Dietro il sorteggio degli Europei di calcio, tra identità e affermazione del potere in politica estera

Non sarà stata la cerimonia inaugurale dell’Olimpiade, del Mondiale, ne’ tantomeno quella tanto attesa dai calciofili continentali di Euro 2016, prevista per il prossimo 10 giugno, ma quella andata in scena al Palazzo dei Congressi di Parigi lo scorso 12 dicembre è stata comunque una moderna espressione di comunicazione di massa che ha unito e sovrapposto allo stesso tempo cultura, spettacolo, sport, potere politico ed economico. Ed è questa sfaccettatura che vale la pena approfondire, avendo in lungo e in largo già vivisezionato nelle cronache e nei commenti del giorno dopo incroci, pronostici e retroscena di quella che invece sarà fra sei mesi la competizione agonistica.

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La cerimonia del sorteggio per i prossimi Campionati Europei di calcio organizzati dalla UEFA ha ben interpretato uno spartito scritto ricercando l’equilibrio tra il carattere internazionale della manifestazione (che coinvolge 54 Nazioni tra Europa, Asia e Medio Oriente nella fase di qualificazione e tutto il resto del mondo nella fase finale grazie alla diffusione televisiva planetaria) e la forte caratterizzazione dell’orgoglio e del nazionalismo francese. A maggior ragione perché si è svolta ad un mese dal terrificante attentato al Bataclan e agli altri luoghi di divertimento parigini per mano dei jihadisti dell’Isis. Come se non bastasse, a mettere sotto stress la macchina organizzativa, ma non a fiaccare il fiero animo transalpino, ci ha pensato la sospensione e la conseguente assenza del Presidente UEFA Michel Platini, idolo del calcio francese e primo sostenitore di questa rinnovata edizione dell’Europeo.

Proprio per questo, anche se si è trattato di poco meno di un’ora di spettacolo, gli organizzatori non hanno rinunciato a mandare dei messaggi importanti, a partire dal più classico, ma non per questo così scontato, ‘the show must go on’, lo spettacolo deve continuare. La scelta dei presentatori è stato il primo esame superato, starlette in panchina e due calciatori a condurre: Ruud Gullit, che ha interpretato l’animo più internazionale dell’evento sfoggiando l’ottimo inglese perfezionato negli anni di militanza al Chelsea, e Bixente Lizarazu, ex campione francese di origine basca che per vestire la maglia dei blues ha sfidato anche le minacce dell’Eta.

Per l’aspetto culturale, la scelta è ricaduta sulla musica attraversando diverse epoche e generi: dal can can del Folies Bergère (strizzando l’occhio ad uno stereotipo caro a chi guarda alla Francia dagli altri Paesi) fino ad approdare al dj-guru del momento David Guetta, incaricato di incidere l’inno della competizione, passando per uno struggente assolo di musica leggera che ricordava la malinconia e la passione della prima immigrazione armena. Sullo sfondo le immagini degli stadi moderni (realizzarli in altri Stati non è un miraggio) e dei bellissimi monumenti delle città che ospiteranno le gare. Ma nella coreografia dei balletti che è stato lanciato il segnale più importante: il tricolore francese, infatti, è stato indossato, non a caso, da un ragazzo di colore, simbolo della Francia multietnica e orgogliosa del suo processo di integrazione, nonostante le crepe evidenziate dalla difficile vita nelle banlieus.

Il messaggio rivolto al mondo doveva essere, e così è stato, quello di rappresentare l’identità percepita della Francia di oggi, non tanto quella reale. Il calcio, che è lo sport più ‘pop’ che esiste grazie alla sua straordinaria capacità comunicativa universale, stavolta si è offerto strumento per veicolare questa immagine. Ma tenuto conto che la fenomenologia dei grandi eventi sportivi ha sconfinato dal già ampio spettro dell’indagine sociologica per approdare nell’esercizio manifesto del potere in politica estera e nelle relazioni internazionali, quanto visto a Parigi, forse anche per il contesto con cui gioco forza ci si è dovuti relazionare, rispecchi un approccio sobrio e poco incline alla consueta voglia di grandeur tipica dei francesi. Ma a giugno, ci scommettiamo, sarà tutta un’altra storia….e un’altra cerimonia.