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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLa sostenibilità economica dell’invasione in Ucraina

La sostenibilità economica dell’invasione in Ucraina

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In relazione all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si discute molto di quali possano essere le misure più efficaci da parte dell’Occidente per limitare e contrastare le azioni illecite di Mosca. Evidentemente, l’Occidente e in particolare la NATO non stanno prendendo in considerazione l’opzione militare per evitare escalation estremamente pericolose. Per ora, le misure riguardano la fornitura di armamenti e, in maniera più significativa, l’imposizione di sanzioni economiche molto pesanti.

L’energia tiene (?)

Nonostante le sanzioni degli anni scorsi non abbiano impedito a Putin di perseguire l’obiettivo di ridisegnare la mappa d’Europa con azioni militari non provocate dall’Ucraina e inaspettatamente estese, l’Occidente ha deciso di seguire la strada delle misure economiche. E l’ha fatto senza risparmiare colpi e senza soffermarsi sulle conseguenze che, di riflesso, potrebbero subire le economie occidentali. I prezzi dell’energia sono alle stelle, i voli da e per la Russia sono cancellati, il sistema import-export è saltato, l’inflazione cresce a ritmi ancora più serrati. 

Ciò che spaventa di più, in effetti, è il settore dell’energia: il flusso di gas, al momento, sembra non aver subito rallentamenti dall’inizio dell’invasione, se non quello, appunto, di registrare prezzi che raggiungono i 1,600 $ per mille metri cubi. Questi prezzi, non sostenibili nel lungo termine, possono avere due conseguenze principali: il collasso dell’economia occidentale – con risultati simili a quelli che si registrarono negli anni ’70 con la crisi del petrolio – o l’accelerazione sulla strada della decarbonizzazione e dell’indipendenza energetica (prendendo in considerazione, ovviamente, l’Unione Europea). Nord Stream 2 è stato bloccato e la prospettiva di farlo effettivamente partire diventa di giorno in giorno più remota, a prescindere dal fatto che l’UE non possa ancora svincolarsi del tutto dal gas naturale russo. Le opzioni sul tavolo, tra cui un utilizzo maggiore di GNL, sono ancora difficilmente praticabili e necessitano di più tempo e coordinazione. Sembrerebbe che la Commissione Europea, consapevole di questa necessità, abbia intenzione di imporre uno stoccaggio minimo di gas naturale di riserva durante l’estate a tutti gli Stati Membri, in modo da poter sopperire alla domanda invernale in caso di eventi avversi. Quindi, sul fronte del gas, per quanto si registrino i primi passi verso una maggiore indipendenza dalle forniture russe, si dovrà ancora contare su Mosca per la domanda europea.

L’economia tiene?

Ma se questa può essere una buona notizia per il Cremlino, non lo è sicuramente il ventaglio delle restanti sanzioni che Mosca sta subendo. Putin molto probabilmente non si aspettava una risposta occidentale così forte e coesa, una risposta che potrebbe esaltare i fallimenti economici di un Paese che dopo 30 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica non è riuscito a completare processi di ammodernamento dell’economia e dell’industria che avrebbero potuto portare più benessere alla popolazione, che di conseguenze rende la società russa una società bloccata a sistemi e meccanismi del passato, non all’altezza delle potenzialità dei suoi cittadini. 

Incapace di avviare un processo di concreta innovazione del Paese, la classe politica ha fallito su tutti i fronti: diplomatici, economici, sociali, industriali. E le sanzioni che si stanno abbattendo sull’economia russa renderanno ancora più obsoleto il paradigma antico su cui puntano al Cremlino: una grande potenza militare che mostra i muscoli in quanto incapace di mostrare le qualità intellettive – che ovviamente esistono e muovono gli oceani al di sotto dello strato di ghiaccio rappresentato dall’immobilismo atavico dei siloviki

Il pacchetto di sanzioni e misure stanno già pesando sull’economia russa: il rublo ha perso il 30% del suo valore, la Borsa di Mosca il 40% e le transazioni sono sospese, la liquidità internazionale all’interno del Paese sta diminuendo di ora in ora, sette banche russe sono state escluse dal sistema SWIFT (a cui esistono alternative, come il sistema russo Mir o quello cinese Cross-Border Interbank Payment System, ma sono alternative meno sicure e macchinose), la banca centrale ha più che raddoppiato i tassi d’interesse dal 9,5% al 20% nel tentativo fallito di frenare la fuga dei capitali. Il mondo finanziario potrebbe infliggere ulteriori e maggiori danni alla finanza russa, qualcosa che potrebbe davvero spaventare gli oligarchi attorno a Putin, sui quali il presidente ha ancora, per ora, il totale controllo.

Sulla Russia insistono duemila miliardi di dollari di debiti statali complessivi, delle famiglie e delle imprese. I bond emessi sui mercati valgono circa 700 miliardi di dollari e un’ampia parte di essi si trova nei bilanci di banche e fondi d’investimento occidentali. Al momento, questo equilibrio non verrà scosso per evitare effetti inauditi e incontrollabili nelle Borse internazionali. Ma, dovessero l’escalation proseguire e i contatti diplomatici fallire, i 500-600 miliardi di dollari di riserva di moneta che Mosca detiene sicuramente non basterebbero per salvare l’economia russa. 

Sull’orlo del tracollo?

Non si deve pensare che la Federazione russa sia sull’orlo del tracollo, tutt’altro: le entrate provenienti dalla produzione di idrocarburi, che rappresentano almeno il 40% del Pil, non si interromperanno, il Pil russo è simile a quello italiano e si attesta a 1,500 miliardi di dollari  – e se calcolato a parità di potere d’acquisto potrebbe raggiungere i 4,100 miliardi di dollari, una quota che posizionerebbe la Russia sesta nel ranking mondiale (stime da confermare, ma comunque indicative della salute economica della Russia, spesso sottovalutata). Per reagire alle sanzioni post Crimea, la Russia ha incrementato le esportazioni agricole, che ora ammontano a 30 miliardi di dollari all’anno. L’avvicinamento alla Cina è stato anche economico: il commercio con Pechino dovrebbe superare i 200 miliardi di dollari entro il 2024, il doppio rispetto al 2013. La spesa militare è elevata e l’esercito russo, nonostante gli attuali insuccessi e problemi logistici, è moderno e ben equipaggiato. Indipendentemente dall’esito dell’invasione in Ucraina, la Russia non può essere sottovalutata: né come potenza militare, né come economia.

Allo stesso tempo, tuttavia, contare troppo su questi fattori potrebbe essere l’errore fatale del Cremlino, che si è sì preparato alle conseguenze delle azioni militari, ma, come si riportava prima, non si aspettava una risposta internazionale così forte e coerente. 

In conclusione, maggiore sarà la portata delle sanzioni rivolte alla Federazione russa, maggiore sarà la probabilità che lo scudo che nell’ultimo decennio il Cremlino ha costruito venga scalfito. Di conseguenza, maggiore sarà la portata degli attacchi russi sul territorio ucraino, più probabile sarà che l’economia russa subisca contraccolpi letali. 

Un’equazione che funzionerà a patto che gli interventi militari non degenerino coinvolgendo le forze NATO. A quel punto, sarebbe chiaramente inutile parlare di sistemi economici in pericolo.

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