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Aspettando la Ministeriale ESA di novembre 2022: strategia e posizionamento dell’Italia

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Un mondo spaziale completamente mutato. Una Francia alla guida a proprio uso – ma non ancora totale consumo – dello spazio europeo, ed una Germania distratta da un riarmo che ancora stenta a materializzarsi, e per questo altresì decisa a puntellare le sue ambizioni spaziali per non lasciare campo a Parigi, come dimostrano gli ultimi contratti messi a segno da OHB (l’azienda di punta del settore spaziale tedesco). 

D’innanzi a tutto questo, l’Italia si posiziona in una dimensione ulteriormente a sé stante. In parte, ma comunque in maniera chiara, Roma sembra aver scelto il posto che vuole occupare nel quadro spaziale europeo, quello di leader indiscusso nel campo dell’Osservazione della Terra (OT). Campo di assoluto valore strategico, non solo dall’importantissimo punto di vista scientifico quale uno dei principali strumenti per la lotta ai cambiamenti climatici, ma altrettanto dal punto di vista del settore della Difesa. Avere capacità di osservare e/o caratterizzare un qualsiasi oggetto sulla superficie terrestre indipendentemente da dove esso si trovi, costituisce un vantaggio strategico di assoluta valenza. Dominio quello dell’osservazione delle superficie terrestre che, a dir la verità, più di tutti rientra storicamente nelle corde tecnologiche del nostro Paese. Una tradizione di lungo periodo puntellata – questa sì – con la nomina dell’italiana Simonetta Cheli alla direzione del Centro di eccellenza dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) per l’Osservazione della Terra anche noto come ESRIN, che ha proprio sede in Italia, a Frascati (Roma). Nomina che lenisce – non più di tanto – la scottatura che ancora brucia della mancata nomina di un italiano(a) alla poltrona di Direttore Generale dell’ESA. Nomina (italiana) allora data per favorita dopo il dominio – neanche a dirlo – franco-tedesco, la cui assenza di una coordinata strategia nazionale ha purtroppo lasciato sul campo. Un risultato frutto di una insufficiente o perlomeno alquanto superficiale attenzione che ogni esecutivo storicamente pone nella cura e nel perseguimento degli interessi spaziali nazionali: vedasi, non per ultimo, l’articolo-7 del Trattato del Quirinale siglato con Parigi. 

L’Italia vuole quindi ora fare sul serio. Vuole le sia riconosciuto -con la forza- il ruolo di leader europeo nei sistemi e nei servizi di osservazione della Terra. Un Ruolo che, pur non essendo volutamente riconosciuto né da Parigi né da Berlino, di fatto, essa già possiede, essendo all’avanguardia del settore a livello mondiale grazie alla costellazione (nazionale) COSMO-SkyMed -che pochi giorni fa ha visto la messa in servizio del secondo satellite su quattro nuovi previsti della Seconda Generazione (CSG) – ed alla sua preziosa partecipazione alla realizzazione del 50% dei sei satelliti “Sentinella”. Questi ultimi, a loro volta, costituenti il Programma Spaziale Europeo di Osservazione della Terra, anche noto come COPERNICUS. Dominio, quello dell’osservazione della superficie terrestre, anche questo “diviso” -o forse sarebbe meglio dire conteso- con la Francia. Se infatti da una parte Parigi ha, nel tempo, assunto la leadership europea nei sistemi ottici satellitari per l’osservazione della superficie terrestre, l’Italia ha decisamente costruito il suo successo e la sua leadership indiscussa attorno ai -complementari- sistemi radar (SAR) di osservazione della Terra, capaci si di osservare la superficie con estremo dettaglio, ma di poterlo fare -a differenza dei sistemi ottici- in ogni condizione atmosferica. Non solo, è con il lancio nel 2019 della missione -tutta nazionale- denominata PRISMA che Roma ha di fatto lanciato la sfida ai francesi anche nel settore ottico dell’osservazione della superficie terrestre, testando con grande successo l’estensione delle proprie capacità nazionali. 

Gli investimenti italiani

Il “come” l’Italia intenda ritagliarsi questo ruolo, apre tuttavia a profonde riflessioni ed anche diverse perplessità. Secondo quanto riportato dal Ministro dell’Innovazione Tecnologica e Digitale (MITD), nel settore spaziale nazionale saranno investiti complessivamente 4.5 miliardi di euro. Se si prende a riferimento di quanto fatto da Parigi, è possibile notare come il budget italiano per lo spazio sia circa pari a meno della metà di quello invece messo a disposizione dall’Eliseo. Lo scorso 19 settembre, infatti, il Primo Ministro francese Élisabeth Borne ha annunciato lo stanziamento di ulteriori 9 miliardi di euro –per i prossimi tre anni- ai già 1.5 miliardi di euro stanziati dal fondo «France 2030» per la crescita del settore spaziale nazionale francese. Parigi non fa trapelare ulteriori dettagli sulle cifre e, soprattutto, quale percentuale è previsto sia destinata al (ri)finanziamento del budget complessivo dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Con questa ultima allocazione di fondi, la Francia innalza la sua “potenza di fuoco” finanziaria al fine non solo di mantenere il ruolo di leader dello spazio europeo -strappato alla Germania, secondo contributore dell’ESA- ma di accrescerlo, in maniera significativa. Una forte discrepanza quindi quella delle “risorse spaziali” allocate dall’Italia rispetto ai suoi diretti “competitors” europei, quali proprio Parigi e Berlino. Soprattutto Parigi, quello che potrebbe definirsi per Roma il (suo) “vincolo interno”, dover per “interno” è da intendersi in chiave Europea.

Similmente, i 4.5 miliardi di euro stanziati dal Governo italiano serviranno a coprire sia la partecipazione italiana al budget complessivo dell’ESA in discussione alla Ministeriale di novembre, sia gli investimenti previsti per il settore spaziale nazionale. Per questi ultimi, il budget allocato è indicato essere pari a 2.3 miliardi di euro, il 50% quindi del budget totale. Tre risultano essere le principali fonti di finanziamento: il Next Generation EU -in Italia noto con il nome di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)-, il Fondo Complementare, e altri vari fondi nazionali privati. In particolare, dei 2.3 miliardi di euro destinati al settore spaziale nazionale, 1.5 miliardi arrivano direttamente dai fondi europei costituenti il PNRR ai quali l’Italia aggiunge 800 milioni di euro attraverso il Fondo Complementare del PNRR; il fondo di investimento nazionale -non europeo- da oltre 31 miliardi di euro costituito proprio per supportare quelle attività strategiche inserite nel PNRR, qualora fosse necessario attingere ad ulteriori fondi per assicurarne la realizzazione. Budget con cui l’Italia intende quindi perseguire quattro linee di investimento del settore spaziale nazionale, ovvero: Comunicazioni Satellitari (SatCom), Osservazione della Terra (OT), Trasporto spaziale e space factory, e l’altrettanto strategico settore di In-Orbit Servicing, o «In-Orbit Economy» in maniera più appetibile. Fondi -i 2.3 miliardi- da spendere nel periodo 2021-2026, arco temporale decisamente più lungo quindi se, come accennato in precedenza, si considerano invece i 3 miliardi di euro all’anno che Parigi metterà a disposizione per il suo settore spaziale nazionale per i prossimi tre anni

Per la prima linea di investimento delle telecomunicazioni satellitari, dei 2.3 miliardi allocati, l’Italia alloca un budget di 320 milioni di euro. Fondi questi destinati al supporto della proposta francese di realizzazione di una costellazione satellitare europea in orbita bassa (LEO) di circa 600 satelliti. Progetto che, di fatto, insieme a quello dei lanciatori, costituisce uno dei fascicoli più pesanti in “discussione” sul tavolo della prossima Ministeriale di fine novembre. Fondi quindi che, teoricamente, in maniera indiretta, vanno ad innalzare il “basket” finanziario italiano che verrà messo a disposizione del bilancio ESA. Costellazione che mira ad assicurare all’Europa l’indipendenza strategica nelle telecomunicazioni satellitari ad uso duale (civile e militare) avente copertura globale. Una sorta -si fa per dire- di “Starlink europea” o, per avvicinarsi di più all’idea, di una “OneWeb europea”. Quest’ultima, costellazione prossima alla piena operatività, se solo non fosse sviluppata in aperta competizione da parte del Governo di Londra con l’Unione Europea, non essendone -come noto- più parte. L’annuncio è per ora solo nella volontà di dotare l’Europa di questo asset strategico. Annuncio dato nel mese di gennaio dello scorso anno dallo stesso Commissario Thierry Breton, alla 13ª Conferenza Spaziale Europea tenutasi a Bruxelles. Annuncio poi ulteriormente supportato da Stephan Isräel, il numero uno di Arianespace, e che lascia quindi pochi dubbi su quale sia la leadership presente e futura di questo progetto. Secondo i piani di Parigi, infatti, l’obiettivo è avere i primi satelliti della costellazione operativi in orbita a partire dal 2027. Obiettivo che definire ambizioso è più che riduttivo.

Alla pari di quanto fa Parigi per le telecomunicazioni satellitari, come detto, è nel settore dell’osservazione della Terra che Roma vuole giocarsi le sue ambizioni strategiche. Anch’essa propone infatti la realizzazione di una costellazione satellitare denominata «IRIDE»: il “diaframma” che regola l’intensità della luce in ingresso nell’occhio umano. Nome altisonante che indica proprio nell’implementazione di sistemi ottici -e non radar di cui, come detto, l’Italia è già leader- la principale tecnologia che caratterizzerà la futura costellazione satellitare. Campo, al momento, in mano proprio a Parigi. Ad oggi, il numero di satelliti non è ancora noto, ma il Governo italiano ha fissato per l’anno 2026 l’entrata in servizio dei primi satelliti in orbita bassa (LEO). Al pari di quelle francesi, anche quelle italiane sono quindi a dir poco ambiziose. Forse ancor di più, dovendo considerare lo sviluppo di capacità industriali nazionali -ad oggi non esistenti- che siano in grado di assicurare la produzione in serie di un elevato numero di piattaforme satellitari in così poco tempo. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che viene allocato un budget di 60 milioni di euro per lo sviluppo di “fabbriche intelligenti” destinate proprio alla produzione in massa di piccoli satelliti. Settore che nella programmazione generale delle future attività spaziali nazionali compare con il nome di «Space Factory 4.0». Per la costellazione IRIDE, il budget complessivo assegnato supera il miliardo di euro: 1.070 miliardi per la precisione. La metà dei complessivi 2.3 miliardi di euro che Roma dedica al diretto sviluppo del settore spaziale nazionale, testimonianza della centralità di tale progetto. Ad ulteriore investimento, l’Agenzia Spaziale Italiana ha assegnato ad OHB-Italia un contratto da 110 milioni di euro per il progetto “FlyEye” attraverso il quale l’Italia si doterà di tre centri terrestri aggiuntivi -tre telescopi- per lo sviluppo complementare di attività di sorveglianza spaziale. Rimangono disponibili ancora -circa- 700 milioni di euro che vengono rispettivamente così allocati: 40 milioni di euro per l’ulteriore sviluppo dello Space Center di Matera (sito strategico inserito nella rete di assetti nazionali di sorveglianza spaziale e non solo),  338 milioni di euro per lo sviluppo delle future tecnologie “green” del lanciatore europeo di produzione nazionale VEGA che in particolare rendano questo asset strategico nazionale ed europeo indipendente dalle forniture dei motori ucraini RD-843 che, vista la situazione attuale, rischiano di inficiare seriamente l’operatività del vettore sul lungo periodo. Gli ultimi –circa- 360 milioni, vengono invece allocati per il quarto filone di investimento: lo sviluppo di capacità di In-Orbit-Servicing. Programma altrettanto strategico per il supporto logistico orbitale ed il mantenimento operativo delle future costellazioni satellitari, a cominciare proprio da strategica IRIDE.

La strategia italiana

Una potenza spaziale vede la sua massima espressione in quello che è l’ente governativo di riferimento, ovvero l’agenzia spaziale nazionale. Per l’Italia, questo è aspetto tutt’altro che indolore, sintomo di un Paese che vive in totale asincronia con la realtà. Infatti, alla discutibile serie di leggerezze commesse nel Trattato del Quirinale, si aggiunge la scelta da parte del Governo Italiano -in particolare del Ministro Vittorio Colao, ad oggi, autorità delegata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per gli affari spaziali- di aver raggiunto con l’Agenzia Spaziale Europea, il 19 novembre dello scorso anno alla riunione intermedia del Consiglio dell’ESA a livello Ministeriale svoltasi a Lisbona, l’accordo secondo cui l’Italia si sarebbe avvalsa del supporto tecnico ed amministrativo dell’ESA per lo sviluppo dei programmi spaziali nazionali inquadrati nel PNRR relativi proprio al settore dell’osservazione della Terra (OT) e dei lanciatori. “Accordo di Assistenza Tecnica” -così definito- siglato ufficialmente a Roma lo scorso 17 giugno, tra il Dipartimento della Trasformazione Digitale (DTD) e l’ESA stessa (ci si chiede con quali competenze il DTD operi in campo spaziale). Tramite questa convenzione, l’Italia affida all’ESA un budget di 1.3 miliardi di euro proprio per lo sviluppo della costellazione IRIDE: i già citati 1.070 miliardi del PNRR, più altri fondi (nazionali?) per circa 230 milioni di euro. Fondi all’interno dei quali è prevista anche la copertura della “commissione”, pari al 6% dal totale, che ESA trattiene per sé, ovvero circa a 78 milioni di euro: quasi il 30% in più del budget totale allocato per il filone strategico della Space Factory 4.0. Una scelta discutibile, che lo diventa ancor di più considerando il fatto di aver consegnato un progetto 100% italiano (finanziato con risorse europee destinate all’Italia supportate da risorse finanziarie nazionali) nelle mani di un ente terzo, fortemente eterogeneo e politicizzato come l’ESA. Una ammissione dell’incapacità italiana di gestione (anche tecnica!) del progetto che non consegna solo i fondi in mano all’ESA, bensì anche le chiavi della costellazione IRIDE, da ESA stessa quindi operata essendone divenuta (in tutto o in parte?) proprietaria. Aspetto quest’ultimo da approfondire con attenzione ma che, se così fosse, renderebbe del tutto inspiegabile la strategia italiana. Oltretutto, a memoria, è questo il primo caso nella storia dello Spazio europeo in cui un Paese richiede attività di consulenza ad un ente di cui non solo è terzo contributore attivo ma anche diretto fondatore., e che paga quindi ulteriormente l’ente stesso per assicurarsi i suoi servizi, quando di solito accade esattamente il contrario. Nulla a che vedere con le logiche di potenza espresse da Parigi e Berlino che hanno invece rifornito consistentemente e strategicamente i rispettivi comparti spaziali nazionali, senza cedere sovranità su nessun settore. 

È infatti interessante pensare a come il nuovo progetto di punta delle ambizioni strategiche nazionali in campo spaziale venga affidato ad un ente terzo, dove fanno da padrone proprio gli interessi tedeschi e, soprattutto, francesi. Scelta apparentemente ed alquanto pericolosamente ingenua soprattutto in vista del peso che Parigi vuole accrescere nello spazio europeo. Parigi che, è bene ricordarlo, resta ad oggi l’univoco possessore delle capacità di accesso allo spazio esterno dell’intero Continente Europeo. Ed è proprio qui che ancora una volta Parigi potrà strozzare le ambizioni italiane (la Germania sta sviluppando il suo lanciatore privato nazionale), così come già fatto con la sigla del Trattato del Quirinale ove, in maniera anche qui del tutto superficiale, il Governo italiano ha lasciato che le attività del lanciatore VEGA venissero completamente subordinate a quelle di Parigi. Situazione che l’Italia non ha tardato a sperimentare sulla propria pelle, vedendosi costretta a lanciare il suo satellite di seconda generazione COSMO-SkyMed non con un lanciatore di produzione europeo –in particolare quello di produzione nazionale VEGA- ma con un vettore di una nazione “antagonista” gli interessi nazionali: lo statunitense Falcon-9 di SpaceX. Lanciatore VEGA non disponibile perché allora utilizzato da Parigi per l’immissione in orbita di ben tre suoi satelliti spia per la Difesa. È chiaro quindi che, qualora Roma riuscisse anche a portare a termine le ambiziose fasi di progettazione e sviluppo della costellazione satellitare IRIDE entro il 2026, potrebbe non avere la disponibilità di mezzi con cui lanciarla in orbita. Una situazione pericolosa, in virtù del fatto che le attività industriali di produzione del VEGA sono ad oggi già ampiamente saturate dalla domanda di vettori ARIANE-6 per l’immissione in orbita della (seconda) costellazione statunitense targata Amazon. Costellazione alla quale, come accennato, è previsto si aggiunga entro il 2027 quella di stampo “francese” (formalmente europea) per le telecomunicazioni che di certo -visto il crescente peso e ruolo di Parigi- vedrà la costellazione italiana IRIDE relegata ad una priorità inferiore. Scelta quella del Governo italiano di rivolgersi ad un ente esterno che ha del tutto sconfessato il ruolo storio, istituzionale e tecnico dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), ritenuta quindi totalmente inaffidabile e non-competente nell’assicurare la gestione dei fondi per la realizzazione del progetto IRIDE. Ci si chiede, a questo punto, quale sia il ruolo ed il senso di esistere di una agenzia spaziale nazionale al quale il Governo stesso non si rivolge nell’assicurare i suoi più alti obiettivi strategici.

L’Italia nella Ministeriale 2022

Con la caduta del Governo Draghi, la tempesta è divenuta perfetta. Gli italiani hanno dovuto difendersi da sé stessi, cedendo ad enti terzi il proprio programma spaziale di punta pur di non vederlo vanificare del tutto forse. L’instabilità ha un caro prezzo. Il Ministro Colao ha giustificato il sacrificio strategico italiano affermando che “[…] i soldi del PNRR sono un prestito che va speso in tempi precisi e con modalità trasparenti”, ed aggiunge: “Con l’affidamento ad ESA i vincoli imposti dall’Europa saranno rispettati perché questo è il costume storico dell’amministrazione di questo ente da sempre abituato a lavorare presto e ben data la strategicità di contratti che riguardano le attività spaziali”. Il prossimo appuntamento fondamentale per lo spazio europeo è quello del 22 e 23 novembre prossimi a Parigi – nella “tana del lupo” – dove avrà luogo il Consiglio Ministeriale dei Paesi membri dell’ESA (Council meeting at Ministerial level, CM22). Come si presenterà L’Italia è tutto da vedere, difficile riuscire a farsi ancora più male. Certo è che chi rappresenterà il nostro Paese avrà sulle spalle forse meno di un mese di conoscenza dei “dossier italiani”. Interessi nazionali che, per essere difesi (e non lo sono stati) dovrebbero prima di tutto essere ben identificati e strutturati. In altre parole, l’Italia dovrebbe essere in possesso di una strategia spaziale nazionale, oltre che di una legge che ne regoli le attività sul territorio nazionale. Due aspetti che basterebbero per definire l’Italia non una potenza spaziale, senza i quali è in ogni caso impensabile esserlo. Due atti -compiuti, per esempio sia da Parigi che da Berlino- che presuppongono l’esistenza di “identità” di sé stessa nel sempre più centrale e congestionato dominio spaziale. Priva di ogni idea di sé sulla Terra, è tuttavia difficile pensare che ne abbia una al di fuori di questa. 

L’ultimo «Space Report» pubblicata dalla Space Foundation certifica in 447 miliardi di dollari il volume di affari globale dell’economia spaziale per l’anno 2020. Ricavi per il 74% generati dall’industria satellitare, come si attesta nel relativo «Satellite Industry Report» della Satellite Industry Association. Nello «Space Report», a livello di investimenti rispetto al proprio GDP, l’Italia risulta essere la sesta potenza spaziale mondiale. Il termine “potenza” lascia impropriamente pensare che Roma sia in possesso di autonome capacità operative e decisionali in campo spaziale, come del resto in altri svariati settori strategici come quello della Difesa. I fatti, ad oggi, indicano una situazione opposta. L’Italia è infatti un prezioso serbatoio di elevate competenze tecniche, scientifiche ed industriali lasciate al pieno servizio di obiettivi strategici di paesi terzi, Francia in primis. Più che di “potenza spaziale” che in ogni caso l’Italia non è, sarebbe più opportuno parlare di “potente provider di assetti spaziali”: da moduli pressurizzati, a lanciatori (VEGA), a piccoli satelliti, proprio come quelli previsti per la costellazione IRIDE. L’Italia possiede una delle poche filiere industriali esistenti a livello mondiale in grado di coprire la quasi totalità di servizi spaziali.  

Alle Ministeriali, la prassi generica vede ogni Paese membro dell’ESA portare con sé i fascicoli descriventi proposte programmatiche e finanziare sulle quali devono poi essere trovate -in sede di incontro, ecco il senso della Ministeriale- le necessarie convergenze politiche tra i Paesi partecipanti, subordinate queste all’importante gioco delle alleanze. Con la Presidenza di turno dell’Unione Europea da parte di Parigi, la Ministeriale di fine novembre sarà -almeno queste le previsioni- un appuntamento del tutto informale. Un incontro atto semplicemente a ratificare quei fascicoli -alias: programmi di interesse- già preparati e discussi nei tre precedenti appuntamenti voluti ed organizzati da Parigi: lo Space Summit dello scorso 16 febbraio a Tolosa (Francia), il 306° Consiglio dell’ESA di Parigi lo scorso 16 e 17 marzo, ed il 13º Concilio dell’ESA lo scorso 13 aprile tenutosi sempre a Parigi. Sottraendo i 2.3 miliardi di euro ai complessivi 4.5 miliardi da impegnare, l’Italia avrà quindi una previsione di disponibilità al bilancio dell’ESA di circa 2.2 miliardi di euro, potenzialmente 2.5 miliardi considerando i fondi messi a disposizione per il filone “SatCom”. Cifra che, nell’ultima Ministeriale tenutasi a Siviglia nel 2019, la ha vista posizionarsi come terzo contributore assoluto, a poca distanza dalla Francia questa volta prevista occupare saldamente la prima posizione.

L’Europa spaziale vive oggi la più forte crisi identitaria della sua storia, dallo scorso febbraio ulteriormente aggravata dalla totale rottura dei rapporti con la russa ROSCOSMOS da cui -piaccia o non piaccia- l’Europa è sempre stata fortemente dipendente. Interruzione frutto dell’invasione russa dell’Ucraina che ha drammaticamente -e pericolosamente- ridotto le capacità europee di accesso allo spazio esterno a seguito del ritiro da parte russa della disponibilità dei vettori Soyuz. È per questi motivi che alla Ministeriale di novembre, il Direttore Generale dell’ESA Joseph Aschbacher chiederà un ulteriore innalzamento del budget complessivo di finanziamento dell’Agenzia (oltre i 18 miliardi di euro?) per i prossimi tre anni. Vedremo se l’Italia saprà o meno -ma soprattutto è importante capire come– mantenersi sul podio dei tre più importanti contributori, e soprattutto quali strade la complicata “famiglia” dell’Agenzia Spaziale Europea intenderà perseguire per vincere non solo le sfide “di domani”, ma già anche “di oggi”. 

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