Stati Uniti: la fine del sistema unipolare?

Tra le poche certezze che la fine della crisi economica mondiale iniziata nel 2008 ci consegnerà vi è quella che gli Stati Uniti non saranno più indiscutibilmente nei prossimi anni la potenza egemone per antonomasia – o meglio l’unica superpotenza – nel panorama internazionale. Le guerre americane degli anni 2000, intese anche come un modo (assai rischioso) per riaffermare la solidità di un modello, non hanno fatto altro che acuire e mettere impietosamente a nudo le difficoltà degli USA. L’Overstretching strategico a cui si sono sottoposti gli americani è emerso in modo lampante.

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I piani per un riassetto complessivo manu militari del Greater Middle East mai come in questo momento appaiono poco praticabili. Le grandi speranze, quasi messianiche, riposte nell’attuale Amministrazione Obama sono una spia della grande confusione ed incertezza che oggi regna negli Stati Uniti ed in molte cancellerie occidentali, inizialmente assai più ottimistiche riguardo alle scelte americane.

La pretesa di molti ricchi Paesi industrializzati di continuare a mantenere un elevato tenore di vita senza però creare sufficiente ricchezza effettiva, è miseramente fallita. I Paesi emergenti stanno di fatto in questo momento traghettando il resto del mondo fuori dalla più profonda crisi del sistema capitalistico dagli anni ’30. Certamente oggi un conflitto redistributivo del potere – una “Guerra egemonica” – avrebbe dei costi incalcolabili per tutti, ma ciò non toglie che dovremo in futuro fare i conti con un mondo meno americano, meno europeo, meno occidentale. Lo dicono le cifre: stagnazione economica, calo demografico, invecchiamento della popolazione e una miriade di altri indicatori. La governance internazionale non può di conseguenza più essere affidata a istituzioni fondamentalmente americane ed occidentali nel modo di operare, di concepire i problemi e di proporre le relative soluzioni. Il momento unipolare forse sta veramente per finire.

Gli Stati Uniti restano ancora la potenza preponderante ma devono ormai fare i conti con la riduzione del loro ruolo internazionale e della capacità di influenzare le dinamiche internazionali. La tanto invocata “nuova Bretton Woods” non è altro che l’ammissione della fine delle organizzazioni economiche internazionali americane, quelle create alla fine della Seconda Guerra Mondiale – l’ultima vera transizione egemonica – con il declino europeo e del mondo coloniale. Oggi senza i grandi paesi emergenti ci troveremmo in una situazione ben peggiore di quella attuale. Il mondo in pochi lustri sarà più asiatico, più sudamericano o finanche più russo ma in ogni caso più multipolare di quanto non lo sia oggi. E questo certamente non è di per sé un elemento negativo. La pressione redistributiva delle risorse dal Nord al Sud del mondo porterà inevitabilmente ad un riequilibrio del potere internazionale. D’altra parte le stesse teorie realiste affermano che il sistema unipolare, nel caso degli USA una sorta di “impero su invito” come è stato correttamente descritto l’attuale assetto globale, è intrinsecamente instabile e destinato prima o poi ad essere eroso dalle altre potenze presenti nell’arena internazionale. Gli Stati Uniti si stanno poi per molti versi “europeizzando”: vale a dire stanno sperimentando e cercando di affrontare i problemi derivanti dalla sperequazione sociale, dall’elevata disoccupazione, dalle disuguaglianze economiche che contribuiscono a minare la capacità dello stato di creare i presupposti di stabilità e benessere. Il modello americano non sembra più garantire illimitate possibilità a tutti ma al contrario si rivela essere vulnerabile alla crisi economica, avendo anzi al proprio interno le radici e le ragioni della crisi stessa.

La recessione globale, come tutti i grandi fenomeni strutturali, porterà con sé cambiamenti sistemici i cui effetti potranno essere valutati solo tra alcuni anni. Non necessariamente i mutamenti internazionali andranno nella direzione di un aumento dell’instabilità globale ma anzi potrebbero davvero portare ad una nuova fase “costituente” del nuovo ordine mondiale, in cui gli attori principali potrebbero essere diversi ed in ogni caso assai più numerosi rispetto al passato. L’unipolarità del sistema dovrebbe essere vista dunque come una situazione transitoria, se non altro perché ciò si è sempre verificato nel corso della storia. Non abbiamo ad oggi elementi sufficienti per affermare che non accada anche questa volta.