Stop al divieto di esportazione di carne suina italiana a Taiwan: un successo per i rapporti bilaterali tra Roma e Taipei

Il Consiglio dell’agricoltura dello Yuan esecutivo di Taiwan ha pubblicato una nota in cui esclude dal 31 luglio 2020 l’Italia dalla lista delle nazioni affette dalla peste suina africana (PSA). Una notizia, apparentemente secondaria, che è il termometro dei rapporti tra Roma e Taipei.

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Un divieto che è durato quaranta anni

La carne suina era stata ammessa nell’isola nel 2018 dopo un lungo divieto, legato all’epidemia di febbre suina in Sardegna della fine degli anni Settanta. Si trattava di una misura legata alla volontà di proteggere gli allevamenti di maiale nell’isola, che negli anni successivi diventò uno strumento per favorire le esportazioni dell’alleato statunitense sul suolo taiwanese. Sin dalla metà degli anni Ottanta le associazioni di categoria e le istituzioni italiane hanno lavorato duramente per la revoca del bando. Gli sforzi decennali dell’Ambasciatore Camillo Zuccoli e del Gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Taiwan erano riusciti, appena due anni fa, a permettere l’esportazioni di carne suina nell’isola.

Il Covid-19 e il blocco dello spazio aereo con Taiwan

Nella fine del gennaio 2020, quando le prime notizie sull’epidemia Covid-19 iniziarono a trapelare dalla Cina, il governo italiano decise di chiudere lo spazio aereo con la Repubblica Popolare cinese in risposta alla diffusione del coronavirus. Una scelta che si rilevò inutile, ora sappiamo tutti che il virus già circolava da settimane in Italia e che molti connazionali tornarono dalla Cina con scali in altri paesi. All’interno del divieto il governo italiano inserì Taiwan, oltre a Hong Kong e Macao. Si trattò di una scelta non voluta, le testimonianze dirette della riunione del comitato operativo della Protezione Civile raccontano dell’inclusione di Taiwan nel divieto come di un’errore. Taiwan ad oggi è un vero e proprio modello nella lotta al Covid-19, articoli e studi sono stati realizzati sulle capacità del governo taiwanese di fronteggiare l’epidemia. Il 30 gennaio si registravano a Taiwan appena 10 casi, tutti ospedalizzati e la diffusione risultava pienamente sotto controllo. Ad oggi risultano solo 476 e 7 decessi, numeri incredibili per un paese di 24 milioni di persone.

L’opinione pubblica sottolineò immediatamente l’inclusione di Taiwan nel divieto aereo come un’anomalia, soprattutto vista l’imminente inaugurazione di un nuovo collegamento di Eva Air tra Taipei e Milano previsto per la seconda metà di febbraio. Le proteste delle istituzioni taiwanesi, e di parte della politica italiana, si scontrarono con la necessità del governo di non offendere ulteriormente Pechino. Nella riunione del comitato operativo della Protezione Civile per il divieto dello spazio aereo erano presenti il ministro della Salute Roberto Speranza e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non aveva partecipato. Le Cina reagì in maniera molto decisa alla chiusura dello spazio aereo, misura come già detto che si rivelò inutile e probabilmente deleteria, e proprio Di Maio tentò di ricucire con Pechino. Nessun altro paese al mondo decretò la chiusura dello spazio aereo con Taiwan, la decisione italiana fu un unicum determinato da approssimazione e successivamente dalla paura di creare ulteriori tensioni con Pechino. Un eventuale modifica avrebbe generato una discussione sulla One China Policy, il compromesso semantico che regola da decenni i complessi rapporti diplomatici tra Washington, Pechino e Taipei. La chiusura dello spazio aereo con Taiwan rimase, anche quando il Covid-19 dilagò nel nostro paese e a Taipei festeggiavano la sconfitta della pandemia.

Il nuovo stop e gli sforzi della diplomazia taiwanese e italiana

Appena due settimane dopo, il ministero degli Affari esteri di Taiwan annunciò un nuovo bando alle importazioni di maiali vivi e prodotti suini lavorati dall’Italia, in chiara risposta alla decisione di Roma di chiudere lo spazio aereo. La notizia dell’apertura dell’esportazione di carne suina italiana a Taiwan premia il lavoro dell’Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia e dell’Ufficio Italiano di Promozione Economica, Commerciale e Culturale di Taipei che in questi mesi hanno dovuto sistemare una delicata situazione diplomatica che stava mettendo in pericolo i rapporti bilaterali italo-taiwanesi.

In un’intervista il rappresentante di Taiwan in Italia, l’Ambasciatore Andrea Sing-Ying Lee aveva spiegato le difficoltà nate dalla chiusura dello spazio aereo decisa dal governo italiano

“Naturalmente anche nelle migliori relazioni possono esserci momenti più difficili e la chiusura dei voli diretti tra Italia e Taiwan, decisa lo scorso febbraio dal governo italiano senza alcuna motivazione se non quella di seguire l’errata visione politica dell’Organizzazione mondiale della sanità, è un esempio. Tuttavia siamo certi che, nello spirito di amicizia che contraddistingue i nostri due Paesi, i problemi si potranno sistemare al meglio”.

L’importanza del maiale nella Grande Cina

Gli osservatori di cose asiatiche sanno bene che la carne di maiale è un indicatore importante, si tratta di un bene irrinunciabile in Asia e in particolare nella Grande Cina. La Repubblica Popolare cinese è il più grande consumatore al mondo di carne di maiale e da ormai due anni Pechino lotta contro la PSA. La malattia è mortale per gli animali ma innocua per gli umani ed è partita dall’Europa dell’Est per arrivare in Cina, dove ha decimato più di un quarto dei suini cinesi. La RPC consuma la metà della carne di maiale prodotta nel mondo e la malattia ha arrestato i progetti di garantire l’autosufficienza alimentare del paese, chiaramente espressi nel Food Security Plan del 2019 dal Partito Comunista cinese. Si tratta di una della contraddizioni del rapido sviluppo cinese, i consumi alimentari sono cambiati radicalmente. La popolazione cinese è passata da una dieta a base di riso, tagliolini e verdure a un’alimentazione ricca di proteine animali, pesce, uova, carne e soprattutto maiale. In Cina, il maiale è così importante che la nazione mantiene una “riserva strategica di maiale”. Si tratta di un retaggio culturale, la carne di maiale viene da sempre condivisa per celebrare occasioni importanti e formare legami. Un cibo riservato per le occasioni speciali è diventato il simbolo del benessere cinese, tutti possono permettersi di celebrare ogni giorno i progressi del paese con un piatto a base di carne suina. Una campagna per rinunciare al maiale a tavola significherebbe anche negare lo sviluppo del paese e il prezzo della carne suina è un’indicatore osservato con molta attenzione a Pechino. Alcuni analisti hanno addirittura incluso l’oscillazione del mercato del maiale tra gli elementi essenziali per il patto implicito tra il PCC e la popolazione cinese. Forse un’esagerazione, ma la carne suina è considerata un bene di prima necessità e l’eventuale rialzo dei prezzi comporta inevitabilmente malumori e proteste.

I tentativi dell’agroalimentare italiano in Cina

L’Italia ha tentato, già dallo scorso anno, di sfruttare le possibilità del mercato cinese e del calo della produzione interna dovuta alla PSA. Tentativo accompagnato, come sempre quando si parla del mercato cinese, da stratosferiche previsioni e incredibili prospettive. Il comparto agroalimentare italiano nella Repubblica Popolare cinese è da sempre debole, alcune eccellenze sono richieste ma la mancanza di gruppi di grandi dimensioni sul territorio e soprattutto l’assenza della distribuzione tricolore rende complessa la penetrazione in Cina. Il fallimento del centro dell’eccellenza agroalimentare tricolore Viva Italia a Pechino negli scorsi anni o la citatissima diplomazia delle arance sono degli esempi dei tentativi di penetrazione italiana in Cina. Progetti ambiziosi, sostenuti con forza da iniziative istituzionali, che si scontrano con l’incapacità di “fare sistema” in Cina, una dinamica ancora più accentuata nel comparto agroalimentare.

Le opportunità dell’Italia a Taiwan

L’agroalimentare nostrano registra da anni ottimi risultati in mercati importanti, e più maturi e stabili, come quello giapponese, della Corea del Sud e taiwanese.

Davide Giglio, direttore dell’Ufficio Italiano di Promozione Economica, Commerciale e Culturale di Taipei ha così commentato alla CNA la notizia dello stop al divieto di esportazione: “Accolgo con favore la notizia della reinclusione dell’Italia nella lista di Taiwan dei paesi liberi da ASF e malattie infettive. Dallo scorso febbraio, le autorità sanitarie italiane e i servizi competenti della Commissione dell’Unione Europea sono stati in contatto con le controparti taiwanesi al fine di fornire tutte le informazioni e le garanzie necessarie sulla sicurezza delle esportazioni italiane di carne di suina e sul rispetto delle norme e dei regolamenti locali. Mi auguro che le normali procedure di esportazione possano essere riattivate il più rapidamente possibile in modo che i prodotti italiani possano essere nuovamente distribuiti tempestivamente alla soddisfazione della crescente domanda proveniente dai consumatori taiwanesi”.

La fine del bando della carne suina italiana a Taiwan apre, stavolta in maniera permanente, un mercato che potrà generare vendite per circa 2 milioni di euro, secondo le stime della Commissione UE. Soprattutto chiude definitivamente una vicenda che aveva rischiato di incrinare i rapporti tra Taipei e Roma.