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Ripensamento strategico o aggiustamento tattico? Il rinnovato protagonismo internazionale della Turchia

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Nel corso degli ultimi anni, la Turchia sembra essere tornata a giocare un ruolo da protagonista, in alcuni casi pivotale, nei diversi scenari internazionali verso i quali tradizionalmente proietta la propria influenza – dall’area del Mar Nero a quella del Caspio passando per lo scacchiere mediorientale. Un ritorno che, marginalizzando progressivamente il ricorso a strumenti coercitivi che ne aveva caratterizzato l’azione nel corso dell’ultimo decennio, sembra aprire a una fase più dialogante di politica estera.

Per molti versi, la politica estera turca sembra per questa strada riprendere i principi fondamentali che avevano informato quella dottrina della Profondità Strategica che, nella prima fase del ventennio di governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP), avevano assicurato alla Turchia rilevanti dividenti strategici, sostanziandone il passaggio da Paese “periferico” (kanat ülke) a “centrale” (merkez ülke) del sistema internazionale post-bipolare. Azzeramento dei problemi con i propri vicini, de-securizzazione della politica estera e proposizione di un principio di regional ownership – principali corollari operativi della Dottrina – sembrano lentamente tornare a guidare l’azione internazionale di Ankara, dischiudendo una nuova possibile fase di ripensamento strategico. Le linee guida e gli obiettivi dell’azione diplomatica turca nei principali scenari nei quali prende forma il rinnovato protagonismo di Ankara sembrano tuttavia conferire alla correzione di rotta in politica estera una connotazione e una portata eminentemente tattica, risultante dalle necessità congiunturali dettate dalla politica interna piuttosto che dall’emergere di una più ampia, coerente e credibile visione strategica.

Il 2023, anno del centenario della proclamazione della Repubblica, avrebbe dovuto rappresentare il coronamento della creazione di una “Nuova Turchia” (Yeni Türkiye) che, forgiata dalla rivoluzione istituzionale, socio-culturale e strategica promossa dall’AKP nell’ultimo ventennio, avrebbe dovuto ricoprire un ruolo di potenza multi-regionale entrando al contempo nel novero delle prime dieci economie al mondo. A un anno dal centenario e, soprattutto, a circa otto mesi dalle scadenze elettorali – legislative e presidenziali – del 2023, la situazione appare tuttavia profondamente diversa. Sul versante internazionale la Turchia sconta un profondo isolamento, frutto del rivoluzionario corso di politica estera imboccato nel proprio vicinato nel corso dell’ultimo decennio, mentre su quello interno attraversa una delle più profonde crisi economiche e monetarie della storia repubblicana, che sembra aver portato il Paese alle soglie della bancarotta e ha impoverito una popolazione che si confronta con una spinta inflattiva record – oltre l’80% a inizio settembre. Sembra dunque essere stata l’evidente erosione della presa sul Paese dell’AKP e del suo leader, Tayyip Erdoğan, a determinare una correzione di rotta in politica estera dettata principalmente dalla necessità di attirare valuta estera e sfruttare la visibilità internazionale in chiave elettorale. Al di là del complesso equilibrismo e del protagonismo di Ankara nella crisi russo-ucraina – che pur assicura a essa dividendi tanto in termini economici quando di visibilità internazionale – è principalmente in relazione allo scacchiere mediorientale e ai rapporti con gli interlocutori euro-atlantici che le motivazioni, la portata e i limiti della attuale correzione di rotta in politica estera emergono con maggior chiarezza.

Il Medio Oriente. Epicentro del rinnovato attivismo diplomatico turco

È in Medio Oriente, più che altrove, che la correzione di rotta impressa nel corso dell’ultimo anno alla politica estera turca è stata più evidente e per certi versi quasi naturale, se non obbligata. Lo scacchiere mediorientale è assurto infatti, nel corso dell’ultimo decennio, a terreno privilegiato di una politica di potenza che ha modificato – fino a ribaltarli – i principi sui quali si era fondata fino ad allora la politica estera repubblicana. Non soltanto, infatti, l’AKP ha superato il tradizionale principio kemalista di non-coinvolgimento negli affari regionali, ma ha spinto l’interventismo fino a scardinare il dogma della non-ingerenza negli affari interni degli stati, puntando su una piattaforma rivoluzionaria imperniata sul rovesciamento dei regimi non confacenti alla propria proiezione di potenza o, se si vuole, al proprio disegno egemonico regionale. Così facendo, non soltanto ha ribaltato la tradizionale connotazione di potenza di status quo della Turchia – per la quale il mantenimento degli assetti interni e degli equilibri di potere regionali rappresentavano un’indiretta quanto irrinunciabile forma di tutela per la propria sicurezza nazionale – ma ha anche sconfessato quella tendenza alla de-securizzazione della politica estera che aveva permesso all’AKP, fino all’erompere delle “Primavere arabe”, di scardinare il tradizionale mutuo sospetto che caratterizzava le relazioni tra mondo arabo e Turchia, elevando quest’ultima a partner economico e interlocutore diplomatico privilegiato per le cancellerie regionali.

Ribaltando i capisaldi della propria politica mediorientale e perseguendo, anche attraverso il ricorso a mezzi coercitivi, l’obiettivo di primazia regionale, l’AKP ha tuttavia finito per imbrigliare la Turchia in un gioco di polarizzazioni regionali, trascinandola in una spirale di competizione con le potenze arabe – Arabia saudita, Emirati e Egitto in primis – che ha lasciato il Paese sostanzialmente isolato. D’altra parte, il crescente ricorso all’intervento militare nella Guerra in Siria – cartina tornasole della competizione regionale di potenza – e la conseguente securizzazione della politica estera, hanno finito per ri-generare un cortocircuito tra dimensione interna ed esterna della politica nazionale, disinnescare il quale era stato uno dei maggiori meriti della Profondità Strategica. All’ombra della crisi siriana si è così riacceso il conflitto trans-frontaliero con la galassia curda, mentre l’afflusso in Turchia di circa sei milioni di profughi ha generato un’emergenza migratoria le cui ricadute economico-sociali sono cresciute proporzionalmente all’avanzare della crisi economico-finanziaria.

È su questo sfondo che va dunque collocato il recente attivismo diplomatico di Ankara in Medio Oriente. Un attivismo che, unendo l’esigenza di spezzare la “spirale di insicurezza” regionale a quelle – pressanti in chiave elettorale – di garantirsi nuovi finanziamenti e investimenti esteri e di assicurare al Presidente visibilità internazionale, si è caratterizzato per il rovesciamento dei tre capisaldi della politica dell’ultimo decennio: ferma contrapposizione a Israele, la ripresa del dialogo con il quale segnala un tentativo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche; competizione egemonica con le Monarchie del Golfo, che emergono come interlocutrici privilegiate per affrontare le urgenze della crisi economico-finanziaria; regime-change in Siria, pilastro fondamentale della politica mediorientale turca che oggi viene rimesso in discussione principalmente nella prospettiva di favorire il rientro dei profughi in patria.  

Lo spazio euro-atlantico. L’anello debole della correzione di rotta

La correzione di rotta impressa alla politica estera turca sembra avere nelle relazioni con gli interlocutori euro-atlantici un limite piuttosto evidente. Un limite tanto più profondo nella misura in cui travalica le pur significative tensioni congiunturali per assumere una connotazione strutturale.

A ben vedere, tensioni congiunturali nelle relazioni con l’Occidente sono state una costante del ventennio di governo dell’AKP, che sin dai suoi esordi ha manifestato una tendenza al disallineamento da quelle politiche euro-atlantiche che venivano percepite come lesive del proprio interesse nazionale. Pur tuttavia, nella prima fase di governo AKP le tensioni congiunturali rimanevano inquadrate – e per ciò stesso limitate – da un più ampio allineamento strategico. Di più, secondo una tendenza solo apparentemente contraddittoria, era propriamente la richiamata tendenza al disallineamento a fondare la rilevanza della Turchia per i suoi interlocutori occidentali. La presa di distanza dalle politiche regionali euro-atlantiche nell’area del “Grande Medio Oriente” – e, anzitutto, dal deciso interventismo statunitense – aveva cioè consentito ad Ankara di assumere una postura dialogante e super partes, che a sua volta ne sostanziava un ruolo di facilitatore del dialogo e mediatore nelle crisi regionali ben accolto dalle cancellerie occidentali anzitutto in ragione del più ampio allineamento strategico. È dunque la crisi di quest’ultimo a conferire oggi alle tensioni congiunturali una portata molto diversa da quelle passate e, al contempo, a intaccare la fiducia che sottende alle relazioni tra mondo euro-atlantico e Turchia, sottraendo credibilità anche alle attività di mediazione attualmente in corso.

Rispetto al passato, sono peraltro venuti oggi meno due fondamentali elementi di ancoraggio della Turchia a occidente – istituzionale e identitario – che mantenevano saldo l’allineamento strategico anche innanzi al prodursi di crisi congiunturali. Dal punto di vista istituzionale, le relazioni erano mantenute salde anzitutto dal negoziato di adesione della Turchia all’Unione europea che – ancorché mai realmente decollato – offriva nondimeno un rilevante canale di dialogo tra le parti e un ancoraggio istituzionale difficilmente sottovalutabile. Un ancoraggio andato di fatto perduto, dopo il 2016, in risposta alla stretta autoritaria turca sul piano interno e alle tensioni generate nel Mediterraneo orientale dalla assertiva politica energetica nazionale su quello esterno. Il disancoraggio istituzionale si è inoltre accompagnato non solo a un progressivo disancoraggio normativo ma anche a uno, più profondo, di natura identitaria. La sovrapposizione – e, per certi versi, la confusione – dei piani strategico-istituzionale e identitario è peraltro dinamica connaturata alla storia stessa del Paese, per il quale l’adesione ai meccanismi di cooperazione di matrice euro-atlantica – NATO prima, processo di integrazione europea successivamente – aveva giustificato e legittimato la declinazione del paradigma identitario in chiave europea. Una declinazione, quest’ultima, i cui parametri essenziali non erano stati rimessi in discussione neanche dal processo di ridefinizione identitaria che aveva accompagnato il ripensamento strategico alla base della Profondità Strategica. Benché il richiamato passaggio a “paese centrale” del sistema internazionale abbia manifestato il superamento di una secolare “sindrome di subalternità” all’Occidente, ciò non aveva comportato un rivolgimento dei parametri della declinazione identitaria. Al contrario – e con tutti i benefici strategici che ne derivavano – l’identità nazionale veniva costruita in chiave complementare a quella europea, da una Turchia che si faceva “specchio dell’Oriente in Europa e lo specchio dell’Europa in Oriente”.

Un processo di disallineamento si è dunque prodotto solo nella seconda decade del secolo, quando il disegno egemonico in Medio Oriente si è accompagnato e nutrito di una declinazione identitaria in chiave difforme, e per molti versi alternativa, a quella europea. Non solo l’identità turca diventava qualcosa d’altro rispetto a quella europea, ma veniva costruita e strumentalmente rappresentata come superiore a essa, su un piano morale e valoriale. D’altra parte, lampante dimostrazione del cortocircuito interno-esterno, il ripensamento identitario diventava funzionale alla longevità di un governo che, populisticamente, legava la propria sopravvivenza politica al richiamo dei valori conservatori – nazionalisti e islamici – della parte più profonda del Paese e della sua nuova classe media.

Conclusioni 

La correzione di rotta intrapresa dalla Turchia in politica estera nel corso dell’ultimo anno sembra assumere una portata tattica piuttosto che strategica, risultante principalmente dalle difficoltà congiunturali che l’AKP fronteggia sul piano interno, in vista di elezioni che potrebbero decretarne un significativo ridimensionamento dopo un ventennio alla guida del paese.

Ad accomunare l’attuale fase di politica estera turca con quella nella quale si era prodotto il più significativo ed efficace ripensamento strategico promosso dall’AKP – la dottrina della Profondità Strategica – è principalmente il contesto regionale nel quale si sono prodotte. Oggi come alla metà degli anni Duemila la politica estera turca è chiamata infatti a rispondere a rivolgimenti e a uno stato di conflittualità ai quali la sicurezza e la stabilità del Paese risultano particolarmente esposte. A differenza del passato, tuttavia, la ricetta oggi proposta da Ankara non sembra guardare al di là del ciclo elettorale del 2023, difettando di una più ampia visione strategica di lungo periodo. Di una visione in grado, da una parte, di correggere gli errori strategici compiuti nel corso dell’ultimo decennio e, dall’altra, di sostenere e conferire credibilità alle mosse tattiche perseguite nei diversi scenari regionali verso i quali si proietta.

Il limite più profondo del rinnovato protagonismo turco si manifesta nei rapporti con l’Occidente. Sebbene l’attività di mediazione lanciata nel conflitto russo-ucraino vada determinando nuovi margini di convergenza tattica tra Ankara e i suoi partner euro-atlantici, il progressivo disallineamento strategico prodottosi nell’ultimo decennio – e aggravato dal parallelo disancoraggio istituzionale, normativo e identitario – ha scavato un solco profondo nelle loro relazioni. Un solco che la tattica correzione di rotta in politica estera non è in grado di poter colmare, tanto più in considerazione della circostanza che, nella lunga campagna elettorale per le legislative e presidenziali del 2023, il tentativo dell’AKP di non perdere la presa sull’elettorato conservatore rinnova l’utilità strumentale di una retorica anti-occidentale che il partito di governo non sembra disposto ad accantonare.

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