Siria: le ragioni del non intervento
A due anni dall’intervento aereo nel teatro libico le forze armate statunitensi si apprestano a un nuovo impegno bellico. Con apprensione media nazionali ed esteri forniscono in queste ore giudizi e previsioni sul probabile intervento militare senza riuscire a delineare un quadro esaustivo dei suoi partecipanti – attivi e passivi – né, dato ancora più significativo, dei suoi obiettivi tattici e strategici.

Siria: le ragioni del non intervento - GEOPOLITICA.info
I fatti. Al culmine di un’escalation di violenza iniziata ormai 30 mesi fa, il regime di Bashar al-Assad sembra essersi reso responsabile il 21 agosto scorso dell’uso di armi chimiche contro la popolazione civile. Crude immagini veicolate dalla rete hanno di fatti immediatamente confermato le notizie giunte in quei giorni ai mezzi d’informazione arabi e occidentali: almeno 1000 sarebbero morti a causa delle esalazioni in un sobborgo meridionale di Damasco. Si tratta di un’aperta violazione delle maggiori convenzioni in tema di jus in bello prodotte nel corso degli ultimi due secoli, catalogabile nella triste categoria dei cosiddetti crimini atroci, nonché, a parere del diritto internazionale convenzionale e consuetudinario, suscettibile di aspre contromisure da parte di terzi contro i perpetratori della stessa. Non di meno, l’attacco ha idealmente oltrepassato la linea di sopportazione tracciata dal Presidente Obama di fronte al protrarsi della sanguinosa guerra civile, un punto di non ritorno cui, nelle parole del leader americano, avrebbe fatto seguito una risposta adeguata.

Tale risposta si è finora concretizzata nel dispiegamento di diverse unità navali nelle acque del Mediterraneo orientale e nella minaccia di una ritorsione militare da condurre in concerto con la Francia e altri alleati secondari. Benché Washington si prepari ad agire senza uno specifico mandato d’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, negato dal veto incrociato di Russia e Cina, le operazioni sono state subordinate all’accertamento delle responsabilità del regime siriano da parte degli osservatori Onu presenti in loco. Si è così entrati in un periodo di stasi in cui la complessità degli attori coinvolti si alterna in altisonanti quanto vaghe dichiarazioni di intenti, appelli per la pace, minacce,  provocazioni. Al contempo la procrastinazione dello scontro ha dato modo a commentatori e analisti di soppesare l’utilità umanitaria e la convenienza strategica di un simile atto di guerra. Geopolitica.info aderisce alle valutazioni di chi, nei riguardi di entrambe le prospettive, disconosce l’esistenza di adeguati presupposti per l’aleggiato intervento militare sottolineando le pericolose conseguenze che ne deriverebbero su un piano locale, regionale e sistemico.

Appare in primo luogo controversa la prospettata connessione tra il sanzionamento di una grave violazione dello jus in bello – l’uso di armi chimiche contro la popolazione inerme –  attraverso la rappresaglia armata e le motivazioni umanitarie con cui quest’ultima è giustificata dai governi americano e francese. Se è di fatti indubbio che il probabile impiego di missili tomahawk e altri dispositivi bellici causerà ingenti danni collaterali ai civili vicini agli obiettivi sensibili selezionati, non meno evidenti sembrano le pesanti ricadute in termini di perdite umane che si produrrebbero quale che fosse il risultato dell’attacco. Lungi dall’impedirla, La reiterazione dell’illecito sarebbe piuttosto incentivata da un attacco che avesse esclusivamente finalità punitive, formula apertamente impiegata sia dall’Amministrazione Usa, sia dal Presidente francese Hollande. Al pari un meno probabile intervento volto a estromettere con la forza il regime di Assad, se coronato da successo, rischierebbe di precipitare lo Stato mediorientale in un’aperta condizione di anarchia in cui  fazioni della resistenza ideologicamente diverse o avverse si affronterebbero per il controllo dei gangli politico-economici siriani, proseguendo la guerra civile e arrecando nuove sofferenze alla già provata popolazione.

Come già accaduto in Libia, un’applicazione pratica della dottrina nota come Responsability to Protect vincolata da precisi obiettivi e impegni di ricostruzione istituzionale e materiale post-bellica non fornirebbe alcuna garanzia di pacificazione interna. Spostando poi la valutazione su un’ottica realista orientata alla soddisfazione dell’interesse nazionale dei soggetti intervenienti i possibili benefici dell’attacco risultano ancor meno evidente. Non soltanto la guerra comprometterebbe irrimediabilmente il capitale di credibilità e soft power accumulato dall’amministrazione Obama a partire dall’ormai lontano ‘discorso dell’università del Cairo’ del 2009, ma causerebbe altresì un terremoto geostrategico affatto funzionale a qualsivoglia strategia statunitense nella regione.

La debolezza delle opposizioni laiche attive nel Esercito Libero Siriano risulta oggi tale da impedirne un’affermazione certa nello scenario della Siria post-Assad. Piuttosto appare ipotizzabile un marcato rafforzamento di quei gruppi sovversivi di matrice fondamentalista – Janhat al-Nusra e il Movimento per lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – sostenuti da una rilevante rete sotterranea di aiuti economici e logistici operativa negli emirati del Qatar e del Kuwait. Anche in virtù di una strategia difensivista che mira a lasciare l’onere dello scontro con le truppe lealiste ad altre formazioni combattenti, i suddetti gruppi sono riusciti a stabilire un controllo relativamente stabile in diverse aree settentrionali del Paese, focalizzando le proprie attenzioni sulla propaganda e l’assistenza alla popolazione civile. Nell’ipotesi più catastrofica il trionfo del fondamentalismo sunnita si tradurrebbe nella creazione di uno Stato islamista ideologicamente avverso all’Occidente e ben poco incline a sforzi di pacificazione con le altre, numerose, realtà etnico-religiose presenti sul territorio. In tal caso l’esodo fatto registrare dalla popolazione curda verso il nord dell’Iraq nel mese di agosto costituirebbe nient’altro che il preludio di un futuro appiattimento dell’eterogenea ricchezza umana e culturale della Siria. Nella meno peggiori delle ipotesi Damasco sprofonderebbe in una lunga e sanguinosa crisi di transizione dagli incerti risultati politici: ancor più che in Libia, il lungo conflitto intestino ha sradicato infrastrutture, mortificato allo sfinimento il mercato e le attività produttive e, dato ancor più significativo – inondato il Paese di armi convenzionali che alimenteranno a lungo gli arsenali delle molteplici milizie combattenti.

È tuttavia nella dimensione regionale e globale che l’intervento militare avrebbe le sue più deleterie ripercussioni. Un attacco o un futuribile collasso del regime siriano per cause esogene cementificherebbe il fronte dell’opposizione intransigente al dialogo con l’Occidente rappresentato dall’Iran e dall’Hetzbollah libanese. Lo specchio delle conseguenze possibili spazia dalle contromisure che Teheran adotterebbe per debilitare gli avversari americani ed europei – chiusura dei traffici marittimi nello stretto di Hormuz e crescita esponenziale delle quotazioni del greggio – alla reazione armata contro il principale alleato di questi ultimi in Medio Oriente, Israele. Un bombardamento su larga scala delle province settentrionali dello Stato ebraico decreterebbe una conseguente reazione armata che, tenuto conto delle contingenze del momento, potrebbe degenerare in uno scontro aperto tra Tel Aviv e il mondo arabo-musulmano.

Al di la di ciò l’attacco non sembra rispondere neanche all’esigenza di ricompattare le profonde linee di frattura che dividono oggi il mondo arabo-musulmano e che sono fonte dell’instabilità sistemica in cui versa l’intero Medio Oriente. Al contrario potrebbero acuirsi gli scontri tra sunniti e sciiti, tra laici e confessionali, ma anche tra oppositori ai regimi dittatoriali e sostenitori di un approccio accomodante e pacifico verso le degenerazioni autoritarie dei governanti. Tantomeno risolverebbe rivalità interne quali lo scontro per l’egemonia che nel campo sunnita vede Qatar e Arabia Saudita confrontarsi sul terreno della politica egiziana per mezzo dei rispettivi sostegni ai Fratelli Musulmani e all’apparato militare al potere.

Non ultimo, un intervento nella guerra civile siriana verrebbe avvertito come un profondo smacco diplomatico dalla Cina, contraria a ogni forma di ingerenza bellica negli affari interni di Stati sovrani, e della Russia, con l’Iran il principale alleato del Presidente Assad: il riverbero negativo sugli altri dossier strategici che coinvolgono le due potenze e gli Stati Uniti sarebbe inevitabile. La complessità delle ragioni esposte sembra quindi suggerire l’inconsistenza, politica tanto quanto umanitaria, del paventato attacco. D’altro canto un completo disimpegno dalla vicenda verrebbe letto come un serio declassamento dell’hard power americano, ormai incapace tanto di ottenere obbedienza da Stati più deboli con la sola minaccia dell’uso della propria forza d’urto, quanto di porre in essere i dispositivi coercitivi con cui si era promesso di rispondere alle provocazioni siriane.

Appaiono piuttosto condivisibili le considerazioni che spingono ad esplorare strade alternative con cui contenere le violenze in corso e assicurare una concreta pacificazione dello scenario nazionale e regionale. Si pensi a riguardo alla possibilità, annunciata ma finora poco attuata, di sostenere apertamente la componente della resistenza meno propensa ad assecondare suggestioni fondamentaliste. Se è vero che reparti di ribelli sono al momento addestrati con mezzi americani, britannici, francesi e sauditi nel nord del regno giordano, la dimensione di questi programmi – 1000 guerriglieri addestrati finora ad opinione di Micheal Weiss su Foreign Affairs – appare al momento troppo limitata se si tiene conto del corrispettivo, poderoso, sforzo messo in atto dagli istruttori di Hezbollah a favore della forze lealiste. Aumentata la propria forza d’urto, l’Esercito Libero Siriano potrebbe così sferrare un’offensiva decisiva verso le infrastrutture aeroportuali ancora controllate dal regime, ovvero l’unica via d’accesso ai rifornimenti bellici che giornalmente giungono dall’Iran e dalla Russia.

Ne risulterebbe un indebolimento della posizione di Assad tale da incentivare gli esponenti moderati dell’establishment siriano a un dialogo che avrebbe quale premessa l’estradizione o la traduzione in giudizio del dittatore alawita, nonché l’apertura di una trattativa finalizzata a spronare una transizione consensuale e monitorata dalla comunità internazionale. Ottenuta la fine delle ostilità, Stati occidentali e potenze economiche dell’area dovrebbero poi impegnarsi in un compito altrettanto vitale: favorire una normalizzazione interna finanziando in maniera omogenea e indiscriminata la ricostruzione effettiva del Paese, principale e forse unica veritiera garanzia di pace per la Siria che verrà.