[SPECIALE Geopolitica e Serie TV] Determinismo e territorializzazione in “The man in the high castle”

The man in the high castle è una serie televisiva prodotta da Amazon studios e ambientata negli stati uniti del 1962, in una realtà fittizia in cui a vincere la Seconda guerra mondiale sono la Germania e il Giappone.

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Determinismo e territorializzazione

La teoria politica, presente in tutti gli affari umani, si basa sulla distinzione tra libero arbitrio e determinismo geografico. Secondo il libero arbitrio, il destino degli uomini è determinato esclusivamente dal loro agire e dalla loro volontà, prescindendo quindi da fattori esterni come la natura o le divinità. Secondo il determinismo geografico, invece l’uomo è influenzato dal luogo in cui nasce e vive, quindi il suo agire non dipende esclusivamente dall’individuo, ma anche da fattori esterni, in questo caso la natura. La collocazione geografica può spesso plasmare le opportunità di una civiltà, attraverso la disponibilità di risorse e confini spaziali che determinano valori culturali, codici morali, istituzioni e persino le strategie politiche. Possiamo fare quindi, secondo i deterministi, una miriade di scelte ma molte di queste sono definite dal territorio in cui ci troviamo.

Uno dei primi a parlare di determinismo geografico fu Tacito nello scritto Germania, dove descrive lo stile di vita dei popoli germanici, i loro costumi, la loro organizzazione, facendo un paragone implicito con la cultura romana. Dallo scritto emerge una distinzione delle strutture corporee tra le popolazioni orientali e quelle occidentali. Più precisamente Tacito scrive che le popolazioni orientali presentavano caratteristiche più “mollicce” rispetto alle popolazioni occidentali poiché la temperatura mite non comportava un senso di adattamento al cambiamento climatico, contrariamente a quanto accadeva in occidente, dove i popoli subivano repentini cambiamenti stagionali dovendo adattarsi velocemente. In questo caso inoltre la Germania è anche l’elemento correlativo fra Tacito e Ratzel, poiché anche quest’ultimo, padre della geopolitica, sosteneva nei suoi scritti che lo Stato è un organismo vivente radicato nel territorio, la cui geografia è costante e ne determina l’interesse nazionale. Lo “spazio vitale” ratzeliano vuole che la relazione organica di uno Stato con il proprio ambiente e con le proprie energie vitali predetermini la veste istituzionale, i codici morali o culturali e gli interessi istituzionali.

George Friedman, geopolitico statunitense, dal canto suo sostiene che la geopolitica si fonda su due assunti: il primo è che la comunità (vasta gamma di formazioni politiche nelle quali gli esseri umani si organizzano) viene definita dal luogo in cui ci si trova. Il secondo è che il sistema geopolitico è prigioniero della realtà geografica che plasma le decisioni dei leader. A questo punto per il geopolitico il leader diviene una figura importante solo in funzione della retorica poiché quest’ultima può spingere la comunità ad essere coesa e efficiente per combattere le ostilità.

La Guerra del Pacifico

L’esempio della guerra del Pacifico tra Stati Uniti e Giappone ci fa comprendere appieno il determinismo geografico, il quale costringe e veicola numerose decisioni delle persone al potere. Infatti, secondo Friedman, lo scontro tra giapponesi e americani si sarebbe verificato indipendentemente da chi era al potere tra le due potenze. Partendo dal presupposto che il Giappone non dispone di grandi risorse naturali, il Paese può esistere come potenza industriale solamente importando tali risorse; infatti nel 1941 importava dall’Indocina gran parte delle risorse di cui aveva bisogno, ma le rotte commerciali correvano lungo l’arcipelago delle Filippine sotto il controllo statunitense. Il dominio giapponese su quei territori gli garantiva maggiore indipendenza rafforzando la propria autorità in quell’area, ma per farlo doveva occupare quella regione minando la sicurezza statunitense.

In precedenza il Giappone stipulò, intanto, un contratto con Amsterdam e Parigi che facilitava l’importazione delle materie prime dall’Indocina (Francese) e dall’Indonesia (Olandese).                     L’invasione tedesca nei confronti delle due potenze coloniali mise, secondo i Giapponesi, in crisi l’accordo perché rendeva incerto il destino dei due paesi e fu per questo che il Giappone fu costretto a conquistare quei territori. Gli americani di conseguenza giocarono la carta diplomatica, sospendendo di fatto il 90% dei rifornimenti petroliferi e ferrosi. Gli USA fecero intendere che avrebbero strangolato l’economia giapponese, se questi avessero manifestato forme di aggressione. I Giapponesi non potevano permettere agli Stati Uniti di impadronirsi anche delle risorse indonesiane, al contrario Tokyo avrebbe dovuto conquistare prima le Filippine, da dove gli americani, possedendo basi strategiche, potevano realmente soffocare l’economia nipponica. Al Giappone non restava, dunque, che distruggere la flotta americana facilitando la politica espansionistica sul Pacifico arrivando così all’idea di Pearl Harbor. Quando i Giapponesi attaccarono Pearl Harbor gli americani non erano pronti al conflitto in quanto la loro flotta era impegnata sull’Atlantico. Infatti i piani statunitensi prevedevano che la prima fase del conflitto sarebbe stata vinta dai Giapponesi e, solo quando l’industria americana avrebbe cominciato a sfornare le nuove navi da guerra, sarebbero stati in grado di contrattaccare. In questo contesto geopolitico i due leader, Roosvelt e Hirohito, non potevano comportarsi diversamente, perciò Friedman sostiene che chiunque vi sia stato al vertice si sarebbe comportato allo stesso modo non avendo altre scelte se non adattarsi al determinismo geografico. I leader di successo, infine, devono comprendere i limiti entro i quali devono operare perché uscirne al di fuori significherebbe far ritrovare un’intera nazione con “l’acqua alla gola”.

Dunque il potere non consente ai leader di comportarsi in modo arbitrario ma li spinge a comprendere gli spazi strategici.

E se la guerra l’avessero vinta i giapponesi?

La seconda guerra mondiale finisce con l’occupazione della Germania da parte degli alleati (in Europa), e con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (nel Pacifico). Finisce così il più grande conflitto armato della storia che stima tra i 55 e i 60 milioni di morti in tutto il mondo. Ma se gli americani non fossero stati in grado di arrestare l’avanzata tedesca in Europa e l’espansionismo giapponese sul Pacifico, quali sarebbero stati le conseguenze, come sarebbe cambiata la geografica politica sul suolo statunitense invasa a ovest dai giapponesi e a est dai nazisti?

The man in the high castle, una serie televisiva prodotta da Amazon studios, è ambientata negli Stati Uniti del 1962, in un passato alternativo statunitense, dal momento che l’esistenza della nazione a stelle e strisce è stata compromessa dall’occupazione dei nazisti dalla costa est fino alle montagne rocciose e dai giapponesi, che hanno invaso il territorio dalla costa ovest alle montagne rocciose. Le potenze dell’asse, vinta la guerra, si sono spartiti così il bottino e hanno costruito tra loro una sorta di cuscinetto chiamato zona neutrale, una zona che non appartiene dunque a nessun paese, nella quale, come si vede nella serie, numerosi ex statunitensi scappano non sentendosi appartenenti alla cultura degli occupanti.

La territorializzazione degli occupanti

Ben visibile in “The man in the high castle” è il processo di territorializzazione compiuto dai nazisti e dai giapponesi: infatti il regista mostra bene come cambia il territorio americano e come i nuovi arrivati plasmino il territorio secondo la propria cultura. Vediamo infatti come cambiano le infrastrutture, gli uffici amministrativi, i ministeri, ma anche le piazze, i negozi, le pubblicità: tutto è prettamente costruito e forgiato attraverso la cultura degli invasori. Il processo di territorializzazione è infatti un processo di appropriazione dello spazio, intellettuale e materiale. Il territorio, in politica, è definibile come lo “spazio organizzato” dalla società. Attraverso la “produzione” di territorio, la società “controlla” (o almeno tenta di controllare) lo spazio e l’ambiente. Il territorio non è quindi qualcosa di casuale o di naturale, ma l’esito di scelte intenzionali operate dall’uomo, che in geografia sono riassunte dal concetto di “territorializzazione”. In sostanza quindi la territorializzazione è un antropizzazione dello spazio, in cui lo spazio è in una condizione di anteriorità rispetto al territorio e lo precede. L’uomo quindi prende lo spazio e lo trasforma, lo plasma secondo un progetto politico, in cui alla base c’è una tradizione, una cultura di riferimento. Non esisterebbe politica infatti se non ci fosse una cultura di riferimento, sulla quale si costruiranno dei progetti politici. Il processo di territorializzazione in geografia avviene attraverso tre tipi di atti territorializzanti: 1) La reificazione: il controllo materiale del territorio, la sua trasformazione attraverso interventi tangibili e visibili (infrastrutture, insediamenti, campi coltivati, ecc.); 2) La strutturazione: il controllo organizzativo e funzionale del territorio, attraverso l’attribuzione ai diversi elementi di precise funzioni, relazioni e gerarchie. La strutturazione riguarda anche l’organizzazione della società sul territorio; 3) La denominazione: il controllo simbolico del territorio, attraverso l’attribuzione di significati, nomi, valori ai luoghi e agli elementi dello spazio.

Processo importantissimo e vitale per una cultura è il controllo simbolico, che trasforma lo spazio in un prodotto culturale, difatti l’appropriazione avviene soprattutto attraverso la denominazione, dare il nome ad una strada o a qualsiasi infrastruttura significa aver conquistato, dominato.

I paesaggi americani trasformati dai nazisti

Tutto questo è molto ben visibile nella serie tv di Frank Spotnitz, che è riuscito pienamente a trasformare il territorio americano spesso anche in maniera maniacale, non lasciando nulla al caso, descrivendo scrupolosamente l’ambiente in cui si svolge la serie.

Nella costa ovest, giapponese, le vicende sono ambientate prevalentemente a San Francisco, e fatta eccezione per il Golden Gate Bridge, la città americana è quasi irriconoscibile. Il palazzo più importante è il ministero del commercio, costruito totalmente su influenza giapponese, come del resto tutta la città, dove le luminescenti pubblicità della Coca-cola e delle più importanti aziende capitalistiche sono soppiantate da scritture giapponesi, spesso criptiche per gli abitanti statunitensi che diventano quasi allogeni della propria nazione. Infatti le strade, i negozi, i mercati e i trasporti sono frequentati più dai giapponesi immigrati che dagli ex statunitensi, i quali si ritroveranno anche in una posizione di svantaggio a livello giuridico rispetto ai “giap”, per usare il gergo con cui vengono chiamati dai bianchi americani. Per fare un esempio, in uno stato in cui c’era il libero commercio delle armi, con il controllo giapponese, possono essere vendute solamente alla popolazione nipponica. Perfino l’architettura e l’arredamento delle infrastrutture ne risentiranno dell’influenza nipponica, il ministero del commercio per esempio (ripreso frequentemente) ha un arredamento e una struttura tipicamente giapponese, all’interno vediamo infatti le classiche porte scorrevoli, l’uso di fogli di carta di riso come divisori delle stanze, materiali naturali tipici come bamboo o ciottoli di fiumi. Il tutto è stato plasmato secondo la loro cultura e secondo il loro progetto politico, ovvero: la conquista del territorio e la trasformazione del paesaggio americano secondo la nuova cultura presente, importante poi per un discorso di appartenenza della nuova popolazione.

Stessa scena la ritroviamo nell’altro versante occupato dai tedeschi. La zona est sembra infatti più la Berlino nazista che una qualsiasi città americana. Anche se la zona tedesca è ripresa di meno rispetto a quella giapponese, possiamo ammirare la monumentalità degli edifici, soprattutto amministrativi, e la presenza di svastiche e stemmi della Germania nazionalsocialista su tutto il territorio. L’ambiente in cui si vive e ancor di più l’architettura utilizzata, erano importanti per il Fuhrer poiché era utile alla diffusione dell’ideologia del regime nazista e alla celebrazione della grandezza e della potenza della nazione. Quindi Hitler ricostruendo e trasformando il nuovo territorio conquistato, porta la sua architettura che sarà importante anche in questo contesto per il suo progetto politico ideologico. Anche in questo caso, le pubblicità non servono più a diffondere i marchi del capitalismo americano, ma sono utilizzate per celebrare e diffondere le ideologie del regime. Dovunque sono presenti svastiche naziste affiancate a stemmi della Germania nazionalsocialista, spesso di dimensioni colossali a scopo intimidatorio o volto a magnificare la propria grandezza.