Lo scorso settembre l’esercito sudanese ha lanciato un’offensiva contro il potente gruppo paramilitare che sta combattendo nella guerra civile del Paese, prendendo di mira le aree della capitale che ha perso all’inizio del conflitto. Le forze governative hanno bombardato le basi delle Rapid Support Forces (RSF) nella capitale Khartoum e a Bahri, nel nord del Paese. In questo articolo verranno ripercorse le tappe fondamentali del conflitto per comprendere come i recenti sviluppi del conflitto risentiranno fortemente anche degli effetti di eventi climatici estremi che stanno colpendo la regione.
Il Sudan è già stato teatro di guerre civili dalla sua indipendenza nel 1956 e la regione del Darfur sud-occidentale ha assistito a un genocidio delle comunità di etnia africana nel 2003. Nonostante il Sud del Sudan sia a prevalenza cristiana, il Darfur è abitato per lo più da musulmani di etnia araba come la regione settentrionale, centrata sulla capitale Khartoum. Durante i suoi trent’anni di regime, Omar Al-Bashir ha sfruttato la frammentazione della regione sud-occidentale per creare un governo con una forte componente islamica. Nel marzo 2009, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente sudanese Omar al-Bashir per aver diretto una campagna di uccisioni di massa, stupri e saccheggi contro i civili nel Darfur. Durante la guerra del 2003, solo nel Darfur, quasi 400.000 persone sono state uccise, le donne sono state sistematicamente violentate e quasi 3 milioni di persone sono state sfollate a causa di queste azioni. All’epoca le forze impiegate nella guerra civile nella regione sud-occidentale erano chiamate “Janjaweed” ed erano sotto il controllo del presidente al-Bashir e del comandante Mohammed Hamdan Dagalo, conosciuto come “Hemedti”. Oggi quelle stesse forze sono chiamate Forze di Supporto Rapido (RSF) e sono diventate sempre più indipendenti e forti rispetto all’esercito ufficiale grazie alla guida di Hemedti e il supporto finanziario di Paesi interessati nel conflitto civile. Nel 2019, Hemedti e il capo delle forze armate sudanesi (Sudanese Armed Forces, SAF), Abdel Fattah al-Burhan, hanno sfruttato le proteste civili contro il governo per destituire al-Bashir. Dopo due anni di governo per la transizione democratica, i due generali hanno organizzato un colpo di stato militare e cacciato il primo ministro. Se fino al 2021 Hemedti e al-Burhan avevano combattuto dalla stessa parte, oggi si trovano uno contro l’altro. Infatti, da aprile 2023 i due eserciti hanno assaltato le reciproche basi a Khartoum e combattuto per la presa del palazzo presidenziale, dell’aeroporto e dei canali televisivi. All’apparenza ciò che ha rotto l’amicizia e scatenato la guerra è un disaccordo sulle tempistiche per l’integrazione delle RSF nell’esercito sudanese, ma gli interessi dietro questa guerra che si protrae da oltre un anno e di cui si sente parlare così poco sono molti e diversi.
Sudan come trampolino di lancio degli interessi medio-orientali in Africa
Nonostante si parli di un conflitto interno al Paese, vi sono alcuni attori stranieri che hanno investito nella guerra in Sudan. Tra questi vi sono gli Emirati Arabi Uniti (UAE) che sostengono le RSF e sono i principali importatori di oro del Sudan. Per gli Emirati, Khartoum è strategica per il raggiungimento della propria egemonia politica ed economica in Africa e in Medio Oriente, e perciò già nel 2019 Abu Dhabi aveva sostenuto l’RSF in Sudan per minare la transizione democratica e proteggere i propri interessi. L’altro Paese che ha contribuito al sabotaggio della transizione democratica nel 2019 ma che appoggia le forze di al-Barhum, è l’Egitto. Il Cairo, infatti, considera l’esercito sudanese l’unico esercito legittimo, con cui ha un accordo di società militare dal 2021, e necessita dell’appoggio del Sudan per mantenere influenza nella regione e vincere la lunga disputa con l’Etiopia per la Grande Diga del Rinascimento Etiopia (Grand Ethiopian Renaissance Dam – GERD). Nonostante ciò, per l’Egitto il prolungamento del conflitto in Sudan, significa avere un altro vicino in guerra, oltre alla Libia e ad Israele, e dunque un’ulteriore crisi umanitaria che si riversa sui suoi confini. Inoltre, l’Arabia Saudita a partire da aprile 2023 ha ospitato i colloqui SAF-RSF a Gedda che purtroppo sono falliti. Tuttavia, poiché al-Burhan gode di una maggiore legittimità internazionale, il Regno si è orientato a sostenere al-Burhan rispetto a Hemedti, scontrandosi così, come in Yemen, con Abu Dhabi. I due Paesi del Golfo in Sudan competono in tre settori diversi: da quello economico con gli investimenti nei terreni agricoli, nelle miniere e nelle infrastrutture; quello diplomatico, attraverso il quale le monarchie mirano a costruire un’influenza locale a sostegno dei negoziati e della diplomazia umanitaria; e, infine, quello geostrategico che ha portato all’allineamento con le fazioni rivali (Abu Dhabi con Hemedti e Ryhad con al-Barhum) molto prima dello scoppio del conflitto.
L’escalation militare delle ultime settimane
Nelle scorse settimane si è riscontrata un’escalation militare nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per mediare un cessate il fuoco, di cui si è discusso anche a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. L’RSF ha affermato di aver respinto i tentativi, ma degli scontri sono stati segnalati in località vicine al centro di Khartoum. Dall’inizio della guerra, i paramilitari controllano quasi tutta la capitale. I progressi di quest’ultima offensiva sembrano essere la prima spinta significativa del governo da mesi per riconquistare parte di territorio. Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, il leader de facto del Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, ha dichiarato di sostenere gli sforzi per porre fine alla guerra, ma solo se questi porteranno alla fine dell’occupazione del territorio sudanese da parte della RSF. Il leader ha poi messo in discussione il perché la comunità internazionale non sia intervenuta per aiutare a contrastare il gruppo e ha accusato gli Stati della regione di “fornire finanziamenti e mercenari per il proprio beneficio politico ed economico, in flagrante violazione della legge e della volontà internazionale”. al-Buhran ha inoltre mosso una critica verso la comunità internazionale che non è intervenuta per aiutare a contrastare il gruppo e ha accusato gli Stati della regione di “fornire finanziamenti e mercenari per il proprio beneficio politico ed economico, in flagrante violazione della legge e della volontà internazionale”.
Le Nazioni Unite hanno chiesto un’azione “immediata” per proteggere i civili e porre fine ai combattimenti. Si stima che dall’inizio di settembre sono stati documentati almeno 78 morti tra i civili a causa di bombardamenti di artiglieria e attacchi aerei nell’area di Khartoum. Il coinvolgimento di civili è stata una costante nel conflitto poiché molti dei combattimenti più intensi si sono svolti in aree fortemente popolate.
Fenomeni climatici estremi come moltiplicatori di minacce socio-economiche ed emergenza sanitaria
Le Nazioni Unite hanno anche denunciato come il Sudan sia teatro della più grande crisi di fame nel mondo. Si teme una carestia diffusa in quanto la popolazione non ha possibilità di coltivare raccolti e allevare bestiame. Ad aggravare il contesto sociale vi è anche un’epidemia di colera che sta colpendo le regioni centrali e orientali del Sudan. Le autorità sudanesi hanno segnalato che gli Stati più colpiti sono Kassala, Gedaref, Fiume Nilo, Al Jazirah e Khartoum. Secondo il ministero della sanità, sono stati riscontrati oltre 5.000 casi di colera e 191 decessi. Nella seconda metà di agosto i casi settimanali sono quadruplicati. La coordinatrice delle emergenze Medici Senza Frontiere in Sudan, Esperanza Santos, ha di recente spiegato come “la combinazione letale di forti inondazioni e acqua torrenziali, unite alla già pessime condizioni di vita e alla scarsa disponibilità di acqua potabile, soprattutto nei campi sovraffollati, ha generato una condizione favorevole per la diffusione del colera”. Nella città di Kassala, le forti piogge e le inondazioni hanno distrutto le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, aggravando le condizioni di vita delle comunità sfollate e dei rifugiati eritrei ed etiopi. Oltre undicimila persone, tra cui i rifugiati ospitati nel Paese e le comunità locali dello Stato orientale di Kassala, sono state colpite da questi eventi climatici estremi nelle ultime due settimane. Fra di loro molte famiglie arrivate di recente dopo essere fuggite dalle violenze nello Stato di Sennar e che hanno trovato rifugio in cinque siti di raccolta e centri di accoglienza. Alcuni sono stati costretti alla fuga già tre o quattro volte dall’inizio del conflitto. Hanno perso i loro beni, comprese le razioni di cibo, e stanno affrontando notevoli difficoltà per accedere ad acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie. L’UNHCR, l’Agenzia ONU per i rifugiati, e i partner sono sul posto per assistere i più vulnerabili. In collaborazione con le autorità statali, è stato individuato un nuovo terreno dove si stanno montando le tende per ospitare circa 800 famiglie sfollate. Per mitigare simili impatti in altri Stati, tra cui Gedaref, Nilo Bianco e Nilo Blu, l’UNHCR ha pre-posizionato beni di prima necessità e kit di accoglienza, pulendo i canali di scolo e costruendo dighe per puntellare le strade interne, al fine di proteggere i campi e i siti che ospitano gli sfollati. Le inondazioni nella regione del Darfur stanno rendendo ulteriormente complicato, per le agenzie umanitarie, raggiungere le persone bisognose nelle aree in cui è possibile accedere. I bisogni umanitari stanno raggiungendo proporzioni epiche nella regione, poiché centinaia di migliaia di civili sono ancora in pericolo e la carestia è stata recentemente confermata in uno dei luoghi di raccolta di persone in fuga.
Il conflitto ha già distrutto i raccolti e interrotto i mezzi di sussistenza. La crisi climatica rende gli sfollati ancora più vulnerabili. I terreni allagati impediscono alle persone di coltivare e far pascolare il bestiame, aumentando l’insicurezza alimentare e la fame nelle aree colpite dalla siccità e dal conflitto. Sono assolutamente necessarie misure di adattamento al clima per ridurre la vulnerabilità a questi ripetuti shock. Mentre il conflitto si diffonde in tutto il Paese, le persone continuano a spostarsi in cerca di sicurezza. Ad oggi, oltre 10 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case sia all’interno del Paese che oltre i suoi confini. Dalla metà di aprile, le forti precipitazioni legate a El Niño hanno provocato eventi meteorologici estremi in tutta l’Africa orientale – tra cui inondazioni, frane, venti violenti e grandine – che stanno colpendo le comunità di rifugiati e sfollati. Poiché si prevede che la situazione peggiorerà nel corso dell’anno, l’UNHCR ha lanciato un appello urgente in quanto servirebbero quasi 40 milioni di dollari per assistere e proteggere 5,6 milioni di rifugiati, rimpatriati, sfollati interni e comunità locali in Burundi, Etiopia, Somalia, Ruanda, Sud Sudan e Sudan, che finora ha ricevuto solo 5 milioni di dollari di fondi.
Conclusioni
Nonostante questo conflitto abbia già causato la più grande crisi di sfollati al mondo, oltre 9 milioni di cui 6,7 milioni interni, e messo a rischio di fame oltre 18 milioni di persone, a livello internazionale ha ricevuto scarsa attenzione politica, diplomatica e mediatica. Mentre i due eserciti continuano ad annientarsi a vicenda commettendo crimini di guerra, atrocità e crimini contro l’umanità, le prospettive di pace sembrano nulle. L’Unione Africana ha creato un Gruppo di alto livello sul Sudan (HLP-Sudan), mentre gli Stati Uniti hanno nominato un apposito inviato speciale, Tom Perriello, il quale ha proposto di rivisitare la piattaforma di Gedda. Tuttavia, coloro che davvero possono fare la differenza sono i Paesi della Penisola Arabica, i quali, come detto in precedenza, non sembrano aver alcun interesse nella risoluzione del conflitto e nella transizione democratica del Paese subsahariano. Ad aggiungersi ad un contesto già fragile vi sono eventi climatici estremi come siccità, inondazioni e piogge torrenziali che mettono in ginocchio tutta l’area dell’Africa orientale e la regione dei Grandi laghi, dal Burundi al Sudan. Senza un sostegno adeguato per prepararsi, resistere e riprendersi dagli shock legati al clima, le comunità che vivono in questa regione affrontano un rischio maggiore di sfollamento e devastazione. L’aumento dei finanziamenti e delle azioni a favore del clima per raggiungere le persone più bisognose è fondamentale per scongiurare gli scenari peggiori e cercare di limitare il fenomeno dei migranti climatici. I rifugiati e le persone dislocate internamente, infatti, si sono uniti al flusso di coloro che fuggivano dai conflitti armati in atto nella regione. La Famine Early Warning Systems Network (FEWS NET – rete dei sistemi di allerta precoce sulle carestie) ha segnalato che in Somalia, Etiopia e Kenya le inondazioni hanno ormai dislocato quasi 1,5 milioni di persone. Nel Corno d’Africa probabilmente il riscaldamento globale causerà siccità più prolungate e più intense, mentre fenomeni di El Nino più frequenti provocheranno inondazioni più devastanti. Questo ciclo accelererà il degrado ambientale, che a sua volta farà crollare la resa agricola, accrescerà l’insicurezza alimentare, intensificherà le controversie per terreni e acqua e creerà un maggior numero di rifugiati in cerca di aree più abitabili, sia all’interno dei propri paesi che nei paesi vicini.

