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25/02/2022
Medio Oriente e Nord Africa, Stati Uniti e Nord America

Stati Uniti e Iran: un Accordo sul Nucleare iraniano

di Elisa Maria Brusca

L’Amministrazione Biden ha ripristinato la deroga alle sanzioni che permetteranno ai Paesi di cooperare con l’Iran su progetti nucleari di carattere civile, è quanto è stato annunciato da due funzionari del Dipartimento di Stato. Ciò avviene in una fase particolarmente delicata per salvare quel che resta sull’Accordo sul Nucleare Iraniano. Tra negoziazioni incalzanti e opportunità perse, la necessità dell’Accordo sul Nucleare Iraniana è sempre più urgente.

L’Amministrazione Biden ha ripristinato la deroga alle sanzioni che permetteranno ai Paesi di cooperare con l’Iran su progetti nucleari di carattere civile, è quanto è stato annunciato da due funzionari del Dipartimento di Stato. Ciò avviene in una fase particolarmente delicata per salvare quel che resta sull’Accordo sul Nucleare Iraniano. Tra negoziazioni incalzanti e opportunità perse, la necessità dell’Accordo sul Nucleare Iraniana è sempre più urgente.

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L’Amministrazione Biden ha ripristinato la deroga alle sanzioni che permetteranno ai Paesi di cooperare con l’Iran su progetti nucleari di carattere civile, è quanto è stato annunciato da due funzionari del Dipartimento di Stato. Ciò avviene in una fase particolarmente delicata per salvare quel che resta sull’Accordo sul Nucleare Iraniano. Secondo le fonti diplomatiche, il Dipartimento di Stato ha inviato al Congresso un rapporto firmato dal Segretario di Stato Antony Blinken, precisando che il ripristino delle deroghe faciliterà i colloqui a Vienna sul ritorno all’Accordo — raggiunto dall’Amministrazione Obama e abbandonato dall’Amministrazione Trump.

Il ritorno alle deroghe

Il Dipartimento di Stato ha chiarito che la deroga non è una concessione per Teheran, né un segnale che l’Accordo potrebbe essere prossimo ma, nonostante ciò, l’iniziativa è intesa come un’azione distensiva per aiutare le negoziazioni che proseguono, tra alti e bassi, a Vienna e, allo stesso tempo, per assicurare la compliance iraniana rispetto agli impegni in tema di nucleare.

Le deroghe attuate sono state progettate anche per avanzare gli interessi di non proliferazione e sicurezza nucleare degli Stati Uniti nonché limitare le attività nucleari dell’Iran. Blinken ha precisato che si tratta di una scelta politica valutata sulla scorta di tali riflessioni e non un quid pro quo per compiacere l’Iran. Sebbene le trattative, che hanno oramai assunto carattere dichiaratamente politico, potrebbero non sfociare in un ritorno all’Accordo sul Nucleare Iraniano, il ruolo delle deroghe rimane fondamentale in quanto contribuiscono a raggiungere l’obiettivo ultimo di non proliferazione.

Le deroghe, precedentemente notificate al Congresso, permetteranno alle compagnie e ai Paesi di continuare a lavorare a progetti nucleari civili. Le attività, secondo quanto spiegato da Blinken, includono la progettazione del reattore iraniano ad acqua pesante Arak, la preparazione e l’implementazione dell’impianto di Fordow per la produzione di isotopi stabili, operazioni, formazione, ulteriori servizi erogati dalla centrale nucleare di Bushehr, e altre iniziative che potrebbero vedere la partecipazione di aziende estere sottratte al rischio di finire sotto l’ampio spettro di sanzioni implementato dagli Stati Uniti.

Tali deroghe non sono un unicum democratico. Anche l’Amministrazione Trump aveva concesso deroghe simili nel 2015 e queste erano rimaste in essere nonostante il ritiro dall’Accordo sul Nucleare Iraniano nel 2018, secondo il razionale che si trattasse di un aiuto per mantenere un occhio vigile sui programmi nucleari civili e ridurre i rischi connessi alla proliferazione nucleare. E tuttavia, le deroghe erano state sospese nel maggio 2020. Pertanto, si potrebbe quasi azzardare che tali deroghe, di carattere tecnico, sono lo status quo nei rapporti tra gli Stati Uniti e Iran.

Il realismo iraniano

Teheran non si fa troppe illusioni. Le deroghe, infatti, non sono percepite come un allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, e d’altronde l’Iran non ne ha richiesto in primis il ritorno. L’unico modo per l’Iran ottenere un allentamento della presa sul fronte sanzioni sarebbe implementare i progetti civili, ciò sarebbe una vittoria eclatante per gli Stati Uniti in quanto costituirebbe una parziale implementazione dell’Accordo sul Nucleare Iraniano. Nonostante questo potrebbe essere il segnale più rassicurante circa un ritorno all’Accordo, potrebbe costituire un errore strategico. Le deroghe sono non tanto un gesto di buona volontà o una concessione all’Iran, ma piuttosto passi tecnici. E per quanto ad alcuni possano sembrare fasi scontate, in realtà questi step sono necessari per garantire che le discussioni per la ricostituzione dell’intesa possano quantomeno non arenarsi a Vienna.

È il tempo delle decisioni politiche

Durante l’ottavo round di negoziazioni, le parti coinvolte hanno anche dichiarato che oramai devono essere prese decisioni politiche, di ciò è consapevole anche l’Inviato Speciale Malley che ha partecipato alle negoziazioni e Enrique Mora, il negoziatore per l’Unione Europea. Sebbene, in seguito alle consultazioni con i rispettivi governi, le trattative siano riprese in settimana, secondo il Portavoce del Dipartimento di Stato le porte per rientrare nell’Accordo si stanno rapidamente chiudendo. In tal senso, rileverebbe poco che gennaio abbia visto le trattative più intense. Ned Price non ha dettagliato la posizione degli Stati Uniti, ma ha dichiarato che per giungere a un accordo è necessario superare l’avanzamento dei piani nucleari. L’opinione rispecchia quella del Segretario di Stato secondo cui le tempistiche per produrre il materiale fissile per la realizzazione di un ordigno nucleare si sono ridotte considerevolmente, riducendosi a poche settimane. È inaccettabile.

Intanto sembra aprirsi un fronte diretto tra le parti per cui il dialogo diretto non è un’opzione remota, fintanto che si raggiunga un accordo valido e forti rassicurazioni, ha fatto sapere Teheran. La stessa ha tuttavia precisato, nel corso di una conversazione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite di non riporre fiducia nella Casa Bianca.

Le nuove fondamenta dell’Accordo

Secondo il quotidiano economico russo Kommersat, i negoziati sono ripresi con la discussione di una bozza di 20 pagine. Si suppone che la bozza potrebbe costituire la pietra miliare su cui celermente edificare il ritorno all’Accordo sul Nucleare. Le 20 pagine, oltre a contenere delle misure da implementare quali la sospensione dell’arricchimento dell’uranio oltre il 5% di purezza da parte dell’Iran, alludono anche allo sblocco dei fondi iraniani in Corea del Sud e al rilascio di prigionieri occidentali detenuti in Iran. Sebbene rimanga aperta la diatriba circa chi, tra Teheran e Washington, dovrebbe fare il primo passo, sembrerebbe che Teheran sia disposta ad accettare il ritorno alla compliance dell’Accordo, nonostante la totalità delle richieste potrebbe non essere accettata. Tra queste, le garanzie richieste dall’Iran circa la stabilità dell’Accordo sono difficili da assicurare, rispetto ai prossimi governi statunitensi. Secondo voci dal Medio Oriente, Teheran sarebbe disposta ad accettare una condizione minore, in caso di un nuovo ritiro statunitense, il Paese tornerebbe ad arricchire uranio fino al 60% di purezza.

D’altronde Ali Khamenei, guida suprema del Paese, potrebbe avvertire pressioni ben più importanti che potrebbero essere alleviate dal ritorno all’Accordo e quindi dal sollevamento delle sanzioni, sebbene questo potrebbe essere graduale e tutt’altro che immediato. La situazione economica per gli Iraniani è sempre più difficile e mal si coniuga con la rigidità della postura iraniana. L’abolizione di tutte le sanzioni americane imposte dall’Amministrazione Trump e il rifiuto di colloqui diretti con gli Stati Uniti a Vienna costituiscono una postura sin troppo costosa da mantenere per un Paese isolato come l’Iran.

La Cina preme sull’acceleratore

Le tempistiche sono accelerate dal governo cinese che dopo una conversazione con l’omologo iraniano, mentre si discute ancora al tavolo negoziale, ha fatto sapere che tutto è pronto per il riavvio dell’Accordo sul Nucleare Iraniano. E tuttavia bisogna rammentare che, per Teheran, Mosca e Pechino non sono alleati affidabili, né l’avvicinamento può essere visto come qualcosa d’altro oltre al tentativo di preoccupare i governi democratici occidentali. Se Teheran divenisse compiutamente un attore nucleare la destabilizzazione dell’area acquisirebbe caratteri ancora più realistici, la cui escalation naturale sarebbe un Medio Oriente nucleare, assolutamente inaccettabile. I media iraniani, poco indipendenti secondo l’accezione occidentale, hanno già cominciato la campagna informativa per diffondere la notizia di un possibile ritorno all’Accordo, nonostante la feroce propaganda degli anni passati.

Gli Stati Uniti potrebbero frenare

La strada non è totalmente in discesa per gli Stati Uniti. Trenta senatori hanno inviato, su impeto del senatore conservatore Ted Cruz, una lettera al presidente Joe Biden in cui chiedono di poter avere l’ultima parola sulle evoluzioni dell’Accordo. L’Iran Nuclear Agreement Review Act (INARA), varato nel 2015, stabilisce, tra le altre cose, che il presidente è tenuto a inviare al Congresso il testo dell’accordo, i relativi materiali e gli allegati entro cinque giorni dal raggiungimento dello stesso. In seguito a ciò, secondo la legge, almeno sessanta senatori devono votare a favore perché l’Accordo con l’Iran torni in vigore a tutti gli effetti. Mentre la diplomazia fa il suo corso, si sono diffuse voci su un nuovo missile iraniano, il Kheibarshekan, la cui gittata si espanderebbe fino a 900 miglia, esponendo al rischio di essere colpiti le basi militari americane e Israele. Finora il Pentagono non ha commentato sugli sviluppi.

La Conferenza sulla Sicurezza a Monaco

I negoziati sull’Accordo sul Nucleare iraniano figurano nell’agenda della Conferenza sulla Sicurezza dove sono convenuti i Paesi più influenti, che saranno raggiunti dalla delegazione europea. A Vienna, le negoziazioni non hanno subito alcun rallentamento. Al contrario Enrique Mora, il diplomatico europeo responsabile del coordinamento delle negoziazioni, ha continuato a lavorare con i diplomatici alla versione finale dell’Accordo, tra cui l’Inviato Speciale statunitense per l’Iran Robert Malley. Il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, che ha preso parte alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha dichiarato che l’Iran è pronto a procedere allo scambio di prigionieri con gli Stati Uniti, chiosando che si tratta di una questione umanitaria non correlata all’esito delle negoziazioni. In riferimento a queste ultime, il ministro degli Esteri è tornato sulla possibilità di tenere colloqui diretti con Washington, a patto che siano compiuti dei passi concreti, come lo sblocco dei beni iraniani tenuti all’estero.

Al contempo, l’incontro tra la vicepresidente Kamala Harris ha incontrato il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz, che si è detto preoccupato dagli sviluppi delle negoziazioni e ha ricordato che, se l’Accordo tornasse in vigore, dovrebbe prevedere un monitoraggio costante da parte dell’Atomic Energy Agency, per assicurare che il programma nucleare iraniano non subisca ulteriori espansioni.

Conclusioni

L’Amministrazione Biden ha promesso di porre fine alle guerre infinite in Medio Oriente, per concentrare tutte le attenzioni sulla Cina, la grande potenza. Inevitabilmente il ritiro o il mancato impegno statunitense apriranno un vuoto che sarà colmato in primis dalla lotta tra sciiti e sunniti e infine tra chi dei due prevarrà. E la posizione iraniana non è scontata.

L’invasione dell’Iraq nel 2003 ha spezzato un equilibrio rilevante nel Medio Oriente perché l’Iraq ha smesso di essere il contrappeso all’Iran rivoluzionario, in quanto lasciato troppo debole. Sin da allora, l’Iran ha potuto espandere la sua influenza nel Medio Oriente in parallelo all’espansione del suo programma nucleare. È doveroso notare che l’Accordo sul Nucleare Iraniano, concluso da Obama, non è propriamente riuscito a limitare le ambizioni iraniane, ma è riuscito a diffondere l’idea che gli Stati Uniti supportassero, in qualche modo, l’egemonia iraniana nella regione. Questa è stata una delle ragioni che aveva spinto l’Amministrazione Trump a recedere dall’Accordo, imponendo la massima pressione attraverso sanzioni esorbitanti tese a rendere impossibile per l’Iran sostenere la sua posizione nell’area. È altresì impossibile non ricordare che l’Amministrazione repubblicana aveva intrapreso ulteriori iniziative per limitare l’Iran tra cui uccidere Qasem Soleimani a capo della Forza Quds nel 2020.

Il tentativo di frustrare l’economia iraniana ha fruttato maggiore discontento interno ma non ha contenuto la posizione iraniana nella regione. Al contrario, l’Iran ha provveduto ad aumentare le tensioni regionali, spingendo a un conflitto sempre più aperto con gli Stati Uniti. In parallelo, scene dagli Stati Uniti come l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021 e il frettoloso ritiro dall’Afghanistan hanno spinto Teheran a dichiarare che il sistema egemonico statunitense, e di riflesso occidentale, non ha alcuna credibilità. Ciò spinge a delle considerazioni. In primis, il ruolo – per quanto defilato – degli Stati Uniti in Medio Oriente è inevitabile. L’implicazione diretta è che nella regione non può regnare alcuna confusione strategica perché sarebbe ordinata dall’Iran e dalle sue forze proxy, se non da altri attori quali la Russia e la Turchia. Poiché il containment non è più una strategia perseguibile dagli Stati Uniti, è necessario che le iniziative diplomatiche proliferino per ridurre i conflitti e diminuire la complessità regionale. In tal senso, un accordo nucleare con l’Iran è il più grande deterrente regionale di cui gli Stati Uniti dispongano allo stato attuale, data la disposizione del sistema internazionale.

Per quarant’anni gli Stati Uniti hanno visto il Medio Oriente come un’area vitale per il proprio interesse nazionale e, pertanto, hanno stretto diverse alleanze per mitigare i rischi di tensioni provenienti dall’Iran, dall’Islamismo o dal conflitto Israelo-Palestinese. Gli Stati Uniti semplicemente non possono lasciare il Medio Oriente senza che un Accordo sul Nucleare Iraniano sia concluso perché non si può lasciare indietro la miccia di un potenziale conflitto altamente rischioso.

Elisa Maria Brusca

Geopolitica.info

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