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Libri“Spazi di Eccezione” di Alessandro Ricci (Castelvecchi editore)

“Spazi di Eccezione” di Alessandro Ricci (Castelvecchi editore)

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“Questo libro è il risultato delle riflessioni di un ricercatore di geografia che ha cercato in quest’anno di ragionare, con spirito critico, su quanto accadeva, sulla gestione dell’epidemia e sulle trasformazioni in atto, focalizzandosi sul suo oggetto di studio: gli spazi e il loro rapporto con l’uomo e il potere”. Con queste parole inizia la premessa di Alessandro Ricci al suo ultimo volume, “Spazi di eccezione”, che fin dalle prime battute vuol rendere chiara la ragione di fondo che da geografo, ma ancor prima da cittadino, lo ha spinto a scrivere questa riflessione partecipata. Un “dovere intellettuale”, come da lui dichiarato, che analizza il tempo pandemico alla luce dell’idea di “Geografia dell’incertezza”, chiave di lettura interpretativa della fase storica che stavamo vivendo già prima della pandemia, e tema centrale di un’opera precedente dello stesso autore. 

Fin dalle prime righe, “Spazi di Eccezione” ha il merito di ricordare al lettore come la pandemia di coronavirus, come tutte le epidemie della storia, è solo in origine un fenomeno epidemiologico. Al contrario, ciò che più impatta sulla vita dell’uomo è la dimensione umana della crisi pandemica, ovvero la risposta dell’uomo all’eccezionalità causata dall’epidemia. Una risposta che a sua volta è il prodotto di fattori geografici, culturali, gestionali e ambientali. Partendo da tale premessa ben si comprende perché quella che è stata definitiva una “pandemia globale”, in grado di colpire senza distinzioni tutti gli angoli del mondo, ha in realtà causato degli effetti drasticamente differenti a seconda dei contesti nazionali o sub-regionali che si analizzano.

Muovendo da tale assunto, è inevitabile sollevare un ulteriore questione che permea molti dei capitoli di tale volume, ovvero il ruolo giocato degli “esperti”, nella particolare fattispecie rappresentati dai virologi. Si può facilmente cogliere, infatti, l’invasione di campo a cui stiamo assistendo da un anno e mezzo a questa parte, la cui cifra è rappresentata dall’onnipresenza mediatica degli scienziati in senso lato, chiamati a fornire soluzioni ai quesiti più disparati. Dall’imposizione delle misure restrittive agli strumenti normativi da utilizzare per imporle; dal numero di individui che possono trovarsi contemporaneamente in una abitazione privata, alle modalità di celebrazione di festività o ricorrenze; sino alla misura più contestata, ovvero il coprifuoco serale in vigore da sei mesi a questa parte, la cui permanenza è giustificata da alcuni virologi come semplice misura deterrente. Allargando lo sguardo, tale tematica è inquadrabile all’interno dell’atavico problema del rapporto tra tecnica e politica. Un tema, questo, sorto ben prima dello scoppio della crisi pandemica, che riemerge ogniqualvolta ci si trovi dinnanzi a uno schmittiano stato d’eccezione. 

Cionondimeno, il principale merito dell’autore risiede nella scelta stilistica e narrativa. Il volume, infatti, si presenta quasi come un joyciano flusso di coscienza; l’autore è anche un narratore partecipante che mette insieme una serie libera di riflessioni, mettendo a disposizione del lettore la propria “cassetta degli attrezzi”, anzitutto di geografo, al fine di analizzare con spirito critico un vissuto che ha accomunato tutti nell’ultimo anno e mezzo. In definitiva, pertanto, il volume si presenta come una sorta di manuale delle istruzioni, attraverso cui rivalutare con occhi diversi eventi, fatti e percezioni che ciascuno ha vissuto sulla propria pelle. 

Entrando nel merito, l’intera opera ruota intorno alla sospensione di quella che è la vita umana, che trae senso dal suo rapporto con gli spazi, racchiuso nel significato originale del verbo “esistere”. Quest’ultima è una parola che deriva dal latino existĕre, composto da ex (fuori) e sistĕre (porsi). L’esistenza, pertanto, nel suo significato autentico coincide con l’idea del movimento, dello “stare fuori”. Una condizione che al contrario è venuta meno a causa delle restrizioni imposte nell’epoca del coronavirus. Tale sospensione del rapporto naturale tra l’uomo e gli spazi che lo circondano ha condotto a una serie di distorsioni geografiche presentate puntualmente dall’autore. Dalla “dematerializzazione” dell’esistenza alla “de-sensorializzazione” del vissuto individuale. Un ulteriore fenomeno facilmente osservabile è la progressiva scomparsa della linea di demarcazione tra sfera pubblica e sfera privata. L’utilizzazione dello spazio domestico come ambiente lavorativo, infatti, ha portato a una sospensione spazio-temporale della giornata scandita in momenti e luoghi differenti.

Nelle battute finali del volume, l’autore traccia alcuni interrogativi che dovranno alimentare la discussione nei mesi a venire. In particolare, ci si chiede per quanto ancora si continuerà a perpetuare questo stato d’eccezione che, a causa del suo protrarsi indefinito nel tempo, ha trasformato una realtà straordinaria in ordinaria. L’appello finale affinché “l’uomo di riprenda i suoi spazi” è un invito alla riconquista della libertà, la quale rappresenta una condizione data troppo per scontato che, al contrario, ci siamo resi conto in questi mesi come possa rivelarsi una conquista pericolosamente reversibile. 

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