Spazio: il dominio si costruisce dall’alto

Oggi, più che mai, la sovranità di una nazione sulla Terra è direttamente proporzionale alla sua capacità di accesso allo Spazio. Esiste una data storica che ha per sempre cambiato (o forse sarebbe meglio dire esteso) il concetto di geopolitica, fino ad allora confinato – si fa per dire – all’analisi delle dinamiche politico-militari per il controllo di spazi puramente terrestri (di aria, di terra e di mare). La militarizzazione dello spazio è inevitabile, ed ormai inarrestabile. Guerre stellari? Forse. Per certo, una guerra che nessuno vorrebbe combattere e che lascerebbe sul campo solo vinti, ma nessun vincitore.

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Il punto di non ritorno

Il 4 ottobre 1957, un venerdì, alle ore 19:57 l’allora Unione Sovietica riesce nell’impresa di inserire in orbita il primo satellite artificiale nella storia dell’umanità. In maniera “quasi” del tutto incosciente, da quel momento la geopolitica acquista quella nota come la sua quarta dimensione (oggi ne esiste anche una quinta, il cyberspace). La geopolitica doveva quindi iniziare ad occuparsi (e preoccuparsi) anche della proiezione in campo spaziale delle conflittuali dinamiche politiche terrestri. L’importanza del controllo e del dominio dello spazio circumterrestre nasce come naturale estensione delle conflittualità planetarie. Furono proprio le superpotenze di Stati Uniti e Unione Sovietica che per prime, nel periodo della Guerra Fredda, estesero le loro ostilità oltre i confini terrestri. Il livello di scontro si innalzò infatti fino a comportare una serratissima quanto pericolosa competizione tecnologica, sapientemente mascherata dalla luce accecante della gloria e del prestigio che tali imprese, atte a spingere l’uomo verso l’esplorazione di confini mai tentati prima, avrebbero portato in dote alle nazioni a capo di esse. Rincorsa e competizione tecnologica che furono, però, da sempre focalizzate sull’acquisizione del dominio dello spazio circumterrestre. Il decennio 1960-1970 rappresentò il periodo in cui si raggiunse il culmine di tale contesa. Una competizione scientifica giocata sul filo del prestigio nazionale, ma che vide in realtà momenti di grandissima tensione tra le due superpotenze. Ne è testimonianza la crisi dei missili di Cuba del 1962 che, a soli 5 anni di distanza dal successo dello Sputnik, rischiò di gettare il mondo nell’abisso di una terza guerra mondiale, la prima (e probabilmente ultima per il genere umano se si fosse combattuta) interamente nucleare. È per questo motivo che nel gennaio del 1967 gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito e l’Unione Sovietica sottoscrissero presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (all’ora poco più che maggiorenne) quello che è ancora oggi l’unico trattato esistente in materia di utilizzo dello Spazio extra-atmosferico, ovvero l’Outer Space Treaty formalmenteTreaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of the Outer Space, including the Moon and Other Celestial Bodies”.

Un trattato che a distanza di 53 anni (entrò ufficialmente in vigore il 10 ottobre dello stesso anno ed è ad oggi stato ratificato da 133 nazioni su 200 totali) sancisce e promuove l’esplorazione e l’utilizzazione pacifica dello spazio extra-atmosferico, compresi la Luna e gli altri corpi celesti, al fine unico di proteggere ed estendere il benessere dell’intero genere umano promuovendo la collaborazione tra Stati(artc-1 e 2). Conflittualità (ed è bene sottolinearlo) senza la quale l’umanità non avrebbe sperimentato molte delle straordinarie imprese spaziali e relative scoperte tecnico-scientifiche, culminate nel luglio del 1969 con lo sbarco del primo uomo sulla Luna. Imprese che costituirono il substrato principale sul quale altrettante straordinarie sfide tecnologiche furono compiute e vinte dall’uomo: dalla nascita del programma Space Shuttle e dell’omologo sovietico Buran, alla costruzione di quello che è “l’oggetto ingegneristico” più complesso mai costruito dall’uomo: la Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta del vero ed unico (per ora) avamposto umano permanente nello spazio. Sfide che ci hanno condotto fino al giorno d’oggi, una realtà nella quale assistiamo al nuovo ed altrettanto ambizioso, nonché rinvigorito, programma spaziale americano Artemis (Artemide in italiano, sorella gemella di Apollo).

Un bicchiere mezzo pieno

Prestigio ed ambizione, dunque, le principali ragioni che spinsero (almeno in apparenza) le due principali superpotenze planetarie a competere in maniera serrata nel campo tecnologico e scientifico dell’esplorazione spaziale. Un bicchiere, tuttavia, mezzo pieno già allora. Infatti, al di là della sottoscrizione (di intenti) del trattato sullo spazio extra-atmosferico, l’applicazione delle tecnologie spaziali ha fin da subito virato verso tematiche ed interrogativi legati più ad aspetti di sicurezza nazionale che di ricerca scientifica vera e propria. Da qui, l’inevitabile e conseguente corsa alla militarizzazione dello spazio circumterrestre oggi, più che in passato, in piena e rapida evoluzione. Lo sviluppo di tecnologie spaziali è paradossalmente spiegabile attraverso un apparente controsenso. Se come sancito dalle Nazioni Unite (UNOOSA) la militarizzazione dello spazio circumterrestre è ufficialmente bandita, non si dovrebbe registrare di conseguenza alcuna tipologia di competizione terrestre per lo sviluppo e la messa in opera di tecnologie spaziali sempre più “duali”. Tuttavia, attraverso i dati dei bilanci della Difesa delle grandi e medie potenze, è ampiamente documentabile che non solo la militarizzazione dello spazio è in corso da parecchio tempo, ma che maggiori sono le tensioni tra le nazioni sulla Terra, maggiori sono gli investimenti in campo spaziale. Il suo volume di affari a livello globale è infatti passato nel decennio 2009-2019 da $217 a $424 miliardi.  La maggioranza dei budget assegnati ha riguardato il finanziamento di attività (alias programmi) dei tre pilastri fondamentali del settore spaziale: telecomunicazioni, posizione e navigazione ed osservazione della Terra. Solo la restante “minima” parte è stata, invece, allocata per missioni di esplorazione scientifica dello spazio. Oggi, più che mai, quelli sono i pilastri fondamentali sui quali si ergono le impalcature strategiche (economia, stato e difesa) di tutte le più avanzate economie mondiali, Italia compresa. Pilastri che, ciononostante, non possono essere eretti in quanto tali senza una opportuna, nonché indipendente, capacità di accesso allo spazio esterno, quella che viene anche definita la “geopolitica dei lanciatori”. Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, Europa ed India costituiscono, ad oggi, il ristretto circolo di super potenze in possesso di sistemi di lancio in grado di assicurare loro un completo ed indipendente accesso allo spazio circumterrestre, in primis.

Superpotenza, ma sempre meno

La dissoluzione dell’Unione Sovietica (la fine della Guerra Fredda, forse) ha consegnato agli Stati Uniti lo scettro di superpotenza indiscussa (anche) in campo spaziale. Primato tutt’oggi conservato, ma non più scontato. Infatti, l’attuale leadership spaziale americana è fortemente minacciata e, per certi versi, anche ridimensionata dai nuovi attori emergenti, oramai affermatisi sulla scena geopolitica internazionale. Se la Russia, rivale storico ed altrettanto retorico degli USA, è intenta a non disperdere la grande e preziosa eredità sovietica, la Cina costituisce invece il vero (ed unico al momento) reale sfidante alla supremazia terrestre e spaziale degli Stati Uniti. Spesso i programmi spaziali americani, per gettarsi con impeto nella conquista e nell’ esplorazione dello spazio, hanno avuto la necessità di sentire addosso la pressione degli avversari. Cina e Russia nell’ordine, con Europa sorvegliato speciale, ma pienamente inserita nella lista degli avversari per la supremazia spaziale di Washington. La proiezione spaziale è per gli Stati Uniti l’asse portante della loro sempre più insidiata egemonia terrestre. Lo è, però, in egual misura per la stessa Cina (e Russia come terzo attore principale). La dottrina militare cinese vede infatti il “dominio spaziale” come principale rampa di lancio – imprescindibile ed irrinunciabile– per il conseguimento di quello tecnologico, attraverso il quale sviluppare e mantenere tutte quelle opportune capacità operative di raccolta, analisi ed elaborazione dati che impediscano ai suoi stessi potenziali nemici di fare lo stesso.

Nessuno può permetterselo

Oggi, a differenza del passato, le tecnologie spaziali sono nella maggior parte dei casi di utilizzo duale. Non vi è più, perlomeno in campo spaziale, una netta distinzione tra settore civile e militare, anzi, la fusione delle due sfere – anche solo per una pura questione di condivisione ed accesso delle competenze – è inevitabile. Scienza e tecnologia sono l’uno il senso dell’altra. Per fare un esempio nel contesto nazionale, la costellazione di satelliti Cosmo SkyMed primato del tutto italiano (punto di riferimento per l’osservazione terrestre – e non solo – a livello europeo) viene ottimamente utilizzato sia per scopi scientifici sia per finalità puramente militari. Quale tra le due applicazioni, in percentuale, sia la maggiore non è dato ovviamente sapere.

A differenza quindi di molte altre nazioni che conducono attività di ricerca e sviluppo con un certo low-profile, gli Stati Uniti dichiarano apertamente (meno in questo senso la Russia, per nulla invece la Cina) il dispiegamento di “asset” militari in orbita. Questa diversità di atteggiamento rispetto ai suoi diretti avversari mira, da una parte, ad indicare loro le sempre più elevate e rinnovate capacità di “deterrenza”, dall’altra però espone la superpotenza ad altissimi rischi di attacchi che come potenziale effetto -sia di eventuali  abbattimenti (fisici) di satelliti, sia di attacchi informatici (Cyberwarfare) che li rendessero invece “non più controllabili”, trasformandoli sempre quindi in “proiettili vaganti” ma di svariate centinaia di kg- provocherebbero un drastico aumento di detriti spaziali nello spazio circumterrestre, rendendolo sempre più inaccessibile. Proprio in virtù degli effetti esponenziali legati alla questione dei detriti spaziali, non conviene a nessuna delle superpotenze in gioco, se non nell’imminente pericolo di essere sopraffatta, utilizzare le sempre più avanzate capacità (terrestri e non) anti-satellitari (ASAT) di cui USA, Russia, Cina ed ultimante anche l’India sono attualmente le massime espressioni.

Gli attacchi cibernetici si possono in qualche modo contrastare ed eventualmente mitigare, i detriti no: essi non fanno discriminazioni. Gli effetti di una “guerra stellare” (Spacewarfare in gergo) combattuta a suon di satelliti abbattuti produrrebbe conseguenze catastrofiche per tutte le superpotenze in gioco (e non solo). Nessuna ne uscirebbe vincitrice. Ancor più in generale -per tutte le superpotenze anche di medio profilo come la “bella addormentata” Europa – il dispiegamento di “asset” militari in campo spaziale non servirebbe, in alcun modo, a sbarrare (fisicamente) la strada a nessuno dei reciproci nemici. Anzi, costringerebbe tutti a fare altrettanto. .

Gli USA non possono quindi pensare di impedire o regolamentare l’accesso allo spazio di altre nazioni (alleati compresi) secondo i propri interessi nazionali senza militarizzarlo e soprattutto senza pensare che le altre potenze non si adeguino di conseguenza, come Russia e Cina appunto.   C’è quindi un sottile (per non dire sottilissimo) confine tra capacità di dissuasione, questa reciproca, e vulnerabilità. Le società moderne dipendono oggigiorno in maniera vitale dagli asset spaziali. Da essi dipendono, infatti, la quasi totalità dei servizi civili e statali (gli innumerevoli servizi di telefonia, radio, internet, servizi meteorologici, GPS, etc.) per non parlare degli aspetti commerciali ed economici (basti pensare al numero ed alle innumerevoli tipologie di transazioni economiche effettuate “on-line” a tutti i livelli come gli scambi di borsa), fino ad arrivare alla totale dipendenza delle capacità militari, alle quali si iscrivono comunicazione, coordinamento, posizione e navigazione, dispiegamento nei teatri operativi (multipli) di uomini e mezzi, comprese le operazioni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaisance). Capacità principalmente riassunte nel concetto di “situational awareness”, cuore pulsante attorno al quale si concentrano i maggiori sforzi dell’industria spaziale di tutte le medio e grandi potenze. 

La nascita dei comandi spaziali

Elevate capacità di deterrenza atte, dunque, a proteggere una terribile quanto reale vulnerabilità. Un attacco “cibernetico” condotto su larga scala in grado di mettere in crisi (se non letteralmente fuori uso) gli asset spaziali di una o più nazioni, basterebbe a metterle letteralmente in ginocchio senza colpo ferire. Il dominio sulla terra si costruisce dall’alto. Questo è il motivo per cui le principali potenze si stanno dotando di dedicati “centri di comando” che vengono al momento inseriti all’interno degli organici delle rispettive forze armate. Centri dediti al controllo ed alla gestione delle rispettive attività spaziali nazionali e, quindi, dediti alla protezione dei propri asset strategici dai quali la loro stessa sopravvivenza e funzionamento (sulla Terra) dipendono.

In questo senso, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una nuova forza armata (si, armata!), la cosiddetta United States Space Force (USSF), istituita ufficialmente dall’amministrazione Trump il 20 dicembre dello scorso anno. In Europa, anche la Francia di Emmanuel Macron a Tolosa, il centro pulsante di tutte le attività aerospaziali francesi, ha dato vita al Commandement de l’espace, anch’essoal momento collocato all’interno dell’organico de l’Armée de l’Air, con l’obiettivo prossimo di costituire nel tempo un nucleo indipendente sulla falsa riga dello USSF denominandolo “Armée de l’Air et de l’espace”. Il comando, a cui sono affidati chiari compiti di “difesa attiva”, è stato reso operativo a settembre dello scorso anno con l’assegnazione di un budget complessivo di 700 milioni di Euro, che vanno ad aggiungersi ai più di 3 miliardi già stanziati dal governo francese per l’intero settore aerospaziale nazionale.

Per comprendere ancora di più l’importanza che le attività spaziali oggi ricoprono nella vita e nel funzionamento delle economie più avanzate, lo scorso 22 Ottobre, la stessa NATO ha annunciato la creazione di uno “Space Center” presso l’Allied Air Command nella base aerea di Ramstein, in Germania. Al centro sono state assegnate tutte le operazioni NATO di “communication and satellite imagery” delle potenziali minacce satellitari nei confronti dell’Alleanza, al fine ultimo di coordinare le necessarie contromisure da mettere in atto tra i diversi paesi componenti l’Alleanza stessa. Il segretario generale della NATO, il Gen. Jens Stoltenberg, ha dichiarato che “non è volere della NATO procedere verso una militarizzazione dello spazio”, ma piuttosto quella di incrementare la capacità di “space awareness” dell’Alleanza Atlantica nell’ormai complesso “risiko” dello spazio circumterrestre.  


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E l’Italia? Anche l’Italia, terza potenza spaziale continentale e quinta globale, si è attivata. Con un po’ più di lentezza rispetto ai suoi alleati, un primo passo è stato compiuto lo scorso anno istituendo l’Ufficio generale per lo Spazio presso lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare. Anche qui, come per il caso francese, esso costituisce l’embrione di quello che sarà il futuro Comando Operazioni Spaziali (COS) in cui il governo sta investendo importanti risorse. Infatti, è fondamentale per l’Italia (uno dei pochi paesi al mondo in possesso di una filiera industriale in grado di coprire tutte le aree tecnologie del settore spaziale) rimanere al passo sempre più incalzante delle sfide che la competizione eso-atmosferica oramai impone.

Al momento, quindi, le nobili intenzioni di chi guarda la Terra dallo spazio (e non lo Spazio dalla Terra) con gli stessi occhi di un astronauta identificandolo come “res comuni omnium” sono oggi, più che in passato, purtroppo lontane dal divenire realtà.

Andrea D’Ottavio,
Geopolitica.info