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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLa spazialità nella perdita della profondità strategica russa

La spazialità nella perdita della profondità strategica russa

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La Russia negli ultimi anni ha conosciuto numerose crisi nel suo estero vicino che hanno intaccato la sua profondità strategica e la sua già altalenante proiezione di influenza. Il problema sprofonda fortemente nel fattore spaziale di cui qualsiasi analisi geopolitica non può farne a meno. Il crollo del muro di Berlino, secondo Mosca, ha spostato la cortina di ferro nel suo cortile di casa e cerca con ogni mezzo di ribaltare questa pericolosa tendenza. 

La crisi tra Mosca e la Nato ha apertamente manifestato il ripresentarsi di una nuova cortina di ferro. Difficile comprenderne la causa principale che ha trainato il sistema unipolare a questo stato delle cose. 

Qualsiasi fenomeno geopolitico non può essere spiegato attraverso un solo fattore, al contrario, andrebbe analizzato attraverso un analisi multidisciplinare o multifattoriale. Ma il forte legame tra geopolitica e territorio, dovrebbe porre quest’ultimo al vertice della gerarchia degli strumenti di analisi. Senza sottovalutare le altre miriadi di variabili. Altresì lo studio della politica internazionale non potrebbe in alcun modo prescindere dalla dimensione spaziale, si nutre di quest’ultima nonostante le novità del ventesimo e ventunesimo secolo che sembravano corrodere l’importanza della spazialità.  Il venir meno della struttura duale classica della guerra fredda sembrava potesse portare ad una struttura più fluida sul piano delle relazioni internazionali, che si concretizzasse nella globalizzazione stessa e nella cosiddetta “modernità liquida”. Gli eventi degli ultimi decenni ci consegnano, al contrario, un mondo meno amorfo, con forti differenziazioni culturali e con spinte revisioniste che hanno forte una connessione con lo spazio e quindi con il territorio. 

Questa architettura di analisi dovrebbe quindi essere il mezzo attraverso il quale analizzare anche la crisi attuale in Europa Orientale. Non potremmo sottoporre quest’ultima a letture che prescindono dagli strumenti sopracitati, ponendola quindi in un contesto privo della spazialità. 

La crisi Nato-Russia si sostanzia anche nell’altalenante capacità della stessa Russia a mantenere una sfera d’influenza nel suo estero vicino. Quest’ultima è stata privata, dall’implosione dell’Unione Sovietica, della profondità strategica che riuscì a raggiungere alla fine della seconda guerra mondiale. Il processo di destabilizzazione dello spazio post-sovietico non si è arrestato con il collasso dell’URSS stessa, ma continua tutt’oggi: l’espansione della Nato, le rivolte di Minsk, la crisi Ucraina e le rivolte in Kazakistan ne sono la rappresentazione plastica.  La crisi stessa della Federazione Russa poggia quindi su due pilastri fortemente spaziali. La rapida adesione alla Nato dei paesi un tempo afferenti al Patto di Varsavia in Europa Orientale, la rapida crescita della Repubblica Popolare Cinese sul fronte meridionale e la penetrazione di quest’ultima nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Il senso di accerchiamento è, nelle menti dei decisori politici del Cremlino, claustrofobico. 

In Europa Orientale l’avvicinamento della Nato ai confini russi ha gradualmente segnato a terra la linea rossa che oggi Mosca pone a Kiev. L’espansione verso est dell’Alleanza Atlantica ha privato Mosca del suo estero vicino corrodendo la sua capacità di influenza. Tale processo, che restringe i margini di manovra russi in politica estera, ha cristallizzato la riacutizzazione del carattere “amico-nemico” di schmittiana memoria, che tra l’altro era la principale caratteristica del politico; quest’ultimo si formava, guarda caso, sulla linea di confine. Se è vero che le capacità militari della Nato fino al primo decennio del duemila erano sostanzialmente risicate, è anche vero che la semplice presenza dell’alleanza ai confini russi era intesa come una minaccia dal Cremlino, come un elemento estraneo nella rappresentazione russa del suo estero vicino. Ciò che non è riuscita ad evitare Mosca è stato l’avanzamento delle potenze straniere ai suoi confini, ritrovandosi nella claustrofobia attuale. 

Secondo Carl Schmitt gli Imperi sono «le potenze egemoni, la cui politica si irradia in un Grande Spazio determinato, e che per questo spazio escludono per principio gli interventi di potenze esterne». I concetti di Grande Spazio ed Impero non vanno però intesi come fossero la stessa cosa sul piano strettamente territoriale. Mentre l’impero è costituito dalla collettività portante della struttura imperiale radicata in un determinato territorio, il Grande Spazio schmittiano è il luogo in cui l’impero stesso vi irradia l’idea politica e la propria proiezione geopolitica. Tradotto in termini strategici si esplica nell’allontanamento della prima linea di difesa di ogni collettività. L’implosione dell’Unione Sovietica ha privato la Russia di ciò che essa riconosce come suo Grande Spazio, luogo ove proiettare la sua influenza e dove porre la sua prima linea di difesa. Quest’ultimo punto è di significativa importanza per una collettività che esiste in uno spazio privo di barrire orografiche

Le grandi potenze tendono ad imporsi, anche attraverso metodi poco diplomatici, nel loro estero vicino, arrogandosi un relativo diritto di prelazione sui suoi satelliti ed escludendo che altre collettività politiche abbiano tale capacità. Il dibattito sul come evitare l’erosione totale della sfera di influenza russa dopo la caduta del Muro di Berlino era forte non solo a Mosca, ma anche in Occidente e negli apparati statunitensi. A tal proposito, Margaret Thatcher proponeva in qualche modo il mantenimento del Patto di Varsavia per non indurre il sistema europeo in una rapida discesa verso l’instabilità in mancanza di strutture ben definite; al contrario il  Presidente Bush padre asseriva che non poteva in alcun modo costringere i Paesi Orientali a rimanere sotto il Patto di Varsavia; Il Ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher propose di combinare la Nato ed il Patto di Varsavia in un accordo di sicurezza collettiva per l’Europa, gli statunitensi però non erano propensi ad estirpare il mezzo attraverso il quale hanno giustificato la loro presenza in Europa occidentale; Il Presidente tedesco Helmut Kohl temeva che una rapida espansione della Nato verso est avrebbe esacerbato i rapporti con la nuova Federazione Russa, consci anche delle invettive di Yelstin contro l’eventuale espansione. 

Nel 1993 si pose in essere uno strumento che avrebbe rallentato la rapida espansione verso est della Nato e che avrebbe potuto evitare rapidi dissapori con Mosca. Il Partnership for Peace (PfP) era volto a far guadagnare tempo alla Nato mentre si dibatteva nel cercare una decisione più razionale e ponderata sulla futura architettura europea. Il PfP poneva gli Stati che ambivano alla membership Nato in uno stato di attesa funzionale alla creazione di fiducia e di strutture militari compatibili tra i paesi già membri Nato e i paesi dell’Europa Orientale. Ma anche funzionale ad una stabilizzazione dei rapporti tra la Russia e l’Occidente.

Secondo M.E. Sarotte nel 1994 l’amministrazione Clinton, alla luce delle difficoltà avute con le midterm, decise di adottare un atteggiamento più assertivo sulla questione. La crisi del 1994 in Cecenia inoltre faceva aumentare i timori nei paesi afferenti un tempo al Patto di Varsavia, portandoli ad esasperare le loro richieste per la diretta adesione alla Nato. il Presidente Clinton parallelamente iniziò ad assicurare la cooperazione alla Russia elstiniana mentre prometteva agli ex satelliti russi protezione da Mosca attraverso l’Alleanza Atlantica, scavalcando il PfP. 

Kennan nel 1998 sul New York Times sosteneva che l’espansione Nato fosse l’inizio di un nuova guerra fredda, «penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e questo influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessun altro». Kennan in questo ragionamento stava strutturando la sua analisi sulla spazialità: espandendo un’alleanza che nasce anti-russa ai confini con la Russia stessa avrebbe significato inevitabilmente riacutizzare la conflittualità con quest’ultima. Così fu. Yelstin cominciò a ostracizzare la scelta statunitense sostenendo che l’Europa dovrebbe essere un affare degli Europei, non degli statunitensi. Tradotto: lo spazio di influenza russo non doveva essere inglobato dall’Occidente. 

La linea rossa venne posta da Mosca in Georgia nel 2008 e in Ucraina nel 2014. Oggi assistiamo quindi al tentativo di Mosca di non perdere ulteriormente la sua profondità strategica e la sua sfera di influenza. Nel suo ragionamento tattico fa prevalere la prima sulla seconda – tra l’altro ormai in costante declino. Prima di riacquistare capacità di influenza quindi chiede profondità strategica neutralizzando Kiev e smilitarizzando i paesi che entrarono nella Nato dal 1997 in poi. Un impero che percepisce potenze rivali alle porte, sente il bisogno di stabilizzare il suo cortile di casa. Non possiamo escludere che un giorno possa tornare a proiettare influenza in quei territori. Attualmente comunque la Federazione Russa è conscia di non saper utilizzare altri mezzi se non quelli militari per non perdere il suo estero vicino. 

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