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“La sola igiene del mondo”: a cosa servono le crisi ed i conflitti che verranno

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Viviamo un periodo di conflitto, che si sta svolgendo su diversi piani. Il germe del conflitto non è in Kazakistan, né certamente si esaurisce nel combinato disposto di Kazakistan e Ucraina. Preso dal punto di vista globale, il momento che stiamo vivendo è in giro di boa nella Storia. Ci aiuta a comprenderlo più l’analisi dell’esercitazione “Cyber Polygon” del 2021 che lo studio delle guerre guerreggiate di ieri. Nel nostro specifico contesto regionale, ad oggi, é una nuova cortina che si delinea a tagliare in due l’Eurasia, con tecnologie nuove.

Restiamo in questo contesto: la linea di faglia investe alcuni Stati ex-sovietici e l’Europa, perché passa per il confine franco-tedesco e mira a fiaccare la voglia di autonomia della Germania. Un altro Paese che si fiacca cercando di dimenarsi fra l’Atlantico gli Urali è la Turchia, che si propone come paciere fra Russia e Ucraina senza realizzare di non potere – avrebbe dovuto intenderlo sin dall’incidente dell’HMS Defender. Nella tenzone, la domanda di energia europea potrebbe non essere soddisfatta da Est. La geografia dello scisma in atto è dimostrata anche dalle forme distributive dei vaccini e dal loro branding e dalla denunciata presenza di movimenti islamisti nella crisi kazaka. Infine, due precisazioni: cosa significano esattamente post-sovietico e neo-ottomano? Cui prodest il dìvide et impera eurasiatico?

Il Northstream2 è molto importante. La numerazione ci ricorda che arriva secondo dopo un altro gasdotto, che – così si legge nel suo stesso sito internet – significa “energia sicura per l’Europa”. A oggi, il gasdotto nascituro è la linea di ideale separazione fra l’idea di Europa incarnata dai Democratici statunitensi e quella incarnata dalla Germania. I campioni locali di queste due visioni sono Parigi e, ovviamente, Berlino. Parigi benedetta da una sorta di gemellaggio con gli Stati Uniti che rimonta indietro alla Guerra d’Indipendenza, a Lafayette e a Franklin, alla Statua della Libertà. Berlino è sin dalla fine della seconda guerra mondiale imprigionata in un nanismo militare e in forti limitazioni in campo di politica estera, cosa che la accomuna con le altre due parti del fu Asse. Nell’aprile scorso avevo, su questo sito, immaginato che gli Stati Uniti potessero volere in un qualche modo un ridimensionamento della Francia nel Mediterraneo (https://www.geopolitica.info/quanto-mi-sbagliavo-su-draghi-e-sulla-turchia/). Ero completamente fuori strada. A depotenziarsi nel Mediterraneo sarà solo il nostro Paese, peraltro a vantaggio ancora di Parigi e ulteriormente limitato da una Turchia funzionale al Regno Unito per tenere vivo in prospettiva il conflitto nel Mediterraneo Orientale.

La Turchia, sin dall’inizio dell’era Biden, non può nemmeno più giocare fra Russia e Stati Uniti facendo pesare al primo l’appartenenza NATO e al secondo un rapporto molto peculiare con Mosca (rapporto che peraltro risale alle primissime fasi della Repubblica). Questo è stato chiaro sin dall’evento cosiddetto “dei 103 ammiragli” (ne abbiamo parlato qui: 103 ammiragli, Montreaux, gli eurasisti, l’estrema destra: la via è segnata per il Governo turco – Geopolitica.info). In quell’occasione, si era fatta circolare la voce di una possibile volontà turca di riconsiderare Montreaux e aprire un canale parallelo al Bosforo, con conseguente possibilità di permettere ad aspetti esterni alle Potenze del Mar Nero di accedervi attraverso il Mediterraneo e Marmara la cosa avrebbe dovuto deliziare gli Stati Uniti, che hanno invece risposto con un silenzio totale. Anche nel contesto ucraino, la Presidenza turca cerca ancora di ricavarsi un ruolo di intermediazione, ma semplicemente non ne esiste più il contesto. Non ce n’è più bisogno: nella parte atlantica, ora, un conflitto che interessi la Russia si propone come cosa sicura e imminente e si pubblicizza per ottenere, negoziando, una nuova relazione con Mosca e nessuno vuole affidarsi ai buoni uffici o mediazioni di terze parti. Questo non significa che la Turchia non avrà un ruolo nella crisi: ci sono e ci saranno visite fra le parti e probabilmente un vertice a tre, molto pubblicizzato dalla stampa turca. Semplicemente, quello turco non sarà un intervento risolutivo perché non necessariamente si vuole una soluzione di questo tipo e non sarà su quei buoni uffici che gli stati Uniti decideranno le loro mosse, indipendentemente dalla narrazione che di questi sforzi si farà. Inoltre, il vero interlocutore della Russia non è l’Ucraina (inutile quindi mediare fra i due) ma lo sono gli Stati Uniti, alla subalternità ai quali si vuole proprio ricondurre la Turchia. Lo scorso anno, la Turchia aveva già attivamente operato nel quadrante dell’Est europeo, insieme alla Bielorussia, muovendo verso il confine fra questa e la Polonia una massa di migranti economici di origine siriana per creare una forte pressione ai confini europei. Stava creando una situazione che potesse interessare l’intero Occidente (NATO + EU) per poi poterne offrirne la soluzione, giocando una volta sul lato russo e una sul lato euroatlantico, al fine di ottenere la corresponsione completa delle somme promesse dall’Unione: ulteriore prova del fatto che il quadrante est-europeo è chiaramente di interesse per Ankara. 

L’effettiva possibilità – persino la volontà – di addivenire in Ucraina ad un conflitto in armis su larga scala, ovvero nelle forme che ci vengono presentate dagli organismi informativi, sembra davvero lontana, e prodotto di una narrazione unilaterale che sfida la realtà, soprattutto numerica, dei fatti e delle fazioni oggi “in trincea”. Eppure, come detto, il conflitto esiste, ma soprattutto in quelle forme dematerializzate (economiche, informative, cibernetiche, commerciali, sanitarie) alle quali dovremo abituarci perché costituiranno lo standard delle relazioni di un domani molto prossimo. Nel mondo di domani i conflitti armati resteranno, ma come strumento collaterale alle guerre informative e sanitarie. In Ucraina una guerra guerreggiata potrà esistere, certamente, a partire anche da domani mattina (scrivo il 20 febbraio) ma non sarà il prodotto di una volontà preordinata di invadere ma di una serie di eventi che non potranno che portare a quell’esito: tradotto, significa che per la Russia la volontà occidentale di estendere il proprio raggio d’azione in direzione Kiev equivale ad un attacco al ventre molle del cortile di casa, e dunque da Mosca bisogna attendersi le mosse tipiche di chi difende e non di chi attacca (a differenza di quanto quotidianamente vulgato dagli organi di stampa). E’ tuttavia difficile che le reazioni russe saranno tanto gravi e spropositate come nel 2008, quando il campo di azione non era l’Ucraina ma la Georgia settentrionale. Questo a meno che non si vorrà toccare l’Orso dove non potrà che contrattaccare, ovvero nei suoi interessi vitali. In quel caso, tanto avrà tuonato che comincerà a piovere.

Con Biden stanno manifestandosi interessi e forze che riportano a una sorta di bipolarismo: o si è con, o si è contro. Le zone grigie, nelle quali storicamente vive anche il nostro Paese, devono nella visione in auge a Washington essere annullate. Questo nell’apparentemente paradossale obiettivo di arrivare al multilateralismo perfetto (è ancora Clinton, trenta anni dopo), ovvero a relazioni orizzontali fra Paesi tutti assicurati sotto l’ombrello della Pax Americana o – rectius – a ridurre tutto a relazioni orizzontali fra entità internazionali di vario genere sotto quell’ombrello che viene oggi rappresentato dagli interessi rappresentati nel Partito Democratico americano, debitamente aiutato da molti Organismi Internazionali (vedi le viarie Agende 2030).

Così, si vuole un Italia annichilita in un rapporto impari con una Francia corrispondente degli Stati Uniti del Partito Democratico e di ciò che esso rappresenta (vedi Trattato del Quirinale e controllo francese degli assetti bancari, energetici ed industriali italiani), una Germania da ridimensionare fino alla completa riduzione ad Ovest e da staccare completamente dal dialogo con la Russia (in questa sorte, accomunata al nostro Paese). Nello stagno di casa, l’Italia si troverà, dopo aver perso tanto in campo energetico con il distacco dalla Libia, ad appoggiare la Francia contro se stessa acuendo lo scontro con una Turchia che era alleata fino a ieri. La desertificazione industriale del Paese che molti vedono nel prossimo futuro e la crisi del debito che potrebbe abbattersi sullo stesso come paradossale conseguenza del Piano che dovrebbe in linea teorica ravvivarne l’economia e la questione energetica della quale si vedono gli albori potrebbero mettersi a sistema per ridurre il Belpaese ad una massa di piccoli consumatori. L’Italia sarà incaricata di inviare la nostra Marina ad abbandonare il contesto di casa per tutelare gli interessi americani nel Sud Est asiatico in funzione anticinese.

La Germania ha involontariamente offerto il petto creando le condizioni della sua subalternità con una politica energetica che al nucleare ha preferito fonti più antiche, per calcoli elettorali legati ai Verdi, che la hanno resa dipendente da fonti esterne che sono Mosca o Parigi, ed ecco il punto. Ed ecco perché la sanzione paventata a Mosca in caso di attacco a Kiev è proprio la chiusura del Nord Stream 2: si colpiscono Germania e Russia insieme. A Berlino, i Verdi hanno ora anche il Ministero degli Affari Esteri.

In questi piani, anche la Turchia, come detto, deve secondo Washington riallinearsi completamente a Ovest: la responsabilità degli Stretti (Dardanelli) non sarà solo più un vantaggio, grande vittoria strategica della prima repubblica di Mustafa Kemal, ma una questione di difficile gestione nella quale non potrà fare a meno degli Stati Uniti (oltre che del Regno Unito, al quale è comunque sempre molto saldamente unita, lontano dai riflettori). A doversi eclissare saranno probabilmente quelle velleità del “gioco su più tavoli” tipici del post-kemalismo. Sarà di molto difficile gestione soprattutto il dossier di collaborazione nucleare con Mosca. Ankara entra in gioco anche su un altro quadrante: é di oggi la notizia secondo cui la Turchia donerà alla Repubblica Democratica del Congo un milione di vaccini. Di quale fattura? SINOVAC. In che termini si sostanzia questa notizia dato il suo suggerito riallineamento a Washington? Volontà di osare ancora contro Washington o un via libera di questa a una collaborazione africana con la Cina? 

La vera controparte dell’Occidente in questo nuovo gioco appare comunque sempre la Russia: il rapporto statunitense con la Cina è molto più sofisticato di quello con Mosca e potrebbe in realtà auspicare (salvo spinte talassocratiche cinesi troppo esagerate ed il quadrante del Mar Cinese Meridionale) ad una convivenza meno bellicosa di quanto si pensi. La volontà di Papa Francesco di riappacificazione con la Chiesa nazionalista cinese e la svolta sul Turkestan Orientale del Governo turco, che dichiara movimenti terroristici organizzazioni islamiche fino allora almeno verbalmente appoggiate, potrebbero esserne l’evidenza. Il vero scontro statunitense con la Cina, poi, che è marittimo e non terrestre, riguarda molto di più la tecnologia che i territori, e soprattutto il tipo e la qualità dell’industria e della ricerca presenti a Taiwan ed il posizionamento di quest’ultima nel mercato dell’alta tecnologia a scapito della Cina continentale.

Post-sovietico, neo ottomano 

Queste definizioni ex-post dovrebbero indicare contesti appartenenti ad ex-Imperi (stricto e lato sensu), negli eredi dei quali si vogliono identificare la Russia e la Turchia. Ma mentre la prima definizione indica la periferia (ciò che di Sovietico era extra-russo), la seconda indica lo spirito che dovrebbe, secondo alcuni, animare lo spirito di chi comanda nel centro del fu impero, in Turchia (il cosiddetto “neo-ottomanesimo”). 

La prima definizione indica soggetti completamente diversi (basti pensare ai Paesi Baltici da una parte e alla Bielorussia dall’altra), la seconda un Paese il cui desiderio di ravvivare alcuni aspetti, culturali e d’influenza, dell’Impero che la ha preceduta è stato esaltato al punto tale da essere imprecisamente identificato come la vera direttrice di politica estera di Ankara.

Ma la realtà è diversa: nella nuova cortina euroasiatica, Stati come la Romania o la Polonia sono il nuovo baluardo ad Est della NATO insieme ai Baltici, l’Armenia si barcamena in una necessaria relazione con Russia ed Iran e l’Azerbaijan viaggia fra grandi aziende russe dell’energia ed un interessante asse con Ankara, la quale a sua volta – occorre ribadirlo – pur cercando un suo maggiore campo d’azione ed indipendentemente dai mal di pancia dovuti al voluto ridimensionamento voluto da Washington non ha alcuna intenzione (né la ha mai avuta) di abbandonare il campo occidentale, volendo anzi tesaurizzare al massimo la sua appartenenza alla NATO. Il Kazakistan gioca una complessa ed interessantissima partita tutta sua, dalla volontà di piena integrazione nel contesto dei mercati internazionali (vedi l’istituzione della Corte Arbitrale Internazionale di Astana e l’importantissima riforma costituzionale che vi è dietro) ad una fragilità messa in luce dai recenti scontri violenti avvenuti nel Paese, nei quali – lo denuncia un video probabilmente diffuso da mano russa ora difficilmente trovabile – si denuncia la presenza di “militanti estremisti islamici”, addestrati, a detta del Governo kazako, all’estero. Successive analisi saranno d’interesse nell’identificare origine e funzioni di questi militanti.

Cui prodest?

Perché il conflitto – non quello ucraino, ma quello nell’Eurasia, che prenderà forme e identità sempre differenti? Cui prodest? Dobbiamo entrare in una mentalità nuova, adottare una capacità di lettura dei fatti che sia adatta a quel secolo (inteso in senso di epoca, non di periodo di 100 anni) che sta rapidamente materializzandosi ai nostri occhi da circa due anni. Forse, sarà presto dinanzi a noi una nuova forma di esistere delle relazioni internazionali, non determinate dagli Stati ma dalle forze finanziarie che esistono a traverso e dietro di essi, in modo trasversale. Non è una novità, ma lo sviluppo tecnologico potrebbe portare ora a un cambio di paradigma effettivo, al famoso “giro di boa” dal quale non si torna indietro. Le dimensioni immense, trasversali, transnazionali, liquide e la dimensione strategica e tecnologica di queste aziende (comunicazioni, finanza, sanità) rendono questa realtà private maggiori di tanti Stati. I conflitti generano nuovi equilibri e il ridimensionamento delle posizioni – ed anche delle identità – dei diversi attori internazionali. Pensiamo a quale enorme spinta verso un’unità di intenti dell’Europa abbia portato il fenomeno Covid e le risposte per esso generate. Faccio qui riferimento a tutti quegli strumenti – spesso non molto pubblicizzati presso i popoli europei, ma di enorme impatto nelle loro vite – di fusione fra strumenti sanitari e finanziari, sicurezza cibernetica, strumenti di sorveglianza, e alla sempre più instabile sicurezza energetica. Lo sviluppo da parte di Russia e Cina di vaccini autoctoni (non riconosciuti dalle Autorità Europee) non è solo una normale esplicazione delle capacità industriali di questi due Paesi, ma una presa di posizione geopolitica che ci parla molto del mondo che sta preparandosi.

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