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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLa strategia della Russia per proseguire la guerra

La strategia della Russia per proseguire la guerra

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Dal 24 febbraio scorso, nel dibattito pubblico italiano e occidentale più in generale, si è affermato il convincimento che la guerra in Ucraina avrebbe dovuto essere breve. Tale convincimento si è rafforzato a seguito del ritiro russo dal nord del paese e ancor più dopo la controffensiva condotta da Kiev a settembre, ma in realtà a 10 mesi dall’inizio del conflitto, le due parti non sembrano dare cenni di cedimento e se Kiev punta a riconquistare tutti i territori occupati dal 2014, Mosca si prepara a continuare le ostilità.

Il presente articolo riproduce parzialmente i contenuti di un contributo degli autori per l’edizione del 30 dicembre di “Scenari”, inserto di geopolitica del quotidiano “Domani”.

Tale dinamica non deve stupire, poiché le guerre convenzionali tendono a prolungarsi nel tempo a meno che una delle due parti non riesca ad imporsi nettamente nelle fasi iniziali del conflitto, in virtù delle grandi risorse umane e materiali che i due contendenti potrebbero impiegare nel conflitto. Oltre a tale fattore tipico delle guerre interstatali, è opportuno aggiungere ulteriori elementi di natura politica che caratterizzano l’élite russa e che spiegano l’indisponibilità dimostrata finora da Mosca ad aprire un negoziato. Sebbene le forze russe abbiano subito perdite significative, l’élite russa si percepisce come espressione di una grande potenza del sistema internazionale. Di conseguenza, il Cremlino continuerà il conflitto anche quando dovesse diventare controproducente, in virtù delle ripercussioni di un fallimento completo della campagna o di un negoziato sfavorevole in termini di prestigio internazionale e stabilità dello Spazio post-sovietico. Inoltre, è opportuno considerare che l’attuale élite russa ha perseguito negli ultimi due decenni un chiaro obiettivo: ricostruire il ruolo internazionale della Russia. Di conseguenza, la disponibilità al dialogo e al confronto di questa classe dirigente è sempre stata strutturalmente limitata, poiché nella visione russa gli interessi della madrepatria dovevano essere sempre perseguiti muovendo da una posizione di forza. 

Per le ragioni descritte in precedenza, la Russia ha adottato negli ultimi mesi una serie di iniziative che dimostrano la volontà di Mosca di continuare il conflitto. Tra queste, la principale è stata l’avvio della mobilitazione parziale dei riservisti, che ha coinvolto 300mila uomini, di cui 80mila già inviati in Ucraina secondo quanto dichiarato dal Cremlino. Sebbene la qualità delle truppe in riserva dispiegate al fronte si sia dimostrata finora inadeguata, nei prossimi mesi potremmo assistere ad un miglioramento di tali unità in virtù del processo di riaddestramento che sta avvenendo in patria. Inoltre, malgrado il Cremlino abbia più volte negato la possibilità di ulteriori richiami, alcuni elementi lasciano presagire una possibile nuova espansione delle forze impiegate in Ucraina. Tali misure determinerebbero, verosimilmente nel corso della prossima primavera, un incremento significativo delle forze russe in campo, al quale l’Ucraina dovrebbe rispondere con iniziative analoghe ma con vincoli strutturali ben più stringenti. Qualora infatti Kiev fosse costretta a mobilitare ulteriori riserve per mantenere la superiorità numerica sugli invasori, queste non potrebbero essere addestrate esclusivamente in patria, poiché il loro concentramento creerebbe un facile bersaglio per la missilistica russa, di conseguenza, tale attività dovrebbe essere in parte demandata al supporto dell’Occidente, che dovrebbe addestrare un crescente numero di soldati ucraini. Parallelamente al richiamo dei riservisti, il Cremlino ha avviato una vera e propria mobilitazione dell’economia, tanto che dalla fine dell’estate nelle fabbriche dell’industria della difesa russa è stato introdotto il terzo turno lavorativo, consentendo la produzione continua di armamenti pesanti e leggeri per sostenere le necessità del conflitto. L’adozione di una vera e propria economia di guerra ha un quindi un chiaro impatto sul conflitto, non solo in termini di maggiore disponibilità di mezzi, ricambi e munizioni, ma anche e soprattutto rispetto all’implicita sfida posta all’Occidente nel sostenere lo sforzo bellico ucraino, totalmente dipendente dagli armamenti dai paesi NATO. Nelle ultime settimane, infatti, sono stati esplicitati i timori derivanti dal rapido esaurimento delle scorte di materiale disponibile da inviare in Ucraina e, soprattutto, dall’assenza di una base industriale che possa sostenere l’enorme fame dei cannoni in guerra, senza intaccare le riserve strategiche nazionali. Di conseguenza, qualora il conflitto si prolungasse, potrebbe essere complesso per i paesi della NATO continuare a sostenere i bisogni di Kiev, soprattutto tenendo conto della necessità di predisporre adeguati strumenti di finanziamento e delle pressioni interne da parte delle diverse opinioni pubbliche. 

Infine, con l’obiettivo di incrementare la pressione sul governo di Kiev e indirettamente sull’Occidente, la Russia sta conducendo un’azione di distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche ucraine. Oltre alle conseguenze dirette sulla popolazione civile, tale iniziativa ha però alcuni risultati indiretti di rilievo. Primariamente gli attacchi russi obbligano il governo ucraino a dirottare risorse umane e materiali per la difesa e la riparazione di infrastrutture lontane dal fronte, , inoltre aumenta ulteriormente la pressione sull’Occidente, che è stato costretto ad intervenire per sostenere l’Ucraina anche in questo ambito.

In conclusione, se nel corso dell’inverno potremmo assistere ad un rallentamento delle operazioni militari, la primavera potrebbe portare ad una fase più dinamica del conflitto, la cui continuazione potrebbe essere ben più vantaggiosa di quanto non sembri per la Russia, in un contesto in cui, almeno a livello pubblico, negoziati ufficiali tra le parti non sembrano essere nell’ordine delle cose.

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