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Somalia, dopo 15 mesi di rinvii, Hassan Sheikh Mohamud diventa il nuovo presidente

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Il 2022 è un anno caratterizzato da una grande sfida per il continente africano; infatti, in più di venti Paesi si sono svolte o si svolgeranno le elezioni politiche. Dall’Angola, il secondo produttore africano di petrolio; al Kenya, nazione con un ruolo chiave in Africa orientale; al Mali, che dovrebbe tornare alle urne dopo due golpe; alla Somalia, dove dopo 15 mesi di rinvii, si è riuscito ad eleggere il nuovo presidente.

Infatti, lo scorso 15 maggio, le due Camere del governo somalo si sono riunite in un hangar dell’aeroporto Aden Abdulle di Mogadiscio, capitale del Paese, concludendo un lungo processo elettorale che ha visto vincitore Hassan Sheikh Mohamud, ex presidente della Somalia dal 2012 al 2017 (Caragnano). Le elezioni avrebbero dovuto tenersi alla fine del mandato del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmaajo, nel febbraio 2021. Ma il processo è stato rallentato dalle controversie politiche che hanno intralciato l’elezione dei membri del Parlamento, da dispute tra governo federale e leader regionali sul modello elettorale da adottare e dai contrasti tra il presidente e il premier- Mohamed Hussein Roble, -incaricato di coordinare l’intero processo. Inoltre, si sarebbero dovute tenere le elezioni dirette ma in assenza di un accordo sulla nuova Costituzione, si è adottato un modello di voto indiretto che prevede che siano i rappresentanti dei clan e della società civile somala a scegliere i propri delegati, che a loro volta scelgono i 275 membri della Camera dei rappresentanti e i 54 membri del Senato che rappresenta i cinque stati regionali della Somalia. Per assicurare lo svolgimento delle elezioni è stato imposto un coprifuoco di 33 ore, in quanto continua a dilagare un clima di insicurezza a causa dei numerosi attentati organizzati da Al-Shabaab

Storicamente, il Paese è sempre stato segnato da una forte instabilità politica e da alti livelli di corruzione sin dagli anni ‘70, quando il generale Siyaad Barre prese il potere mediante un colpo di stato e instaurò la Repubblica Democratica della Somalia, un regime militare di stampo socialista che durò fino al 1991, anno in cui scoppiò una sanguinosa guerra civile. Negli anni successivi, le Nazioni Unite insieme all’Organizzazione per l’Unità Africana, sostituita dall’attuale Unione Africa, fornirono aiuti umanitari e risorse economiche per fronteggiare carestie, disarmare le parti rivali e promuovere dialoghi per la pace. Solo nel 2004, ci fu un tentativo di ripristinare il governo centrale con la creazione del Governo Federale di Transizione, rivelatosi però inefficace a causa dell’espandersi dell’Unione delle Corti Islamiche, un gruppo di islamisti moderati, fondamentalisti e nazionalisti che presero il controllo del sud della Somalia e imposero la sharia nel 2006 (Shay, 2014). Tra questi, l’organizzazione terroristica Al-Shabaab iniziò ad acquisire sempre più potere, prendendo il controllo di alcune zone del Paese con l’obiettivo di rovesciare il governo centrale ed instaurare un proprio governo. 

L’elenco dei candidati alla presidenza lo scorso maggio contava 37 nomi, tra cui i più famosi erano l’ex presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, rimasto in carica, dopo che la Camera bassa del Parlamento somalo aveva approvato una proroga di due anni del suo mandato, innescando la rabbia dei leader del Senato e le critiche della comunità internazionale; Sharif Sheikh Ahmed, presidente dal 2009 al 2012; l’attuale presidente del Puntland Said Dani; Fawzia Yusuf Adan, ex ministra degli Esteri e vice primo ministro dal 2012 al 2014 e, infine, Hassan Sheikh Mohamoud, che avrebbe vinto le elezioni ed era in carica prima di Farmaajo (Africanews, 2022). Nonostante il governo somalo sia riconosciuto dalla comunità internazionale, alla Somalia è stata più volte assegnata l’etichetta di “Stato fallito”, ossia privo delle istituzioni e delle capacità di base del governo: tassazione, polizia, mantenimento dello stato di diritto, protezione della proprietà, fornitura di servizi pubblici e mantenimento del controllo sul territorio. 

Il neoeletto presidente Mohamoud dovrà affrontare una serie di questioni urgenti nei prossimi quattro anni di mandato, prima fra tutte la sicurezza interna minacciata dai combattenti di Al-Shabaab che continuano a prendere il controllo di vaste aree del Paese mediante sanguinosi attacchi terroristici al fine di rimpiazzare il governo federale (Caragnano). La lotta ai terroristi avrà la priorità considerando anche il recente attacco messo a segno contro una base della missione dell’Unione Africana. Inoltre, Mohamoud dovrà allentare le tensioni tra clans rivali, fronteggiare le sempre più frequenti siccità e carestie che causano milioni di morti ma anche gli alti livelli di corruzione. A tal proposito, dal 2006 la Somalia è il secondo Stato più corrotto al mondo secondo l’Indice di Percezione della Corruzione e la corruzione affligge quasi ogni ambito della società somala: dalle reti clientelari dei clan per ottenere impieghi e favori politici all’uso improprio di beni pubblici per profitti personali (Transparency International, 2021). Anche le imprese sono state influenzate da questo contesto illegale e hanno iniziato a vendere cibo e farmaci scaduti e a evadere le tasse.

In conclusione, alla luce di tali urgenti sfide, il Presidente Mohamoud avrà bisogno di circondarsi di uno staff di esperti in grado di offrire sicurezza e stabilità sociale e politica attraverso azioni mirate a ridurre i violenti attacchi terroristici di Al-shabaab. Inoltre, è necessario che il governo aumenti le sue entrate tramite il corretto pagamento delle tasse, la riduzione della corruzione e il corretto utilizzo degli aiuti umanitari forniti dalla comunità internazionale. Da ultimo ma non di minore importanza, il neoeletto presidente dovrà promuovere la riconciliazione politica e sociale tra i diversi clans e attuare delle politiche green e sostenibili al fine di contrastare i sempre più violenti fenomeni climatici estremi.

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