Stati Uniti, Cina, e la Crisi Finanziaria del 2008. Come il disastro economico ha reso interdipendenti due giganti del sistema internazionale

La Guerra Fredda è terminata, l’Unione Sovietica si è dissolta, e il vecchio ordine internazionale bipolare è stato sostituito da uno ben più complesso ed intricato, in cui la crescita esponenziale del PIL cinese ha aperto un delicato dibattito che ha messo in discussione il ruolo degli Stati Uniti come leader della politica internazionale.

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La crisi finanziaria del 2008 non solo ha mostrato che proprio Washington, la più grande economia mondiale, è vulnerabile, ma soprattutto ha dato la possibilità a Pechino di legarsi sempre di più agli Stati Uniti, dando vita ad una relazione delicata ed interdipendente tra i due paesi che mette a rischio l’intero equilibrio economico globale. La simbiosi economica tra Cina e Stati Uniti si fonda infatti principalmente su una condizione di squilibrio tra esportazioni ed investimenti, che oltre ad essere additata tra le principali cause della crisi finanziaria, dal 2008 in poi si è consolidata. Tra il 2000 e il 2008, le relazioni economiche Sino-Americane sono state caratterizzate dal crescente acquisto di bond americani (American Treasury Bonds – Tbills) da parte di Pechino e dal consumo di beni cinesi dagli Americani, che risultavano estremamente convenienti per via del tasso di cambio fisso dello Yuan cinese.

Ciò ha reso possibile la crescita straordinaria del PIL cinese anno dopo anno, e i due paesi hanno continuato a seguire questa rotta generando una condizione di interdipendenza economica così squilibrata da essere definita da Martin Wolf del Financial Times come una delle cause principali del disastro economico del 2008. Ci si aspettava che la crisi curasse questo rapporto malsano portando la Cina ad affidarsi alla crescita interna piuttosto che alle esportazioni, e quindi a consumare di più e risparmiare di meno.

Di conseguenza, gli Stati Uniti avrebbero ridotto i consumi e incrementato le esportazioni e i risparmi, inducendo la Cina a comprare sempre meno titoli di stato Americani. Tuttavia, gli effetti della crisi finanziaria hanno dissolto qualsiasi proiezione economica, e non solo non hanno curato l’interdipendenza malata tra Washington e Pechino, ma l’hanno addirittura accentuata, rendendo le relazioni economiche Sino-Americane più delicate di prima. Tra il 2007 e il 2010, l’ammontare dei bond Americani nelle mani della Cina è raddoppiato, e oggi la Cina è il paese straniero che possiede il maggior numero di Tbills, secondo quanto riportato dal Dipartimento del Tesoro statunitense.

Questo è accaduto perché Pechino necessita di esportazioni e investimenti all’estero per preservare stabilità domestica e soprattutto per non danneggiare il proprio mercato del lavoro, incentrato sulle attività di esportazione dei prodotti cinesi. Dal canto loro, poi, gli Stati Uniti sono disposti a vendere i loro bond per finanziare il deficit della loro bilancia dei pagamenti, innescando così un circolo vizioso tra i due paesi. Le osservazioni convenzionali della questione accusano principalmente la Cina di competizione sleale con gli Stati Uniti per via del mantenimento del tasso fisso dello Yuan cinese contro il dollaro americano, che avrebbe reso i prodotti cinesi irresistibili agli Americani perché risultavano estremamente economici. Tuttavia, nel 2010 l’Economist ha riportato che a partire dal 2005 lo Yuan cinese ha subito un apprezzamento fronte al dollaro americano, e China Daily lo ha confermato nel 2017. Questo significa che lo squilibrio economico tra Cina e Stati Uniti si è aggravato a causa di fattori indipendenti dal tasso di cambio, e che hanno piuttosto a che fare con le continue esportazioni della Cina verso gli USA e con l’acquisto di prodotti cinesi da parte degli Stati Uniti.

I piani economici post-crisi adottati da Washington e Pechino hanno giocato un altro ruolo fondamentale nella definizione dei rapporti economici Sino-Americani dal 2008 in poi. Il governo cinese ha adottato un pacchetto economico di emergenza di tre milioni di RMB già nel Novembre 2008, e in occasione dell’incontro annuale del National People’s Congress del 2009, Pechino ha annunciato che le misure principali per contrastare la crisi si ponevano la priorità di preservare il mercato del lavoro, in particolare creando nuovi posti di lavoro per i neo-laureati e rafforzando le attività legate alle infrastrutture.

La politica di evitare la disoccupazione ha giocato un ruolo chiave nell’aggravare l’interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti, perché per evitare che milioni di cinesi impiegati nella macchina delle esportazioni perdessero il proprio impiego, Pechino ha deciso di continuare sulla linea della export-led economy puntando sull’esportazione di prodotti dai settori automobilistico, tecnologico e tessile, ovvero quelli da cui proprio gli Stati Uniti attingono di più. Dall’altro lato, il pacchetto post-crisi Americano da 787 miliardi di dollari non è riuscito ad abbattere il deficit della bilancia dei pagamenti, aumentando così la necessità di continuare a vendere titoli di stato, che la Cina ha continuato a comprare. L’avvento della crisi finanziaria ha, dunque, stretto ancora di più la morsa dell’interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti che sussisteva già prima del 2008, e il fatto che le due più grandi potenze economiche mondiali intrattengano un rapporto decisamente insostenibile sul lungo termine ha aperto nuovi dibattiti che vanno aldilà della solita dialettica del passaggio di testimone tra Washington e Pechino della leadership del sistema internazionale.

Sebbene, infatti, né la Repubblica Popolare Cinese né gli Stati Uniti definirebbero la relazione tra i due paesi come un G2 de facto, la loro interdipendenza economica tanto forte quanto insalubre diventa una questione di portata globale, che sempre più studiosi esortano ad affrontare a livello internazionale al fine di evitare un nuovo disastro economico mondiale.