Spazio nero. La corsa spaziale africana all’ombra della rivalità tra Washington, Mosca e Pechino

Sono passati 22 anni dal lancio del primo satellite africano, l’egiziano NileSat 101, che nel 1998 aprì ufficialmente la corsa africana allo spazio aperto. Da allora 11 paesi del continente hanno lanciato altri 41 satelliti e hanno avviato singoli programmi spaziali nazionali, registrando risultati sensibilmente diversi tra loro. Nonostante la star industry africana sia arretrata rispetto a quelle delle grandi star powers, questo mercato, secondo l’African Space Industry Report 2019, vale oltre 7 miliardi di dollari, che dovrebbero aumentare fino a 10 miliardi nel 2024. Il dinamismo di alcuni paesi africani nel mercato aerospaziale ha offerto importanti opportunità alle maggiori potenze stellari, come la Cina, la Russia e soprattutto gli Stati Uniti, che vantano un’esperienza consolidata nel campo della costruzione di satelliti e vettori, delle tecnologie spaziali e dell’addestramento specializzato.

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Gli Stati Uniti

Gli Stati Uniti e le imprese private americane hanno mostrato scarso interesse per le iniziative spaziali africane, iniziative che potrebbero ridare slancio alle relazioni commerciali bilaterali tra Washington e i paesi del continente che nel 2018 erano ferme a 40 miliardi di dollari contro i 185 miliardi di quelle sino-africane registrate nello stesso anno. Inoltre, l’importante ruolo che i satelliti rivestono per la sicurezza e per la libertà di informazione in un continente dove il 61% della popolazione non ha accesso alla rete, aiuterebbe Washington, se entrasse con decisione in questo mercato, ad accrescere la propria influenza politica in Africa. È stato lo stesso amministratore della NASA, Jim Bridenstine, ad avvertire il Congresso statunitense, il 23 settembre 2020, che la supremazia spaziale statunitense sarebbe seriamente messa a rischio a causa del dinamismo dei competitor stranieri nei mercati aereospaziali dei paesi emergenti. Nel caso specifico Bridenstine si è riferito alla Cina che ha recentemente firmato un accordo con il Kenya per il finanziamento, dal valore superiore al miliardo di dollari, e la costruzione di una stazione spaziale condivisa che dovrebbe entrare in funzione nel 2022.

La Russia

La Russia ha dimostrato un crescente interesse per l’industria aereospaziale africana, ritagliandosi ampie quote di mercato anche in paesi a forte influenza straniera come l’Angola, per conto della quale nel 2017 ha lanciato il suo primo satellite. Le autorità russe tramite l’agenzia TASS hanno dichiarato, nel giugno 2019, che sono in atto negoziati con imprecisati paesi africani in merito alla costruzione di stazioni terrestri del Global Navigation Satellite System (GLONASS), l’alternativa russa al GPS americano, al Beidou cinese e al sistema europeo Galileo. Altre compagnie spaziali russe hanno investito nel continente, come ad esempio la Sputnix e la GK Launch Services, sussidiaria dell’agenzia statale ROSCOSMOS specializzata nei lanci commerciali dei Soyuz-2, che hanno firmato lo scorso anno un accordo tripartito con la compagnia aereospaziale tunisina TELNET. L’accordo prevede il lancio di ben 30 satelliti dal 2023 per lo sviluppo di una rete di Internet of Things nazionaletunisina. Interessante è senza dubbio anche la continua ricerca di Mosca di nuovi mercati di sbocco per i suoi prodotti e servizi del settore aereospaziale, come hanno dimostrato le attenzioni del paese euroasiatico per il Russia-Africa Summit e le dichiarazioni dell’ambasciatore russo presso le Seychelles, Artem A. Kozhin, al momento della presentazione delle credenziali, lo scorso marzo. Kozhin ha infatti svelato, come riportato da african news, che la Russia intende “iniziare a cooperare  con le Seychelles nel campo dell’esplorazione spaziale accrescendo allo stesso tempo l’impegno russo nella ricerca scientifica in diversi settori che riteniamo potranno essere utili anche alle Seychelles per raggiungere i propri obiettivi spaziali”(TdA).

La Cina

La Cina è sicuramente il paese che sta investendo di più nel mercato spaziale africano, forte anche di saldi rapporti commerciali e politici che la legano alle maggiori potenze africane. Il paese asiatico infatti, considerando i satelliti alla stregua di infrastrutture, ha integrato gli investimenti spaziali e satellitari nella Belt and Road Initiative(BRI), il progetto di investimenti infrastrutturali cinesi finalizzato a rafforzare il ruolo commerciale della Cina nel globo. Pechino, dall’inizio del nuovo millennio, ha finanziato il programma spaziale egiziano con 99 milioni di dollari; ha acquistato, attraverso la China Great Wall (l’unica compagnia autorizzata dal governo cinese ad effettuare lanci commerciali, realizzare sistemi satellitari e ad intraprendere partenariati nel settore delle tecnologie spaziali) una quota azionaria di 550 milioni di dollari della NIGCOMSAT, l’ente statale nigeriano incaricato della politica satellitare del paese, divenendo così parte attiva del programma spaziale nigeriano; ha supportato Addis Abeba nel lancio, avvenuto lo scorso 20 dicembre, e nella realizzazione del satellite ETRSS-1 (adibito al monitoraggio climatico e ambientale) dalla base cinese di Taiyuan. Sono solo alcuni degli investimenti che la Cina ha effettuato nel comparto space-tech degli stati africani. In un’intervista dell’11 ottobre 2020 Julie Klinger, docente presso l’università del Delaware, ha dichiarato al South China Morning Post che ad oggi “venti governi africani hanno una qualche forma di collaborazione documentata in campo spaziale con la Cina”(TdA). La Cina ha scelto un modello di intervento basato sul finanziamento diretto di progetti spaziali locali a cui poi partecipa nella fase di ricerca, sviluppo e lancio, contrapponendosi al modello russo che si basa, al contrario, su investimenti dei paesi africani riversati su progetti spaziali di Mosca. Per ora, come spiega la Klinger, La Cina è “il paese che ha offerto la tecnologia migliore al prezzo più competitivo, e il modello di finanziamento più favorevole è quello che ha maggiore possibilità di avere successo in Africa” (TdA). Nonostante il vantaggio guadagnato sui rivali, la Cina non è riuscita a conquistare una posizione di monopolio nel continente, incalzata da competitor intraprendenti come la Russia, ma anche la Francia e il Giappone.

I casi del Sudafrica e della Nigeria

Le innovazioni nel campo della tecnologia satellitare hanno ridotto i costi di progettazione, produzione e assemblaggio dei satelliti, consentendo ai paesi africani di entrare autonomamente in questo mercato e di partecipare a lanci orbitali con piccoli e medi apparecchi di propria produzione. Tra tutti i paesi dell’Africa subsahariana, quelli che ad oggi hanno riscontrato maggiori successi nel campo aereospaziale sono il Sudafrica e la Nigeria.

Il Sudafrica è stato il primo paese africano a rendersi soggetto attivo nell’esplorazione spaziale, fin dall’alba della space age. Tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso la stazione di Hartebeesthoek, nel nordovest del paese, ha tracciato centinaia di missioni spaziali straniere ed è stata la prima, nel 1965, a ricevere immagini della superficie di un pianeta extraterrestre, quelle di Marte. Dal lancio del suo primo satellite, il Sunsat, nel 1999 i governi sudafricani si sono prodigati nel promuovere l’esplorazione spaziale e nel creare un sistema satellitare nazionale. Responsabile del lancio del Sunsat e dei satelliti che seguirono fu il satellite development research programme dell’università di Stellenbosch. Molti dei ricercatori del prestigioso ateneo sudafricano sono poi stati protagonisti della fondazione della South African National Space Agency (SANSA), nel 2010, ente che si è dimostrato un partner affidabile per le potenze continentali e non. Un esempio dell’importante ruolo del Sudafrica nel contesto della politica spaziale multilaterale è quello del Square Kilometre Array (SKA) project un progetto internazionale che prevede la costruzione del più grande radiotelescopio al mondo, con impianti in Australia e, appunto, in Sudafrica.

Come affermato dalla CNN in un articolo del 6 aprile 2016, anche il programma spaziale nigeriano “is not a joke”. La National Space Research and Development Agency (NASRDA), l’agenzia spaziale della Nigeria, si è prefissata obiettivi importanti, come l’invio nello spazio di un astronauta entro il 2030 e l’implementazione di nuove generazioni di satelliti che si aggiungeranno a quelli già in orbita, destinati all’analisi dei dati climatici per il miglioramento della resa agricola, all’individuazione degli ostaggi di gruppi terroristici e alla creazione di network di comunicazione. Il presidente Muhammadu Buhari ha rilanciato l’industria aereospaziale del paese puntando anche sulla cooperazione con le potenze spaziali emergenti del continente, come nell’ambito dell’African Resources Management Constellation (ARMC), l’ambizioso progetto di monitoraggio satellitare delle risorse continentali africane che vede protagoniste la Nigeria, il Kenya, l’Algeria e il Sudafrica. Le potenzialità del settore aereospaziale nigeriano hanno inoltre attirato l’interesse delle star powers mondiali. Da quando il governo del nazionalista Olusegun Obasanjo fondò la NASRDA nell’agosto 2001 e la compagnia di telecomunicazioni nazionale NigComSat nell’aprile del 2004, la Cina è stata la principale partner strategica della Nigeria in campo spaziale, investendo centinaia di milioni di dollari attraverso la Export-Import Bank of China e supportando la potenza africana nella costruzione e nel lancio dei satelliti. Lo scorso agosto però il maggiore rivale asiatico della Cina, l’India, ha sfidato il predominio cinese in Nigeria firmando con Abuja un Memorandum of Understanding bilaterale che prevede l’impegno dell’Indian Space Exploration Agency (ISRO) nel “fornire assistenza nella formazione, nella condivisione di conoscenze scientifiche e buone pratiche, nell’incoraggiare la cooperazione tra istituti accademici e nell’organizzare conferenze e forum” (TdA).

La cooperazione interafricana in campo spaziale

Ma non sono solo la Nigeria e il Sudafrica a interessarsi al settore spaziale. A nord e a sud del Sahara molti paesi africani hanno intrapreso programmi spaziali e ricerche in campo satellitare e missilistico. Le difficoltà dovute alla carenza di mezzi finanziari, strutture logistiche e know how hanno condotto, come abbiamo visto, a numerosi accordi bilaterali tra paesi del continente e le principali star powers mondiali. Recentemente però in Africa è stato proposto un modello alternativo di sviluppo in campo aereospaziale che pone l’accento sui benefici derivanti dalla condivisione dei costi, conoscenze ed effort.

Nel 2017 l’assemblea generale dell’Unione Africana (AU) ha infatti approvato in via definitiva il progetto di un’agenzia spaziale continentale: l’African Space Agency (ASA). La costituzione di un’agenzia spaziale africana figurava tra gli obiettivi chiave, o flagships, dell’Agenda 2063, l’ambizioso programma di sviluppo approvato dall’AU nel 2015. L’ASA dovrebbe diventare operativa, sempre secondo le stime dell’Unione Africana, entro il 2023 e avrà sede al Cairo, in Egitto.


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L’importante decisione presa nel 2017 ad Addis Abeba non è stata esente da critiche. Ad esempio, Peter Martinez, direttore esecutivo della Secure World Foundation, ha espresso forti dubbi non solo sulla sostenibilità finanziaria del progetto ma anche sugli obiettivi che l’AU si è prefissata di raggiungere. Sul primo punto l’analista sembra aver avuto ragione. Nel new Agenda 2063 progress report 2020, un rapporto che monitora gli avanzamenti dell’agenda 2063 e dei suoi flagship projects, tra cui l’ASA, il programma spaziale registra una cronica carenza di fondi che potrebbe portare a forti ritardi nella sua realizzazione. Sul piano della concretezza degli obiettivi Martinez ha invece espresso scettiscismo per un programma che a suo parere risulta inconsistente, ritenendo che “sarebbe saggio fare un passo indietro e chiedersi esattamente cosa andrà fare l’Agenzia Spaziale Africana una volta istituita” (TdA). Lo studioso teme infatti che l’agenzia, se priva di obiettivi ben definiti da perseguire, possa diventare un aggregatore di tecnologie straniere da distribuire poi ai paesi africani dotati dei programmi spaziali più competitivi. Se non siamo in grado di prevedere le sorti dell’ASA, possiamo però osservare come a fronte del relativo disinteresse straniero per l’industria spaziale africana molti paesi del continente abbiano avviato da un lato collaborazioni bilaterali, intra ed extra africane, e dall’altro progetti multilaterali di ricerca e sviluppo. In questo senso l’ASA, almeno in potenziale, potrebbe rappresentare ben più di un hub adibito alla compravendita internazionale di tecnologie spaziali.

Leonardo Maria Ruggeri Masini,
Geopolitica.info