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Siria, una primavera araba senza fine: nel sud nuove proteste contro Assad, a nord riprendono gli scontri. Si teme un’escalation.

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Sparita da tempo dalla cronaca internazionale, i fatti degli ultimi giorni riportano l’attenzione mediatica sulla Siria, Paese ancora lontano dalla pacificazione. Nel sud migliaia di manifestanti invocano la fine del regime di Assad, mentre nel nord riprendono gli scontri che vedono coinvolte le milizie curde.

“Via Bashar! Siria libera”; “Il popolo vuole un cambio di regime”; “Guarda Bashar, il popolo non ti vuole”. Sono questi i canti che riecheggiano nelle ultime settimane nelle piazze di svariate città siriane, concentrate soprattutto nel governato di As-Suwayda, nel sud-ovest del Paese. Sono parole che rievocano gli eventi del 2011, quando lo scoppio della primavera araba diede inizio all’ondata di violenza che ha martoriato lo Stato levantino.

Queste manifestazioni arrivano in un momento in cui il regime di Assad sembrava essersi riconsolidato, dopo più di un decennio di guerra civile. Ad oggi, infatti, Damasco ha ripreso il controllo di gran parte del Paese, ad eccezione del territorio a nord-est, il Rojava, dove dal 2012 resiste l’amministrazione autonoma curda, e una sacca nel nord-ovest, nei dintorni di Idlib, controllata da forze oppositrici al regime. A questi si aggiungono anche quei territori nel nord controllati dalle truppe di Ankara e dalle milizie filo-turche, impegnate nell’operazione anti-curda voluta da Erdogan vicino al confine.

Ulteriore segno di una ritrovata autorità del regime è stato il ritorno della Siria nella Lega Araba. Esclusa nel 2011 in seguito alla soppressione violenta delle proteste, lo scorso 18 maggio il presidente Bashar Al Assad ha infatti partecipato al vertice tenutosi a Jedda, in Arabia Saudita. Già forte del supporto di Russia e Iran, Damasco vuole ora normalizzare i rapporti con il resto del mondo arabo. Si tratta del culmine di un processo iniziato da almeno due anni, con cui il Presidente   ha voluto riabilitare la propria immagine a livello internazionale.

Tutti questi elementi hanno fatto pensare ad una rivincita definitiva di Assad che, nonostante le enormi responsabilità nello strazio subito dalla popolazione, è riuscito a mantenere il potere e riaffermarsi come leader indiscusso della Siria. Tuttavia, le recenti proteste contrastano questa narrazione. Iniziate come manifestazioni scatenate dalla critica condizione economica in cui versa il Paese, quelle in Suwayda si sono trasformate in vere e proprie contestazioni politiche, con migliaia di persone che invocano la fine del regime.

Esiste dunque una notevole differenza tra la figura che Assad vuole mostrare di sé e la condizione reale del popolo siriano. Se il primo, infatti, vuole presentarsi sul palcoscenico internazionale come leader indiscusso della Siria, pronto a traghettare il Paese in un’era post-conflitto, parte del popolo ancora oggi sogna una Siria senza Assad, ed è tuttora disposta ad urlarlo ad alta voce nelle piazze, nonostante gli anni di violenza e repressione.

La situazione è tornata a scaldarsi anche nel nord-est del Paese, dove degli scontri armati hanno visto le forze dell’SDF impegnate contro delle milizie arabe tribali. I combattimenti si sono concentrati nel governatorato di Deir ez-Zor e hanno già causato diverse vittime da entrambe le parti. Si tratta di alcuni degli scontri più intensi nella regione da anni.

Le ostilità sono scoppiate quando le Syrian Democratic Forces, a maggioranza curda, hanno arrestato il comandante locale arabo Abu Khawla, accusato di nepotismo, collaborazione con forze controrivoluzionarie

e di coinvolgimento nel traffico di droga. Abu Kawla è stato per anni un alleato delle SDF nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, e il suo arresto ha fatto emergere i risentimenti di diverse tribù arabe nei confronti dell’amministrazione autonoma, che include una parte della regione del Deir ez-Zor.

L’accusa è quella di discriminazione nei confronti della popolazione araba. Le SDF hanno negato alcuna politica discriminatoria, riconoscendo tuttavia delle falle nell’amministrazione della regione. Sebbene dunque gli scontri sembrerebbero essere motivati da tensioni di natura etnica, altri clan arabi, come quello di al-Bakara, hanno subito ribadito il loro supporto alle SDF, sostenendo che le tribù ribelli sono appoggiate dal regime di Assad.

Le violenze non accennano a fermarsi e anzi, si teme un’escalation che ricorda quella successiva allo scoppio della primavera araba nel 2011. Dall’instabilità della regione potrebbero approfittarne diversi attori come Russia, Iran, Turchia e il governo centrale siriano, mentre, secondo alcuni analisti, potrebbe portare all’epilogo dell’influenza US nell’area, determinato soprattutto dal supporto che per anni Washington ha fornito alle forze dell’SDF, specialmente nella lotta contro ISIS.

Nonostante la copertura mediatica del Paese sia calata molto in seguito alla sconfitta del Califfato, gli eventi in Siria sono lontani dalla normalizzazione. La fase post-conflitto sembra ancora lontana, e la popolazione è ancora disposta a contestare apertamente il regime. Tuttavia, ad oggi una rivoluzione politica a Damasco rimane molto improbabile, ed è facile credere che il potere di Assad sopravviverà, forte del supporto russo e iraniano. Nel frattempo, gli scontri armati proseguono e il martoriato Paese mediorientale continua a non conoscere pace.

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