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Il sogno cinese di Xi Jinping: tra rinascita e repressione

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Le teorie della rinascita nazionale e del sogno cinese annunciate nel novembre 2012 durante il discorso del Presidente Xi Jinping, tenuto presso il Museo di storia nazionale, vertono sull’esaltazione della cultura millenaria alla base dell’identità del popolo cinese. Le due teorie sono state inserite nello Statuto del Partito Comunista Cinese (PCC) con un emendamento in occasione del XIX Congresso del 2017. Negli ultimi anni, c’è stato un accentramento del potere tale da rendere paragonabile la figura dell’attuale leader cinese a quella di Mao Tse-tung; allarmante è il fatto che uno dei principi fondamentali del Partito, che stabilisce la gestione collegiale del potere, come auspicato da Deng Xiaoping, sia stato minato.

All’interno del Partito Comunista Cinese

L’accentramento del potere da parte di Xi Jinping e la conseguente personalizzazione del Partito, iniziata nel 2012 e rafforzata durante il secondo mandato da Presidente della RPC, hanno stroncato il dissenso sia all’interno della sfera politica, i cui quadri sono stati epurati, con particolare riferimento agli esponenti dei Tuanpai e a quelli della “cricca di Shanghai”, sia all’interno della sfera sociale e della società civile. Per quanto concerne la sfera politica, Xi Jinping è il maggior esponente dei principi rossi, i Taizidang, ossia coloro che discendono dai padri fondatori della nazione cinese che hanno preso parte alla Lunga marcia del . Essi, a discapito dei Tuanpai e degli esponenti del gruppo di Shanghai, occupano i posti apicali del governo e del Partito, viste le origini familiari. La presenza all’interno del Partito delle tre tendenze elencate non è puramente formale, ma ideologica: ogni gruppo si è fatto portavoce, infatti, di logiche e posizioni differenti. Lo studioso Li Chen ha definito elitista la corrente dei Taizidang che è contrassegnata dalla volontà di imprimere un’accelerazione allo sviluppo economico, tanto che non sono mancate occasioni in cui Xi Jinping si è presentato come l’erede di Deng Xiaoping, dal quale ha ripreso il socialismo con caratteristiche cinesi, adattandolo alla “nuova era”. Al contrario, i Tuanpai sono portatori di un populismo che si fonda sulla volontà di appianare le profonde disuguaglianze sociali e oggi sono rappresentati dal Primo ministro Li Keqiang, figura relegata in secondo piano da Xi Jinping. Altra questione riguarda il gruppo di Shanghai che è principalmente composto dalle personalità che hanno collaborato con l’ex leader cinese Jiang Zemin e la cui ascesa si deve al sistema di favoritismo e clientelarismo, cui Xi Jinping ha posto un freno con la campagna contro la corruzione lanciata già durante i primi anni al potere.

Xi e la lotta al dissenso

Quando Xi Jinping ha lanciato una campagna contro la corruzione dilagante all’interno del Partito, ha incontrato in una certa misura il favore del popolo cinese, sensibile al tema dei privilegi della classe politica. Da misura eccezionale, almeno nell’idea originale, la campagna si è trasformata in una lotta al dissenso. In effetti, attraverso il controllo imposto sui media, Xi Jinping ha fatto incarcerare molti esponenti della sfera politica che avevano criticato la personalizzazione del Partito. Nel mirino dell’attuale dirigenza sono finiti anche molti attivisti che combattono per chiedere maggiori libertà e il rispetto dei diritti umani fondamentali. Nel mirino di Xi sono finite anche numerose testate giornalistiche che sono state censurate dal governo e che chiedono che il proprio diritto d’espressione venga tutelato. A tal proposito, il caso che ha destato maggior scalpore è stato quello della rivista Southern Weekly. Attraverso la supervisione degli organi di informazione, l’attuale Presidente ha lanciato campagne contro i propri oppositori politici, manovrando il consenso della popolazione. La censura ha colpito altresì gli istituti di formazione, le università o i centri di ricerca, che per continuare le proprie attività devono attraverso un rigido sistema di regole imposto dal Partito. Alcuni insegnanti, infatti, sono stati allontanati dalla propria professione per aver esaltato le democrazie occidentali, screditando del sistema politico cinese (Si veda a tal proposito Politica, società e cultura di una Cina in ascesa, di M. Miranda). 

La rinascita cinese 

La repressione del dissenso attuata da Xi Jinping è un aspetto permanente e costitutivo della nuova leadership, che non è disposta ad accogliere cambiamenti che possano minare la stabilità nazionale e intaccare la realizzazione degli ambiziosi progetti geopolitici, volti alla rinascita della nazione. Le critiche per la violazione dei diritti umani avanzate dall’Occidente non arrestano l’ascesa di Pechino, che si configura come il partner di riferimento di molti Paesi in via di sviluppo che ne seguono il modello. A guidare l’azione del governo cinese in politica estera è la volontà di rivalsa che viene espressa lapidariamente nella frase “il mondo non può raggiungere la prosperità senza la Cina, così come la Cina non può progredire da sola”.

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