Italia tra assenza di una strategia nazionale e nuove sfide alle porte del Mediterraneo: intervista a Marco Valigi

Geopolitica.info ha intervistato Marco Valigi, docente presso l’Università di Roma Tre, esperto di politica internazionale, per far luce su alcune delle questioni che riguardano il nostro paese in tema di politica estera, dopo gli attentati alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo.

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Dopo gli attentati di Parigi, i livelli di sicurezza dei paesi occidentali sono aumentati. L’Italia, non è immune da possibili nuovi attentati. E’ però l’unico Stato europeo a non fare nessun tipo di selezione sui flussi migratori in entrata. Si pensa che il nostro paese abbia poco da temere, visto che partecipa solo a missioni di “pace”. In altre parole sarebbe in corso una sorta di “scandinavizzazione” dell’Italia, ovvero il tentativo di far diventare l’Italia una sorta di Svezia dell’Europa Meridionale, è davvero realistica questa evoluzione o si tratta di una pretesa infondata?

Gli attentati di Parigi sono stati indubbiamente un fatto di cronaca significativo. Tuttavia, ritengo che il rischio attentati e la politica sui flussi migratori non vadano confusi. Per quanto concerne il primo aspetto ritengo che il nostro Paese sia effettivamente meno esposto di altre potenze di primo piano. Ciò nonostante, a un rischio di attentato relativamente basso, corrisponde in Italiana una notevole leggerezza in materia di regolamentazione dei flussi migratori il che pone un rischio indiretto. Banalmente, anche un individuo sano e atletico se in inverno esce senza cappotto rischia un malanno, magari con conseguenze serie. Il punto, dunque, mi pare sia quello di comprendere più a fondo il nuovo scenario internazionale, le sfide che pone e, di conseguenza, armonizzare la normativa nazionale in quegli ambiti dove il nesso tra politica estera e politica interna è più stretto. L’immigrazione, naturalmente è uno di questi. Quanto alla scandinavizzazione, certamente, è un’immagine utile alla narrativa di una classe politica che , a parole, rifiuta la guerra. Tuttavia, è noto che le missioni, a cui ha partecipato l’Italia dalla fine della guerra fredda, non siano state interventi umanitari. Personalmente, dunque, la reputo un’immagine da utilizzare con molta parsimonia, perché potenzialmente discorsiva della realtà.

Possiamo, quindi, permetterci di far diventare le spese militari e le tecnologie destinate all’intelligence un obiettivo privilegiato di tutte le spending review?

Personalmente spero che tali voci di spesa nei prossimi anni facciano registrare un’inversione di tendenza e, soprattutto, che anche nel nostro Paese si cominci a pensare più in termini di “dual use”. Con un’economia in crisi come la nostra, qualunque innovazione che da non ambito sia in grado di produrre ricadute positive su un altro meriterebbe di essere valorizzata. Tagli sì, insomma. Ma sempre selettivi e ponderati rispetto a  una rigorosa analisi dello scenario internazionale e dei doveri/priorità strategiche del Paese.

L’Italia, sta commettendo degli errori di valutazione per quanto riguarda la sua politica estera? 

L’impressione, da cittadino prima ancora che da studioso, è che il nostro Paese sia agnostico in tema di politica estera. Eccetto i grandi motori della nostra azione internazionale come l’Europeismo e l’Atlantismo, anch’essi in crisi di questi tempi, non vedo una reale coscienza della rilevanza della politica internazionale presso la classe dirigente italiana. Data la natura anarchica del sistema internazionale, credo sia un lusso che nessuno stato, neppure il più forte e ricco, si sia mai potuto permettere. Auspico dunque in un cambiamento di impostazione e di metodi operativi. Una valutazione, anche errata, è sempre preferibile a una non valutazione perché consente in un secondo tempo di aggiustare il tiro, a patto che lo si desideri davvero.

Nel nuovo contesto internazionale che si va delineando, si può parlare di un pericolo di marginalizzazione per il nostro paese?

Credo sia un rischio che l’Italia corre da anni proprio per una radicata tendenza alla continuità in politica estera e  un atteggiamento generalmente reattivo, piuttosto che attivo, tipico delle potenze minori.  Sfortunatamente per agire sul contesto ci vogliono risorse, capacità, volontà e metodo: ciò che non manca sono le capacità in seno al Paese, sulle altre tre voci tuttavia sono piuttosto scettico poiché sono strettamente correlate al quel processo di riassetto della macchina statale e della leadership nel quale ormai da un ventennio il Paese sta fallendo.