israele (Khadduri, 1971) come risposta alla minaccia dell’Egitto di Nasser. Le minacce per il Sudan provenivano da nazioni non arabe e da minoranze interne. Tra quest’ultime erano, e sono, incluse le popolazioni del Sud Sudan. Israele trovò un alleato nel leader del partito Umma, Abd al-Rahman al-Mahdi, figlio postumo del leggendario Mahdi che guidò la rivolta contro le forze britanniche nel diciannovesimo secolo (Salīm & Vikør, 1991; Lobban & Lobban, 2011). Il partito Umma ricevette importanti finanziamenti da Israele: nell’agosto del 1957 Golda Meir e Abdalla Khalil, rispettivamente primi ministri di Israele e del Sudan, si incontrarono segretamente a Parigi. I finanziamenti al partito Umma vennero confermati anche dagli Stati Uniti: in piena guerra fredda il Sudan poteva diventare una diga oppure un ponte per il dilagare del comunismo in Africa. Ma gli effetti degli aiuti israelo-americani si rivelarono presto controproducenti. Il fronte antiimperialista e il partito pro-egiziano (NUP) fecero cadere il governo del Primo Ministro sudanese Khalil. La chiusura e la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1957 da parte di Nasser fece perdere il raccolto di cotone al Sudan nel 1958 spingendolo verso il fallimento economico. La scelta obbligata fu l’esercito. Le relazioni con Israele si interruppero nel 1958. 

Il 6 aprile 2021 l’articolo della costituzione sudanese del 1958 che proibiva relazioni con Israele è stato abrogato (Reuters, 2021). Il 3 febbraio 2020 un incontro riservato a Entebbe in Uganda tra il Primo Ministro israeliano Netanyahu e il Generale sudanese Abd Al Fattah Al Burhan ha ricevuto l’approvazione dei Paesi del Golfo, dell’Arabia Saudita e dell’amministrazione Trump: lo spazio aereo sudanese è stato aperto agli aerei israeliani. Nel frattempo, il Sudan ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime dell’attentato alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania del 1998 e alle vittime del bombardamento della nave americana Cole al largo della costa dello Yemen nel 2000 (Bravin & Donati, 2020). Mike Pompeo, già Segretario di Stato americano, ha proseguito i colloqui tra Sudan e Israele durante tutto il 2020: il governo sudanese aveva richiesto in cambio aiuti sia dagli Stati Uniti sia dagli Emirati Arabi Uniti per 1,2 miliardi di dollari e un aiuto immediato di 2 miliardi di dollari nei successivi tre anni. Il 23 ottobre 2020 il Presidente Trump dichiarò pubblicamente che il Sudan era il terzo Paese a normalizzare le relazioni con Israele dopo gli Emirati e il Bahrain nel quadro degli Accordi di Abramo. Il 25 ottobre 2020 Israele comunicò che sarebbero state inviate scorte alimentari per 5 milioni di dollari per garantire meglio la nuova pace con il Sudan (Staff, 2020). A seguire, il 14 dicembre 2020 gli Stati Uniti ritirarono la designazione del Sudan “Stato sponsor del terrorismo” (Bearak & Mohieddin, 2020). 

L’accordo venne ufficialmente firmato il 7 gennaio 2021 a Khartoum dal ministro sudanese – con formazione a Harvard e a Georgetown negli Stati Uniti – Nasr al-Din Abd al-Bari e dal Segretario del Tesoro statunitense Steven Mnuchin. In cambio gli Stati Uniti avevano concesso tramite la Banca Mondiale un prestito ponte di 1 miliardo di dollari per l’abbattimento del debito sudanese (Reuters, 2021). Pochi giorni dopo il Ministro dell’Intelligence israeliana Eli Cohen per la prima volta a Khartoum, era giunto con una scatola rossa dalla scritta gift, regalo, contenente un fucile d’assalto M-16 per il ministro della difesa sudanese: Israele spende 22 miliardi di dollari annui per la propria difesa militare, e le IDF (Israel Defence Forces) sono l’istituzione più importante nel Paese (Harkov, 2021). Mentre la nuova leadership politico-militare sudanese desiderava porsi in antitesi all’antecedete compromesso regime di Al Bashir anche tramite nuove relazioni internazionali, le reazioni popolari contro i nuovi accordi con Israele non tardarono a manifestarsi a Khartoum. Rivalità e rivendicazioni interne erano alimentate non solo dalle nuove scelte politico-militari, ma anche dalle relazioni con i Paesi del Golfo e con altre realtà regionali in una contrapposizione antica e profonda tra arabi e africani, tra religioni e culture e differenti interessi socioeconomici (Bassist, 2021). 

Problematiche in corso 

L’economia sudanese in caduta libera nel 2020-21 – 59 miliardi di dollari di debito nel 2019 – ha costretto il Paese africano a nuovi prestiti; 2,2 milioni di sfollati sudanesi – anche a causa della guerra in Darfur, 1983-2005 – vivono oggi fuori dai confini dello Stato sudanese in Paesi contigui. Il Sudan è centro, fonte e crocevia di human trafficking, l’esercito recluta anche bambini-soldato e altri gruppi da nazioni confinanti come Eritrea ed Etiopia (Cia Worldfactbook, Sudan, 2021). Inoltre, il Sudan accusa il Sud Sudan di finanziare gruppi ribelli nel proprio Paese; l’Egitto di fatto amministra la regione di Halaib a nord del 22º parallelo rivendicata dal Sudan; scontri per l’acqua e per diritti di pascolo sono frequenti ai confini con la Repubblica Centrafricana; l’enclave di Abyei è ancora al centro di negoziati in corso tra Sudan e Sud Sudan dal 2011 (Johnson, 2016). 

Nel maggio del 2021 alcuni soldati di fronte al quartier generale delle SAF (Sudan Armed Forces) hanno ucciso due giovani e ferito altre 15 persone nelle proteste. Tale attacco è stato paragonato agli attacchi israeliani contro alcuni villaggi palestinesi in una rivolta comune da parte delle popolazioni contro le leadership politico-militari nella Mena Region (Gidaam, 2021). I movimenti scoppiati negli Stati Uniti nel 2019-20 – Black Lives Matter – si sono estesi anche all’Africa, e in Sudan hanno assunto espressioni politiche contro la leadership al potere. Si è giunti all’ottobre 2021, con il colpo di Stato militare, l’esclusione e la – temporanea – riabilitazione del Primo Ministro Hamdok, e i continui scontri tra l’esercito e la popolazione di Khartoum, a tratti silenziata nelle comunicazioni internet ma ugualmente in grado di organizzarsi grazie a una rete di solidarietà (hanabniho) composta da attivisti che lottano contro la corruzione, la violenza e la repressione dell’esercito e sostenuta dalle rimesse provenienti dai sudanesi all’estero (Huon, The Humanitarian, 2021). Secondo esperti sudanesi (Ounour, 2021) e israeliani (Terdiman, 2021) il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nella prosecuzione degli Accordi di Abramo (Convegno Fondazione Einaudi, 2021), soprattutto l’opera svolta dal Principe ereditario Mohammed bin Zayed al Nahyan di Abu Dhabi, sarà più rilevante per i nuovi fragili equilibri rispetto a quella dell’Arabia Saudita del Principe ereditario Mohamed bin Salman Al Sa’ud anche nei confronti dell’Iran che, nonostante le prime reazioni contro i Paesi della Mena Region accusati di tradimento dell’Islam, al momento appare molto cauto nelle proprie dichiarazioni. 

Beatrice Nicolini,
Università Cattolica del Sacro Cuore

Riferimenti bibliografici

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Ringraziamenti 

Grazie a M. Terdiman, Haifa University, Israel, e a H. Onour, Gedarif University, Sudan, per le loro riflessioni e per il materiale inviatomi. Grazie a Pier Angelo Vincenzi, Gedi Gruppo Editoriale, e grazie al corso di Storia e istituzioni dell’Africa, a.a. 2021-22, Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, Milano, per aver letto e commentato il briefing durante la pausa natalizia con serietà, curiosità ed entusiasmo. 

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