Il recente forum Cina-Africa tenutosi a settembre di quest’anno a Pechino segnala un significativo cambiamento nella strategia di impegno cinese nel continente africano, posizionando la Repubblica Popolare Cinese come partner principale di molti Paesi con il suo nuovo approccio basato sempre di più su legami culturali e investimenti “piccoli ma belli” e sempre meno sui megaprogetti infrastrutturali tipici dell’approccio cinese. Questo cambio di paradigma evidenzia la complessità di una cooperazione che si presenta come alternativa al modello occidentale e che rimane al centro del dibattito sul futuro del continente africano.
Il Soft Power con caratteristiche cinesi
L’impegno cinese in Africa si basa da oltre due decenni su un approccio che combina legami diplomatici con quelli economici. Questo è esemplificato dal Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC), un’importante piattaforma di incontro tra i leader africani e cinesi, che negli anni ha consentito a Pechino di ampliare la propria influenza sul continente. Sin dalla creazione del FOCAC nel 2000, la Cina ha progressivamente consolidato il suo ruolo di partner strategico per i paesi africani, promettendo miliardi di dollari in prestiti e investimenti a ogni nuovo vertice, raggiungendo un totale di 1.306 accordi di finanziamento per un valore di 182 miliardi di dollari.
Quest’approccio rientra nella strategia di Pechino di impegno globale basata sul “soft power con caratteristiche cinesi”. Concetto teorizzato dal politologo Joseph Nye, il “soft power” si riferisce alla capacità di uno stato di influenzare gli altri attori internazionali tramite mezzi non coercitivi, come la promozione di valori culturali, politici e istituzionali. In un contesto globale sempre più caratterizzato dall’informazione e dalla competizione narrativa, i leader cinesi hanno compreso che, come affermato da Nye, “il successo dipende non solo da quale esercito vince, ma anche da quale storia vince”. Questa consapevolezza ha portato Pechino a fare del soft power un pilastro della propria politica estera. Negli ultimi vent’anni, la superpotenza cinese ha, difatti, investito, seppur con alterne fortune, nella costruzione di un’immagine di potenza pacifica e armoniosa, sfruttando il suo potere economico come leva per promuovere i propri modelli di governance e i propri valori culturali.
Questa strategia si inserisce nel quadro più ampio della “Grande Strategia Cinese“, che dal 2012 si propone di realizzare il cosiddetto “Chinese Dream“. Questo progetto rappresenta un pilastro fondamentale nella visione a lungo termine di Xi Jinping per la Repubblica Popolare Cinese (RPC), volto a ripristinare il ruolo della Cina come potenza globale di primo piano, ponendo rimedio alle “ingiustizie storiche” subite durante l’era coloniale. L’ambizioso obiettivo del Segretario Generale del PCC è quello di trasformare la Cina in una potenza stabile, prospera e avanzata entro il 2050. Ciò ha come fine ultimo il consolidamento di un’influenza duratura a livello internazionale attraverso un modello alternativo al tradizionale “approccio occidentale” a carattere imperialista.
Punto cardine della strategia di soft power cinese è l’iniziativa multimiliardaria Belt and Road Initiative (BRI), lanciata da Xi Jinping nel 2013, con il duplice obiettivo di raggiungere lo sviluppo economico e di consolidare la presenza cinese nel mondo. L’iniziativa, posta come sinonimo di cooperazione amichevole, si pone di rafforzare le infrastrutture, il commercio e i legami di sviluppo tra Cina e altre regioni del mondo. In questo contesto, l’Africa, con il suo vasto potenziale economico e il ricco bacino di risorse naturali – cruciali per lo sviluppo economico del colosso asiatico – occupa un ruolo strategico all’interno della Nuova Via della Seta.
La strategia cinese ha incontrato negli anni una crescente apertura da parte dei leader africani alla cooperazione con Pechino. Ad oggi 52 paesi africani hanno firmato accordi o intese per aderire alla BRI, attratti da un nuovo modello di sviluppo economico che enfatizza la parità tra partner e il rispetto della sovranità nazionale. Tale approccio offre un’alternativa alle relazioni con l’Occidente, storicamente caratterizzate da un approccio paternalistico e subordinato alla politica di democratizzazione, offrendo, così, nuove opportunità di sviluppo per il continente.
Il FOCAC 2024 e il recente shift nell’impegno cinese in africa
Tuttavia, negli ultimi anni, il soft power cinese ha subito una significativa pressione, rivelando una perdita di efficacia nella sua capacità di essere percepito come un attore pacifico e promotore di armonia. In questo contesto rientra l’ultimo vertice FOCAC tenutosi a settembre, il quale segnala una significativa evoluzione nell’impegno cinese in Africa, segnando un allontanamento dal suo tradizionale approccio basato su grandi progetti infrastrutturali e prestiti massicci, con una nuova enfasi su iniziative “piccole ma belle“.
Il nuovo focus dell’engagement cinese evidenzia un approccio più attento alla promozione di scambi economici equi e di benefici reciproci, promuovendo l’idea che la cooperazione sino-africana non sia una strada a senso unico. Secondo il Ministero degli Esteri cinese, la nuova direzione strategica mira a “unire le forze per far progredire la modernizzazione” e a costruire una comunità sino-africana “di alto livello con un futuro condiviso”. In quest’occasione, Pechino ha annunciato un piano triennale di modernizzazione con l’Africa, con un focus su progetti di sviluppo su piccola scala destinati a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, enfatizzando, inoltre, l’importanza dell’apprendimento reciproco tra civiltà, e la promozione di ideali e valori condivisi.
Questo cambio di strategia riflette l’esigenza della Cina di rispondere al deterioramento della sua immagine a livello internazionale. La vulnerabilità finanziaria di alcuni paesi africani ha, infatti, messo in luce le complessità della cooperazione sino-africana: se da un lato gli investimenti cinesi rappresentano un’opportunità per colmare il divario infrastrutturale che ostacola il progresso economico, dall’altro hanno esposto i governi africani a rischi finanziari crescenti. In molti paesi l’espansione delle infrastrutture è andata di pari passo con l’aumento del debito estero. Casi controversi, come la possibile cessione dell’aeroporto internazionale di Entebbe in Uganda o il rischio di un sequestro del porto di Mombasa in Kenya, hanno alimentato le critiche nei confronti di Pechino, accusata di utilizzare una strategia di “debito-trappola”, secondo la quale presterebbe intenzionalmente ingenti somme a paesi economicamente fragili, con l’intento di acquisire asset strategici nel caso in cui i governi debitori non siano in grado di ripagare.
Questo shift strategico riflette, quindi, una valutazione pragmatica da parte della Cina delle critiche legate alla “trappola del debito” e alle crescenti aspirazioni da parte degli Stati africani di ribilanciare la distribuzione dei benefici ottenuti dalla partnership. Questo nuovo approccio ha come obbiettivo quello di rafforzare il soft power cinese: invece di imporre un controllo evidente, Pechino punta su una forma più sottile di acquisizione di potere, basata su legami economici e culturali che consentano di mantenere l’influenza nel continente. Al contempo, attraverso la promozione di una narrazione che promuove il proprio modello di sviluppo come esempio di modernizzazione, la superpotenza asiatica non mira tanto a fornire un percorso realmente replicabile, quanto piuttosto a consolidare la propria immagine e legittimare il suo ruolo di superpotenza globale.
La solidità del soft power cinese rimane comunque una questione aperta. Se da un lato questo cambio potrebbe effettivamente aiutare Pechino a migliorare la propria immagine in Africa, dall’altro solleva interrogativi sulla reale efficacia della strategia cinese di soft power. Se la forza del soft power di un paese si basa sulla percezione di autenticità e di rispetto reciproco, la capacità di Pechino di mantenere e consolidare il proprio potere dipenderà in ultima analisi dalla sua capacità di rispondere in modo credibile alle crescenti aspettative dei suoi partner africani. Sarà cruciale per Pechino dimostrare che il suo interesse per il continente non si limita a una strategia di maquillage politico, ma si traduce in un impegno concreto che rispetti la sovranità degli Stati africani e risponda alle loro aspirazioni di sviluppo.
Il nuovo soft power cinese come alternativa al blocco occidentale
Il recente cambio di paradigma nella strategia cinese in Africa rappresenta non solo una risposta alla crisi di immagine di Pechino, ma anche un’opportunità per consolidarsi come una credibile alternativa al blocco occidentale. Se in passato l’impegno cinese si concentrava principalmente su aiuti, investimenti e l’accesso alle risorse naturali, il nuovo approccio mette l’accento su una cooperazione a 360 gradi, che include la promozione di ideali e valori. La retorica adottata da Xi Jinping al FOCAC 2024, centrata sui concetti di “passato condiviso” e “futuro condiviso”, evidenzia l’intento della Cina di rafforzare una narrativa che le consenta di posizionarsi non solo come attore economico, ma anche come partner politico e ideologico per i paesi africani.
Questo cambiamento avviene in un contesto caratterizzato da due tendenze rilevanti. Da un lato, il progressivo disimpegno delle potenze occidentali, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea, ha creato un vuoto di potere che Pechino sembra intenzionata a colmare. Dall’altro, la crescente volontà di numerosi paesi africani di rinegoziare i tradizionali legami con le potenze europee ha ampliato lo spazio per nuovi attori globali, come Cina e Russia.
Questa dinamica lascia intravedere uno scenario futuro in cui il continente rischia di trasformarsi in un campo di crescente competizione geopolitica e geoeconomica. Di fatti, in risposta all’ascesa dell’influenza cinese, diversi attori del fronte occidentale hanno lanciato nuove forme di cooperazione, come l’iniziativa Global Gateway dell’UE, concepita come un’alternativa alla BRI. Tuttavia, questa crescente rivalità strategica rischia di polarizzare il continente compromettendo così ogni possibilità di ottenere dei reali benefici alle esigenze locali. Un’intensificazione della competizione comporterebbe costi significativi soprattutto per la comunità internazionale, in un momento in cui la cooperazione globale è essenziale per affrontare sfide comuni. Temi critici come il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare e la gestione delle risorse naturali richiedono un approccio multilaterale e coordinato, che trascenda le rivalità geopolitiche.

