Gli appelli globali per un cessate il fuoco a Gaza e una de-escalation in Medio Oriente appaiono sempre più vani di fronte al duplice attacco che ha portato all’eliminazione di Fouad Shukr, leader militare di Hezbollah e del noto capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, scomparsi rispettivamente il 30 e il 31 luglio. Sebbene non siano stati rivendicati ufficialmente da Israele, è alquanto semplice riconoscere il tipico stile del Mossad, il celebre e temuto servizio segreto estero dello Stato ebraico. Ma il successo delle operazioni mirate israeliane potrebbe avere delle gravi ripercussioni su tutta la regione.
La lunga “black list” del Mossad
Sia il comandante libanese che il leader di Hamas sono da ritenersi solo gli ultimi “omicidi eccellenti” dell’intelligence israeliana. Limitandosi ai soli esponenti palestinesi, la lista risulta comunque piuttosto lunga. Ufficialmente in risposta all’attentato dell’Aeroporto di Lod del 1972 (l’attuale Aeroporto Ben Gurion), il poeta e portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), Ghassan Kanafani, viene ucciso insieme alla nipote diciassettenne da una granata posta dagli 007 israeliani sotto la propria autovettura (deflagrata con l’accensione del motore). Nell’ottobre del 1973, agenti del Mossad freddarono un altro intellettuale legato all’OLP (l’organizzazione di stampo laico-marxista guidata da Yasser Arafat, in cui si colloca l’odierna al-Fath), Abdelwael Zwaiter, nell’androne del suo appartamento a Roma. Nello stesso anno, con un raid lanciato a Beirut, il Mossad eliminò tre influenti leader dell’OLP, ritenuti i mandanti della strage delle Olimpiadi di Monaco del 1972 (in cui persero la vita 12 atleti e allenatori israeliani e 5 attentatori): Muhammad Najjar, Kamal Adwan e Kamal Nasser. Anche Mohammed Boudia, poeta e drammaturgo algerino aderente al FPLP, venne assassinato a Parigi con la stessa tecnica utilizzata per Kanafani, nel giugno del 1973, su ordine dell’allora premier israeliana Golda Meir per vendicare gli atleti uccisi a Monaco. Ad Atene, nel 1986, gli uomini del Mossad colpirono a morte il Segretario generale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP), Khalid Nazzal, mentre, nel 1988, fu la volta di Khalil al-Wazir, meglio noto come Abu Jihad, membro fondatore dell’organizzazione Settembre Nero: il suo assassinio, perpetrato a Tunisi da un commando legato al generale Ehud Barak (divenuto in seguito primo ministro), ricevette la condanna degli Stati Uniti che lo bollarono come “omicidio politico”.
Con la firma degli Accordi di Oslo (1993), il bersaglio si è spostato quasi interamente su Hamas, la cui leadership ha sempre rifiutato ogni tipo di compromesso con “l’occupante sionista” e ribadito l’intenzione di proseguire la lotta armata fino alla “completa liberazione della Palestina”. Nel 1993, venne eliminato Imad Akel, comandante delle Brigate Qassam, noto anche con l’appellativo de “il fantasma”, per via della sua abilità di camuffarsi per tendere agguati alle forze armate israeliane. Nel 1996, “l’ingegnere” Yahya Ayyash fu individuato e neutralizzato dalle forze dello Shin Bet (agenzia di sicurezza interna dello Stato ebraico), mentre Salah Shehadeh trovò la morte in un raid dell’aviazione israeliana a Gaza nel 2002. Due anni più tardi, avvenne forse il più eclatante degli omicidi: lo sceicco Ahmad Yasin, padre spirituale e fondatore del movimento islamista, fu colpito da un missile mentre veniva riaccompagnato a casa al termine delle preghiere dell’alba in una moschea di Gaza City. A ordinare l’assassinio dello sceicco tetraplegico (si dice che fosse costretto su una sedia a rotelle a causa di un incidente avuto in età adolescenziale) fu l’allora primo ministro Ariel Sharon. Il 2004 fu l’anno in cui persero la vita anche altri due esponenti di spicco del movimento: Abdelaziz al-Rantissi e Adnan al-Ghoul, entrambi uccisi a Gaza City. Nel 2006 toccò a Mahmoud al-Majzoub, influente leader dell’organizzazione del Jihad Islamico (alleato di Hezbollah e Hamas). L’attentato dinamitardo avvenne in Libano e, sebbene Israele abbia negato ogni responsabilità, sia Hezbollah che il Jihad Islamico accusarono Tel Aviv. Gli agenti del Mossad sarebbero arrivati anche a Dubai, dove Mahmoud al-Mahbouh, comandante delle Brigate Qassam, fu ucciso in un albergo di lusso nel 2010.
Più recentemente, in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023, il governo di Netanyahu ha dichiarato una guerra totale a Hamas, con l’intenzione di distruggere l’organizzazione. Ciò, di conseguenza, comporta l’eliminazione sia dei combattenti sul terreno che dei dirigenti del partito (ovunque si trovino). Dunque, non sorprende che a gennaio del 2024, Saleh al-Arouri, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas e fondatore delle Brigate Qassam, sia stato ucciso da un drone alla periferia di Beirut. Pochi mesi dopo, la stessa sorte è toccata a Mohammed Dheif: sebbene il movimento non abbia ancora confermato, il comandante in atto delle Brigate Qassam sarebbe stato ucciso dalle forze dell’IDF il 13 luglio scorso. Degno di nota è anche il raid del 1° aprile sferrato da Israele al consolato iraniano di Damasco, in cui perirono undici persone, fra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, comandante del Corpo delle guardie della Rivoluzione Islamica (conosciuto ai più come “Pasdaran”). Per diversi giorni la comunità internazionale ha temuto il peggio, prevedendo una reazione piuttosto violenta da parte di Teheran che, al contrario, si è limitata a lanciare dei razzi e dei droni quasi interamente intercettati dalla difesa aerea israeliana. Ciononostante, Tel Aviv sembra intenzionata a perseguire la linea degli attacchi trasversali e, con i recenti raid di Beirut e Teheran della fine di luglio, l’escalation regionale potrebbe concretizzarsi: colpendo il capo dell’unità strategica di Hezbollah, Fouad Ali Shukr, Israele ha lanciato una provocazione che, agli occhi della milizia libanese, è un’onta troppo grande da restare impunita. Lo stesso si può dire per la Repubblica Islamica, che ha incassato un colpo capace di mettere in rilievo delle gravi falle nella sicurezza interna. L’assassinio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh (insieme alla sua guardia del corpo), il quale si trovava nella capitale iraniana per assistere alla cerimonia di insediamento del neopresidente Massoud Pezeshkian, ha di fatto decapitato la dirigenza del partito islamista. Tuttavia, alla luce dei possibili scenari futuri, sarebbe piuttosto prematuro parlare di una vittoria dello Stato ebraico.

Terrorista e martire: la particolare figura di Ismail Haniyeh
La morte di Haniyeh non ha sicuramente lasciato indifferente una buona parte di mondo. La notizia della sua morte, pur non essendo stata rivendicata ufficialmente, è stata accolta con evidente soddisfazione dalla società civile israeliana: per i mercati e le strade di Tel Aviv, diversi commercianti hanno offerto ai passanti frutta e dolci per “festeggiare la morte del terrorista”, mentre sui social circolava un video di pochi secondi in cui il premier Netanyahu mimava il celebre gesto degli occhiali da sole di James Bond modificando lo slogan con le proprie credenziali (“Netanyahu, Binyamin Netanyahu”). Tuttavia, l’uccisione del leader di Hamas, anche se si tratta di un potente colpo inflitto all’organizzazione, potrebbe rivelarsi un boomerang per Israele: oltre alla popolazione palestinese di entrambi gli schieramenti (al-Fath e Hamas stessa), l’intero mondo arabo-islamico sembra essere concorde sul considerare Haniyeh un martire. Forti parole di condanna sono state pronunciate sia dalle autorità di Teheran (che hanno promesso ritorsioni al “nemico sionista”) che dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, il quale ha definito l’assassinio del rivale politico “un atto vile e dalle conseguenze disastrose”. Anche il Primo Ministro di Doha (dove Haniyeh risiedeva in esilio), lo sceicco Muhammad bin Abdurrahman al-Thani, ha stigmatizzato “gli omicidi politici e i bombardamenti di civili inermi a Gaza”, ma la voce più netta è stata sicuramente quella del presidente turco Erdogan, il quale ha addirittura minacciato un dispiegamento delle proprie truppe a Gaza “come in Libia e in Siria”. L’assassinio del numero uno di Hamas è stato definito “inaccettabile” anche dalla Russia e dalla Cina, i cui governi si sono sempre opposti alla violenta risposta di Israele agli attentati terroristici del 7 ottobre. D’altro canto, anche il mondo occidentale ha espresso dubbi e preoccupazioni: gli Stati Uniti, tramite il Segretario di Stato, Antony Blinken, hanno dichiarato di non essere stati informati, tantomeno coinvolti nell’operazione.
Nato in un campo profughi della Striscia tra il 1962 e il 1963 (la sua data di nascita non è certa), Ismail Haniyeh si è contraddistinto per il suo alto livello di istruzione. Diplomato presso la scuola dell’UNRWA (l’agenzia delle Nazioni Uniti per i rifugiati palestinesi) e laureato in lingua e letteratura araba all’Università Islamica di Gaza (di cui divenne preside nel 1993), Haniyeh si avvicinò al movimento islamista divenendo il breve tempo il braccio destro del fondatore, il già citato sceicco Ahmad Yasin. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, fu incarcerato da Israele per aver partecipato alle rivolte della prima Intifada. In seguito alla scarcerazione, avvenne la sua parabola ascendente fino ad assumere la guida dell’organizzazione, nel 2017, succedendo a Khalid Masha’al (anch’egli vittima di un tentativo di eliminazione da parte del Mossad, ma salvato da un intervento diretto dal re Hussein di Giordania, Paese in cui risiedette fino al 1999).
I rapporti con l’ala laica di al-Fath non furono mai distesi: con la vittoria delle elezioni legislative di gennaio 2006, Haniyeh fu incaricato di formare il nuovo governo, ma si trovò subito di fronte alla ferma opposizione di Israele, Stati Uniti e Unione Europea che, ritenendo Hamas un’organizzazione terroristica, imposero sanzioni e sospesero l’invio di aiuti umanitari (che avrebbero ripristinato solo se Hamas avesse accettato di riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato ebraico e rinunciato definitivamente alla lotta armata e al terrorismo). Nel frattempo, il sostegno occidentale si concentrò sul leader di al-Fath (Mahmoud Abbas) e vennero fornite armi alla “sua” Guardia Presidenziale (nonostante la sconfitta elettorale, al-Fath esercitava ancora un certo controllo sulla sicurezza dell’ANP). Ciononostante, Hamas poté contare su altri finanziamenti (prevalentemente dal Qatar) e riuscì a garantire i servizi essenziali ai propri cittadini. Nel frattempo, la rivalità fra i due schieramenti si fece sempre più accesa, fino a sfociare in una guerra civile che lasciò circa 600 morti e, in parte grazie alla mediazione dell’Arabia Saudita (Mahmoud Abbas e Ismail Haniyeh si incontrarono alla Mecca sotto la supervisione del re Abdullah), si concluse definitivamente nel maggio del 2007 causando la divisione che persiste tutt’ora: Striscia di Gaza controllata da Hamas (almeno fino all’invasione israeliana del 2023) e Cisgiordania prevalentemente nelle mani di al-Fath.
Morto un “mujahid” se ne fa un altro
In un certo senso, Ismail Haniyeh ha avuto il privilegio di ricevere ben due cerimonie funebri: la prima a Teheran, con rito sciita, officiata dalla Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, mentre la seconda a Doha, con rito sunnita, al cospetto dell’emiro Tamim e di suo padre Hamad (noto in Qatar come “l’emiro padre”), per poi essere sepolto nel cimitero di Lusail (località divenuta celebre per uno dei più grandi stadi dei Mondiali del 2022). Contemporaneamente, si sono tenute delle preghiere in suo onore nei maggiori luoghi di culto del mondo islamico; fra tutte, la moschea di al-Aqsa, nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme. In ogni caso, Hamas ha dovuto far fronte al vuoto di potere che si era venuto a creare con la scomparsa improvvisa del “mujahid (martire) combattente”. Per giorni si è parlato di Muhammad Ismail Darwish, tesoriere del movimento e capo del Consiglio della Shura (consultazione), ma anche del predecessore Khaled Masha’al. Tuttavia, la nomina ufficiale dei vertici del partito è ricaduta sul nome più inaspettato e controverso: Yahya Sinwar.
Il nuovo leader è il ricercato numero uno di Israele, in quanto accusato di essere la mente degli attacchi terroristici del 7 ottobre. Ironia della sorte, la Corte Penale Internazionale dell’Aia ha recentemente chiesto di emettere dei mandati di arresto per crimini di guerra contro Sinwar, Netanyahu e il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant (il provvedimento riguardava anche i defunti Haniyeh e Dheif). Il nuovo leader è, comunque, considerato lo zoccolo duro del movimento: soprannominato “il macellaio di Gaza”, per aver giustiziato coloro che erano accusati di “tradimento” e collaborazionismo con Israele, Sinwar non vanta la proprietà di linguaggio e il carisma del suo predecessore, ma avrebbe una grande esperienza sul campo militare e capacità di anticipare le mosse del nemico (si dice che stia ancora guidando la resistenza dai tunnel sotterranei nella Striscia). La sua nomina, dunque, potrebbe essere interpretata come un ulteriore segnale di chiusura da parte del movimento e renderebbe ancora più difficile un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi israeliani, ma dall’altra parte, l’ala ultraconservatrice del governo Netanyahu è altrettanto poco incline a un compromesso e, nonostante le pressioni internazionali e il sempre più temuto rischio di un allargamento regionale del conflitto, sarebbe intenzionato a procedere con la linea dura della “distruzione totale dei terroristi”.
Sullo sfondo, restano le minacce di Hezbollah e dell’Iran riguardanti un imminente attacco a Israele come ritorsione per i raid omicidi a Beirut e Teheran. Ed è proprio la Repubblica Islamica a dimostrare maggior cautela nella risposta: l’attacco al compound presidenziale in cui si trovava il capo di Hamas è certamente un segnale di vulnerabilità, ma la visita del Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Sergei Shoigu, nella capitale iraniana, suggerisce un coinvolgimento di Mosca nella rappresaglia contro Tel Aviv. Diversa appare la posizione della milizia libanese che, nonostante avesse inizialmente optato per il “silenzio tattico”, si è trovata costretta a rispondere con il lancio di centinaia di razzi in territorio israeliano dopo un attacco preventivo su larga scala dello Stato ebraico. “La responsabilità non è nostra, ma di Israele”, ha sentenziato il leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah.
Nel frattempo, la diplomazia di Stati Uniti, Qatar ed Egitto ha lavorato per una ripresa delle trattative convocando un tavolo negoziale prima a Doha, il 15 di agosto, per poi proseguire una settimana dopo al Cairo (con scarso successo). Secondo indiscrezioni, Hamas sarebbe intenzionata ad attuare il piano di Biden del 2 luglio, anziché intraprendere dei nuovi colloqui. Dal canto suo, il presidente Biden, intervistato dal canale CBS, si è detto ancora fiducioso per l’attuazione di un cessate il fuoco e di un accordo sulla liberazione degli ostaggi, ma, al tempo stesso, non ha nemmeno escluso l’escalation. A questo punto, la decisione finale per scongiurare l’ecatombe spetterebbe solo a Netanyahu, il quale dovrà scegliere se mantenere la stabilità del suo esecutivo (il cui appoggio dei “falchi” dell’ultradestra contraria al compromesso è fondamentale) oppure cedere alle pressioni degli alleati e alle piazze che, dal 7 ottobre, preferirebbero una “resa” piuttosto che il “sacrificio di circa un centinaio di cittadini israeliani” ancora in cattività. Senza contare “i troppi civili palestinesi uccisi”, denunciati dalla vicepresidente e candidata democratica alla Casa Bianca Kamala Harris.

