Sud Sudan: la crisi continua – seconda parte

Secondo i dati dello United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), la guerra civile  ha causato migliaia di vittime, una distruzione generale ed ha strappato quasi quattro milioni di persone dalle loro case, alcuni sfollati all’interno del Paese, e più di due milioni fuggiti nei Paesi vicini (Sudan, Uganda ed Etiopia).

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Lo scontro è poi proseguito, causando la distruzione di infrastrutture e collegamenti fondamentali per il paese. A sua volta il World Food Programme (WFP) evidenzia che circa 6,3 milioni di persone siano sostenute dagli aiuti alimentari forniti dal WFP stesso, come conseguenza del crollo dell’economia, della riduzione della produzione agricola e della maggiore dipendenza dalle importazioni di generi alimentari.  

All’inizio di quest anno, circa 7,5 milioni di persone necessitavano di assistenza umanitaria e tra queste, quelle più a rischio erano le donne, sia per la fame e l’insicurezza alimentare che per un retaggio culturale che le porta ad essere vittime di violenza sessuale, a non poter gestire beni produttivi o accedere  a posizioni apicali (tutti aspetti prettamente riservati agli uomini) ne poter andare a scuola   (le donne risultano analfabete per l’80%, sono spesso vittime di violenza domestica ed obbligate a matrimoni precoci).  

Il WFP, a partire dall’indipendenza del  Paese dal vicino Sudan, nel 2011, ha fornito un sostegno salvavita a milioni di persone, grazie anche alla collaborazione con le organizzazioni della società civile e le comunità locali (coinvolgendo le donne in tali attività ed aiutandole così nel processo di consapevolezza di sé stesse). 

Nel frattempo, nel settembre del 2018, tra il partito del Presidente Salva Kiir Mayardit (SPLM) ed alcuni partiti/gruppi di opposizione fra i quali SPLM/IO di Riek Machar, il South Sudan Oppsition Allaince (SSOA), i Former Deteinees (FDs) e Other Political Parties (OPP), si è addivenuti all’Accordo per la Cessazione del Conflitto in Sud Sudan (R-ARCSS) che prevedeva un periodo transitorio nel quale risolvere i problemi legati alla formazione di un esercito nazionale e al numero e confini degli stati e al termine del quale formare un Governo di unità nazionale (R-TGoNU); altri partiti e gruppi però si sono rifiutati di prendere parte, formando a loro volta il South Sudan Opposition Movements Allaince (SSOMA), per fare pressione sui firmatari  dell’ Accordo.

Successivamente, con la Dichiarazione di Roma del 12 gennaio 2020, il GoSS e i movimenti di opposizione si sono impegnati al rispetto della cessazione delle ostilità e al dialogo politico. 

A questa, ha fatto seguito un’altra riunione,  tenutasi il 4 marzo 2020 e i cui aggiornamenti, sul nuovo accordo per la fine del conflitto, sono stati accolti tiepidamente dai partecipanti: il Rappresentante Speciale del Segretario delle Nazioni Unite e Capo della Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan (UNMISS), David Shearer, ha riportato che  il Presidente Salva Kiir, ha abbandonato l’attuale sistema statale per ripristinare i 10 Stati originari precedenti al 2015 e creare al contempo 3 aree amministrative  e Riek Machar, leader  del Movimento di liberazione del popolo sudanese di opposizione (SPLM-IO) e del suo associato SPLA-IO, avrebbe accettato di collaborare all’interno del governo di transizione, in qualità di primo vicepresidente.

In tale contesto, si è anche sostenuto che il mandato dell’UNMISS verrà rinnovato fino al 15 marzo 2021  (Relazione Speciale del Segretario Generale n. S/2018/143)  e sarà indirizzato in particolare a quelle aree che vedono rifugiati di ritorno e ad altre zone “calde”del paese. 

A sua volta, la coordinatrice dell’organizzazione non governativa Women’s Monthly Forum on the Peace and Political Process in South Sudan, Betty Sunday,  ha fatto il punto in merito alla condizione femminile, ribadendo l’’importanza e l’influenza delle organizzazioni della società civile guidate da donne che “ hanno lottato duramente per la realizzazione dell’accordo di pace” e per una maggiore rappresentanza femminile nella vita politica del Paese e che pagano il prezzo più alto di questa instabilità conflittuale continua, come la mancanza di accesso all’istruzione e la pratica dei matrimoni infantili a cui il governo di transizione deve  porre fine; oltre a ciò il GoSS dovrebbe occuparsi di fornire servizi primari di base, dal momento che molte donne e ragazze sono costantemente fatte oggetto di discriminazione di genere e di violenza sessuale, nel tragitto per andare a prendere acqua e cibo.  

A tutti questi input, i delegati dei vari Stati presenti al meeting, hanno incoraggiato il Governo di transizione del Sud Sudan a proseguire nei suoi sforzi e a garantire le richieste avanzate nel corso dell’incontro, pur continuando a manifestare   preoccupazione per la continua instabilità generale del paese; in tale occasione, il rappresentante per il Sud Sudan ha menzionato il documento S/2020/145 del Segretario Generale, documento attraverso cui ha sostenuto i tanti sforzi avvenuti dalla fine di Febbraio 2020 nel Paese.  

L’approvazione della risoluzione n2514

Con la risoluzione n. 2514,  il Consiglio di Sicurezza chiede la fine dei combattimenti,  l’attuazione del cessate il fuoco permanente, dichiarato nell’accordo rivitalizzato (precedentemente l’11 luglio 2016 e il 22 maggio 2017, nonché l’ACOH firmato il 21 dicembre 2017), l’impegno ad un dialogo politico e la garanzia del  controllo delle forze militari e della protezione dei civili, il rispetto di quanto stabilito rispetto al SOFA e la fine dell’ostruzionismo nei confronti dell’UNMISS, della CTSAMVM, degli attori umanitari internazionali e nazionali;  il Consiglio di Sicurezza afferma poi che, sulla base delle risoluzioni n. 2206 del 2015, n. 2290 del 2016, n. 2353 del 2017, n. 2428 e n. 2471 prenderà misure appropriate nei confronti di coloro che mettono a repentaglio la pace, la stabilità e la sicurezza del Paese,  dei siti di protezione delle Nazioni Unite e di coloro che si rendono responsabili o complici di attacchi contro il personale e i locali dell’UNMISS e il personale umanitario.  

Nel rinnovare il mandato dell’UNMISS viene stabilito che questo dovrà prestare particolare attenzione ai civili e al personale delle Nazioni Unite e tra i civili dovrà occuparsi di tutelare soprattutto le categorie più vulnerabili come: le donne e le ragazze (al par. 41 della Relazione Speciale del Segretario Generale del 10 novembre 2016 n. S/2016/951, si fa riferimento alla violenza di genere); i bambini (il Gruppo di lavoro del Consiglio di sicurezza sui bambini si occupa di chiedere l’immediato rilascio dei bambini soldato, la non uccisione e l’assistenza umanitaria al reintegro, l’assistenza sanitaria, psicologica, soprattutto verso ragazze e disabili) e nel cui ambito, l’UNMISS continua il dialogo con le parti in conflitto, per implementare piani d’azione, in linea con la risoluzione n. 1612 del 2015 ed altre risoluzioni sui minori nei conflitti armati; ma anche i cittadini stranieri e gli sfollati.  

L’UNMISS, a causa del suo stretto contatto con le organizzazioni umanitarie e dei diritti umani, la società civile e le organizzazioni per lo sviluppo, in aree ad alto rischio di conflitto (scuole, luoghi di culto, ospedali,  aree di ritorno) dovrà, quando il GoSS non riesce a fornire sicurezza, predisporre una strategia di allarme rapido che si sostanzia nella raccolta di informazioni, il monitoraggio e l’’analisi degli incidenti, la verifica, la diffusione dei meccanismi di risposta, mantenendo  al contempo la sicurezza pubblica e la protezione dei siti civili ed esercitando buoni uffici (pare 10dell’Accordo), rafforzare la fiducia e il sostegno alla missione e alla risoluzione dei conflitti attraverso la mediazione della comunità, con l’obiettivo di  una riconciliazione locale e nazionale, nell’ottica della costruzione di uno Stato stabile. 

L’UNMISS dovrà anche favorire un ritorno sicuro, informato, volontario e dignitoso per gli sfollati interni e i rifugiati (Politica di Due Diligence delle Nazioni Unite sui diritti umani-HRDDP), e coordinarsi con i servizi di polizia, le istituzioni governative e gli attori della società civile per porre in essere attività di sensibilizzazione, indagini e il perseguimento dei crimini sessuali legati ai conflitti; dovrà sostenere il lavoro del RJMEC e di altri meccanismi di attuazione a vari livelli e vigilare su episodi di incitamento all’odio ed alla violenza, monitorando i progressi del processo di pace e l’attuazione dell’accordo rivitalizzato (risoluzione n. 2304 del 2016), utilizzando le basi  logistiche di cui dispone per eseguire il mandato (risoluzione n. 2086 del 2013 dichiarazione presidenziale S/PRST/2015/22).

Nell’ambito della presente risoluzione, sono poi ben accolti gli sforzi dell’IGAD al dialogo nazionale, dell’UA, dell’AUPSC, del RJMEC e dei paesi della regione per trovare soluzioni durature alle sfide della pace e della sicurezza nel Sud Sudan, incoraggiando i leader del Sud Sudan a rispettare gli impegni assunti nel quadro degli accordi di cessazione delle ostilità e dell’Accordo, potenziando la mobilità delle forze nelle aree a maggiore rischio. 

Il Consiglio di Sicurezza ha poi evidenziato gli sforzi del Segretario Generale per sviluppare un sistema globale di valutazione delle prestazioni delle operazioni di mantenimento della pace (risoluzioni n. 2378 del 2017 e n. 2436 del 2018), utilizzati per migliorare le operazioni stesse, comprese decisioni sull’impiego di un maggior numero di donne nell’UNMISS, o sull’ attuazione di  una politica di tolleranza zero in materia di molestie sessuali, (dichiarazione presidenziale S/PRST/2015/22 e risoluzione n. 2272), aspetti sui quali il Segretario Generale dovrà tenere costantemente informato  il Consiglio di Sicurezza, servendosi anche della collaborazione degli Stati a riguardo. 

 E’ visto poi con favore l’impegno per l’inclusione delle donne nell’accordo rivitalizzato, compreso il minimo del 35% per la rappresentanza femminile e per assicurare la piena, effettiva e significativa partecipazione e il coinvolgimento delle donne in tutte le sfere e livelli di leadership politica, nel processo di pace e nel governo di transizione, in cui viene chiesto il sostegno dell’UNMISS.

Si richiede fermamente che i gruppi armati pongano in essere quelle azioni volte a prevenire ulteriori  casi di violenza sessuale, adottando un approccio incentrato sui sopravvissuti  e il GoSS, in primis, deve fare passi concreti per perseguire i responsabili (par. 3.2.2 del Cap.V dell’Accordo) e risarcire le vittime (par. 17 della risoluzione n. 2467 del 2019); le parti dell’accordo rivitalizzato devono  smilitarizzare le aree civili (Cap. 2 dell’R-ARCSS), riducendo la proliferazione di armi leggere e ricercare la verità e la riconciliazione (nell’Accordo è prevista la creazione della Commissione per la verità, la riconciliazione e la guarigione e dell’Autorità per la compensazione e la riparazione), aspetti sempre molto delicati da affrontare.

Si stabilisce infine che il Segretario Generale dovrà  fornire al Consiglio di Sicurezza, entro il 15 dicembre 2020, una revisione strategica dell’UNMISS che valuti le sfide per la pace e la sicurezza nel Paese, fornisca raccomandazioni  per la possibile riconfigurazione del suo mandato e delle sue componenti civili, di polizia e militari, riferendo al Consiglio di Sicurezza entro 90 giorni dalla data di adozione della presente risoluzione, ogni 90 giorni successivi con rapporti  dettagliati sulla sua attività, così come all’impegno della comunità internazionale in tal senso; al contempo anche l’UA condividerà i progressi compiuti nell’istituzione della Corte ibrida per il Sudan del Sud.

In tale quadro complessivo, l’UNHCR ritiene che l’R-ARCSS si traduca in una cessazione delle ostilità  il Sud Sudan mantenga una politica di aperture nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo, permettendo all’UNHCR di svolgere il suo mandato, fornendo protezione e assistenza a coloro che ne hanno bisogno (stimati dall’UNHCR in circa 1.526.000 persone, tra cui 364.000 rifugiati e richiedenti asilo, 500.000 rimpatriati spontanei, 650.000 sfollati interni e 12.000 apolidi.