Spazio: ultima frontiera

Le tre missioni lanciate sul finire del mese di luglio (Emirati Arabi Uniti, Cina, Stati Uniti) inaugurano una nuova fase dell’esplorazione interplanetaria. Sebbene la nuova Corsa allo Spazio sembri essere caratterizzata da una crescente «democratizzazione», essa rimane una delle chiavi di lettura del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, mentre il continuo deterioramento dei rapporti tra Washington e Pechino richiama lo «spettro» della Guerra Fredda.

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Tre missioni su Marte

Lo scorso 30 luglio alle ore 13:50 italiane è ufficialmente partita la missione Mars 2020della NASA, con il lancio del razzo Atlas V, il quale dovrà trasportare il rover Perseverance per un viaggio di circa sei mesi e mezzo in direzione del pianeta rosso. La destinazione specifica di Perseveranceè il cratere Jezero, che un tempo era un lago, e che quindi, secondo gli addetti ai lavori, potrebbe essere un luogo particolarmente adatto per la ricerca di segni di vita passata su Marte. Oltre a scattare (in maniera analoga al rover Curiosity, operativo dal 2012) immagini della superficie marziana, Perseverance dovrà anche raccogliere campioni da conservare in apposite provette in titanio, pensate per resistere per un periodo di circa 20 anni, in attesa di una nuova e piuttosto complessa missione in grado di portare i campioni sulla terra per essere studiati più da vicino.

Il lancio della NASA ha chiuso un mese di luglio particolarmente caldo per quanto riguarda l’esplorazione spaziale. Complice la distanza ottimale tra la Terra e Marte in questo periodo, altre due missioni sono state lanciate da altrettante nazioni, nel giro di undici giorni. La prima, il 19 luglio, su iniziativa degli Emirati Arabi Uniti, ha segnato l’ingresso del piccolo paese nel ristretto club di stati impegnati nell’esplorazione interplanetaria. Il fatto che paesi come gli Emirati Arabi si impegnino in missioni come questa è indicativo della crescente “democratizzazione” di uno Spazio che non è più appannaggio delle sole superpotenze, ma di un numero crescente sia di attori statali che di attori non statali.

La Emirates Mars Mission consiste nel lancio in orbita di una sonda, chiamata Al Amal (Speranza in italiano), che avrà tra le sue principali mansioni quella di osservare complessivamente fenomeni meteorologici che interessano il pianeta rosso, e fornire dati potenzialmente cruciali per eventuali future missioni con veri e propri esseri umani.

Pochi giorni dopo, il 23 luglio, con il lancio del razzo «Lunga Marcia 5» è partita anche la missione Tianwen-1 (“ricerca della verità celeste”) della Cina. Si tratta di una missione piuttosto complessa per Pechino che, a nove anni di distanza dal fallimento della prima missione “marziana” della Cina, sta ora realizzando l’obiettivo di spedire una propria sonda in orbita intorno al pianeta rosso e un rover sulla superficie marziana, con finalità scientifiche simili a quelle degli altri paesi coinvolti nello studio del pianeta Marte.

La “nuova” corsa allo Spazio

La corsa allo Spazio è senza dubbio una delle chiavi di lettura del confronto strategico tra Stati Uniti e Cina, in special modo se la si inserisce nel più ampio contesto di quella che è, invece, la corsa alla supremazia tecnologica tra le due superpotenze. Forte del proprio sviluppo economico, negli ultimi decenni la Cina ha cominciato a investire ingenti quantità di denaro nel proprio programma spaziale, arrivando nel 2013 a diventare il terzo paese in assoluto (dopo USA e Russia) a far atterrare con successo un Rover sulla Luna. Un punto di svolta è stato invece raggiunto nel gennaio del 2019, con l’atterraggio dello Yutu-2 sulla «faccia nascosta della Luna», l’emisfero non osservabile dalla Terra del nostro satellite naturale. Si è trattato di un evento senza precedenti, che ha di fatto portato alla riapertura di una nuova corsa allo spazio, dopo cinquant’anni dall’allunaggio. Tale situazione è confermata anche dal lancio di Tianwen-1 e dall’intenzione di mandare in orbita una stazione spaziale permanente interamente cinese entro la fine del prossimo anno. Contestualmente, gli Stati Uniti stanno pianificando di riportare astronauti sulla Luna con una nuova missione nel 2024, come primo passo in vista di future missioni su Marte. È proprio il pianeta rosso l’ultima frontiera dell’esplorazione spaziale, e sembra a tratti ricoprire una dimensione “simbolica” per il confronto tra Cina e Stati Uniti, se vogliamo, simile a quella ricoperta dalla Luna durante la Guerra Fredda.

La chiusura dei consolati

Non è un caso, quindi, che a poche ore di distanza dal lancio di Tianwen-1 da parte della Cina, Washington abbia ordinato la chiusura del consolato cinese a Houston, in Texas, città vicino alla quale è situato il Lyndon B. Johnson Space Center, motivando questa scelta con l’accusa, rivolta alla parte cinese, di portare avanti attività illecite come spionaggio industriale e furto di proprietà intellettuale americana.

Non si è fatta poi attendere la risposta del governo cinese, anche in virtù della necessità di non mostrarsi mai debole o titubante in situazioni analoghe. Oltre a negare le accuse, Pechino ha quasi immediatamente ordinato la chiusura del consolato americano a Chengdu, nel Sichuan, sede diplomatica di riferimento per la Cina orientale, che include le regioni di Tibet e Xinjiang.

L’importanza dello Spazio nel confronto strategico USA – Cina

Non dobbiamo dimenticarci che, oggi come cinquant’anni fa, la corsa allo Spazio è alimentata non solo e nemmeno principalmente dal desiderio di effettuare scoperte pionieristiche per il progresso dell’umanità, ma soprattutto da motivi che riguardano gli interessi squisitamente “terrestri” delle nazioni. Lo spazio offre numerose opportunità di carattere diplomatico ed economico, grazie ai rapporti di collaborazione che si vengono a creare tra gli stati. Pechino, ad esempio, negli ultimi anni ha sfruttato abilmente questi legami per accrescere la propria presenza nel “mercato spaziale internazionale”, esportando tecnologie e servizi. L’obiettivo di lungo periodo è quello di togliere agli Stati Uniti la leadership nel settore, anche se l’attuale divario che separa i due stati lo rende un traguardo ancora piuttosto lontano nel tempo – non dimentichiamoci che molto di quanto la Cina sta tentando di perseguire nella corsa allo spazio si basa su obiettivi che gli Stati Uniti si sono già prefissati da tempo, e rispetto ai quali sono ben più avanti della Repubblica Popolare Cinese.


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Le opportunità offerte dallo spazio, ovviamente, non sono solo di carattere economico. Quello spaziale è a tutti gli effetti un dominio strategico, e l’attenzione delle due superpotenze nei suoi confronti è cresciuta costantemente negli ultimi anni. Obiettivo di rilievo per la Cina è quello di sfruttare la natura asimmetrica della space warfare, in maniera del tutto analoga alla cyber warfare, per controbilanciare la superiorità militare convenzionale degli Stati Uniti in situazioni di conflitto. Washington è ben consapevole di quanto le proprie risorse spaziali siano vulnerabili a minacce di tipo asimmetrico. Come riportato lo scorso anno dalla Comissione sulla revisione delle relazioni economiche e di sicurezza tra Stati Uniti e Cina, le operazioni marittime, aeree e terrestri degli Stati Uniti dipendono largamente dalle capacità offerte dalle risorse spaziali (comunicazione, osservazione, navigazione e possibilità di effettuare attacchi di precisione), e sarebbe molto più conveniente, per gli avversari degli Stati Uniti, minacciare queste risorse piuttosto che le capacità terrestri che ne derivano. Per Washington si tratta, quindi, di preservare la propria “supremazia spaziale” e difendere tali risorse. Proprio da questa necessità è stata spinta la decisione del governo americano di istituire la United States Space Force (dicembre 2019), il sesto servizio delle forze armate statunitensi.