Silvia Romano è libera ma…

Complice la sovraesposizione mediatica del Covid-19, la liberazione della volontaria Silvia Romano è una notizia destinata nelle prossime ore a distogliere l’attenzione di molti di noi dalla pandemia che ci attanaglia dallo scorso febbraio. Complici anche l’atterraggio a Ciampino con tradizionali abiti africani e la sua proclamata conversione all’Islam, l’arrivo della giovane milanese sta dividendo, come immaginabile, il Paese tra chi esulta per la liberazione in modo incondizionato e chi invece focalizza l’attenzione sul costo, ad oggi non dichiarato, dell’operazione. 

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Proviamo a fare un po’ di ordine. 

Il 20 novembre del 2018 Silvia Romano, 23 anni, viene rapita in un villaggio della regione dello Chakama che dista circa 80/90 kilometri dalla capitale Malindi. La giovane, che non ha alcuna esperienza come cooperante, si affida ad una ONLUS di Fano denominata “Africa Milele” fondata nel 2012 con il nobile obiettivo di aiutare i bambini disagiati della zona. 

Secondo fonti accreditate, la ragazza italiana arriva in Kenya con un visto turistico che
le avrebbe consentito solo di fare attività ludiche nonostante le intenzioni, nobili, fossero diverse. Secondo la polizia locale al momento del rapimento la giovane era sola nel villaggio nonostante i rischi per la sua incolumità fossero molteplici: il villaggio di Chakama è infatti in una zona del Kenya non troppo distante dal confine con la Somalia, dove i terroristi di Al Shabaab gestiscono incontrastati il territorio da anni. 

Questa organizzazione, affiliata ad Al-Qaeda, si finanzia con una serie di attività criminali che vanno dalla pirateria al commercio di armi. Nati nel 2006, a margine delle sanguinose guerre che da decenni caratterizzano lo Stato della Somalia, i terroristi Al Shabab sono celebri anche per l’efferatezza dei propri crimini: nel settembre del 2013 assalirono un centro commerciale di Nairobi uccidendo 67 persone mente nell’aprile del 2015 assalirono un campus universitario in Kenya uccidendo 147 persone, tra cui molti giovani. Nel dicembre del 2018 colpirono Mogadiscio con un autobomba facendo 85 morti mentre solo nello scorso settembre i terroristi islamici si sono scagliati contro la base americana all’aeroporto militare di Baledogle.

Fra gli obiettivi del gruppo, grazie ad un numero di combattenti stimato in 10.000 unità, vi è quello di instaurare in tutta la zona la sharia, la legge islamica, cacciando le forze militari somale appoggiate da alcune forze di cooperazione militare. 

Secondo le prime frammentarie ricostruzioni Silvia Romano è stata detenuta per 17 mesi dal gruppo terroristico in territorio somalo. Grazie ad una lunga trattativa, che ha coinvolto i servizi segreti italiani, è stata rilasciata dopo il pagamento di un riscatto quantificato in una cifra vicina ai 4 milioni di euro anche se ad ora non vi è nulla di ufficiale.

È ancora inopportuno fare quindi ogni tipo di considerazione ma ancor più inopportuno lasciarsi andare a facili posizioni estreme. 

A chi sostiene che la liberazione di Silvia Romano sia un costoso conto saldato da parte di tutti noi, va ricordato che la democrazia e lo stato di diritto, come lo è il nostro, si caratterizza anche per la capacità di tutelare i propri cittadini.

Altresì va detto però che la storia di Silvia Romano, se si eccettua la liberazione, non è una storia di successo. La ragazza si sarà certo mossa per nobili motivazioni, ma ad oggi abbiamo la sola certezza che la sua presenza non ha aiutato alcun bambino del villaggio di Chakama, ma ha invece in qualche modo irrobustito le finanze di un noto gruppo terroristico. Una stranezza questa se si considera che l’Italia formalmente da anni non tratta con i terroristi e che proprio nei decenni passati ha sempre attuato il blocco dei beni applicando un intransigenza nota ad esempio nel caso del rapimento di Aldo Moro. 

Molto vi sarà poi da dire in merito alla sua (volontaria?) conversione all’Islam che avviene dopo quasi 600 giorni di prigionia. In un libero Stato come il nostro, a differenza di alcune zone della Somalia, il proprio credo è libero e va sempre rispettato. Ma che questo possa avvenire dopo possibili vessazioni e plagi e’ anche esso un insuccesso. Per l’Islam innanzitutto.

Giangiacomo Calovini,
Geopolitica.info