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Spettri e venti di guerra. In Europa si normalizza il conflitto?

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Mentre l’ultimo numero di Foreign Affairs, la rivista dell’organo statunitense Council on Foreign Relations, è dedicato al tema “Does peace have a chance?”, riproponendo le parole di John Lennon e Yoko Ono, in Europa ormai da un paio di settimane si moltiplicano i discorsi che evocano apertamente l’ingresso in guerra contro la Russia e la necessità di dotarsi di una piena autonomia militare.

Ha aperto le danze il presidente francese Emmanuel Macron, che a metà marzo parlando della guerra in Ucraina, ha sostenuto che “la Russia non può e non deve vincere questa guerra”, aggiungendo che non esclude l’invio di truppe francesi sul terreno bellico, soprattutto per evitare il pericolo da più parti evocato che, nel caso di una piena vittoria russa in Ucraina Putin possa varcare i confini europei minacciando le Repubbliche baltiche, la Moldova, la Romania e la Polonia. 

Alle parole di Macron hanno fatto seguito quelle di altri esponenti politici europei di primo piano. Solo quattro giorni dopo, infatti, il belga Charles Michel, Presidente di turno del Consiglio Europeo, ha sostenuto che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra” e che i Paesi europei devono convertire le proprie economie in economie di guerra aumentando le spese militari e facendosi carico di un riarmo sempre più cospicuo. Donald Tusk, premier polacco, durante il venerdì santo ha fatto eco alle parole dei suoi colleghi affermando che “la guerra non è più un concetto del passato” e che occorre dunque prepararsi all’arrivo di una nuova era bellica. Anche l’economista Daniel Gros si è allineato alle dichiarazioni dei politici europei sostenendo che “occorre un cambiamento psicologico, prima che sociale”, per affrontare un nuovo periodo bellico. L’ultima uscita è stata quella del presidente ceco Petr Pavel il quale, allineandosi a Macron sull’invio di truppe sul campo di battaglia, si è fatto ritrarre in video su un jet militare in volo con tanto di Guns ‘n Roses in sottofondo per invocare il coraggio europeo contro la Russia e per ribadire il sostegno dell’Ucraina.

Dunque in Europa si soffia apertamente sui venti di guerra, mentre dagli Stati Uniti – paradossalmente – si ventila l’ipotesi di pace. Occorre sottolineare da dove si era partiti, dovendo comunque considerare l’andamento bellico e l’inefficacia della controffensiva ucraina dello scorso anno: in una prima fase del conflitto, i Paesi Nato avevano assicurato un appoggio militare solo con “armi difensive”, tenuto conto dell’ambiguità di tale termine; in una seconda fase, all’inizio del 2023, si è proceduto con l’invio di 80 carri armati Leopard 2 dalla Germania e di 31 carri Abrams dagli Usa; in una terza fase, a ottobre scorso, si è arrivati all’invio di missili a lungo raggio da parte di Washington, a cui sta facendo seguito in queste settimane una quarta fase, che prevede entro l’estate l’invio di f-16 in supporto all’Ucraina e, appunto, la reiterata possibilità ventilata da più parti dell’invio di truppe sul terreno.

Una parabola discendente che – nella promessa continua di fermare Putin – sta portando inevitabilmente alla normalizzazione della guerra nel panorama europeo. Si tratta di un piano inclinato che – evocato a più riprese, soprattutto negli ultimi tempi – sta preparando la popolazione europea a ciò che gli stessi sondaggi smentiscono apertamente: secondo il sondaggio IPSOS a due anni dal conflitto, solo un terzo degli italiani si dice favorevole all’invio di armi all’Ucraina. In Europa lo spettro della guerra diventa sempre più normalità, peraltro in un clima che – come troppo spesso abbiamo visto ultimamente – tende a spaccare l’opinione pubblica e a vedere opinionisti scagliarsi contro chiunque parli di pace o negoziati tra le parti.  

La tesi di fondo da cui si parte è la necessità di armarsi per fronteggiare il pericolo russo ed evitare che un eventuale crollo del fronte ucraino possa provocare la tentazione russa di espandersi oltre i confini della Nato. Eppure tale premessa dovrebbe trovar conferma in dati fattuali – formali o informali – che, al momento, non appaiono realistici né molto concreti. 

Negli ultimi giorni, dando corpo alla dottrina militare russa, che prevede la difesa del Paese da attacchi contro la sua stessa esistenza, Putin ha fatto delle dichiarazioni, apparentemente in contrasto tra loro ma che possono far intendere una stessa traiettoria: da una parte ha chiaramente sostenuto che la Federazione russa non ha alcun interesse ad attaccare direttamente la Nato. La disparità di forze è talmente evidente – ha fatto sapere il Presidente russo –, con una spesa militare degli Usa dieci volte superiore a quella russa, che per il suo paese non c’è alcuna convenienza da un impegno bellico diretto contro la Nato. Da una parte c’è la forza statunitense, pari al 39% della spesa globale in termini militari, dall’altra quella russa, pari al solo 3,5%. Al tempo stesso ha però ribadito che l’eventuale partenza di F-16 dal suolo polacco verrà ritenuta dalla Russia un obiettivo militare legittimo. Quest’ultimo punto è essenziale, perché spalancherebbe le porte a un’aperta guerra tra la Russia e la Nato in virtù dell’art. 5 del Trattato di Washington.

Siamo entrati in una fase in cui la guerra non è più un tabù, ma viene normalizzata ogni giorno di più e resa un fatto quotidiano, a dispetto della retorica già poco efficace sui 70 anni di pace e delle politiche green che hanno improntato i maggiori investimenti europei negli ultimi anni (di green ci sembra che il riarmo europeo abbia ben poco). Assistiamo invece, sempre di più, all’impossibilità di parlare delle opzioni alternative alla guerra, con un panorama politico che sembra discostarsi ogni giorno di più dalla volontà popolare nel paradosso retorico orwelliano che la guerra serve per assicurare la pace, quasi fosse un destino ineluttabile, mentre la diplomazia tace o viene messa a tacere. Eppure, lo sappiamo almeno dai tempi di Von Clausewitz, la guerra rappresenta lo scontro tra due volontà che non trovano una soluzione diplomatica, meno costosa. Non che la dotazione di armamenti non serva (ovvio che così non è e sarebbe ingenuo pensarlo), ma un conto è evocare tale necessità per perseguire l’interesse nazionale, altro conto è ritenere che la guerra sia l’unica opzione sul tavolo, quasi fosse un inevitabile destino, senza voler considerare la possibilità della leva diplomatica come si sta facendo da troppo tempo. 

C’è ancora tempo per evitare di varcare quella soglia cromatica che fa presagire un futuro tetro per i Paesi europei e la stabilità del sistema internazionale.

Alessandro Ricci

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