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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaSpeciale – Negoziato sul JCPOA

Speciale – Negoziato sul JCPOA

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Il Piano d’Azione congiunto globale del 2015 (JCPOA nel suo acronimo inglese, internazionalmente diffuso) rappresenta la realizzazione del Piano d’Azione congiunto iniziato nel 2013. Oltre ad essere il primo accordo sottoscritto fra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti (ed altri), esso rappresenta un momento di svolta nella postura internazionale dell’Iran per il suo vero significato, legato non alle attività nucleari in sé ma all’identità stessa della Repubblica Islamica. 

Il Piano d’Azione è conosciuto in Iran come “Barjam”, in specifici contesti come “Barjam 1”. L’indicazione numerale indica proprio la specificità del contenuto dell’accordo, che molti in Iran non riconducono al solo testo sottoscritto nel 2015, ma al significato di una riapertura alla negoziazione con la Comunità internazionale auspicata sin dalla Presidenza Khatami nel 1997 ed i cui confini sono vasti. La portata dell’intesa che l’Iran ha sottoscritto con il resto del mondo (ma soprattutto con gli Stati Uniti) riguarda in realità la concezione che la Repubblica Islamica ha di sé e della sua azione, consacrata nella sua Carta Fondamentale in diversi articoli. La portata di questi articoli è rivoluzionaria, siccome la Repubblica Islamica asserisce di essere tale (انقلابی , enghelabi).

Le riforme possibili sono vastissime e richiedono passi successivi nel tempo. In effetti lo stesso Khatami ed altri, fra i quali si può menzionare Hashemi Rafsanjani, hanno nel tempo portato avanti una serie notevole di riforme tanto sociali quanto economiche evidentemente volte a scardinare alcuni principi che erano stati fissati già nel periodo del “primo khomeinismo”, conclusosi con la fine della guerra con l’Iraq nel 1988, quali la riduzione della presenza straniera in economia, che costituiscono il “nocciolo duro” del Khomeinismo. Il processo instaurato da Khatami inaugurerà un periodo che si ricorderà come “movimento 2 di Khordād”. Questa serie di riforme, per quanto di notevole portata nel contesto nel quale furono concepite, non è però che una massa di singoli provvedimenti alla quale è mancata una sistematicità, ed ai quali Governi di ispirazione più conservatrice si sono opposti con contro-riforme di ampio respiro.  

Il “Barjam” rappresenterebbe quindi il primo passo di una serie di accordi di portata globale volti a ridisegnare il posto di Teheran nel mondo, trovando nel nucleare un pretesto funzionale. La funzione del primo Barjam del 2015 sarebbe stata quindi quella di permettere un rientro dell’Iran nel contesto finanziario internazionale. A confortare le prospettive di riuscita, il fortissimo appoggio riformatrice di milioni di iraniani, in un Paese con caratteristiche culturali molto specifiche.

Riforme legislative di notevolissima portata, soprattutto di carattere finanziario (potrebbe citarsi a questo proposito la volontaria adesione ai principi FATF contro il riciclaggio di denaro) proposte e solo in parte realizzate dall’Esecutivo Rouhani avrebbero avuto funzione di garanzia sulla buona fede di Teheran, che infatti non ha mai violato i termini dell’Accordo almeno sino al ritiro unilaterale degli Stati Uniti.

L’uscita statunitense e la reimposizione di sanzioni unilaterali ha tuttavia impedito l’implementazione del Barjam, ed ha quindi lasciato l’Iran in enormi difficoltà dal punto di vista finanziario, ha esposto la figura della Guida Suprema di fronte alla necessità di appoggiare quella classe di ultraconservatori (a lei più affini) che hanno criticato l’umiliazione subita dal Paese ed in definitiva aperto la strada al successo elettorale schiacciante dei conservatori, che domineranno la scena politica persiana nel prossimi anni.

I Barjam 2 e 3, quindi, che secondo taluni avrebbero dovuto riguardare le politiche regionali persiane, la proiezione militare nell’area del Mediterraneo orientale e le riforme di carattere sociale, sono rimasti progetti senza prospettive.

L’Amministrazione Biden ha tuttavia dimostrato di voler riaprire i negoziati e riammettere l’apertura di trattative. La risposta di Teheran, negli ultimi mesi di vita di un Governo Rouhani che cederà presto il passo ad un ultraconservatore, è però quella di sottolineare la validità del JCPOA, e di chiedere quindi che siano in primis gli Stati Uniti a onorare i propri impegni. La prospettiva statunitense è però quella di voler definire un accordo nel quale siano ricomprese anche le attività militari missilistiche, che dal 2013 al 2015 erano state mantenute con cura al di fuori dell’ambito di applicazione dell’Accordo.

Sono stati quindi riaperti dei round di colloqui con l’Iran, ai quali gli Stati Uniti partecipano a latere ed attraverso un inviato speciale.

Svariati eventi succedutisi durante questo nuovo ciclo di negoziazioni fanno pensare ad un effettivo desiderio di giungere ad una quadra, ma lo spettro del nuovo Governo entrante ed una serie di altri elementi regionali rendono la negoziazione difficile.

Geopolitica.info seguirà i diversi round di negoziazione su base giornaliera, attraverso la lettura in lingua dei principali canali di comunicazione persiani accompagnata da un’analisi del contesto.

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