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La strategia di difesa di Taiwan in caso di invasione

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A seguito della visita informale della Speaker della Camera del Congresso americano, Nancy Pelosi, le tensioni intorno all’isola di Taiwan sono tornate a crescere. In risposta a quello che ha percepito come uno schiaffo diplomatico da parte della terza carica dello Stato americano, il governo di Pechino ha dato inizio a una serie di esercitazioni aeronavali in grande stile intorno all’isola, simulando a tutti gli effetti uno scenario di invasione. La Repubblica Popolare Cinese (PRC) ha sempre definito la questione Taiwan come “questione interna”, reclamando l’isola come parte integrante del proprio Stato e lasciando intendere che non esclude alcuna opzione per riportare Taiwan sotto la propria sovranità, inclusa quella militare. 

Passando ad un esame delle forze in campo, a fronte di un peso diplomatico pressocché inesistente dal 1971, anno in cui il seggio cinese all’ONU passò ai delegati del governo comunista e iniziò il progressivo riconoscimento della RPC in luogo di Taiwan, l’equilibrio di forze militari tra Taipei e Pechino è stato, per tutta la seconda metà del secolo scorso, fortemente sbilanciato in favore dell’isola. La stretta collaborazione con gli USA procurò alle forze armate della Repubblica di Cina un arsenale avanzato, e il timore di un’invasione garantì un arruolamento volontario costante. Dal 2000 però la situazione si è drasticamente modificata: una volta completato il processo di modernizzazione economica interna (sancito peraltro dall’entrata nella World Trade Organization nel 2001), Pechino ha potuto destinare sempre più fondi alle forze armate, fino a rendere l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) uno degli eserciti più potenti al mondo. Oggi il confronto per numeri ed equipaggiamenti risulta impari sotto ogni punto di vista. La Repubblica Popolare Cinese, con un budget di circa 250 miliardi di dollari annui, conta oltre due milioni di unità in servizio attivo, più di 3000 velivoli e una marina (PLAN) in costante aggiornamento. Proprio l’aggiornamento della PLAN è stato il primo segnale d’allarme di una possibile invasione: da alcuni anni Pechino ha infatti cominciato a incrementare la produzione di mezzi anfibi da sbarco, assetti fondamentali per un’eventuale invasione di Formosa, la quale potrebbe teoricamente rappresentare l’operazione di sbarco più grande della storia, anche più dell’Operazione Overlord in Normandia. L’esercito di Taiwan, con un budget di 11 miliardi di dollari annui, dispone invece di circa 170.000 unità in servizio attivo e un milione di riservisti (effetto della leva militare obbligatoria di 4 mesi), 700 velivoli e un centinaio di unità navali. Un mero esame aritmetico delle forze in campo non permetterebbe a Taiwan di reggere minimamente il confronto con la Cina. Taipei, cosciente della sproporzione di forze, ha recentemente sviluppato una nuova dottrina militare per fronteggiare le mire annessionistiche di Pechino, basata sul concetto di “difesa asimmetrica”.

Parte del più ampio “Overall Defense Concept” (ODC), la strategia asimmetrica sconvolge totalmente l’approccio militare che Taiwan aveva tenuto fino ad ora verso “l’altra Cina”. Se prima, infatti, Taipei puntava su una dottrina puramente offensiva, mirata al predominio navale sullo stretto di Taiwan in caso di conflitto, ora l’obiettivo è sia dissuadere le intenzioni di invasione sia quello di sfruttare tutti i vantaggi offerti da una postura difensiva, sfruttando la morfologia dell’isola, per rendere lo sbarco il più difficile possibile, se non impraticabile, per le forze armate cinesi. L’obiettivo principale è quello di tenere le truppe da sbarco lontane dalle coste e concentrare tutti gli sforzi nel combattimento aeronavale, potendo Taipei avvalersi del vantaggio di avere artiglieria costiera e supporto aereo costante dalle proprie posizioni. Questa strategia di difesa di posizione proattiva ha portato il governo taiwanese a concentrarsi recentemente sull’acquisto di sistemi missilistici costieri anti-nave Harpoon, caccia F-16 e carri Abrams M1A2T, oltre alla produzione indigena di UAV, mezzi navali rapidi e sottomarini con capacità antiaeree.

Le simulazioni effettuate dalle forze armate della ROC per l’ODC consistono di 3 fasi: protezione delle forze, battaglia decisiva nella fascia litoranea e completo annientamento del nemico sulla linea della spiaggia. La prima fase sarebbe fondamentale per garantire la disponibilità di forze necessaria per le due successive: le truppe di Taiwan dovrebbero mettere al riparo e proteggere più mezzi e sistemi possibili dalla campagna di bombardamento aereo e navale che Pechino scatenerebbe sull’isola per predisporre il campo allo sbarco. In caso di attacco, questa fase vedrebbe l’utilizzo da parte delle truppe di Taiwan di camuffamenti ambientali, basi sotterranee e altri sistemi di occultamento per le forze terrestri e navali, oltre a un vasto uso di sistemi contraerei (SAM) su tutta l’isola per indebolire le forze aeree cinesi e stabilire uno spazio aereo sicuro per mettere in volo i propri caccia nella fase successiva. Una volta resistito all’impeto iniziale, nella fase 2, la marina uscirebbe dai rifugi e, insieme ad aeronautica e artiglieria costiera, si occuperebbe di dare battaglia alla PLAN sulla zona litoranea. Questa rappresenterebbe la fase cruciale per la riuscita dell’operazione. L’impiego di tattiche interforze di mare, aria e terra punterebbe a distruggere quanti più mezzi da sbarco possibili (le stime dicono almeno il 40%) prima che si avvicinino alla costa, dove le truppe di terra (fase 3) attenderebbero sulla spiaggia per dare il colpo di grazia a coloro che fossero riusciti a superare l’imponente blocco di trappole sottomarine disposte dalle navi posamine subito dopo la fase 1. Una tattica simile richiederebbe un altissimo livello di coordinazione interforze per impedire al PLA di sbarcare, e si basa su un complesso sistema di comando e controllo (C2) al fine di garantire una situational awareness costantemente aggiornata e la completa superiorità informativa alle truppe di Taiwan. Le forze armate della ROC sanno già dove predisporre le trappole e le batterie costiere, l’isola di Formosa infatti presenta per i 9/10 della sua costa moltissime scogliere, secche artificiali e strapiombi, restringendo le possibilità di sbarco a due sole aree. Le zone che più si predispongono ad uno sbarco massiccio sono una nel Nord-Ovest, vicino alla capitale Taipei, e una a Sud-Ovest, nelle vicinanze di Tainan City, la seconda città più grande dell’isola. In caso di attacco, e conseguente esecuzione del piano, il governo di Taiwan confida in una vittoria contro la prima ondata tale che, per evitare perdite eccessive (nonché le ritorsioni politiche in Patria di un fallimento), Pechino demorda da ulteriori tentativi di aggressione.

Tuttavia, se il PLA riuscisse a stabilire una testa di ponte sull’isola, la ROC è cosciente di non poter reggere a lungo il confronto con i soverchianti numeri della forza terrestre cinese. Per questo motivo l’ultima linea di difesa è costituita dalla popolazione stessa. Il popolo di Taiwan vive da settant’anni nel timore di un’invasione e, visto l’esempio di Hong Kong, ha da tempo escluso ogni possibilità di accettare la formula “un Paese, due sistemi”. Questo sentimento di astio e diffidenza è ulteriormente accentuato dalla fortissima retorica istituzionale usata da Taipei (la quale non si riferisce mai alla “Cina”, ma alla PRC) in ogni occasione pubblica per galvanizzare il popolo contro il nemico di sempre e riaffermare la propria legittimità. Se l’invasione di terra dovesse avere successo, il governo taiwanese punta sulla guerriglia ad oltranza, peraltro favorita dai rilievi montuosi su tutto il versante orientale dell’isola, anche da parte della popolazione civile, formata negli anni dalla leva obbligatoria. Secondo le simulazioni svolte ogni anno, Taiwan potrebbe reggere per oltre un mese all’attacco dal continente prima di vedere capitolare i principali conglomerati urbani. Se si sommano tutte queste previsioni si ottiene un quadro abbastanza chiaro della strategia di deterrenza concepita da Taipei, che mira ad elevare il costo, sia in termini economici che militari, di un’eventuale operazione anfibia da parte di Pechino. 

Tuttavia, la più grande fonte di deterrenza nei confronti di Pechino resta il legame con gli Stati Uniti. Senza l’aiuto statunitense le possibilità di resistere all’aggressione cinese sono pari a zero. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno ad oggi tutto l’interesse a proteggere la ROC, non solo per salvaguardare gli imponenti investimenti delle aziende americane sull’isola, ma anche per evitare che la Pacific Belt, posta a contenimento del Dragone, si spezzi in due. Tali preoccupazioni sono già state prese in considerazione da Washington negli ultimi anni e la cooperazione, soprattutto nel settore militare, con Taiwan è aumentata; così come sono aumentate anche le truppe USA dislocate nelle basi e negli Stati alleati della regione (Giappone, Corea del Sud, Filippine), oltre ai pattugliamenti navali della 7th Fleet nell’Indo-Pacifico. Non è ancora chiaro se, in un ipotetico scenario di invasione, gli Stati Uniti sarebbero disposti al confronto militare diretto con la Cina comunista per proteggere la piccola Taiwan. Un intervento degli USA potrebbe infatti dare il via a una escalation di massa, capace di sconvolgere gli odierni assetti multilaterali, e questo Pechino e Washington lo sanno. Ciò che è difficile determinare è se, e soprattutto quando, una tale operazione potrebbe avere luogo. Se da un lato si può ritenere che tale eventualità sia ancora lontana nel tempo, dall’altro non si può escludere che possa avvenire in pochi anni. La crescente attenzione manifestata recentemente dagli USA e da altri attori regionali nella questione dell’indipendenza di Taiwan potrebbe infatti portare Pechino ad accelerare i tempi di un’invasione, per evitare che la morsa occidentale sui mari cinesi si stringa definitivamente. Un’altra variabile da tenere in considerazione sarà lo stato delle forze del PLA, ancora immerse in un processo di modernizzazione necessario non solo per pianificare di invadere l’isola, ma anche per poter reggere un eventuale confronto con rinforzi provenienti dall’altra parte dell’oceano. Ad oggi, infatti, le capacità belliche cinesi non possono certamente dirsi superiori a quelle statunitensi, ma colmare tale squilibrio è tra gli obiettivi che la PRC si prefigge da tempo tramite le sue politiche industriali. Qualora queste eventualità dovessero presentarsi, la Cina potrebbe trovarsi costretta (o convinta) a sferrare un attacco massiccio, cercando di sorprendere il governo di Taipei e di anticipare ogni possibile reazione dall’esterno.

Sia che le attuali esercitazioni rappresentino una pura dimostrazione di forza da parte del Dragone, sia che esse rappresentino effettivamente una “prova generale” per una futura invasione, quella che già viene definita la quarta crisi dello Stretto è in atto. La complessità dello scenario rende difficile operare previsioni certe, ma la realtà dei fatti impone una riflessione sulle possibili implicazioni internazionali di un simile evento. La rinnovata importanza strategica dell’intero teatro dell’Indo-Pacifico nella delicata rete di relazioni tra potenze vede proprio in Taiwan un perno centrale del riposizionamento statunitense (nonché atlantico) nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e, visti soprattutto i più recenti eventi, apre la porta al rischio di un ulteriore aumento delle tensioni su scala regionale e globale.

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