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Sparare ai migranti: drammi migratori e violenze di confine tra Corno d’Africa e Penisola Arabica

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Da tempi antichi, le rotte carovaniere hanno impresso le loro tracce indelebili sul territorio etiope. Questi percorsi non sono stati soltanto solcati da carovane di schiavi e mercanti, ma hanno visto anche passare missionari coraggiosi ed esploratori avventurosi. La “rotta dell’Est” emerge come un sentiero tortuoso che si snoda dall’entroterra etiope, attraversa i confini di Gibuti e supera i 29 chilometri via mare dello stretto di Bab-el-Mandeb per raggiungere le coste dello Yemen, con destinazione finale in Arabia Saudita.

Oggi, la “rotta dell’Est” rappresenta una delle arterie migratorie più trafficate del pianeta, un flusso incessante di individui che cercano nuove opportunità oltre i confini nazionali. Nel contesto di questo scenario dinamico, la città costiera di Obock, posta lungo la costa settentrionale di Gibuti, emerge come un punto cruciale. Accanto ad altri nodi vitali come Godoroa e Fagal, anch’essi situati a Gibuti, e la città di Bosaso in Somalia, Obock svolge un ruolo fondamentale nel percorso di chi intraprende il viaggio per lasciare il continente africano e intraprendere la ricerca di una nuova vita altrove.

Oggi, la “rotta dell’Est” è solcata principalmente da etiopi (costituendo il 90% degli attraversamenti), somali e yemeniti; questi individui non sono soltanto migranti economici attratti dalle prospettive di lavoro a basso costo offerte dall’Arabia Saudita, dove attualmente risiedono circa 750.000 etiopi, ma comprendono anche rifugiati, richiedenti asilo e vittime della tratta di esseri umani. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), e raccolti dai cinque punti di controllo posti lungo la costa meridionale dello Yemen, istituiti proprio per monitorare i flussi migratori, si stima che solo nel 2019 circa 138.213 persone abbiano percorso questa rotta. 

La “rotta dell’Est” presenta innumerevoli sfide. Dal punto di vista economico, è importante sottolineare che questo viaggio non è affatto conveniente. Per raggiungere la città di Gibuti, a piedi o in autobus, sono necessari circa 15.000 birr etiopi (circa 250 euro) a persona e l’accesso alla città non è privo di controlli da parte delle autorità di polizia. Una volta raggiunta la costa, i contrabbandieri possono richiedere fino a 10.000 birr (circa 160 euro) a persona per attraversare lo stretto. Successivamente, i trafficanti yemeniti guidano i migranti per circa 1000 chilometri fino al confine saudita a bordo di improvvisati minivan, esigendo ovviamente un cospicuo compenso. Per coloro che non possono più permettersi i costi, l’unica speranza è intraprendere un lungo e faticoso cammino attraverso le montagne e il deserto dello Yemen, della durata almeno di due settimane. Lungo questa porzione di percorso, si incontrano punti di controllo improvvisati che richiedono denaro o oggetti di valore, punendo chiunque dia un passaggio ai migranti. Numerosi sono i centri di detenzione per i migranti lungo questa rotta. Si trovano a Aden, una città sulla costa meridionale dello Yemen, e a Sana’a, la capitale. Prima di raggiungere il confine con l’Arabia Saudita, nel governatorato di Sa’da? si trovano centri irregolari di detenzione dei migranti creati dalle milizie Huthi. Qui, la libertà – senza accesso all’Arabia Saudita – ha un prezzo di 1000 riyal sauditi (circa 250 euro) a persona. A Sa’da si trovano anche due campi distinti per etnia: Al Raqw, che ospita etiopi di etnia tigrina, e Al Thabit, che accoglie gli etiopi di etnia Oromo. Per coloro che giungono nella provincia saudita di Jizan, le guardie di frontiera dell’Arabia Saudita rivelano un volto spietato: armi da fuoco, ordigni esplosivi e attacchi con lanciarazzi mirano indistintamente ai migranti, diventando spietate modalità di uccisione. Gli eventuali sopravvissuti vengono tratti in salvo dalle fazioni Huthi e dalle guardie di confine saudite, per essere poi reclusi nei campi di detenzione. 

Secondo quanto svelato dal rapporto di Human Rights Watch, questa campagna sistematica potrebbe costituire un grave crimine contro l’umanità. Le voci dei migranti sopravvissuti, le immagini satellitari rivelatrici di fosse comuni e le denunce dei relatori speciali delle Nazioni Unite, confermano gli orrori in corso. Nel contesto di queste atrocità, il progetto “Missing Migrant Project” dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha documentato che da giugno scorso almeno 795 etiopi risultano scomparsi.

Dal punto di vista della sicurezza, il confine tra Arabia Saudita e Yemen si dipana come un territorio indefinito e pericoloso. Qui, le guardie tribali, i contractors e i check points improvvisati contribuiscono a frammentare il concetto di sicurezza. Ma le sfide non si limitano solo alla sicurezza: le ondate di calore improvvise che colpiscono Gibuti ostacolano la traversata del golfo, mentre le acque spesso agitate del Mar Rosso e le temperature estreme del deserto yemenita rendono il viaggio ancor più spaventoso. Nel contesto pandemico, l’aumento dei flussi migratori ha accentuato il maltrattamento spietato dei migranti, aggiungendo ulteriori livelli di sofferenza.

Le complessità politiche ed economiche sottostanti accentuano l’instabilità. L’Etiopia, afflitta dalla povertà e dalle cruente violenze in Tigrai, è segnata da gravi violazioni dei diritti umani. Nel frattempo, la coalizione militare governativa dello Yemen, sotto la guida dall’Arabia Saudita, combatte da otto anni gli Huthi, sostenuti invece dall’Iran e di orientamento sciita-zaydita. Qui, i trafficanti Huthi operano nell’impunità più totale tramite mediatori tribali. Tra aprile e maggio del 2022, l’Arabia Saudita ha eseguito l’espulsione di circa 35.000 migranti etiopi e ha organizzato il rimpatrio di altri 100.000 individui. A partire dall’aprile 2017, l’Arabia Saudita ha avviato una campagna denominata “Una Nazione Senza Violazioni”, che ha concesso ai migranti irregolari un periodo di amnistia di 90 giorni per lasciare il paese. Questa iniziativa è stata poi seguita da una politica di rimpatrio aereo. Nel solo anno 2019, tale politica ha portato al rimpatrio di circa 120.825 migranti etiopi. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha reso disponibile un programma dedicato ai ritorni spontanei assistiti (ASR), un tentativo concreto di affrontare la complessità e le sfide che circondano il processo di rientro.

Nonostante l’Arabia Saudita apporti aiuti finanziari ed investimenti all’Etiopia, l’indagine congiunta internazionale fatica a decollare, un chiaro riflesso delle complesse dinamiche politiche ed economiche in gioco.

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