0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheItalia ed EuropaLa Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo...

La Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo e le priorità dello strumento militare italiano

-

Mentre l’Europa sembra volgere lo sguardo a est, la Difesa italiana rilascia la nuova strategia per il Mediterraneo, ribadendo ancora una volta quale sia l’area di prioritario interesse strategico di Roma. L’obiettivo è assumere un ruolo più rilevante in questo quadrante e promuoverne una maggiore valorizzazione all’interno delle organizzazioni internazionali di riferimento. Per raggiungere questi obiettivi, l’Italia deve capitalizzare le operazioni militari già in atto e mantenere una capacità di intervento che le consenta di prevenire situazioni di instabilità nell’area. Ma lo strumento militare italiano soffre di annosi problemi che sfuggono a molti osservatori e che non sembrano risolvibili nel breve periodo.

Poche settimane fa, il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha presentato tre direttive ministeriali che fissano le priorità del dicastero per il prossimo triennio. Si tratta della Direttiva per la politica militare nazionale, dell’Atto di Indirizzo per l’avvio del ciclo integrato di programmazione strategica e formazione del bilancio di previsione e della Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo. Mentre i primi due documenti, insieme alla Direttiva generale sull’attività amministrativa e sulla gestione per l’esercizio finanziario, rientrano tra le direttive che il Ministro della difesa è solito presentare nell’ambito del processo del Ciclo di Pianificazione Generale della Difesa, la Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo rappresenta un aggiornamento di un documento già esistente, la Strategia della Difesa per il Mediterraneo. Essendo un atto emanato dal Ministro della Difesa, la Strategia fornisce delle linee d’indirizzo politico-militare, senza prefissare nessun obiettivo specificatamente militare. L’identificazione di questi, infatti, è deputata al livello Strategico-Militare, rappresentato dal Capo di Stato maggiore della Difesa. La pubblicazione del documento non giunge inaspettata: il Ministro Guerini aveva già annunciato l’avvio di un processo di revisione della Strategia della Difesa per il Mediterraneo in occasione della presentazione delle linee programmatiche del suo secondo incarico.

Bisogna precisare che quando la Difesa italiana parla di Mediterraneo, essa si riferisce a un’area molto più vasta di quella comprendente i Paesi bagnati da questo mare. Tale area, che il Ministero definisce tradizionalmente “Mediterraneo Allargato”, va dal Medio Oriente e Golfo Arabico fin al Golfo di Guinea, percorrendo tutta la fascia del sub-Sahara attraverso il Sahel fino al Golfo di Guinea. Quest’area è ormai da diversi anni assurta ad area di interesse strategico principale per Roma. In questo quadrante, Roma deve proteggere interessi nazionali di estrema rilevanza. Anzitutto, perché il Mediterraneo rappresenta uno dei principali contenitori del flusso di merci mondiale, con il 20% del traffico marittimo globale che transita per queste acque. Il Mediterraneo è poi fondamentale per l’Italia perché il nostro Paese importa dai Paesi presenti in quest’area gran parte del suo fabbisogno energetico – soprattutto dall’Iraq e dall’Algeria. Dal Mediterraneo, poi, provengono le maggiori sfide alla sicurezza nazionale dell’Italia. Oggi questo quadrante è caratterizzato dalla presenza di numerose situazioni di instabilità diffusa, come la perdurante guerra che affligge la Libia da anni, il fenomeno della pirateria nel Golfo di Guinea, l’instabilità yemenita e i suoi riflessi su Bab El Mandeb, solo per citarne alcuni.  Peraltro, negli ultimi anni, come affermato dal Ministro durante la presentazione delle Linee Programmatiche, “il Mediterraneo di oggi non è più lo stesso”, motivo per il quale l’adeguamento della Strategia della Difesa per il Mediterraneo era un passaggio necessario e non rimandabile. Il principale elemento di novità consiste nell’azione sempre più insidiosa di alcuni grandi potenze, quali Russia e Cina, sempre più presenti in Africa, ma anche di potenze di più basso calibro, come la Turchia, non esplicitamente menzionata. Esse utilizzano tattiche che rientrano nella categoria della cosiddetta “guerra ibrida”, consentendo a questi attori di agire in una sorta di zona grigia, che gli consente di portare le rivalità al limite dello scontro aperto, oltrepassandolo solo occasionalmente, provocando una sorta di erosione tra i confini di quelli che dovrebbero essere la sicurezza domestica e quella internazionale e rendendo sempre più sfumata la distinzione tra Difesa e sicurezza. La diffusa instabilità presente nel Mediterraneo allargato mette in moto una serie di dinamiche particolarmente minacciose per Roma. Tra le principali, evidentemente, il fenomeno migratorio, primaria sfida per l’Italia nei confronti del fianco sud. Questa instabilità favorisce poi il proliferare di movimenti di matrice jihadista, soprattutto nell’area del Sahel, e alimenta il pericolo del terrorismo internazionale.

Gli obiettivi di Roma nel Mediterraneo Allargato

La Strategia delinea due grandi obiettivi della Difesa nel Mediterraneo Allargato. Il primo riguarda le alleanze all’interno del quale si è tradizionalmente mossa la politica di Difesa italiana, in particolare la NATO e l’Unione Europea. Come esplicitamente delineato dal Ministro in apertura del documento, l’obiettivo di Roma è promuovere una capacità di lettura delle crisi che valorizzi il Sud e conferisca maggiore peso a questo quadrante nelle riflessioni strategiche attualmente in corso sia in ambito NATO che UE. Per promuovere la visione nazionale in Europa, Roma deve continuare a fornire il suo contributo al rafforzamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comune, in questo modo promuovendo gli sforzi dell’UE nel raggiungimento di una maggiore autonomia strategica. In altre parole, “il perseguimento di una più sostanziale autonomia strategica nazionale è funzionale al raggiungimento di un più elevato grado di autonomia strategica dell’Unione”. Se si vuole esercitare un peso rilevante nelle scelte dell’Unione nelle dimensioni della difesa e della sicurezza, Roma dovrà dunque disporre di uno strumento militare pronto ed efficace.

Il secondo obiettivo posto dalla Difesa nella Strategia è quello di assumere un ruolo più rilevante e maturo per la stabilità dell’area. Il raggiungimento di questo obiettivo si sostanzia in due principali dimensioni. La prima è quella cooperativa. Adottando un approccio sistemico che coinvolga tutte le risorse della nazione funzionali a supportare il Paese in questa ambizione, la Difesa dovrà saper sfruttare al meglio le numerose iniziative rientranti nell’ambito della “Diplomazia Militare” avviate da Roma negli scorsi anni. La seconda dimensione all’interno della quale si sostanzia l’obiettivo italiano di incrementare la sua rilevanza nel Mediterraneo Allargato è prettamente operativa. Roma deve accompagnare alla sua attività di diplomazia militare la capacità di intervenire quando e dove necessario in presenza di “anomalie” per contribuire alla stabilità della regione. Per poter svolgere questa funzione con efficacia, le forze armate italiane devono disporre delle capacità militari adeguate e della superiorità informativa che le consente di agire prontamente e con i mezzi giusti. Per questo motivo, la presenza dei militari italiani è necessaria per assicurare presenza, sorveglianza, vigilanza e deterrenza nelle aree di interesse. Particolare attenzione dovrà essere rivolta a due aree di interesse cruciali per Roma, ovvero il Canale di Sicilia, principale choke point del Mediterraneo, e le aree comprese nella sua Zona Economica Esclusiva, da poco approvata dal Parlamento (legge 91/2021). In queste aree di intervento le operazioni saranno prevalentemente multidominio. Ciò significa che la loro condotta richiederà un approccio che dovrà ricercare e migliorare la comprensione e l’impiego delle diverse capacità, sia militari che civili, per sviluppare contemporaneamente più azioni convergenti e produrre più effetti nelle diverse dimensioni.  Infine, il documento stabilisce che l’assolvimento di tutti questi compiti da parte delle Forze Armate richiederà una serie di interventi volti a “promuovere lo sviluppo tecnologico dello strumento militare”, in mancanza dei quali esse difficilmente potranno mantenere le capacità rilevanti per assolvere ai compiti delineati nel documento.   

Gli ostacoli da superare

Come chiarito nel documento, la Strategia non intende lanciare nessuna particolare nuova iniziativa nel Mediterraneo Allargato. Essa si propone di adeguare la precedente Strategia conferendole “una dimensione militare più ampia”, capitalizzando le operazioni già in corso e promuovendo un approccio sistemico e sinergico tra la Difesa e gli altri dicasteri interessati, in maniera tale da raggiungere i due obiettivi delineati dal Ministro. Nei prossimi mesi, la Difesa emanerà una direttiva operativa che definirà gli strumenti necessari per conseguire questi obiettivi. In attesa di conoscere i requisiti del livello strategico-militare – Capo di Stato Maggiore della Difesa – è possibile identificare quelli che sono, secondo l’autore, i principali ostacoli ai traguardi fissati nella Strategia.

Si possono distinguere due principali tipologie di ostacoli, una comprendente quelli di natura esogena alla Difesa, un’altra quelli di natura endogena. Quelli afferenti alla prima categoria sono sostanzialmente tre. Il primo è la nuova attenzione rivolta dalla NATO e dall’Unione Europea verso il fianco orientale dell’Europa, causata dall’attacco russo nei confronti dell’Ucraina. Il Segretario Generale della NATO ha già annunciato il dislocamento di quattro nuovi battlegroup alleati sul fianco orientale, confermando la nuova salienza di questo fronte. Se l’Italia ha avuto difficoltà negli ultimi anni a promuovere l’importanza del fianco sud in seno a entrambe queste organizzazioni, specialmente nella NATO, i recenti eventi in Ucraina rendono lo sforzo di Roma ancora più difficile. Intanto, però, se da una parte la guerra distrae l’attenzione della NATO e di molti Paesi europei, dall’altra essa sta avendo un forte impatto negativo sulla stabilità di queste aree, soprattutto a causa delle ripercussioni sul commercio mondiale della mancanza di sufficienti derrate alimentari. La guerra ha anche reso evidente a molti Paesi del continente la necessità di diversificare le loro fonti di approvvigionamento energetico, il che potrebbe portare a nuove tensioni nel Mediterraneo, soprattutto nel bacino levantino. Il secondo ostacolo è rappresentato dalle difficoltà che rallentano il percorso dell’Unione Europea verso una maggiore autonomia strategica. Queste consistono soprattutto nella divergenza di percezione delle minacce dei Paesi europei e nei deficit militari delle loro forze armate. Per ottenere una capacità di intervento adeguata, Roma necessita del supporto degli altri Paesi europei. Negli ultimi anni, l’incapacità di questi Paesi nella condotta di operazioni militari in Africa, anche di dimensioni ridotte, è divenuta palese. Un primo esempio si è avuto nella guerra libica del 2011, quando gli europei, in particolare i francesi, si resero conto che senza l’ausilio degli assetti americani non avrebbero potuto proseguire la campagna in Libia. Un secondo esempio è più recente, ed è l’operazione Barkhane in Mali. In questa missione Parigi ha incontrato difficoltà nel sostenere da sola lo sforzo logistico e operativo necessario per garantire la stabilità e la sicurezza del Mali. Negli ultimi anni la Francia ha invocato a più riprese l’ausilio delle forze europee, richiedendo specialmente assetti elicotteristici. La Task Force Takuba, nata nel 2020, nasceva proprio per fornire supporto agli assetti francesi in Mali. Il terzo ostacolo è rappresentato dall’attività sempre più assertiva di nuovi attori che, soprattutto in Africa, stanno assumendo un ruolo assai rilevante. Il riferimento, in questo caso, è soprattutto all’azione della Russia, sempre più attiva in Mali, e della Turchia, che ha ormai stabilito una solida area di influenza sulla Tripolitania, dove Roma conta ormai sempre di meno. L’azione esercitata da questi attori è insidiosa, perché fondata in gran parte sull’utilizzo dei cosiddetti proxy, ovvero forze non formalmente dipendenti da questi due Paesi.  

La seconda tipologia di ostacoli è di carattere endogeno. Si tratta, in questo caso, di tutti quei problemi che impediscono alle Forze armate italiane di assolvere i compiti delineati nella Strategia. Nell’elencare le misure che le Forze Armate dovranno adottare per concretizzare quanto delineato nel documento, la Strategia propone di “promuovere lo sviluppo tecnologico dello strumento militare…affinché la Difesa mantenga capacità rilevanti e funga da traino per il settore produttivo nazionale”. A giudicare dagli ultimi bilanci della Difesa, lo sforzo del Ministero in questo senso sembra essere in linea con quanto dichiarato in questo punto, dato che negli ultimi anni le spese per l’investimento sono aumentate notevolmente. Il Documento Programmatico Pluriennale 2021-2023 evidenzia come, rispetto al 2020, nel 2021 la voce “investimento” sia aumentata di circa il 40%. Eppure, affinché Roma possa mantenere le capacità militari necessarie sia nella dimensione cooperativa – addestramento e assistenza delle forze locali – che nella dimensione operativa – capacità di intervento – le Forze Armate italiane devono risolvere ancora importanti problemi che la promozione dello sviluppo tecnologico non sembra in grado di risolvere. Questi sono sintetizzabili in tre punti. Il primo è la scarsezza di fondi, in particolare per l’esercizio. Come dichiarato nel Documento Programmatico Pluriennale 2020-2022, “il settore esercizio della funzione difesa rappresenta una delle principali criticità del bilancio del dicastero”. Ad esempio, nel 2021, i fondi per l’esercizio dell’Esercito Italiano sono stati pari al 6% del totale del budget dedicato alla Forza armata, una percentuale estremamente bassa, che riesce a essere compensata solo grazie ai fondi messi a disposizione da altri dicasteri per finanziare gli impegni in Patria e all’estero (circa 410 milioni aggiuntivi).  La cifra messa a disposizione per gli impegni in Patria, peraltro – pari a 58 milioni –, è rivolta a finanziare l’operazione “Strade Sicure”, ovvero un’operazione di supporto alle forze di polizia che impedisce l’addestramento di specialità dei militari. Questa carenza è estremamente grave, perché senza fondi per l’Esercizio le forze armate non possono addestrarsi – e quindi non possono addestrare –, i mezzi non possono essere sottoposti a manutenzione e i militari perdono la capacità di impiegare i loro equipaggiamenti. L’aumento del livello tecnologico, peraltro, fa sì che i mezzi e i sistemi d’arma a disposizione delle Forze armate siano sempre più complessi, ovvero bisognosi di manutenzioni più lunghe e costose e di personale più specializzato.

Il secondo problema che le Forze armate devono risolvere è l’età del personale. Nel 2020, l’età media dell’Esercito, la forza armata che, visto lo sforzo psicofisico richiesto, dovrebbe essere la più giovane, era pari a 38 anni, in costante aumento. Questo dato è molto grave, perché il personale anziano fa difficoltà a sostenere le condizioni psico-fisiche estreme che si presentano in operazione. Inoltre, i militari a quest’età hanno generalmente figli e genitori a carico, quindi sono più difficilmente schierabili in operazione, soprattutto se di lunga durata.

Il terzo problema è l’iperattivismo dello strumento militare italiano, ancora una volta, soprattutto dell’Esercito. Nel 2019, il Generale Farina, allora capo di stato maggiore dell’Esercito, ha dichiarato in Parlamento che sostanzialmente tutta la componente operativa dell’Esercito italiano era impiegata in vario modo: a fronte di un numero disponibile pari circa a 40.000/45.000 unità – 11 brigate da 4.500/5.000 uomini, come dichiarato dal Generale Di Stasio in Parlamento –, circa 22.000 uomini erano dedicati a Strade Sicure. Ha poi aggiunto che “considerando che l’impiego di oltre 3.300 militari all’estero in operazioni richiede un bacino costituito di almeno 10.000 unità e altrettanti sono impiegati per gli impegni assunti in ambito internazionale per fronteggiare imprevedibili situazioni emergenziali in standby, si deduce che il numero delle forze effettive dell’Esercito mediamente impegnate si avvicina alla quasi totalità della componente operativa”. Con un personale così anziano e così pochi fondi per l’addestramento, impiegare gli uomini in operazioni con una frequenza così alta incide sulla qualità dell’addestramento e abbassa il livello di motivazione e soddisfazione del personale, con conseguenze negative per l’efficacia dello strumento militare. La Strategia per il Mediterraneo è un messaggio positivo per Roma. La Difesa ha (ri)messo nero su bianco le sue priorità strategiche, in un periodo in cui sembra che non si parli di altro se non di Ucraina. Essa segnala, ancora una volta, la centralità di questo quadrante strategico per l’Italia. Una centralità che negli scorsi mesi è stata ribadita più volte, anche ora che la guerra in Ucraina volge lo sguardo degli europei a est.  È un passaggio importante, che segnala la forte intenzione, da parte del Dicastero, di impiegare lo strumento militare prioritariamente al servizio dell’interesse nazionale. Ma per implementare questa strategia la Difesa deve superare molti ostacoli, di natura esogena ed endogena. I più gravi riguardano le forze armate di Roma: esse sono afflitte ancora da annosi problemi che ne minano l’efficacia. Si tratta di problemi importanti, che per giunta spesso sfuggono a molti osservatori, i quali troppo spesso si concentrano su fattori materiali, come il livello tecnologico degli equipaggiamenti, e dimenticano la componente fondamentale dello strumento militare, cioè quella umana. Per risolvere questi problemi occorre diffondere conoscenza delle questioni militari, sia nella classe politica che nella società, in maniera tale da poter dare avvio a un dibattito serio e competente sulle nostre forze armate, con lo scopo ultimo di conferire ad esse l’efficacia di cui necessitano per poter assolvere i loro compiti istituzionali prioritari.

Corsi Online

Articoli Correlati

La guerra in Ucraina avvicina o allontana l’entrata in Ue della Macedonia del Nord? 

La longanimità della Macedonia del Nord verso le lungaggini Europee e i veti greco prima e bulgaro poi, potrebbero...

Serbia-Kosovo: nuove tensioni, vecchi problemi

La recente crisi tra Belgrado e Priština, ultima di una lunga serie, presenta molti punti in comune con quelle...

Crisi Serbia-Kosovo: quale ruolo per l’Italia nella penisola balcanica con la guerra in Ucraina?

Il governo del Kosovo ha rinviato di un mese, fino al primo settembre, il divieto dell'uso di documenti serbi...

Macedonia del Nord e Albania verso l’UE: al via i negoziati di adesione

Al culmine di settimane turbolente, si apre un nuovo spiraglio per la ripresa del processo di allargamento dell’UE nei...