Siria vs Libano: affinità, divergenze e possibili esiti fra due modelli di guerra civile

Da più parti si sente ripetere che la guerra civile siriana sta volgendo al termine, lo abbiamo scritto anche noi nel mese di Agosto. L’affermazione è di per sé vera, almeno nella misura in cui il regime Bashar al-Assad è sopravvissuto all’insurrezione determinata dall’insorgere della Primavera Araba nel 2011 e quindi alla nascita dello Stato Islamico. Oggi l’opposizione è confinata in poche zone, le province di Daraa nel sud e Idlib a nord e l’ISIS, oramai confinato nelle zone desertiche dello Syraq, sconfitto militarmente appare sulla difensiva. A completare il quadro vi sono poi le zone curde, oggi tatticamente alleate al regime di Damasco ma che fanno gola alla Turchia, soprattutto ora che gli USA si stanno disimpegnando.

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Alla luce di ciò, è quindi corretto dire che la guerra sta terminando, Damasco è in sicurezza, Aleppo è stata liberata, addirittura si comincia a parlare di ricostruzione, tutti elementi positivi. Nonostante ciò, forse sarebbe più corretto affermare che “una” guerra sta terminando e che l’instabilità in Siria sta entrando in una fase nuova, così come avvenne per il Libano post Accordi di Ta’if del 1990.

Verso gli accordi di pace: la situazione attuale

Alla Siria oggi manca “solo” un accordo di pace, sponsorizzato dalle potenze vincitrici (Russia, Iran e Turchia, ovvero il gruppo di Astana) e avallato dagli USA in fase di disimpegno. Un remake della conferenza di Ta’if che vide la Siria nel ruolo di potenza vincitrice e pacificatrice del conflitto libanese. È ovviamente difficile dire se tale passaggio avverrà già in questo 2019, intanto si parla sempre più insistentemente di un re-ingresso della Siria nella Lega Araba (l’affiliazione siriana è sospesa dal 16 novembre 2011).

Tuttavia, ciò che rimane (e rimarrà) della Siria, è però tutt’altro che un paese unito, forse ancor meno di come si può dire unito il Libano attuale, il che peraltro è tutto dire. Vediamo perché:

  • il Kurdistan siriano nella migliore delle ipotesi (per al-Assad e per la Rojava), rimarrà sotto forma di una regione federata e a forte autonomia, nella peggiore cadrà sotto il controllo dei turchi;
  • le grandi città, Damasco, Homs e Aleppo in primis, erano e resteranno in mano ai clan urbani sunniti, cristiani e alawiti, tutti legati ad al-Assad;
  • le aree agricole fuori dalle grandi città, abitate da popolazioni rurali prevalentemente sunnite e ostili alla borghesia agiata delle città, strappate all’insurrezione ma non per questo pacificate, rimarranno aree instabili e pericolose;
  • le zone desertiche al confine con l’Iraq sono destinate a rimanere sotto il controllo dell’ISIS, in una modalità del tutto simile a quella applicata dai Talebani nelle zone remote dell’Afghanistan. In tali zone la guerra di logoramento continuerà per anni e sarà fortemente dipendente dagli aiuti e quindi dalla perdita di sovranità conseguente, a vantaggio dell’Iran;
  • la regione alawita, ovvero la fascia costiera che va dal confine turco a quello libanese, più alcuni quartieri di Damasco, rimarrà infine sotto il controllo di al-Assad e del suo clan, fatta esclusione (e non è poco), delle aree strategiche controllate dai russi (le basi di Tartus a sud e di Hmeimim a Latakia nel nord).

Al di là di ciò, la cosa forse ancora più preoccupante è che dopo otto anni di guerra, la frattura città ricca e campagna povera, ovvero ciò che ha provocato l’innesco iniziale della crisi, non solo non si è sanata ma addirittura vede un ulteriore inasprimento del sistema settario. Il settarismo siriano è andato modificandosi con il conflitto è ha assunto le caratteristiche di qualcosa di ancora più pericoloso.

Settarismo siriano e libanese a confronto

Il destino della Siria, così come per il Libano del post 1990, è quello di vedersi come un’unità esclusivamente geografica, ma fattualmente frammentata sia politicamente che settariamente. La realtà è che le fratture innescate dal conflitto, hanno finito per sedimentare definitivamente il settarismo tribale, e non solo quello.

Il partito Baath aveva come obiettivo quello di superare la tradizionale divisione tribale e religiosa della società siriana a vantaggio di una visione nazionalista, socialista e pan araba. Tale operazione ha mostrato tutti i suoi limiti nelle modalità di applicazione. Favorendo infatti un sistema di potere basato sulla concessione di potere alle classi agiate urbane (sunnite, alawite ma anche cristiane), peraltro a discapito delle masse contadine delle campagne, il regime ha finito per predicare pubblicamente il secolarismo e praticare nei fatti una sorta di lottizzazione confessionale. Lo stesso Hafiz al-Assad, appena salito al potere, riempì l’esercito di quadri alawiti fedeli al suo clan, Bashar assediato dalle opposizioni ha fatto anche di peggio, ha consegnato il paese ad una serie di warlord che difficilmente non chiederanno di riscuotere i crediti maturati.

Rispetto alla Siria, paradossalmente il Libano con la sua costituzione confessionale, per quanto disfunzionale e perennemente sul punto di implodere in forme di conflittualità violenta, rappresenta se non altro un raro esempio di rinuncia all’ipocrisia. Nel Paese dei cedri, ancora oggi la nomina di un alto ufficiale rappresenta una questione che investe le diverse comunità, poiché le quote stabilite per legge (scritte e consuetudinarie), devono essere rispettate. La costituzione confessionale del Libano rappresenta allo stesso tempo una condanna e una risorsa. Giusto o sbagliato che sia, ogni qual volta in cui è stata messa in discussione, nel paese si è scatenata la violenza.

Il settarismo musulmano: un concetto di origine medievale

Il concetto di settarismo, inteso non solo nella sua accezione confessionale, ma anche tribale e quindi censitaria, nel mondo musulmano esiste da sempre, o almeno dalla crisi introdotta dopo la morte del quarto califfo, Alì ibn Talib, che pose fine al periodo d’oro durato circa trent’anni del califfato dei Rashidun, (i quattro califfi successori di Muhammad detti i “ben guidati”).

Già nel trecento il grande storico arabo musulmano Ibn Khaldun, lo aveva fissato nel concetto di ‘asabiyya, parola araba traducibile in “spirito di solidarietà”. La solidarietà di cui parla Ibn Khaldun è nei fatti una convergenza d’interesse di un gruppo omogeneo, che concorre per con l’obiettivo di conseguire un potere a livello politico. Tale definizione nell’universo concettuale di un arabo del trecento era inevitabilmente inquadrabile solo ed esclusivamente in un tutt’uno determinato nell’ambito della umma, la comunità dei fedeli sunniti. Tradotto, i diversi clan tribali, alla luce della crisi del sistema califfale, concorrevano per l’egemonia, ma sempre e comunque nell’omogeneità della umma. Oggi il concetto come abbiamo visto si è esteso. Il settarismo ha travalicato la logica clientelare.

Lo spirito della ‘asabiyya in Siria (come in Libano) è presente nelle comunità religiose (sunniti, alawiti, sciiti duodecimani, sciiti ismailiti, cristiani, drusi e curdi), ma anche nelle tribù/clan delle aree urbane sedentarie e delle aree nomadi (Sbaa, Ruwala, al-Hassan, al-Assad, Bani Khalid ecc), e infine nelle città. Per similitudine possiamo dire che è ‘asabiyya anche lo spirito che ha legato la borghesia urbana sunnita, cristiana e alawita, rimasta favorevole al regime, nella contrapposizione ai ribelli sunniti dell’ELS che nei quartieri periferici e delle aree rurali, ha trovato il maggiore consenso.

Qui a mio avviso sta la principale differenza con il conflitto libanese. Nel Libano del 1975 la frattura iniziale, per quanto innescata dagli squilibri dettati dalla forte e invasiva presenza dell’OLP, ha visto contrapporsi almeno in una prima fase milizie cristiane a milizie musulmane (palestinesi, sunniti e sciiti libanesi). Solo in un secondo tempo sono intervenute ulteriori faglie che, semplificando ma non troppo, hanno provocato combattimenti ulteriori: cristiani contro cristiani, sunniti contro sciiti, drusi e cristiani contro sciiti ecc.). Nel conflitto siriano invece tale deriva si è introdotta sin da subito.

Prospettive

La Siria lealista di oggi, dipendente dagli aiuti Russi e dalla forte presenza iraniana, è tutt’altro che un paese governato o governabile dal centro. Il regime degli ayatollah non ha alcuna intenzione di disimpegnarsi dalla Siria. A costo di sforzi notevoli in termini di denaro e vite umane, è riuscito a garantirsi il corridoio Teheran-Damasco-Beirut, necessario per coltivare il disegno di un Levante ad egemonia sciita, nonché per mettere pressione ad Israele.

Allo stesso modo non è migliore la situazione delle truppe lealiste. Oltre all’esercito vero e proprio, al-Assad ha dovuto fare ricorso ad una miriade di milizie utilizzate nel controllo dei territori strappati ai ribelli e spesso anche in chiave offensiva. Tali milizie, la cd galassia della Difesa Nazionale, sono oggi difficilmente disarmabili, e rischiano di trasformarsi in fonti di pressione per il regime. Lo scenario siriano è quello di una libanizzazione, intesa come il proliferare di milizie personali o confessionali, che rischia di sopravvivere agli accordi di pace che verranno. In Libano post accordi di Ta’if l’unica vera milizia rimasta egemone è l’Hizb’Allah, in Siria si va verso una pluralità di attori.

Caso paradigmatico è rappresentato dalle milizie Fawj Maghawir al-Badiya (Armata Tigre), guidata da Suheil Hassan e da Liwaa Suqour Al-Sahra (Falchi del deserto), guidata Mohammad Jaber, uomo d’affari finanziatore di al-Assad e attivo nel settore degli idrocarburi. Quelle citate, solo una minima parte delle milizie pro regime, se fino ad oggi hanno rappresentato una risorsa, domani rischiano di rappresentare un problema per il regime. La Siria del dopoguerra va trasformandosi in un paese diviso in una miriade di protettorati di stampo feudale, sotto il fattuale controllo di signori della guerra creditori del regime.

In conclusione, questo 2019 potrebbe portare ad al-Assad la conferma della sopravvivenza del regime, ma nell’ambito di una partizione fattuale della Siria che, pur non sostanziandosi nella nascita di riconosciute nuove realtà nazionali, avrà a tutti gli effetti le sembianze di uno stato feudale in cui il potere centrale sarà tale solo sulla carta. In parole povere al-Assad ha vinto, ma il regime così come era nel 2011 non è sopravvissuto.

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