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Somaliland: tra volontà di riconoscimento internazionale e dinamiche di potere regionali

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Dalla fine del periodo coloniale, le regioni abitate da popolazioni somale nel Corno d’Africa sono state interessate da sconvolgimenti politici profondi. La questione del governo di tali popolazioni, disperse su milioni di chilometri quadrati in una delle regioni più instabili del globo, è sempre stata al centro dei dibattiti politici sul Corno d’Africa. Alle sfide politiche si aggiungono quelle più prettamente strategiche, essendo questa una regione chiave all’incrocio dei tre continenti asiatico, africano ed europeo. In tale contesto si situa il Somaliland, stato secessionista confinante con il Gibuti, l’Etiopia e la Somalia e con una lunga frontiera marittima sul Mar Rosso. La popolazione è stimata intorno ai 4 milioni di abitanti, con capitale Hargheisa.

Le opinioni espresse nell’articolo non rispecchiano necessariamente quelle dell’Agenzia Italia per la Cooperazione allo Sviluppo.

Il lungo cammino verso l’indipendenza

Il 26 giugno e il primo luglio 1960, il protettorato britannico del Somaliland e la Somalia italiana ottennero rispettivamente l’indipendenza, fondendosi, successivamente, nello stato somalo odierno. Ma fu soltanto nel maggio del 1991, dopo anni di guerra civile che portò alla caduta del regime di Siad Barre, che i dirigenti del Somali National Movement (SNM) dichiararono l’indipendenza del Somaliland, ristabilendo le vecchie frontiere coloniali. Il presidente del SNM, Abdurrahman Ahmed Ali Tuur, prende la testa della neonata repubblica per un mandato di due anni e la prima amministrazione del paese si insediò il 4 giugno 1991. La conferenza di Boorama, tenutasi nel 1993, marcò la fine del periodo di transizione diretto dal SNM, costituendo uno dei momenti fondanti dello stato del Somaliland. Successivamente, Mohamed Haji Ibrahim Egal venne nominato presidente della repubblica e la nuova carta nazionale adottata pose le basi della costituzione che sarà poi approvata con un referendum nel 2001. La carta prevedeva, tra l’altro, la creazione delle istituzioni statali del Somaliland nonché la reintegrazione dei combattenti delle varie milizie armate nelle forze di sicurezza ufficiali.

Dal 1993, il Somaliland ha costruito il proprio sistema politico su un modello sui generis. In effetti, nonostante la creazione di strutture istituzionali di ispirazione europea, le componenti tradizionali hanno mantenuto un ruolo centrale principalmente attraverso i clan e il diritto consuetudinario (lo Xeer somalo). I meccanismi di regolazione sociale sono stati replicati nel sistema politico attraverso la Camera degli Anziani (Guurti) – una delle due camere del parlamento assieme a quella dei rappresentanti. Dal 1991, si sono svolte tre elezioni presidenziali ed hanno portato al potere i candidati del partito UDUB (2003) e Kulmiye (2010 e 2017). L’attuale presidente è Muse Bihi Abdi. Nel maggio 2021, in occasione delle elezioni legislative, il partito di opposizione Waddani ha ottenuto la maggioranza dei voti, sorpassando così il partito al potere e aprendo, di fatto, una crisi nella maggioranza di governo.

Dinamiche regionali e relazioni bilaterali

Il riconoscimento del Somaliland come paese indipendente continua ad essere l’obiettivo principale di politica estera del piccolo stato del Corno e la leva economica è sempre più utilizzata come strumento diplomatico per raggiungere tale fine. In tal senso, il Somaliland intrattiene rapporti bilaterali con diversi paesi.

Somaliland-Etiopia: il porto di Berbera al centro degli appetiti di Addis Abeba

Il porto di Berbera è senza dubbio uno degli asset principali del Somaliland in quanto costituisce un nodo fondamentale del corridoio commerciale e logistico che collega il gigante etiope al mare. Raro porto in acque profonde della regione, idealmente situato a cavallo tra Europa ed Asia, tale porto costituisce uno sbocco ideale per l’Etiopia. Quest’ultima, priva di sbocchi sul mare, ha adottato una strategia di diversificazione dei suoi corridoi marittimi con gli stati vicini. Il Somaliland, in tal senso, non fa eccezione, essendo un’alternativa sempre più appetibile dei porti di Assab in Eritrea e Gibuti (da cui è fortemente dipendente). Nel 2016, l’Etiopia ha firmato un accordo di utilizzo del porto di Berbera con il Somaliland. L’anno successivo, Addis Abeba conclude un accordo tripartito con il gruppo emiratino DP World (principale azionista e operatore del porto) e l’autorità portuale del Somaliland, che prevede l’entrata dell’Etiopia nel capitale del porto di Berbera al 19% (DP World detiene il 51% mentre l’autorità portuale del Somaliland il 30%). Ma, a giugno 2022, l’accordo è stato denunciato da DP World e dall’autorità portuale del Somaliland poiché l’Etiopia “non ha ottemperato alle condizioni necessarie per acquistarne le parti, prima della data prevista”. 

Somaliland-Somalia: tentativi di pacificazione    

Le relazioni tra la Somalia e il Somaliland sono tese sin dall’indipendenza nel 1991. A ciò si sono aggiunte le tensioni che derivano dall’attività “diplomatica” bilaterale del Somaliland, a cominciare dalle relazioni economiche con Addis Abeba, rivale storico di Mogadiscio. Nel 2017, il parlamento somalo ha dichiarato nullo l’accordo di concessione firmato dalle autorità portuarie del Somaliland (con DP World e con l’Etiopia) affermando il principio che solo il governo federale può impegnarsi nel quadro di accordi internazionali. La Somalia ha accusato ugualmente DP World di violare la sua sovranità diventando azionaria di uno dei suoi porti, che sono “proprietà della Nazione”. Nel giugno 2020, il presidente somalo e quello del Somaliland – rispettivamente Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo” e Muse Bihi Abdi – si sono incontrati a Gibuti nel quadro di un “summit di consultazione” per dei negoziati, in presenza del primo ministro etiope Abiy Ahmed e l’ospite dell’incontro, il presidente gibutiano Omar Guelleh. L’Etiopia gioca da diversi anni il ruolo di mediatrice tra i due stati vicini in quanto la riconciliazione costituirebbe un elemento essenziale di stabilità nella regione e di riflesso nel proprio paese (dove, è bene ricordare, è presente una grossa minoranza somala nella regione dell’Ogaden). Ma data la divergenza di interessi e l’inamovibilità delle posizioni, i negoziati hanno dato scarsi risultati. 

Le sfide per l’avvenire del Somaliland

Sul piano economico, il Somaliland resta estremamente vulnerabile. La sua economia si fonda su tre principali fonti di reddito: l’esportazione di bestiame, i fondi della diaspora e la riesportazione di beni verso gli altri stati federali somali. La prima fonte di reddito – l’esportazione di bestiame verso i paesi della penisola arabica – resta molto instabile e regolarmente sottoposta ai mutamenti climatici e sanitari. Inoltre, il settore è prevalentemente controllato da operatori commerciali sauditi, che contribuiscono a ridurre i margini di guadagno della popolazione locale. La debolezza della struttura economica del Somaliland riduce inoltre le prospettive professionali dei giovani, di cui una grande maggioranza è disoccupata, spingendoli a lasciare il paese. A ciò si aggiunge il conflitto tra il Somaliland e la regione semi-autonoma del Puntland per il controllo delle regioni del Sool e del Sanaag, che entrambi rivendicano. Se il conflitto è per la maggior parte del tempo dormiente, degli scontri scoppiano regolarmente minacciando di sfociare in conflitto aperto. 

Malgrado le sfide da affrontare, il Somaliland resta un esempio positivo di formazione statale e di stabilità in una regione che non lo è. Le istituzioni create in seguito all’indipendenza gli hanno permesso di assicurare le funzioni statali principali – sicurezza e difesa della popolazione e controllo dell’integrità territoriale – organizzando (per quanto possibile) l’erogazione dei servizi pubblici essenziali. In modo rimarcabile, in una regione piena di regimi autoritari, le istituzioni messe in piedi hanno permesso lo svolgersi di elezioni che hanno reso possibile un minimo di alternanza pacifica al potere. La gestione della crisi elettorale attuale e lo svolgimento delle prossime elezioni presidenziali saranno un ulteriore banco di prova per l’autoproclamato stato del Somaliland.

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