Siria, il cessate il fuoco ed il ruolo degli islamisti

La speranza di trovare una risoluzione diplomatica al conflitto che insanguina la Siria da più di cinque anni ha subito una dura battuta d’arresto ad Astana in Kazakistan, dove il secondo round dei colloqui di pace gestiti dal trio Turchia, Russia e Iran si è di fatto concluso con uno scambio di accuse e recriminazioni reciproche.

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Ad affossare forse definitivamente la possibilità di giungere ad un accordo sono stati soprattutto i rappresentanti del governo di Assad e quelli delle opposizioni guidate dal filo saudita Muhammad Alloush ( Jaish al Islam). I primi hanno evidenziato le incongruenze della Turchia, che  partecipa ai colloqui di pace pur essendo presente con propri contingenti militari in territorio siriano, mentre le seconde accusano il regime e i suoi alleati di aver violato ripetutamente i termini del cessate il fuoco attaccando militarmente diverse realtà territoriali formalmente aderenti alla tregua stabilita a dicembre. Dietro le accuse reciproche, non prive peraltro di elementi di verità, si cela in realtà la debolezza intrinseca dei tentativi negoziali avviati dal terzetto russo-turco-iraniano quasi due mesi fa. Partendo dal presupposto che le cause del fallimento dei colloqui di Astana sono molteplici e complesse, ci si limiterà in questa sede ad approfondire uno dei più delicati nodi diplomatici e politici affrontati in Kazakistan e destinato probabilmente a riaffiorare anche in occasione dei prossimi colloqui di pace di Ginevra.

Nel panorama della ribellione militare al regime di Assad emergono due potenti raggruppamenti, la Jabath Fatah ash Sham (ex fronte Al Nusra) e l’Ahrar ash Sham, entrambi di ispirazione salafita e jihadista, presenti in forze in tutta la Siria ma particolarmente radicati nel centro nord del paese.  Per le sue connessioni con Al Qaeda, la prima è stata esclusa dall’accordo di tregua del 30 dicembre per espressa volontà della Russia e perché inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche siriane stilata dall’ONU (punto 8 della Risoluzione 2254), mentre la seconda ha dapprima accettato il cessate il fuoco, o è stata piuttosto costretta ad accettarlo dal suo sostenitore turco, per poi disimpegnarsi dallo stesso all’indomani dei primi colloqui di Astana in conseguenza delle violazioni del cessate il fuoco operate dall’esercito di Assad. In una situazione meno complessa e più lineare di quella siriana le linee di demarcazione tra i due gruppi e i rispettivi affiliati sarebbero state nette. Non è, purtroppo, così in Siria. Queste formazioni, unitamente a molte delle più piccole, mantengono profondi legami reciproci, cementati nel corso di numerose operazioni militari svolte unitariamente in passato. La porosità dei confini tra i due gruppi è ben evidenziata dalle vicende di  Abu Jaber Hashem e di Abu Hani Al-Masri. Il primo, in origine comandante militare in Ahrar Ash Sham, guida ora un nuovo raggruppamento capeggiato dai qaedisti della Jabath Fatah ash Sham; il secondo, veterano di mille jihad al seguito di Al Qaeda, è stato ucciso l’8 febbraio scorso da un missile americano che ha stroncato la sua carriera di comandante militare di Arhar Ash Sham: come si è visto, questi uomini passano da una formazione all’altra senza apparenti difficoltà. Il problema sta nel fatto che la sola Jabath Fatah Ash Sham è inserita nella lista nera dell’ONU ed è esclusa da qualsiasi cessate il fuoco, mentre l’Ahrar ash Sham no. Nella provincia di Idlib, ribollente enclave ribelle nel nord della Siria, le due formazioni operano in totale prossimità e non risulta sempre facile distinguere i confini territoriali tra l’una e l’altra: colpire gli uni rischia di provocare vittime accidentali in altre formazioni, con il conseguente riavvitarsi della spirale di ritorsioni e rappresaglie che hanno già contribuito (insieme ad altre pesanti responsabilità da addebitare direttamente al regime di  Assad) a seppellire i precedenti tentativi di tregua.

Non c’è dubbio che questa ambiguità di fondo vada sciolta, chiarendo definitivamente la natura precisa e gli obiettivi politici reali di tutti gli attori direttamente e indirettamente coinvolti nel conflitto siriano  come, ad esempio, il Qatar e la Turchia.  Non intraprendere una tale strada di chiarezza costituirà non solo un serio impedimento alla stabilizzazione del contesto siriano ma rischierà anche di creare le condizioni per la nascita, in un futuro non molto lontano, di una pericolosa e destabilizzante entità statale salafita incuneata in pieno territorio siriano. La risoluzione di questo nodo, che è al contempo politico e militare, contribuirà infine a sgombrare il campo da un comodo alibi, spesso usato dal regime siriano e dai suoi alleati, teso a rappresentare qualsiasi azione militare intrapresa per fini ed obiettivi propri sotto l’ipocrita giustificazione della lotta al terrorismo, anche quando ad essere attaccati sono gruppi del tutto distanti da ideologie radicali.

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