In Siria è di nuovo destino manifesto

L’attacco a guida americana della seconda settimana di aprile rappresenta un caso studio ideale delle contrastanti pulsioni sottese alla politica estera di Washington. Gli eventi che lo hanno determinato, pur nella loro peculiarità, sono affini ad altre situazioni in cui gli Stati Uniti hanno fatto prevalere di volta in volta l’interventismo o l’isolazionismo.

In Siria è di nuovo destino manifesto - Geopolitica.info

Se è vero che la Casa Bianca di Trump è, per molti versi, un unicum nella storia a stelle e strisce, il bivio tra arroccamento sulle questioni domestiche e volontà di plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza attraversa l’intera storia americana. Il bilanciamento tra pulsioni centripete e propensione all’azione esterna è il fulcro della politica estera della superpotenza, come argomentato da Kissinger nel suo “Ordine mondiale”.

Nell’intricato contesto siriano si ripropone, pertanto, un’annosa diatriba, che oppone due ben diverse impostazioni della politica estera, figlie, a loro volta, di cui interpretazioni differenti del ruolo degli Stati Uniti nel mondo e, ancor di più, del loro “senso” nel mondo. Un dibattito senza vincitori né vinti, per il momento, suscettibile anzi di protrarsi ed evolvere nei decenni a venire. Prova ne siano le argomentazioni di Ian Bremmer nel suo “Superpower”, che presenta prove convincenti a suffragio di ciascuna di queste idee, lasciano al lettore l’ultima parola su quale sia la più adeguata agli Stati Uniti di oggi. Diffusa e radicata è l’idea di un Paese che, seppur naturalmente difeso dalla geografia -e quindi potenzialmente immune da minacce immediate alla sua sopravvivenza- non può esimersi dall’intervenire laddove i principi di libertà, autodeterminazione e democrazia siano posti a repentaglio. Libertà e democrazia all’estero per preservare la stessa condizione in patria. E’, questo, il destino manifesto di un Paese che nel cui codice genetico è sancita l’indispensabilità (la celebre nazione necessaria di Madeleine Albright); una simile sensibilità attraversa trasversalmente lo scacchiere politico interno di Washington, frantumando i confini che dividono i due schieramenti, su alcuni temi in modo marmoreo e invalicabile. Pur da sempre presente, questa pulsione trova avversari agguerriti quando si scontra con una realtà internazionale in cui agiscono attori che perseguono finalità opposte rispetto a quelle degli Stati Uniti, in teatri remoti dove gli interessi diretti di Washington non sono concretamente minacciati. Tale pare essere, ad esempio, il contesto siriano. Perché, si chiedono i critici, intervenire in un Paese mediorientale piagato da una guerra civile da cui un dittatore antiamericano sta emergendo vincitore? Un Paese che si avvia verso una ricostruzione lunga e travagliata, ma i cui dividendi spetteranno ad altri, in primis Russia e Iran?

Le due visioni contrapposte sono entrambe, paradossalmente, presenti nella politica siriana della Casa Bianca: da un lato, infatti, il Presidente ha inteso rispettare gli impegni con i suoi elettori, promettendo un disimpegno dal teatro operativo; dall’altro, ha voluto ricordare al mondo intero che gli Stati Uniti non abdicano al ruolo di tutore dei principi cardine della convivenza internazionale (tra i quali il divieto di utilizzo di armi chimiche sui civili), in linea con il principio della “pace attraverso la forza” esposto nella Strategia per la Sicurezza Nazionale del 2017.  Certo, è chiara la volontà di marcare la differenza rispetto al suo predecessore, ingaggiandolo proprio sul terreno della difesa dei diritti umani – dove Obama dovrebbe giocare in casa – e ricordando le mancate sanzioni per il superamento della “linea rossa”, ancora le armi chimiche, nel 2013. Ciò non toglie però che al cuore dell’attacco della Casa Bianca in Siria vi sia un solo apparentemente contraddittorio “idealismo realista” (che non a caso la Strategia per la Sicurezza Nazionale definisce “principled realism”). Idealismo, perché Washington ricorda all’opinione pubblica globale che, anche a decine di migliaia di chilometri dai suoi confini, è pronta a punire i riottosi verso i principi cardine dell’umanità. Realista, perché l’intervento è stato architettato in modo da non esacerbare le già elevate tensioni con gli avversari, inquadrandosi per di più in un più generale contesto di disimpegno dal terreno, e a costi sostenibili agli occhi dei contribuenti americani.

Il dipanarsi della crisi nel prossimo futuro è incerto, e molto dipenderà anche dall’atteggiamento dei molti attori coinvolti. Ciò che è certo sarà il riproporsi di un dibattito che, a seconda del suo vincitore, determina effetti di lungo periodo non solo negli Stati Uniti e in Siria, ma in tutto il mondo: Washington resta, infatti, la sola superpotenza globale.