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25/10/2024
Europa

La “Strategia Migratoria” polacca: un vaso di Pandora aperto?

di Lorenzo Avesani

Il Primo Ministro polacco, Donald Tusk, ha presentato un documento strategico sulla gestione dei migranti, accompagnato dalla controversa decisione di sospendere il diritto d'asilo. Con questa mossa Varsavia mette in luce le fragilità delle politiche migratorie europee evidenziando il delicato equilibrio tra aspetto securitario ed umanitario. L'approccio di Tusk solleva questioni chiave sul futuro della gestione dei confini esterni dell'Unione Europea.

Il Primo Ministro polacco, Donald Tusk, ha presentato un documento strategico sulla gestione dei migranti, accompagnato dalla controversa decisione di sospendere il diritto d’asilo. Con questa mossa Varsavia mette in luce le fragilità delle politiche migratorie europee evidenziando il delicato equilibrio tra aspetto securitario ed umanitario. L’approccio di Tusk solleva questioni chiave sul futuro della gestione dei confini esterni dell’Unione Europea.

Il 15 ottobre 2024, il Primo Ministro ha presentato al Consiglio dei Ministri la bozza della “Strategia Migratoria Complessiva e Responsabile per il 2025-2030”, che delinea il piano d’azione di Varsavia per la gestione dei confini e dell’immigrazione, sia legale che clandestina. Tuttavia, tre giorni prima, Tusk aveva annunciato la sospensione temporanea del diritto d’asilo, senza specificare una data di scadenza, in risposta all’uso strumentale dei migranti mediorientali da parte della Bielorussia.

Nel 2024, il fenomeno migratorio lungo il confine polacco-bielorusso si è aggravato registrando oltre 670 casi di attraversamento illegale delle barriere di sicurezza. Parallelamente, si sono intensificati gli episodi di violenza tra migranti e guardie di frontiera. L’incidente più grave si è verificato il 6 giugno scorso, quando un soldato polacco è stato mortalmente accoltellato da un migrante che si è opposto ai controlli.

“Riprendere il controllo, garantire la sicurezza”

Il documento, composto da trentasei pagine suddivise in otto capitoli, affronta temi come l’integrazione, la mobilità educativa, l’accesso al mercato del lavoro, l’ingresso nel territorio, il diritto d’asilo, il meccanismo di rimpatrio e la diaspora polacca, ossia i rapporti tra Varsavia e i cittadini di altri Paesi con origini polacche. La Strategia riconosce che la Polonia è diventata un “Paese di emigrazione-immigrazione” grazie alla sua adesione all’UE, al cambiamento delle dinamiche migratorie e alle politiche di liberalizzazione delle norme per il rilascio dei permessi di lavoro. 

Il pre-titolo del documento, “Riprendere il controllo, garantire la sicurezza”, è emblematico dell’approccio securitario adottato da Tusk nella gestione della questione migratoria. La Strategia inasprisce le regole per l’ottenimento dei permessi di soggiorno per motivi di studio e lavoro, introducendo requisiti più rigidi, come la conoscenza della lingua polacca e l’adozione di un “test civico” sulle norme sociali e culturali, come prerequisito per il riconoscimento della cittadinanza polacca. Il documento evidenzia l’urgenza di riformare le politiche d’asilo, affermando “il diritto di uno Stato di negare l’accesso al proprio territorio a uno straniero (…) per il quale vi siano motivi validi per considerarlo una minaccia per la società”.

Inoltre, la Strategia non si limita solo alle politiche interne ma si spinge a delineare, in politica estera, la contrarietà di Varsavia al “Patto sulla Migrazione” di Bruxelles sottolineando la necessità di influenzare le politiche europee in materia migratoria. In più, Russia e Bielorussia sono indicati come responsabili di una guerra ibrida condotta tramite “rotte migratorie artificiali” al fine di destabilizzare il Paese.

Un’annosa questione

La posizione di Varsavia riflette la sua tradizionale attenzione alla tutela dei confini nazionali. Già nella crisi migratoria del 2015-2016, la Polonia, assieme a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, assunse una posizione fortemente ostile nei confronti delle politiche europee di redistribuzione tramite “quote obbligatorie”. Il c.d. Gruppo di Visegrád (V4) portò avanti una strategia basata sull’esternalizzazione e sui respingimenti dei migranti ai confini dell’UE. É importante ricordare che, l’anno precedente, Varsavia fu coinvolta nell’accoglienza di rifugiati ucraini a causa della crisi economica scaturita dell’annessione illegale della Crimea da parte della Federazione Russa. La postura polacca si irrigidì ulteriormente con la vittoria del partito euroscettico e populista di destra, Diritto e Giustizia (PiS), alle elezioni parlamentari del 25 ottobre 2015. Il nuovo esecutivo si allontanò dall’UE a favore della “cooperazione sovranista” V4. Queste dinamiche si svilupparono in un contesto europeo generale reso fragile da un’ondata migratoria fino a quel momento senza precedenti e dall’insorgere del terrorismo jihadista che colpì le capitali europee fino al 2018. 

Nel periodo pre-pandemico, la Polonia, rispetto ad altri Paesi della regione, non aveva finanziato né costruito barriere al confine con Paesi extracomunitari. Tuttavia, nel 2021, come riportato dall’ISPI, si registrarono quasi ottomila arrivi di migranti irregolari. Questo picco fu il risultato della strategia deliberata del Presidente bielorusso, Aljaksandr Lukašėnka, che facilitava l’arrivo di migliaia di migranti mediorientali a Minsk tramite voli organizzati, per poi lasciarli abbandonati al confine polacco. Le tensioni tra Polonia e Bielorussia esplosero ad agosto dove migliaia di migranti si accamparono in condizioni disumane a Usnarz Górny. La gravità della situazione spinse il Paese a costruire una barriera lunga 185 km presidiata dalle guardie di frontiera e dotata di sorveglianza elettronica.

L’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente aggravato la situazione. Varsavia ha offerto fin da subito un sostegno deciso a Kyiv. Di conseguenza, il confine orientale è stato sfruttato da Minsk come strumento di guerra ibrida, con l’obiettivo di indebolire la Polonia. A ciò si sono aggiunte numerose campagne di disinformazione orchestrate dal Cremlino, mirate a polarizzare l’opinione pubblica polacca, seminando dubbi sulle capacità dello Stato di difendere i confini e danneggiando la reputazione di Varsavia presso i partner europei, dipingendola come “paranoica e guerrafondaia”. Queste narrazioni si mescolano in modo subdolo a critiche più legittime, come quelle di Human Rights Watch, che ha denunciato difficoltà nell’intervenire al confine orientale della Polonia per ragioni di sicurezza.

La Polonia alla prova dell’Europa

La decisione di Tusk è stata criticata a livello europeo. Da un lato, il 18 settembre 2024, il Commissario per i Diritti del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, invitò Varsavia a rispettare il principio del “non respingimento” ossia l’obbligo ad accogliere e offrire asilo ai rifugiati. In questo contesto, la Strategia ignora l’ammonimento di O’Flaherty. Dall’altra, la Commissione europea ha avvertito Varsavia delle pericolose implicazioni per la formulazione di una politica migratoria comunitaria. Tuttavia, cinque giorni dopo, il Consiglio ha riconosciuto la validità della questione sollevata da Tusk sull’uso dei migranti come arma di guerra ibrida.

Sebbene la linea dura della Polonia sui migranti non sia condivisa da Paesi più influenti come Francia, Spagna e Germania, Varsavia non è isolata. Alla fine del 2023, le Repubbliche Baltiche e la Finlandia hanno intrapreso iniziative simili a quelle polacche denunciando atti di destabilizzazione ai loro confini. Anche Berlino, a seguito dell’attentato terroristico di Solingen del 24 agosto, ha optato per la sospensione degli accordi di Schengen e il ripristino dei controlli alle frontiere. Per ultimo, il Consiglio Europeo ha applaudito al “modello Albania” del governo italiano parlando di “vie innovative per contrastare la migrazione irregolare”.

Rispetto agli anni precedenti, l’approccio securitario alla migrazione avanzato dalla Polonia ha trovato maggior consenso in virtù di uno scenario geopolitico instabile. Contrariamente al biennio 2015-2016, Varsavia non si riavvicinerà a Budapest o agli altri Paesi V4 invocando, invece, “riconoscimento europeo” delle sue posizioni. Quindi, Varsavia avrà un ruolo decisivo nella definizione della nuova politica migratoria europea.